lunedì 9 settembre 2013

Buonanotte

Zimbabwe, 41 elefanti uccisi col cianuro “La più grande strage nel nostro Paese”



I bracconieri hanno contaminato con il cianuro le acque in cui gli elefanti andavano ad abbeverarsi
Le autorità: «Le carcasse degli animali diventeranno cibo infetto, innescando una lunga scia di morte»
L’allarme: «Il traffico d’avorio è in continuo aumento in Africa» Hanno versato litri di cianuro nelle acque dove del lago dove andavano ad abbeverarsi gli elefanti dell’ Hwange National Park, nello Zimbabwe, uccidendo 41 esemplari.
Il business dell’avorio continua a fare strage di animali in Africa, ma quello che è accaduto venerdì 6 settembre è considerato dalle autorità locali lo sterminio più grave della storia del Paese.
La morte di questi elefanti può avere infatti conseguenze potenzialmente gravissime sull’ecosistema del parco.
«Gli animali che si ciberanno delle carcasse saranno contagiati e moriranno, diventando a loro volta cibo infetto, in una catena letale che potrebbe protrarsi per anni provocando centinaia di vittime tra gli esemplari che popolano il parco».
L’allarme arriva dalle autorità locali, che hanno arrestato i sei bracconieri responsabili dell’avvelenamento, già pronti a ricavare dalla vendita dell’avorio un gruzzoletto di 120 mila dollari.



I numeri del traffico di zanne di elefante nel continente africano sono drammaticamente raddoppiati dal 2007 a oggi.
Le stime ufficiali parlano di 25 mila esemplari uccisi negli ultimi anni.
In Tanzania ne muoiono in media 30 al giorno, una strage quotidiana che sta decimando la seconda più grande oasi di elefanti in Africa. «Il tasso di povertà è in continuo aumento - avvertono le autorità - e il racket illegale dell’avorio rischia di espandersi a macchia d’olio coinvolgendo anche aree , come il Sudafrica, che fino ad oggi erano conriserate “oasi felici” per gli animali».

tratto da La Zampa.it

Bene arrestati i bracconieri, ma chi compra da loro NOOOOOO?
Non scandalizziamoci ipocritamente noi occidentali, perché se non ci fosse  domanda non ci sarebbe offerta. Quindi dire poveri animali e poi andare a comprare oggettini d'avorio è vergognoso oltre che un reato (oggetti di avorio moderno). Queste persone mi fanno più schifo dei bracconieri,almeno loro hanno la motivazione, di essere nella miseria più nera. 

UTOPIAAAAAAAAAAA!!!




A casa mia tutti hanno un umore nero
Le occhiaie sotto i piedi
Rispondono a grugniti.
Ora ho capito il perché....
Sbaglio farina !!!

La legge della relatività.........

"Quando un uomo siede vicino ad una bella ragazza per un'ora, pensa che non sia passato più di un minuto.
Ma fatelo sedere sopra un termosifone bollente per un minuto, crederà che siano passate delle ore. ...
Ecco cos'è la Relatività".

(Albert Einstein)

Cimatica (La scienza delle onde)



La Cimatica è una scienza vecchia come il mondo, se ne parla gia' nei testi Veda.
L’Universo e’ UN TUTT'UNO energetico manifestato da Vibrazioni.
Tutta la creazione è una sinfonia di suoni, di vibrazioni, in cui le singole parti si inseriscono attratte dalla risonanza con i suoni simili. Quindi la Cimatica e' una scienza che studia le forme prodotte dalle onde ossia dalle frequenze che possono essere vibratorie, sonore, elettromagnetiche, ecc.
Un inciso quindi il parlare con tono adatto, puo' determinare vibrazioni recepibili anche dal DNA....con possibilita' di riprogrammazione....dello stesso! -
Il nome Cimatica deriva dal greco “chima”, cioè onda.
“In principio era il Verbo” dice il vangelo di Giovanni nella Bibbia ed in sanscrito e' scritto nel “Nada Brahama”= “Il mondo è suono” - Straordinaria l'assonanza fra la parola latina "verbum" (verbo) e la vibrazione....

Nel 1787 il giurista, musicista e fisico tedesco Ernst Chladni pubblicò Entdeckungen ùber die Theorie des Klanges (Scoperte sulla teoria dei suoni). In questa ed altre opere all'avanguardia Chladni, nato nel 1756 {lo stesso anno di Mozart) e morto nel 1829, pose le fondamenta di quella disciplina della fisica che avrebbe poi assunto la denominazione di acustica, la scienza del suono.
Uno dei successi di Chladni fu quello di escogitare un metodo per rendere visibile quello che le onde sonore generano.
Con l'ausilio di un archetto di violino che sfregava perpendico­larmente lungo il bordo di lastre lisce ricoperte di sabbia fine, egli realizzò gli schemi e le forme che oggi vanno sotto il nome di "figure di Chladni".
Qual era il significato di questa scoperta ? Chladni dimostrò una volta per tutte che il suono di fatto influisce sulla materia fisica e che ha la prerogativa di creare schemi geometrici.
In questo modo Chladni dimostra che il suono, le vibrazioni, influisce veramente sulla materia e inizia a studiare a fondo l’argomento fondando una nuova scienza: la Cimatica.
Tuttavia fu solo nel ventesimo secolo che la Cimatica riprese grazie ad uno scienziato svizzero: Hans Jenny.
Utilizzando le sofisticate apparecchiature moderne Jenny misurò, fotografò, sperimentò gli effetti delle vibrazioni sonore di ogni tipo sui più diversi materiali e scoprì che le forme create dal suono erano prevedibili.
Per esempio, determinati suoni corrispondono sempre alle stesse figure, inoltre, scoprì che acclamando i suoni di antichi linguaggi come il sanscrito o l'ebraico, le figure che si producevano, disegnavano il simbolo alfabetico che si pronunziava.
Cosa scoprì Hans Jenny nelle sue ricerche ?

In primo luogo, nei suoi esperimenti Jenny realizzò tanto le figure di Chladni quanto quelle di Lissajous(http://it.wikipedia.org/wiki/Figura_di_Lissajous).
Scoprì inoltre che se faceva vibrare una lastra secondo frequenza e ampiezza specifiche— vibrazione — sul materiale della lastra comparivano le forme e gli schemi di movimento caratteristici di quella vibrazione.
Se modificava la frequenza o l'ampiezza, variavano anche lo sviluppo e lo schema.
Scopri che se aumentava la frequenza, altrettanto accadeva alla complessità degli schemi; il numero degli elementi diventava maggiore.
Se, d'altro canto, aumentava l'ampiezza, i movimenti diventavano ancor più rapidi e tumultuosi e potevano persino creare piccole eruzioni dove il materiale effettivo veniva scagliato in aria.
Le forme, le figure e gli schemi di movimento che comparivano si dimostrarono essere principalmente una funzione della frequenza, dell'ampiezza e delle caratteristiche inerenti ai vari materiali.

Life of Flowers

La cultura di Ozieri


La cultura di Ozieri (o di San Michele) fu una cultura prenuragica che si sviluppò in tutta la Sardegna durante un periodo di tempo che va dal 3800 a.C al 2900 a.C. 
Il suo nome deriva dalla zona in cui sono state rinvenute le testimonianze più importanti e precisamente in una grotta chiamata di San Michele, nei pressi della cittadina di Ozieri. 
Gli scavi archeologici effettuati nel 1914 e successivamente 1949, hanno portato alla luce oggetti con rifiniture fino ad allora mai viste in Sardegna. 
Tali ritrovamenti evidenziarono chiaramente il notevole progresso sociale e culturale conseguito dalle popolazioni preistoriche sarde, progresso che si estese anche oltre lo stretto di Bonifacio, fino alla vicina Corsica.
 Nella grotta di San Michele furono rinvenuti vasi finemente lavorati e forniti di tripodi, con motivi geometrici incisi elegantemente sull'argilla e colorati con ocra rossa. I più datati si presentavano di forma tonda e poco rifiniti, mentre quelli di epoca più tarda erano fortemente stilizzati e con una forma più affinata.
 Sulla base di questi importanti ritrovamenti gli archeologi sono concordi nel definire la Cultura di Ozieri come la prima grande cultura sarda.

Gli studiosi considerarono questo tipo di vasellame una novità per la Sardegna neolitica e fino ad allora simili manufatti erano ritenuti tipici delle isole Cicladi e di Creta. 
Si presume che a seguito di importanti migrazioni provenienti proprio da quelle lontane isole, nuove tecniche manifatturiere, nuove conoscenze nella metallurgia e nuovi stili di vita, vivificarono le esistenti culture, dando un notevole impulso ai commerci e originando una più evoluta società civile organizzata stabilmente in tante comunità.
 Alla luce di queste preziose testimonianze l'origine della Cultura di Ozieri fu definita di provenienza orientale e tali ritrovamenti dimostrarono inequivocabilmente il forte scambio culturale e commerciale intercorso tra i sardi prenuragici e popolazioni neolitiche greche.
 Secondo uno dei più noti studiosi della preistoria sarda Giovanni Lilliu, una peculiarità di questa cultura fu l'evolversi progressivo da una originaria società di tipo urbano e sedentario, ad una società rurale e contadina, dove le popolazioni vivevano prevalentemente raggruppate in piccoli villaggi. 
Questa importante caratteristica - sempre secondo il noto studioso - ha un preciso significato storico perché individua le origini e spiega i successivi modelli di sviluppo della Sardegna attraverso i secoli, modelli calcati (in parte ancora oggi) sul tipo di società del villaggio. Sono stati rinvenuti dappertutto nell'Isola, sia nelle pianure che nelle montagne, più di 200 piccoli centri rurali, costituiti prevalentemente da capanne costruite in pietra, con un muro circolare (ma anche rettangolare) sul quale veniva poi adagiata una struttura in legno ricoperta successivamente di frasche. 
A Puisteris, vicino a Mogoro ne è stato ritrovato uno formato da 267 capanne, si pensa erette anche su pali infissi nel terreno. I pavimenti erano costituiti da lastre di calcare, di acciottolato di basalto o argilla battuta.
 La totale mancanza di fortificazioni a difesa dei villaggi e la scarsità di armi rinvenute nelle sepolture, lasciano intuire che queste genti coabitavano pacificamente il territorio e nessuna evidenza lascia trasparire segni di quella bellicosa classe di guerrieri che sorgerà, più tardi, fortissima e dominante, durante la civiltà nuragica, anche se, nella facies gallurese, già si intravede la nascita di una particolare aristocrazia, in contrasto con la struttura tendenzialmente democratica della corrente principale nella cultura di Ozieri.


Importanti vestigia testimoniano tra le genti abitanti la Sardegna in quel periodo, il graduale svilupparsi di un articolato universo spirituale con vari e particolari culti ad esso connessi. Tra questi, sicuramente il più importante fu quella relativo ai defunti ed al loro caratteristico seppellimento inumatorio in particolari grotticelle scavate abilmente nella roccia. I ricercatori ritengono questa usanza tipica di quelle società contadine che, sviluppando particolari concezioni sacre, identificarono nella conservazione dei corpi una maniera per assicurarne anche la rigenerazione della vita, rigenerazione che - secondo queste credenze - avveniva attraverso la naturale rinascita stagionale dei cicli vegetativi.
 Anche la colorazione dei cadaveri con ocra rossa aveva un significato rigenerativo in quanto il rosso era il colore del sangue e dipingendoli di rosso - secondo queste credenze sulla fertilità - si restituiva la vita.
 Così come le capanne costituivano un villaggio, così le sepolture erano raggruppate in piccole necropoli che i sardi successivamente chiamarono Domus de Janas. Molte di esse, quelle più monumentali, sono considerate sepolture di capi politici e forse anche religiosi, come avveniva a Creta ed in altre parti dell'oriente mediterraneo. 
La raffinatezza con la quale erano decorate le pareti ed il ritrovamento di elaborati manufatti confermano le ipotesi di una società molto ben organizzata e culturalmente avanzata. 
Numerosi sono gli esempi di queste particolari costruzioni e si possono distinguere principalmente due tipi di sepolture: - Le tombe ipogeiche, chiamate appunto Domus de Janas. - Le sepolture a circolo, o circoli megalitici, tipici della facies gallurese.Ne sono state ritrovate - sparse su tutta l'isola - più di 1.000 camere funerarie tagliate nella pietra e considerate indubbiamente di Cultura Ozieri. Legate a particolari credenze, esse rappresentavano le case abitate dai defunti durante la vita terrena ed erano perciò articolate con varie stanze e con precisi orientamenti, fornendoci in questo modo, una reale rappresentazione delle vere abitazioni, delle quali non ci sono pervenute che poche tracce, essendo state costruite essenzialmente in legno. 
Le pareti delle tombe erano sovente ornate da simboli magici in rilievo: teste di bue più o meno stilizzate, corna taurine, spirali o altri disegni geometrici. La riproduzione di alcune particolari case d’abitazione ricordano le tombe etrusche ma queste sono datate in epoche ben più recenti. Ad Anghelu Ruju, nella zona di Alghero, si notano porte finte e protomi taurine dipinte sugli architravi delle tombe.


Verso la fine del IV millennio e l’inizio del III, nelle gallure vennero edificate un particolare tipo di tombe, dette a circolo. È oramai accertato che la cultura di Ozieri al suo interno dava vita a varie differenziazioni.
 Una di queste è il cosiddetto aspetto dei circoli megalitici, chiamato fino a non poco tempo fa come cultura di Arzachena o anche aspetto culturale corso-gallurese, in quanto i ricercatori ritenevano le importanti strutture megalitiche galluresi e corse, espressione di una differente cultura.
 Le più recenti scoperte hanno invece dimostrato che i circoli megaliti galluresi sono stati in realtà edificati da genti di Cultura Ozieri, a conferma della diversità esistente all’interno della stessa cultura principale. Molto suggestive, queste particolari sepolture sono costituite da pietre infisse verticalmente seguendo la circonferenza di un cerchio e delimitando un’area al centro della quale si trovava una ulna in pietra di forma quadrangolare, la cui utilità, si suppone, fosse quella di contenere i corpi scarnificati dei defunti, ormai ridotti a scheletri dopo una lunga esposizione agli agenti atmosferici.


La religiosità di queste popolazioni era strettamente legata alla natura e a tutte le sue manifestazioni (come le fonti d’acque, la pioggia, i boschi), ma dalle testimonianze dei reperti archeologici, traspare un importante culto legato alla fecondità e che aveva come figura centrale la Dea Madre, come i loro predecessori neolitici. 
La rappresentavano attraverso statuine di marmo e di argilla, dalle forme lineari e geometriche, a testimonianza di una concezione matriarcale del divino che richiama da vicino le piccole statuine delle isole egee, evidenziando ancora una volta la prossimità culturale fra l'Oriente e l'Occidente del Mediterraneo.


Caratteristica della cultura Ozieri è la figura astratta del Dio Toro

Ilion (Troia)


Antica città dell'Asia Minore sulla collinetta di Hisarlik, a pochi chilometri dal Mar Egeo, fondata, secondo la leggenda, da Ilio (per cui fu detta anche Ilio).
 Capitale della Troade, munita di possenti fortificazioni da Apollo e da Posidone, Troia, che controllava lo stretto dei Dardanelli e il commercio dei metalli tra l'Egeo, il Mar Nero e la zona danubiana, fu assediata per circa nove anni da un esercito greco in guerra contro la città asiatica per vendicare l'oltraggio (il ratto di Elena) subito dal re di Sparta da parte di Paride, figlio del re di Troia.
 Il mitico conflitto, cantato dal poeta Omero nell'Iliade, si conclude con la caduta della città. 
La Troia omerica uscì dal limbo della leggenda per una serie di rilevamenti archeologici per i quali è stato possibile identificare con relativa certezza l'esistenza della città descritta nell'Iliade. D'altra parte la guerra scoppiata tra i popoli greci e i Troiani è storicamente accettata. Ne fu motivo il tentativo greco di espandersi verso il Ponto Eusino ed è presumibile che l'evento svoltosi tra il sec. XIII e il XII a. C. sia stato mitizzato a emblematizzare lo scontro "classico" tra civiltà greca e civiltà asiatica. 
Risorta nel sec. VIII, Troia ebbe speciali cure da parte dei Romani che la consideravano culla della gens Julia


A onor del vero, le rovine della città che causò il tormento esistenziale di Heinrich Schliemann, il mercante tedesco che s'improvvisò archeologo e riportò alla luce i sette strati della città per secoli favoleggiata, sono per molti turisti un po' deludenti. 
Si arriva alle rovine di Troia, con emozione, aspettando di vedere i luoghi eroici dove combatterono per dieci anni Achille ed Ettore, Agamennone e Menelao, a causa dei begli occhi e dei capricci di Elena. 
 Confesso che potei a stento dominare la mia commozione, quando vidi dinanzi a me l'immensa pianura di Troia, la cui immagine era già apparsa ai sogni della mia prima fanciullezza , così scriveva Schliemann, ex garzone ed ex commerciante, che lasciò tutto per seguire un sogno, con il solo aiuto di un libro: l'Iliade
.

È vero, non è rimasto granché a Troia, ma questo è il suo fascino: come Schliemann, ognuno può sognare e fantasticare sulla propria città omerica. 
Situata tra due piccoli fiumi, giunti quasi alla loro foce, lo Scamandro e il Simeto, la collina di Issarlik ricopre le molteplici stratificazioni della città e guarda quel mare che, ai tempi di Omero, era molto più vicino.
 Si entra nel cuore di Troia superando bastioni formati da imponenti blocchi di pietra ben squadrati e sovrapposti: ciò che resta delle sue mura inespugnabili. 
La Porta Orientale introduce il visitatore in un intrico di fondamenta di abitazioni e depositi; da un sopralzo si scruta il mare dal quale i Troiani, in un giorno lontanissimo, videro le vele minacciose della navi greche avanzare verso la riva. Pietre sparse qua e là è tutto ciò che resta del tempio dorico di Atena Ilia. 
Si dice che lo stato così rovinoso del tempio sia da attribuire a terremoti ed eserciti distruttori, ma anche alla ricerca estenuante di Schliemann, che s'incaponì nel cercare il mitico tesoro di Priamo proprio in questo luogo. E procedette con metodi che farebbero raccapricciare gli archeologi di oggi, trovando infine, nel 1873, una straordinaria serie di monili d'oro battezzati gioielli di Elena, con i quali agghindò la giovane moglie e la ritrasse.


Comunque sia andata, a Schliemann, oltre alle critiche per i metodi operativi, va riconosciuto il merito di aver dato una plausibile localizzazione al sogno romantico di tanti archeologi, di tanti studiosi di storia antica o semplicemente di tanti lettori innamorati dell'Iliade

buongiorno

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