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venerdì 4 maggio 2018

Stingray City, la laguna delle razze


Stingray City è una una striscia di sabbia situata nel North Sound dell’isola caraibica di Grand Cayman, alle Isole Cayman. 
Si tratta di una delle lagune più incredibili del mondo, popolata da un numero elevato di Razze che amano giocare e interagire con i bagnanti.






Stingray City (la Città delle Razze) si trova all’interno di un canale naturale che attraversa la barriera corallina. 
Nelle sue acque poco profonde e protette dalla barriera, le razze scorrazzano libere, attratte dal rumore dei motori delle barche. Infatti, si pensa che questi animali iniziarono a riunirsi molto tempo fa, quando i pescatori di ritorno da una spedizione di pesca erano soliti fermarsi in questo punto per pulire i pesci, gettandone in mare gli scarti.
 Un banchetto prelibato a cui le razze si sono ben presto abituate!


Oggi le Razze che nuotano in questo banco di sabbia sono estremamente accoglienti e tranquille, e si lasciano toccare quasi come fossero degli animali domestici. 
Hanno imparato a interagire con l’uomo, che non corre più il pericolo essere colpito dai loro temibili aculei velenosi.

 Alcune guide indigene sono a disposizione per spiegare ai turisti come avvinarsi e toccare questi pesci, eleganti e magnifiche creature che hanno trasformato questa tranquilla laguna in una delle principali attrazioni turistiche dell’isola.



Fonte: http://mybestplace.com

mercoledì 2 maggio 2018

Il Manneken Pis, simbolo di Bruxelles


Bruxelles non è solo la capitale del Belgio, ma uno dei centri di rilevanza dell'Unione Europea. 
E questa città cosmopolita e dinamica non solo rappresenta bene la multiculturalità del vecchio continente, ma anche il suo antico retaggio e lo sguardo volto al futuro: dai meravigliosi edifici gotici della Grand Place all'immensità modernista dell'Atomium, Bruxelles non manca di monumenti epici e grandiosi che catturino l'attenzione del visitatore. 

 Eppure non è né epica né grandiosa l'attrazione che più di tutte è capace di calamitare orde di turisti: il Manneken Pis, la statua del bambino che fa pipì nella fontana, è il vero simbolo di Bruxelles e sicuramente la sua attrazione più popolare. 

 Il piccolo bambino di bronzo, nudo e ripreso intento a urinare con fare soddisfatto, può sfuggire tranquillamente anche all'occhio del turista più attento: si tratta infatti di una statua di ridotte dimensioni, nascosta per altro all'interno di una nicchia all'angolo di una strada, a sua volta circondata da una cancellata.
 Insomma, se non lo si cercasse, non lo si noterebbe neanche per sbaglio. 
 Ma anche trovarlo per la prima volta non è poi così facile, nonostante sia collocato in pieno centro cittadino. 
La statua è così poco visibile che appare molto meno evidente di come ci si aspetterebbe dall'attrazione simbolo di una città.


Prima di scoprire cosa si celi dietro la statua del bambino che fa pipì occorre sottolineare una cosa: il Manneken Pis che si può vedere in strada a Bruxelles non è originale.
 Si tratta di una copia risalente al 1965.
 La statua originale del Manneken Pis si può osservare all'interno del Museo della Città di Bruxelles, situato all'interno della Maison du Roi, uno degli edifici della Grand Place, al lato opposto del municipio.

 Ma quanto è vecchia la statua del Manneken Pis? 
Non lo sappiamo con certezza, perché la statua originale è andata perduta: sappiamo, da alcuni documenti, che risale al 1451-52.
 Ma non ci sono rimasti disegni originali, solo dipinti di gran lunga successivi alla sua epoca.

 La statua che conosciamo oggi è dello scultore Hieronimus Duquesnoy the Elder, che l'ha probabilmente realizzata e installata nel 1620.
 Da allora il povero bambino ne ha viste di cotte e crude: la statua è stata infatti più volte danneggiata, trafugata e ritrovata nei secoli a venire.
 Le ultime due volte addirittura nel Novecento.
 Una nel 1963: degli studenti dell'Università di Anversa la fecero sparire per ottenere pubblicità per una raccolta di fondi benefica. Grazie alla copertura mediatica della loro bravata, lo scopo fu raggiunto e per questo motivo all'atto della restituzione non ci furono conseguenze.
 Nel 1965 invece il corpo della statua sparì e rimasero solo i piedi e le caviglie.
 Fu ritrovata a pezzi in un canale della zona di Charleroi solo un anno dopo.
 Dopo averla restaurata si decise di preservarla all'interno del museo e sostituirla con una copia: la statua che vediamo ancora oggi.


Per molti la statua del bambino che fa pipì liberamente in pubblico, con un sorriso compiaciuto, rappresenta lo spirito libero e goliardico degli abitanti di Bruxelles.
 Ma al Manneken Pis vengono fatte risalire numerose leggende su quella che dovrebbe essere la sua origine.

 La leggenda più popolare è quella che vede Bruxelles assediata da un esercito nemico e resistere valorosamente.
 Per questo motivo le truppe avversarie decidono di piazzare delle cariche esplosive nelle mura della città.
 Un bambino di nome Julien, ordito il complotto, riesce a spegnere la miccia proprio urinandoci sopra e salvando così la città.
 Per questo motivo la statua del Manneneken Pis è conosciuta anche come Petit Julien in francese, o Julianske in fiammingo: il piccolo Julien era infatti il nome di una statua di pietra che a quanto pare già esisteva molto prima del Manneken Pis originale XV secolo. 

 Un'altra leggenda vuole che il bambino avesse avuto il bisogno di liberarsi, e lo fece proprio sul muro della casa di una strega.
 Questa, adirata, decise di punirlo condannandolo a ripetere il gesto in eterno. Ma un mercante salvò il bambino sostituendolo proprio con la statua e gabbando così la strega. 

 Si racconta anche di un borghese che, arrivato a Bruxelles con il figlio, lo perse in mezzo alla folla.
 Disperato, organizzò una vasta ricerca per trovarlo con l'aiuto degli abitanti della città.
 Il bambino fu avvistato proprio nell'atto di urinare in un angolo. 
Il padre decise così di ringraziare gli abitanti della città erigendo una statua per ricordare il felice momento del ritrovamento
.

Il Manneken Pis non è sempre nudo. Anzi, la maggior parte delle volte sfoggia un completo sempre diverso.
 Una simpatica tradizione è infatti quella di vestire il piccolo Julien con dei vestiti che celebrino culture straniere, ricorrenze particolari, professioni o personaggi di fantasia.
 L'Associazione degli Amici del Mannekenpis si occupa ogni anno di selezionare almeno un centinaio di disegni di diversi "stilisti", e ne sceglie circa una ventina ogni anno. 
Ogni cambio di vestito è accompagnato da una fastosa cerimonia con tanto di banda musicale.
 La statua indossa il vestito di turno per un tot di tempo: generalmente in un anno è coperta per 130 giorni.




Questa tradizione gloriosa va avanti regolarmente dal 1954, anche se ci sono testimonianze di un'abitudine simile risalenti alla sua prima installazione nel XVII secolo. 

 Tutti questi abiti non vengono buttati: fino a poco tempo fa erano ospitati nel magazzino del museo della città. 
Ma dal febbraio 2017 ha aperto un museo tutto dedicato al suo completo guardaroba.
 Si chiama proprio Garderobe MannekenPis ed è situato in Rue du Chêne 19: qui vengono esposti 133 dei suoi abiti. 

 Fonte: travel.fanpage.it

venerdì 27 aprile 2018

Scoperte in Perù linee di Nasca incise oltre un secolo prima delle altre


Cercavano le tracce di profanatori di siti storici. E invece hanno scoperto un nuovo mondo.

 Alcuni mesi fa, una squadra di archeologi ha scandagliato con una flotta di droni il deserto peruviano alla ricerca di «qualcosa». E quel «qualcosa» è stato fuori da ogni aspettativa. 
 Le loro telecamere hanno infatti trovato immagini giganti, abbozzate nella sabbia da antiche civiltà: delle nuove e speciali «linee di Nasca», che potrebbero riscrivere le pagine di storia. Come ha raccontato Michael Greshko al National Geographic , il team ha scoperto «oltre 50 nuovi esempi» di geoglifo nella provincia di Palpa della regione.
 Alcuni di essi sono stati disegnati dalla cultura Nasca «che ha dominato l’area dal 200 al 700 dopo Cristo. Tuttavia si sospetta che alcune siano decisamente più antiche, realizzate fra il 500 avanti Cristo e il 200, forse dalle popolazioni Paracas e Topará».


Le linee di Nasca sono degli enormi disegni visibili solo dall’alto. Solitamente raffigurano animali, piante e creature mitiche ma si molto poco della cultura che li ha creati. E ancora di meno dei loro predecessori, che al posto di scegliere zone pianeggianti hanno impresso i loro geoglifi anche su colline e pendii: una prospettiva che fa pensare ad un maggiore avanzamento culturale dei loro successori. 

 Questo mistero da svelare ora «apre le porte a nuove ipotesi sulla funzione e sul significato dei disegni nella sabbia», ha dichiarato l’archeologo Johny Isla, co-direttore del Progetto Nasca-Palpa. Anche perchè «la maggior parte di queste figure sono guerrieri», spiega l’archeologo peruviano Luis Jaime Castillo Butters, che insieme agli altri scopritori dei nuovi glifi spera che vengano al più presto tutelati e protetti dall’Unesco, che già hanno riconosciuto patrimonio dell’umanità le linee di Nasca.


Una tutela che, purtroppo, non li potrà salvare dall’incuria dell’uomo: non ultimo caso, il camionista che lo scorso 31 gennaio ha ignorato i cartelli di divieto e ha devastato alcuni dei millenari disegni con le ruote del suo autoarticolato.

 Fonte: lastampa.it

giovedì 26 aprile 2018

Anche le piante hanno il battito cardiaco


D'accordo, il titolo è un po' forte. 
Però è vero che molti alberi attraversano periodici cambiamenti di forma e posizione delle fronde che appaiono sincronizzati per tutte le parti della pianta, e che non dipendono dall'alternanza giorno-notte: l'hanno scoperto ricercatori ungheresi e danesi, che paragonano queste oscillazioni a intervalli regolari a una sorta di battito cardiaco vegetale, legato a un lento, ma costante, sistema di pompaggio attivo della linfa.
 Questi impercettibili movimenti sarebbero legati a cambiamenti periodici di pressione dell'acqua attraverso le radici e il fusto: gli alberi la risucchierebbero attivamente in fasi periodiche, della durata di alcune ore.

 Finora non si credeva che le piante potessero farlo: piuttosto, si pensava che l'evaporazione di liquidi dalle foglie innescasse una risalita passiva di nutrienti dal terreno.

 Il lavoro degli scienziati si è svolto in due fasi. 
Nella prima, spiegata in un articolo pubblicato lo scorso ottobre, i due hanno sfruttato una forma di scansione laser solitamente utilizzata per monitorare l'altezza dei palazzi per osservare 22 specie di piante, e vedere se in una notte senza vento e senza luce artificiale cambiassero forma.
 In 7 specie sono state osservate oscillazioni dei rami verso l'alto o verso il basso di circa 1 cm, ogni 3 o 4 ore. 
Nelle magnolie i movimenti sono stati ancora più visibili: 1,5 cm a ogni "battito".


Ora in un supplemento di ricerca, gli scienziati della Aarhus University (Danimarca) e del Balaton Limnological Institute (Ungheria) hanno attribuito le cause di queste oscillazioni all'alimentazione attiva della pianta, che trae acqua dalle radici in impulsi che durano qualche ora e che, avvenendo tra una sezione della pianta e l'altra, richiederebbero un minor dispendio energetico rispetto a una singola risalita lungo l'intera altezza del fusto.

 «Nella classica fisiologia delle piante, i processi di trasporto sono spiegati come flussi costanti con fluttuazioni trascurabili nel tempo», spiegano gli autori «i modelli correnti non consideravano esistessero fluttuazioni periodiche più corte delle 24 ore».

 Nel 2016, lo stesso gruppo di ricerca aveva dimostrato che di notte le piante "respirano", abbassando le fronde anche di 10 cm.
 Questi movimenti avvengono però su base circadiana: di giorno, i rami tornano in posizione normale.

 Il lento battito osservato è qualcosa di diverso, che non dipende dall'alternanza luce-buio.
 I meccanismi di pompaggio non sono ancora ben compresi: forse, dipendono dalla contrazione delle cellule dello xilema (il tessuto all'interno del tronco adibito al trasporto della linfa). 
Strizzandosi come spugne, queste potrebbero favorire la risalita dell'acqua. 
Ma si tratta ancora soltanto di un'ipotesi. 

 Fonte: focus.it

Cile, la Mano del Desierto


Questa gigantesca scultura si trova in Cile, nel cuore del Deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi e desolati della terra.
 Si tratta di un’opera in pietra realizzata nel 1992 dallo scultore cileno Mario Irarrázabal e battezzata “Mano del Desierto”. 

Attraverso questa enorme “mano” protesa verso il cielo e collocata in un luogo tanto remoto, l’artista ha voluto esprimere il dolore e la solitudine, un omaggio rivolto alle vulnerabilità e alle debolezze dell’animo umano di fronte alla sofferenza e alle ingiustizie del mondo.


La scultura misura 11 metri di altezza ed è collocata a 1.100 metri sul livello del mare.
 Una statua maestosa che domina l’intera valle, costruita in ferro e cemento per contrastare le forti escursioni termiche del deserto di Atacama, famoso per le calde temperature di giorno e l’estremo freddo di notte. 

Facilmente visibile in lontananza, per raggiungerla basterà percorrere la lunghissima Pan-American Highway conosciuta anche come Route 5, situata a circa 70 km dalla città di Antofagasta.


Perfettamente mimetizzata nel paesaggio desertico e completamente isolata, la Mano del Desierto è spesso vittima del vandalismo di qualche turista. Sconsiderati “writers” che, armati di vernice o bombolette spray, la imbrattano con ogni sorta di graffiti e disegni. Ma grazie all’intervento di alcuni volontari, la statua è sottoposta a una completa ripulitura ogni sei mesi, una sorta di restauro in grado di riportarla al suo colore originale.



Fonte: http://mybestplace.com

Un cratere greco col mito di Edipo scoperto in Bulgaria


Gli scavi dell’antica città di Apollonia Pontica, sulla costa bulgara del Mar Nero, hanno portato al ritrovamento di uno splendido vaso greco a figure rosse, utilizzato dai Greci per mescolare acqua e vino. 
 Il cratere è pressoché completo tranne per i due manici.

 Si tratta probabilmente della scoperta più importante effettuata l’anno scorso in questo sito, e viene oggi svelata al pubblico grazie a una mostra presso il Museo Archeologico Nazionale di Sofia.

Il cratere raffigura il mito di Edipo e della Sfinge.

 Edipo, figlio di Laio e Giocasta, venne abbandonato e adottato da Polibo, re di Corinto, e da sua moglie. Diventato adulto, Edipo visitò l’oracolo di Delfi per scoprire chi fossero i suoi veri genitori.
 La risposta dell’oracolo fu che avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. E in effetti, durante una lite nel cammino verso la città di Tebe, uccise senza saperlo il proprio padre.

 A Tebe incontrò la Sfinge, il mostro alato con la testa di donna e il corpo di leone, che gli pose un indovinello e, qualora non avesse indovinato, l’avrebbe divorato.

 Il famoso enigma parla di qualcosa che all’inizio si muove su quattro zampe, poi su due e infine su tre: l’uomo, che striscia da bambino, cammina da adulto e si regge con un bastone da anziano. Edipo indovinò la soluzione, la Sfinge si buttò da una rupe e Tebe venne liberata. 
Come ricompensa, fu nominato re e sposò Giocasta, la sua vera madre.


 Gli archeologi diretti da Pavlina Devlova e Iliya Kirov hanno scavato le fondamenta di una casa del 1826, nella città vecchia dell’odierna Sozopol.
 Gli strati archeologici scoperti ripercorrono la storia di questa antica città: un edificio del periodo ottomano, una necropoli medievale, una cappella cristiana dell’XI-XII secolo d.C., sepolture antiche tagliate nella roccia e forse i resti di un’abitazione di fine VI o inizio V secolo a.C.
 Il cratere greco è stato datato al secondo quarto del V secolo a.C. È stato inoltre trovato un askos della metà del VI secolo a.C., un tipo di vaso greco utilizzato per servire piccole quantità di liquido come oli o unguenti.

La città venne fondata dai Greci di Mileto verso il 610 a.C. col nome di Antheia. 
Fu poi ribattezzata Apolonnia Pontica dopo la costruzione del tempio dedicato ad Apollo.

 Nel 2016 erano state scoperte le rovine di un santuario dedicato alle dee Demetra e Persefone. 



Fonte: ilfattostorico

lunedì 23 aprile 2018

Leggende del Ponte Carlo a Praga


Un antico ponte in pietra sul fiume Moldava, chiamato a collegare la Città Vecchia al quartiere di Malá Strana: è il Ponte Carlo, nel cuore di Praga. Ed è luogo di leggende.

 Simbolo della città, è calcato ogni giorno da centinaia di persone. Lungo i suoi 515 metri, qui artisti di strada si esibiscono al fianco di musicisti e venditori di souvenir, mentre turisti e cittadini camminano l’uno al fianco dell’altro. 

Voluto dal Re di Boemia e Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo IV, fu progettato dall’architetto Petr Parléř, già firma della Cattedrale di San Vito e del Castello di Praga.


Costruito tra il 1357 e il 1402 (ma le 30 statue barocche di santi che scandiscono i suoi lati iniziarono ad essere posizionate qui a partire dal XVIII secolo), il Ponte Carlo è in realtà molto celebre soprattutto per le leggende di cui è oggetto.

 La leggenda più affascinante, anche se a tratti un po’ macabra, ha per oggetto la statua di San Giovanni Nepomuceno.

 Si racconta che il re Venceslao IV, contrariato dal fatto che San Giovanni, allora prete di corte, si fosse rifiutato di riferirgli quanto detto in una conversazione con la regina, lo punì tagliandogli la lingua e uccidendolo. 
I suoi resti sarebbero stati gettati dal Ponte Carlo e, nel punto in cui caddero, avrebbero fatto brillare cinque stelle nell’acqua. 
Quelle stesse cinque stelle che oggi sono il simbolo del Santo. 

La statua di San Giovanni Nepomuceno si trova oggi nel punto esatto da cui il corpo sarebbe stato gettato: si ritiene che, accarezzare la sua croce, porti fortuna. Ecco perché, spesso, di fronte alla statua si assiste ad una lunga fila!




Ma non è questa l’unica leggenda che ha per oggetto il Ponte Carlo. Carlo IV, quando ne ordinò la costruzione, chiese a tutti gli abitanti dei villaggi lì vicini di inviare quanti più albumi riuscissero a recuperare, affinché potessero essere impastati con la malta per tener saldi i pilastri.
 Si racconta che, gli abitanti di Velvary, per la paura che i gusci si rompessero durante il viaggio, decisero di inviare… uova sode! Verità oppure no, secondo la leggenda per molto tempo tutto quanto si costruiva di giorno crollava poi durante la notte.
 A questo punto, l’architetto decise di fare un patto con il diavolo: se lo avesse aiutato nella costruzione, Satana avrebbe potuto rubare l’anima alla prima persona che avrebbe attraversato il ponte durante la notte.
 Pensando di ingannarlo, l’architetto liberò – all’imbrunire – un gallo sul ponte: ma il diavolo si accorse di tutto, e rubò l’anima di sua moglie dopo averla fatta giungere sul ponte per soccorrere il marito fintemente ferito.

 Infine, il Ponte Carlo pare essere legato a doppio filo ai Vodink, i folletti che secondo gli abitanti del luogo vivrebbero nelle acque della Moldava.
 Si racconta che trascinino le persone cadute nel fiume nelle loro grandi pentole per “conservarle”, ma c’è un fatto – curioso e crudele – di cui si dice siano stati protagonisti. 
Arrabbiato col proprietario di un carretto per aver sporcato le acque del fiume, un Vodink avrebbe atteso l’uomo in prossimità del ponte, mentre i cavalli si abbeveravano, per trascinarlo nella Moldava e imprigionare per sempre la sua anima nella sua pentola.


Se di giorno il Ponte Carlo è tutto un brulicare di vita, di notte – in effetti – qualche brivido lo regala.
 Sembra che le statue si muovano, che parlino, che si mettano comode. 
E c’è chi sostiene che, quando sull’isola di Kampa (isola sita nel cuore della Moldava, nel centro di Praga) nasce un bambino, si animino per festeggiarlo. E per promettergli protezione.



Fonte: siviaggia.it

Il Tempio di Wat Samphran, la torre avvolta dalle spire di un drago


Questo insolito e misterioso edificio, chiamato Tempio di Wat Samphran e raramente presente nei classici percorsi delle guide turistiche, si trova all’interno del distretto di Sam Phran, nella provincia di Nakhon Pathom, in Thailandia. 

Si tratta di una torre di 17 piani colorata di rosa, alta 80 metri e completamente avvolta da un enorme e bellissimo dragone verde.


Il tempio dista solo 40 chilometri da Bangkok e le sue origini restano tutt’ora sconosciute. 
La torre appare abbandonata e priva di qualsiasi manutenzione, forse a causa di un presunto stupro avvenuto verso la metà degli anni ’90, che vide implicato un abate buddista.


La Torre del Dragone di Wat Samphran è sicuramente un luogo di culto, ma non risponde alle comuni norme progettuali dei tempi thailandesi, che solitamente prevedono una divisione tra l’area dedicata al Buddha e il luogo di residenza dei monaci.
 Alcuni turisti affermano che i piani superiori della torre siano abitati da un gruppo di religiosi.


L’intero complesso è costituito da piccoli templi e splendidi monumenti, tra cui una statua di bronzo del Buddha gigante.

 Il drago, costruito in ferro e fibra di vetro, al suo interno è completamente vuoto e nonostante sia privo d’illuminazione, è anche percorribile a piedi. 
È possibile raggiungere la testa attraverso delle scale, anche se la maggior parte dei turisti preferisce usare l’ascensore.


Un tempio particolare e davvero straordinario, avvolto dal mistero che invoglia a conquistarne la vetta, per poi restare ulteriormente stregati da un panorama mozzafiato.



 Fonte: http://mybestplace.com

venerdì 20 aprile 2018

Hell’s Bells , le misteriose stalattiti sottomarine


Le Hell’s Bells sono insolite e splendide formazioni geologiche recentemente scoperte nelle profondità marine del Cenote Zapote, la famosa grotta situata a ovest di Puerto Morelos, nella penisola messicana dello Yucatan.
 Si tratta di strane stalattiti che misurano fino a due metri di altezza, immerse a una profondità che varia dai 28 ai 33 metri. 
Per la loro bizzarra forma, somigliante a una “campana”, hanno guadagnato l’appropriato soprannome di “Campane dell’Inferno”
.

Queste strutture si sono calcificate sott’acqua in un ambiente completamente buio, tra una mescolanza di acqua dolce e una porzione di acqua salata tossica, priva di ossigeno e ricca di solfuro. 

Un gruppo di ricerca tedesco-messicano guidato dal Prof. Dr Wolfgang Stinnesbeck, dell’Istituto scientifico dell’Università di Heidelberg, ha recentemente pubblicato che la crescita di queste “formazioni cave” potrebbe essere avvenuta attraverso l’azione di alcuni microbi coinvolti nel ciclo dell’azoto, a causa della loro potenziale capacità di aumentare il pH e quindi di supportare la precipitazione della calcite. 
I ricercatori, attraverso la datazione uranio-torio del carbonato di calcio, hanno anche scoperto che la crescita è avvenuta sott’acqua, dimostrando che le “campane” si sono formate in tempi antichi.


Secondo il Prof. Stinnesbeck, questo mondo sottomarino rappresenta un ecosistema in grado di fornire le condizioni ideali per la formazione delle più grandi concrezioni calcaree subacquee di tutto il mondo.

 Queste stalattiti, non solo sono uniche per forma e dimensioni, ma anche e soprattutto per metodo di crescita. Infatti, i depositi minerali di questo tipo scoperti in precedenza sono molto più piccoli e meno visibili delle Hells Bells.


I Cenotes dello Yucatan sono una delle meraviglie naturali più affascinanti del Messico e del mondo, intrecciati alla religione e al mistero della civiltà Maya che li considera “pozzi sacri”, fonti di acqua potabile dalle proprietà spirituali e curative. 

In queste caverne, sotto le profondità dell’oceano si nascondono mondi misteriosi ancora tutti da scoprire, luoghi sommersi di grande bellezza che, come in questo caso, sono in grado di regalare l’ennesimo prodigio di madre natura. 

 Fonte: http://mybestplace.com

giovedì 19 aprile 2018

Mada’in Salih: l’Arabia saudita aprirà ai turisti l'incredibile sito archeologico


Ci sono tesori dell’umanità che sono difficili da raggiungere. 
Uno di questi è Mada’in Salihl, un’antica città dell’Hijaz, in Arabia Saudita, abitata in tempi antichi da Thamudeni e Nabatei e occupata dai legionari romani durante l’espansione di Traiano nel Medioriente, importante rotta di commercio e crocevia per molte culture.


Una zona non abitata, distante 22 chilometri dalla città più vicina, cui sorgono 131 sontuose tombe intagliate nella roccia, che sta per diventare un sito storico aperto ai turisti di tutto il mondo.
 Una novità resa possibile grazie ad un nuovo accordo firmato da Francia e Arabia Saudita, ma soprattutto grazie al principe ereditario Mohammed Bin Salman che ha aperto il Paese ai visti turistici. 

 Questa zona rocciosa è particolarmente affascinante. 
Alcune delle iscrizioni rinvenute sono state datate al primo millennio avanti Cristo. E tutti gli elementi architetturali presenti risalgono invece al periodo dei Thamudeni e dei Nabatei, ovvero fra il secondo secolo avanti Cristo e il secondo dopo Cristo. 
E recentemente sono state scoperte anche delle testimonianze dell’occupazione romana.

 Nel 2008, l’Unesco ha iscritto Mada’in Salih tra i patrimoni dell’umanità, rendendolo il primo patrimonio riconosciuto dell’Arabia Saudita e riconoscendo le peculiarità uniche di questo incredibile sito archeologico della regione di Al-Ula.








Ora, con l’aiuto della Francia, il paese saudita progetta di proteggere e promuovere il sito, sviluppando un programma di turismo sostenibile che «consentirà ai visitatori locali, regionali e internazionali di Al-Ula di sperimentare la ricchezza del patrimonio culturale dell’Arabia Saudita, delle civiltà arabe e dei valori locali».


L’accordo include «la conservazione del patrimonio archeologico, lo sviluppo dell’ospitalità e delle offerte culturali secondo rigorosi standard ambientali e il coinvolgimento delle comunità locali come beneficiari dello sviluppo del turismo».

 Fonte: lastampa.it
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