giovedì 12 settembre 2019

Tra gli antichi Maya una comunità di navigatori giunti dal Mediterraneo


Un rituale funerario tipico di antiche culture mediterranee, ma sconosciuto nelle civiltà americane pre-colombiane, è stato scoperto nella necropoli di Comalcalco, città maya sulla costa del golfo del Messico: sepolture di corpi in giara (la cui simbologia potrebbe significare il ritorno nel ventre della madre terra all'interno dell'utero, rappresentato dal vaso contenitore) sono state portate alla luce numerose nel complesso cimiteriale della città e, insieme ad altri forti indizi emersi in scavi recenti, autorizzano l'ipotesi (da verificare) dell'insediamento di una comunità di navigatori giunti dal Mediterraneo.


 E' viva l'attesa dell'esito degli scavi, tutt'ora in corso. "La recentissima scoperta della necropoli di Comalcalco - spiega l'archeologa americanista italiana Maria Longhena - ha restituito numerose sepolture in giara: questo tipo di rituale funerario, molto in uso presso antiche culture del Mediterraneo, non trova corrispondenze nei contesti americani".




La città di Comalcalco, nell'attuale stato messicano del Tabasco, fiorì nel periodo classico Maya (circa 250-980 d.C.), ma la sua fondazione, rivela Longhena, "affonda le sue radici già nel periodo pre-classico.

 Il sito presenta caratteristiche singolari e avulse dal contesto culturale maya e comunque amerindio, che da molti decenni sono oggetto di discussione tra gli studiosi.
 In particolare, l'uso dei mattoni di argilla cotti in forno per la costruzione delle piramidi, e il sistema di condutture idriche sempre in argilla cotta: entrambi gli elementi rappresentano un unicum nel Nuovo Continente", ma costituiscono elementi architettonici comuni nell'antico Mediterraneo.


Fonte: www.rainews.it

mercoledì 11 settembre 2019

Il vulcano Kelimutu e i suoi incredibili laghi colorati


Sulla cima del vulcano Kelimutu, la cui ultima eruzione risale al 1968, nella piccola isola di Flores, in Indonesia, si trovano tre laghi di origine vulcanica che regalano un panorama spettacolare con i loro giochi cromatici dovuti alle reazioni chimiche dei minerali presenti nell’acqua e alla fuoriuscita di gas sotterranei composti da biossido di zolfo, anidride carbonica, cloruro di idrogeno e solfuro. 


L’isola di Flores deve il suo nome ai primi esploratori portoghesi che vi giunsero nel 500’. 
Furono loro a chiamarla “Cabo del Flores” (Capo dei Fiori) proprio per la ricchezza di fiori e piante assolutamente unici.

 In un’area ad alto rischio sismico sorge Tiwi Ata Mbupu, soprannominato “lago degli anziani”, con i suoi colori dall’azzurro al blu intenso. Stando alle numerose credenze locali, è qui che le anime degli anziani si riuniscono per riposare dopo una vita giusta.



A circa 200 metri di distanza si trovano altri due laghi, divisi da una roccia di un netto spessore: il più grande è il Tiwu Nuwa Muri Kooh Fai, tra il verdino ed il turchese pallido, noto anche come “lago degli uomini giovani e delle fanciulle”, mentre il più piccolo, Tiwu Ata Polo, detto “lago incantato” o “vita da strega”, varia tonalità dal marrone al rosso sangue.
E' il lago degli spiriti del male.


I tre bellissimi laghi cangianti, considerati sacri dagli indigeni perché luogo del riposo delle anime dei defunti, furono scoperti nel 1915 dall’olandese Van Tale Talen ma resi noti al mondo solo nel 1929 da Y. Bouman, che nei suoi scritti raccontò i meravigliosi specchi d’acqua dai colori variopinti.

 Tratto da: meteoweb

martedì 10 settembre 2019

I meravigliosi giardini di agrumi a Pantelleria


Se dovesse capitarvi di raggiungere la meravigliosa Pantelleria, avrete modo di notare dei curiosi muretti in pietra lavica di forma prevalentemente circolare, alti fino a 3-4 metri, tutt’intorno a singoli alberi di agrumi.
 Ebbene, questi muretti apparentemente solo decorativi, svolgono in realtà un’importante funzione: proteggono le piante dai forti venti tipici dell’isola, dalla salsedine e persino dalla siccità dato che trattengono all’interno l’umidità notturna, formando così un microclima ideale per la crescita degli alberi e dei loro deliziosi frutti, senza bisogno di ricorrere all’irrigazione artificiale.




I recinti sono i famosi giardini di agrumi panteschi, ovvero di Pantelleria, che nel dialetto locale prendono il nome di “jardinu”. Bisogna infatti sapere che la parola giardino nell’etimologia originaria significa recinto, e da qui deriva il nome dei giardini, che sono appunto recinti protettivi risalenti addirittura ai Sumeri del terzo millennio a.C., epoca a cui risalgono le prime testimonianze della loro presenza. 
 Ma al di là della funzione pratica si nasconde un aspetto simbolico perché questi giardini rappresentano il grembo materno, uno spazio sacro, chiuso, che protegge il proprio “bambino”.
 D’altronde per crescere alberi pieni di frutti succosi, occorre coltivarli con lo stesso amore che una madre dona al proprio figliolo. 


 Gran parte di questi giardini “culla” hanno forma circolare ma ne esistono anche di rettangolari e pentagonali. E in tutto sull’isola se ne trovano circa 500. 

 Tra i più rappresentativi e meglio conservati si ricorda il giardino situato in Contrada Khamma, donato al FAI dalla cantina siciliana Donnafugata.


Realizzato in un anfiteatro naturale formato da terrazze coltivate a vigneti di Zibibbo, ha la forma classica del giardino pantesco, con piccola apertura per accedervi, pianta circolare, diametro di 11 metri, altezza fino ai 4 metri, struttura in pietra lavica a secco.
 Il recinto protegge una pianta di arancio dolce “Portogallo”. 

 Laura De Rosa

martedì 3 settembre 2019

Durlindana: la straordinaria storia della Spada del Paladino Orlando


Benché non famosa come Excalibur, la leggendaria spada di Re Artù, la Durlindana (o Durendal, Durindana, Durendala) non ha niente da invidiare alla più conosciuta arma del Re di Camelot, almeno in fatto di storie mitiche sulla sua origine, sul suo potere e sulla sua fine. 

Al contrario di Excalibur, estratta dalla roccia (almeno in alcune versioni del mito) da Artù, la Durlindana finisce la sua gloriosa carriera, non si sa bene come, incastrata in una parete rocciosa verticale, in uno sperduto villaggio francese : Rocamadour 


 Prima di allora era stata l’arma indistruttibile del più valoroso dei paladini di Carlo Magno, Orlando (o Rolando), l’eroico cavaliere protagonista della Chanson de Roland. 

 In realtà Orlando non è una figura leggendaria: prefetto della marca di Bretagna morì veramente nella battaglia di Roncisvalle (778 d.C.). 
Di lui, come persona reale, si sa ben poco, ma in compenso è diventato il protagonista di molte storie medioevali del ciclo carolingio, nelle quali si dice che è nipote di Carlo Magno, e addirittura il più valoroso dei Dodici Pari, ovvero i migliori guerrieri della corte imperiale. 

 E se non è leggendaria la battaglia di Roncisvalle, la narrazione che ne viene fatta nella Chanson è totalmente romanzata.
 I nemici, che nella realtà erano baschi, nel racconto epico diventano saraceni, ovvero musulmani da combattere a costo della vita, per la sopravvivenza della cristianità.

 Nella retroguardia, pur di non richiamare l’esercito di Carlo Magno, Orlando muore, non colpito da un nemico, ma per aver suonato con troppa forza il suo olifante. 
Ma solo quando, ormai ridotti in tre sopravvissuti, si decide ad avvisare l’imperatore della tragica disfatta, non per invocare soccorso (che sarebbe stato disonorevole), ma per consentire alle forze cristiane di annientare quelle musulmane.


E morendo si preoccupa della sua preziosa e potente spada, la Durlindana: preziosa perché contiene sacre reliquie (un dente di San Pietro, sangue di San Basilio, capelli di San Dionigi e un lembo della veste di Maria) e potente perché indistruttibile.

 Nelle storie del ciclo carolingio non è ben chiara quale fosse l’origine della spada, ma pare fosse stata forgiata dal mitico Weland, fabbro che compare nelle leggende nordiche.

 Nella Chanson de Roland invece, la Durlindana viene consegnata addirittura da un angelo a Carlo Magno, che poi ne fa dono al paladino più valoroso, il nipote Orlando.


Nel racconto medioevale, Orlando tenta di distruggere la spada per non farla cadere nelle mani dei nemici, lanciandola contro un costone di roccia.

 La Durlindana rimane intatta, ma in compenso si rompe la roccia


L’eroico cavaliere allora decide di nascondere la spada sotto il suo corpo, quando ormai arrivato allo stremo, si accascia sul terreno in attesa della morte, che puntuale arriva insieme a uno stuolo di angeli che lo portano in cielo. 

 Per non si sa quali vie misteriose, la straordinaria Durlindana sarebbe poi finita incastrata in una roccia di Rocamadour, pittoresco villaggio dell’Occitania, dove oggi è legata a una catena per evitarne il furto.


 Fonte: vanillamagazine

domenica 1 settembre 2019

Il “sesto senso” del piccione viaggiatore


I piccioni viaggiatori, i cosiddetti "postini del cielo", furono protagonisti del mondo delle comunicazioni fin dall'antichità. Merito delle loro prestazioni, impensabili per qualsiasi altro servizio che sfruttasse spedizioni via terra: riuscivano a coprire in una sola giornata oltre 900 chilometri, all’incirca la distanza aerea tra Roma e Praga.

 L’uso dei piccioni viaggiatori si diffuse già nell’antico Egitto (all’incirca dal 2900 a. C.), soprattutto in ambito militare per il recapito dei messaggi dai fronti di guerra. 


 L'uso dei colombi viaggiatori iniziò quando ci si rese conto che era possibile sfruttare una loro particolarissima caratteristica: l’istinto che li induce a far ritorno, se allontanati, al luogo in cui sono nati. Scoperto ciò, i primi allevatori dovettero soltanto affinare le tecniche di allevamento dei piccioni, con un lungo processo di selezione e incroci di razze.


I centri di allevamento oltre che in Egitto sorsero in Cina, in India e in Persia, e ben presto i piccioni viaggiatori si affermarono anche nel mondo greco.

 Questa particolare “posta aerea” si tramandò poi all’epoca romana e medioevale: nel XII secolo si stabilì un regolare servizio di colombi viaggiatori tra Baghdad e la Siria, mentre durante le Crociate i Saraceni lo usarono per scambiarsi informazioni sui movimenti degli eserciti cristiani.


 L'epoca d'oro di questi volatili in ambito bellico fu però durante l’assedio di Parigi del 1870-1871 (guerra franco-prussiana), quando i francesi poterono comunicare con l’esterno della città solo grazie ai fidi volatili. 
A partire da allora i colombi vennero arruolati da quasi tutti gli eserciti del mondo.


 Diedero il loro meglio nelle due guerre mondiali, quando molti di loro divennero vere celebrità.
 Nel primo conflitto ai colombi furono affidate le comunicazioni tra le forze alleate (opposte ai tedeschi) in particolare nella battaglia della Marna (1914) e nell’offensiva delle Argonne (1918).




I volatili-spia contribuirono, tra le altre cose, all’organizzazione dello sbarco in Normandia (6 giugno 1944).

 L’evento fu annunciato in Inghilterra da un colombo che riuscì a beffare le misure anti-piccioni tedesche. 
Questo e altri suoi compagni di specie furono insigniti della Dickin Medal, una medaglia speciale legata a un premio nato nel 1943 (su idea della veterinaria Maria Dickin) per onorare la categoria degli “animali soldato”. 
Alle eroiche gesta di questi piccioni sono stati dedicati perfino monumenti in numerose città, tra le quali Bruxelles, dove si trova il Monument au Pigeon-Soldat.


Nei primi decenni del Novecento i colombi cominciarono poi ad affiancare al ruolo di postini anche quello di ricognitori e reporter. L’idea era semplice. 
I pennuti venivano dotati di una minuscola macchina fotografica, fissata al petto con un sistema di cinghie e programmata con un timer per scattare foto in sequenza lungo la rotta. 
Il vantaggio rispetto ad altre tecnologie (come gli aquiloni o i palloni aerostatici) era di poter volare a quote relativamente basse e ottenere scatti dettagliati senza essere intercettati.


Ai nostri giorni vi è persino chi, nell’era della comunicazione digitale e delle fughe di notizie sul Web, sostiene che in certi casi i colombi potrebbero tornare a essere usati. 
Anche se più lenti di mail e chat, assicurano, da sempre, un ottimo livello di privacy. 

Del resto chi, oggi, penserebbe a sguinzagliare rapaci nei cieli, a caccia di “postini volanti”? 

 Fonte: focus.it

giovedì 29 agosto 2019

Riemerge dalle acque l’antica Stonehenge spagnola sommersa da Franco con una diga


Un’antica Stonehenge molto simile a quella inglese, è riemersa sulle rive del Tago in Spagna, ma il rischio è che il cosiddetto tesoro di Guadalperal possa di nuovo essere sommerso se non si prenderanno al più presto seri provvedimenti per preservarlo.


 Il sito era scomparso dopo la costruzione di una diga nel 1963 ordinata da Franco.



Gli abitanti di Peraleda de la Mata (Cáceres) avevano sentito parlare di una serie di pietre antiche a pochi chilometri da casa loro, ma mai e poi mai avrebbero immaginato che quello che hanno ribattezzato come il tesoro di Guadalperal, immaginandolo come qualcosa di unico, riaffiorasse così da un momento all’altro. 

 Adesso sotto quella diga prosciugata in maniera temporanea è venuto alla luce questo complesso megalitico risalente all’età del bronzo.
 114 pietre con camera ovale di cinque metri di diametro e un corridoio di 21 metri di lunghezza che restituiscono al sito il nome originale, ovvero i Dolmen del Guadalperal, danneggiati circa due millenni fa da soldati romani.


Il primo a interessarsi di questa Stonehenge spagnola era stato tra il 1925 e il 1927, il geologo e archeologo tedesco Hugo Obermaier che aveva condotto alcuni scavi nella zona scoprendo questo tesoro.
 Obermaier,aveva trovato numerosi oggetti esposti attualmente in un museo di Monaco di Baviera.

Ma dopo con la costruzione della diga voluta dal generale Franco, il complesso megalitico era stato travolto dall’acqua. 

 In alcuni dei megaliti sono scolpiti i serpenti stilizzati come simbolo di protezione, esattamente come in quelli inglesi, esteticamente invece sono pensati come templi del culto del sole e formula di sepoltura a cielo aperto.

 “Pensiamo che il Dolmen di Guadalperal avesse la funzione di centro commerciale e culturale della zona”, spiega Ángel Castaño. “Ma potrebbe anche avere un altro compito importante: proteggere il passaggio di Vega de Alarza”.

La cosa sorprendente è che il sito è emerso nella sua interezza anche se purtroppo le pietre mostrano segni di deterioramento. 

E’ per questo che, temendo che vengano di nuovo sommersi, l’Associazione Culturale Radici di Peraleda vorrebbe farli trasferire per preservarli. 
 “Dopo tutti questi decenni sott’acqua, le pietre hanno iniziato a deteriorarsi: il granito è più poroso, sono comparse delle crepe e altri pezzi sono caduti a terra”, afferma Angel Castaño, presidente dell’associazione.“Ci adopereremo per salvare questa eredità. Vogliamo valorizzare questo monumento per promuovere il turismo, per trasferirlo ma senza separarlo dal suo contesto. 
Fino ad adesso, non vi è stato alcun interesse da parte delle autorità o di chiunque altro”.

 Dominella Trunfio

mercoledì 28 agosto 2019

Il relitto del Titanic è in pericolo


Il Titanic è affondato nell'Oceano Atlantico dopo essersi scontrato con un iceberg nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1912.
 Il suo relitto, che era già leggendario prima che il film con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet ammantasse la tragedia di un ulteriore strato di romanticismo, riposa da allora a una profondità di circa 3800 metri, 600 km a sud ell'isola canadese di Terranova. 

Il relitto giace diviso in due pezzi principali, a circa 600 metri l'uno dall'altro. 

 Per quasi un secolo dal momento del naufragio si è discusso della possibilità di recuperare il relitto, ma il tentativo principale è fallito nel 1996.


 Recentemente un team internazionale di esploratori di acque profonde e scienziati guidati da Caladan Oceanic ha visitato il relitto per la prima volta da 14 anni, attraverso 5 diverse immersioni in 8 giorni all'inizio di agosto 2019. Il team ha usato telecamere modificate appositamente per adattarsi alla struttura del relitto, e i risultati delle ricerche verranno pubblicati insieme a un documentario della Atlantic Productions a Londra.




Purtroppo però l'esplorazione non porta buone notizie: il team ha scoperto che dopo oltre un secolo nella gelida acqua di profondità alla temperatura di circa 1 grado, il relitto è diventato vulnerabile dai vortici ed è sottoposto all'usura di correnti marine in continua variazione. 
Sale, batteri e corrente stanno avendo sul relitto un effetto peggiore del previsto. 

Uno "scioccante deterioramento" è stato osservato negli alloggi degli ufficiali, dove il capitano aveva le sue stanze. 
"La vasca da bagno del Capitano era una delle immagini preferite degli appassionati del Titanic e ora non c'è più", afferma Parks Stephenson, storico del Titanic. "e il deterioramento continuerà ad avanzare. ”


Sul sito la squadra ha deposto una ghirlanda e tenuto una breve cerimonia in onore delle vittime del 1912.

 A breve potrebbe crollare anche il tetto del salone di prua, oscurando gli interni della nave.

 La natura sta facendo il suo corso e non ci sono elementi che facciano sperare che il processo rallenti o si fermi.

 Fonte:esquire.com

lunedì 26 agosto 2019

Un antico quartiere di Atene ai piedi dell’Acropoli


Passeggiare in un antico quartiere ateniese sopravvissuto dall'età classica ai tempi bizantini.

 Il Museo dell'Acropoli della Grecia ha recentemente aperto il sito di scavi archeologici che si trova proprio sotto all'edificio progettato dall’archistar Bernard Tschumi, situato ai piedi della collina dell’Acropoli.

 La nuova area è stata aperta per celebrare i dieci anni del museo, che ospita tanti capolavori dell'antichità greca.
 Ma non stiamo parlando di una tradizionale ala museale, bensì di un vero e proprio quartiere fatto di case, cortili, strade, botteghe, bagni di lussuose dimore, tombe, pozzi e sistemi di drenaggio, scoperte durante i lavori di costruzione del palazzo.


Per preservare i ritrovamenti, il museo soprastante «galleggia» su dei pilastri di cemento.
 E ora «i visitatori possono scendere fino alle fondamenta per ammirare le antiche rovine della città di Atene, in particolare nell'area a sud dell'Acropoli», ha spiegato il direttore del museo, Dimitris Pantermalis. 

Lo scavo archeologico mostra i resti di un antico quartiere ateniese, «la maggior parte di epoca romana e bizantina, ma alcuni risalgono anche all’Atene classica».






Fra le strutture riportate alla luce c'è anche quello che resta della dimora di un ricco ateniese, risalente al VI secolo dopo Cristo, con i suoi sontuosi pavimenti a mosaico e la camera in cui gli ospiti potevano stare al caldo prima o dopo un tuffo in piscina. 

«Speriamo di presentare presto anche i reperti raccolti durante lo scavo, per offrire ai visitatori un quadro completo della vita quotidiana dell'antica Atene». 


Un affascinante viaggio nel tempo e nella vita quotidiana delle persone che hanno vissuto all'ombra dell'Acropoli per oltre 4.500 anni.

 Fonte: lastampa

sabato 24 agosto 2019

L'oro bianco di Cervia


La prima cosa che si ricorda di Cervia? Le sue montagne di sale, i cumuli bianchi che si stagliano all’orizzonte da ovunque si guardi. E poi le vasche che si ripetono tutte uguali e i fenicotteri rosa.

 E’ qui che inizia il racconto del sale, delle saline e della città fondata. 

Cervia era fino al 1600 una città di terra, che si trovava a monte delle saline in un antico insediamento, qualcuno dice perfino etrusco, che si chiamava Ficocle. Tutta la vita degli abitanti della città delle alghe (questo significa letteralmente Ficocle infatti) era legata alla vita del sale.


Il lavoro era assicurato, ma la fatica era tanta, così come i problemi, non ultima la malaria.
 Quel borgo antico, in mezzo alle saline era diventato invivibile. Eppure il sale era ricchezza.

 I signori, i padroni, prima il Papa, poi il Doge di Venezia, quindi, per un brevissimo periodo i signori di Cesena, i Malatesta, infine nuovamente e a lungo il Papa, lo chiamavano l’Oro Bianco.
 Per loro, per gli abitanti della vecchia Ficocle, a monte delle saline, era sudore, saliva da sputare e sangue.
 Era soprattutto morte sicura a causa della malaria.

 Così lottano gli abitanti e quando la lotta non basta più implorano. Chi implorano? Il Papa. 
Chiedono al signore che tutto può di poter distruggere pezzo per pezzo le proprie case, la piazza, la chiesa, per poter ricostruire tutto più a valle, sulla marina, al di là delle saline, dove già il Papa sta facendo costruire i Magazzini del Sale, dove dovrà essere custodito il prezioso oro bianco e la Torre San Michele che dovrà stare, silente ed eretta, sempre sveglia, a guardia del prezioso sale. 

Finalmente, dopo anni di richieste, Papa Innocenzo XII concede il suo benestare per la ricostruzione della città.
 Nel 1697 il Papa firma infatti il chirografo che cambierà del tutto la storia di questa piccolissima comunità. 

Cervia Nuova nasce quindi come città fortificata, attorno alla sua economia, la produzione del sale, per questo viene anche considerata una città industria o “città fabbrica”.


D’altra parte il sale è sempre stato prezioso, non a caso lo chiamiamo l’oro bianco. 

Il sale è stato lungo il petrolio del mondo, in epoca classica e moderna e soprattutto è stato il petrolio del Mediterraneo e quindi dei paesi che vi si affacciano, dall’Europa e dall’Africa. 

L’intera storia dell’alimentazione è legata al sale, alla necessità di dare sapore alle pietanze e quindi alla vita.


La Salina di Cervia è la più a nord d’Italia e si estende per 827 ettari, in un parco naturale, oggi porta sud del Parco del Delta del Po e da sempre riserva naturale di popolamento per molte specie animali e vegetali. 

 La salina è grande un terzo dell’intera estensione del comune di Cervia ed è compostata da oltre 50 bacini, formati ognuno da tre vasche, complessivamente lunghe un chilometro e larghe 453 metri. E’ qui che si forma e si raccoglie il sale, in maniera artigianale, proprio come avveniva un tempo, ma con l’ausilio di una nastro trasportatore e di un carrello, che è in tutto e per tutto un trenino. 


L’uso di macchine per la raccolta risale al 1959 e da allora - salvo nella Salina Camillone, dove la raccolta avviene ancora a mano, con il metodo detto a raccolta multipla – ogni anno da fine agosto a inizio settembre avviene il rito della cavadura. 

La cavadura è la raccolta del sale. 
L’acqua del mare viene fatta entrare dal canale immissario, che si trova a Milano Marittima, all’altezza della prima traversa e viene movimentata nei canali che percorrono l’intera area del territorio di Cervia.

 Di passaggio in passaggio l’acqua di mare viene fatta defluire, evaporare e concentrare al punto che si crea il sale. 

Il sale quando viene raccolto è bagnato e molto pesante: il suo colore tipico è il rosa. Il rosa gli deriva dal colore dell’acqua di mare concentratissima nella quale vive un microorganismo unicellulare, un granchietto rosso, l’artemia salina, che dà il tipico colore non solo ai bacini salanti e al sale, ma anche al piumaggio dei fenicotteri rosa.


Ma perché il sale di Cervia è dolce?

 La posizione della salina, le caratteristiche dei bacini e del mare Adriatico, del sole e del vento, fanno in modo che il sale che se ne ricava sia costituito di cloruro di sodio purissimo, con una bassa, quasi inesistente presenza di altri cloruri più amari, come il solfato di magnesio, di calcio, di potassio e il cloruro di magnesio. 
Inoltre la scelta di non essiccare artificialmente, né sbiancare chimicamente il sale, lo lascia integrale e ad alta solubilità. 
 Il sale dolce di Cervia mantiene infatti l’umidità che gli deriva dal suo percorso nelle vasche e anche il suo colore tipico, che non è bianchissimo, ma anzi ha in sé tutte le sfumature del rosa e del grigio che gli derivano dal percorso produttivo e storico. 

Quindi è un sale dolce e integrale, che mantiene inalterate le caratteristiche di salubrità fondamentali per la vita.

 Il sale dolce di Cervia è infatti ricco di oligoelementi presenti nell’acqua madre (e utilizzati nella linea benessere) come iodio, zinco, rame, magnese, ferro, calcio, magnesio e potassio. 


 Fonte: gustoinviaggio

martedì 20 agosto 2019

Ricreato dagli scienziati il leggendario profumo di Cleopatra


Per avere un’idea di quanto Cleopatra amasse il profumo possiamo ricorrere alle parole di Shakespeare che scrisse che le vele della regina egizia erano “così profumate che i venti erano malati d’amore per loro“. 

 Secondo un’antica leggenda, poi, quando Cleopatra visitò per la prima volta Marco Antonio a Tarso, rivestì le vele della sua barca reale con un profumo così forte da far sentire l’odore della nave prima che lei arrivasse. 


 È difficile dire quante di queste storie siano vere, ma è abbastanza certo che Cleopatra (e gli antichi egizi in generale) adoravano i profumi e ora uno di questi, proprio quello avrebbe potuto utilizzare Cleopatra, è stato ricostruito da alcuni esperti.


Robert Littman, archeologo all’Università delle Hawaii a Mānoa, e il suo collega Jay Silverstein stavano lavorando a uno scavo dell’antica città egiziana di Thmuis, fondata a nord del Cairo, nel delta del Nilo, circa 6.500 anni fa.
 La città era anche luogo di produzione di alcuni dei più famosi profumi antichi. 
Quindi non è stata una grande sorpresa quando i due archeologi, scavando, hanno scoperto un’antica fabbrica di profumi.

 Il sito, risalente a 2.300 anni fa, era pieno di piccole ampolle di vetro e anfore di argilla utilizzate per conservare i profumi.
Il team ha raccolto tutto ciò che poteva e l’ha inviato ad appositi laboratori di analisi in modo da individuare le fragranze utilizzate e ricostruire l’antico profumo. 


 L’analisi ha individuato una fragranza che aveva una consistenza densa simile all’olio d’oliva il cui ingrediente principale era la mirra, una resina naturale estratta da alcuni alberi spinosi.

 Il team ritiene che la miscela contenesse anche cardamomo, olio d’oliva verde e cannella.
 Il profumo, che i ricercatori hanno ricreato sulla base di informazioni chimiche e storiche, era forte e speziato, con un leggero sentore di muschio, ha dichiarato Littman che ha poi aggiunto: “Che emozione sentire l’odore di un profumo che nessuno ha odorato per 2000 anni e che Cleopatra avrebbe potuto indossare”


Il profumo ricostruito sembrerebbe essere molto più forte della maggior parte dei profumi moderni e anche più persistente. 

Nonostante questa sia in realtà probabilmente una buona approssimazione dell’antico profumo, fino al completamento dell’analisi chimica che è ancora in corso, è difficile dire esattamente come fosse formulato. 
Inoltre, mentre le fragranze recuperate erano rappresentative dell’antico Egitto, Cleopatra molto probabilmente aveva una sua miscela personalizzata che però non discostava di molto da questa. 


Se volete anche voi provare l’antico profumo potete farlo recandovi alla mostra del National Geographic Museum “Queens of Egypt” a Washington. 


 Francesca Biagioli

lunedì 19 agosto 2019

I pipistrelli usano le foglie come specchi per scovare le prede


Una nuova tattica si aggiunge alla guerra senza esclusione di colpi tra insetti e pipistrelli: in base a uno studio pubblicato su Current Biology, i piccoli mammiferi sanno regolare l'angolazione del loro sonar biologico per scovare anche le prede che speravano di sfuggire all'ecolocalizzazione. 
La maggior parte dei pipistrelli caccia producendo richiami sonori e interpretando i segnali sonori di rimbalzo. 
Con questa tecnica è facile trovare un insetto in volo anche in piena oscurità, ma se lo stesso insetto si acquatta immobile e silenzioso su una foglia, risulta pressoché invisibile: il suono riflesso dalla preda si mescola con quello rimandato dalla superficie verde, e la presenza dell'insetto passa inosservata.


Per molti anni si è creduto che i pipistrelli fossero praticamente ciechi a falene e libellule che usano questa strategia. Fino a quando Inga Geipel, scienziata dello Smithsonian Tropical Research Institute (STRI) di Panama, non ha pensato di studiare le strategie di caccia dei chirotteri usando un biosonar e telecamere ad alta velocità. 

 Prima di osservare i pipistrelli all'opera, Geipel ha bombardato alcune foglie artificiali con onde sonore da 500 diverse angolazioni, con e senza insetti, e ha registrato l'eco rimandato in cinque diverse frequenze sonore udibili dai pipistrelli.
 Negli eco riflessi ad angolazioni di 30 gradi o inferiori c'era troppo "rumore".
 I segnali sonori relativi ai pipistrelli si perdevano tra quelli rinviati dalla vegetazione. 
Ma ad angoli obliqui maggiori, la foglia si comporta come uno specchio d'acqua che rifletta il paesaggio circostante all'alba o al tramonto, quando il Sole non è più sopra la testa e le immagini sono più nitide.
 La maggior parte delle onde sonore veniva riflessa via dalla foglia, in una direzione diversa da quella di provenienza, e al mittente ritornavano soltanto le onde sonore mandate dall'insetto.


Da questi test, gli scienziati hanno previsto che i pipistrelli avrebbero approcciato le foglie da un'angolazione compresa tra i 42 e i 78 gradi.
 E così è stato, quando hanno osservato i piccoli pipistrelli insettivori Micronycteris microtis in una serie di esperimenti comportamentali.
 In quasi tutti i casi, i predatori hanno diretto il loro sonar nell'angolazione ideale per percepire le prede.


La scoperta cambia la nostra percezione di ecolocalizzazione: non ci sarebbe da stupirsi, dicono gli scienziati, se in altre specie di chirotteri si venissero a scoprire altre strategie di compensazione delle zone grigie di questa tecnica di caccia. 

 Fonte: focus.it

sabato 17 agosto 2019

La surreale foresta sommersa cui gli alberi crescono "al contrario"


Il Kazakistan è uno stato transcontinentale, posto tra Europa ed Asia e rappresenta il nono paese più vasto al mondo.
 I suoi paesaggi, posti al crocevia tra due continenti tanto diversi tra loro, offrono spesso viste mozzafiato.
 Per quanto non abbia accesso al mare, il Kazakistan è pieno di laghi e fiumi sulle cui sponde la vegetazione cresce rigogliosa.
 Ma esiste un lago, in Kazakistan, la cui vista può essere considerata una delle più affascinanti al mondo.


Il lago Kaindy ha una lunghezza di 400 metri ed è profondo 30.
 È probabilmente il più suggestivo specchio d'acqua del mondo. 
Si trova a 129 chilometri di distanza dalla città di Almaty, la più popolosa del Kazakistan, a quasi 2000 metri sul livello del mare (1667 per l'esattezza).


Quando si arriva nella regione e lo si intravede da lontano, il lago non appare così insolito. 
La vista è già molto suggestiva, ma non sembra particolarmente degna di nota. 

 Tuttavia, ad uno sguardo più attento e più da vicino, si nota subito cosa renda speciale questo luogo.
 Nel lago di Kaindy, infatti, gli alberi crescono al contrario: dalla superficie appaiono solo i tronchi, che però non sembrano appartenere ad alberi ancora vivi.


È solo guardando al di sotto della superficie dell'acqua che si scoprono le fronde di quelli che, apparentemente, sembrano tronchi privi di vita. 

La vista è meravigliosa, al punto che, secondo le parole dell'Ufficio turistico di Almaty, il lago è uno dei luoghi più fotografati della terra.


Ovviamente, i più innamorati di questa meravigliosa località sono i sub.
 Chiunque abbia un brevetto per escursioni subacquee è il benvenuto. 

Il periodo migliore per le visite è tra primavera ed estate: tra aprile e settembre, infatti, viene permesso ai turisti di stazionare in tenda sulle rive del lago.


Non è ancora del tutto chiaro come gli alberi abbiano sviluppato questo tipo di adattamento. 

Tutto è cominciato nel 1911 quando nella regione ci fu una forte scossa di terremoto (7.7 della scala Richter). 
Questa crepò la terra e diede origine ad una diga naturale. 
Col tempo, le gelide acque piovane inghiottirono gli abeti rossi caduti a terra durante il terremoto.

 Questi continuano a vivere crescendo al contrario e trasformando i propri aghi in stalattiti vegetali davvero suggestive.





Fonte: www.curioctopus.it
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