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venerdì 16 ottobre 2020

Buchette del vino: cosa sono le antiche finestrelle che stanno tornando in uso in Toscana


 Stanno tornando di moda a Firenze le antiche buchette del vino. Utilizzate durante l’epidemia di peste ora trovano nuovo uso per favorire il distanziamento sociale ai tempi del coronavirus.

Le “finestre del vino” o “buchette del vino” risalgo al XVI secolo. Allora furono progettate per servire i clienti senza avvicinarsi direttamente a loro, l’apertura infatti veniva utilizzata per il passaggio delle bevande.


Un’antica tradizione che sta riprendendo forza durante la pandemia.

Nel XVI secolo i proprietari terrieri dovevano diversificare il loro reddito e per questo furono incoraggiati dalla famiglia fiorentina dei Medici a coltivare la vite e vendere la loro produzione di vino senza passare per intermediari.

Intorno all’anno 1532 nacquero in Toscana queste caratteristiche piccole aperture, intagliate a mezza altezza nei muri delle cantine e dei negozi, utili ai commercianti per servire le loro bevande a distanza di sicurezza. 

Le finestre del vino ebbero un improvviso fervido successo a causa dell’esplosione dell’epidemia di peste del 1630.

Le buchette, infatti, aiutavano a ridurre i contatti tra venditori e acquirenti e di conseguenza limitavano il rischio di contagio. Ma chi se l’aspettava che, dopo tutto questo tempo, sarebbero tornate utili proprio nel corso di un’altra pandemia?

Molto apprezzate nel Rinascimento, le finestrelle caddero gradualmente in disuso. 

Tuttavia, un evento inaspettato, ha rianimato l’uso di queste aperture: appunto l’epidemia di Covid-19.


Ancora presenti in Toscana (sono oltre 150 nella sola Firenze), le buchette stanno quindi tornando utili per servire non solo vino ma anche il più moderno Spritz, caffè, gelati, panini e altro. 


Un modo che hanno gestori e clienti per continuare a vendere e consumare cibo e bevande negli spazi pubblici, senza mettere a rischio la propria salute.


Fonte: greenme.it

giovedì 15 agosto 2019

Ferragosto : significato, origine e legame con l’Assunzione di Maria


Ferragosto, dal latino Feriae Augusti (vacanze di Augusto) è una festa antichissima.
 Agosto è tradizionalmente il mese del raccolto nei campi, quando il duro lavoro invernale e primaverile giunge a compimento e i granai possono cominciare a riempirsi delle messi: nella Roma antica, le festività che celebravano questo momento importantissimo dell’anno erano chiamate Consualia, ma tutto il mese era caratterizzato da un’insolita concentrazione di ricorrenze che a loro volta si rifacevano a tradizioni più antiche, addirittura preistoriche. 

Il 13 agosto era inoltre il giorno dedicato al culto della dea Diana, patrona della luna e della maternità e quindi legata a doppio filo con i riti della crescita e della vegetazione.


Fu l’imperatore Ottaviano Augusto ad aggiungere al calendario le “feriae Augusti” (il riposo di Augusto) con un’abile mossa propagandistica, collegando cioè il culto della sua figura a un momento di meritato riposo per tutti i contadini che avevano speso ogni energia per la coltivazione dei campi.


L’occasione era ideale anche per celebrare Vertumno, dio delle stagioni, Conso, dio dei campi e Opi, dea della fertilità.

 Più tardi a questi omaggi si unirono anche quelli legati a divinità di origine orientale, come la dea madre sira Atagartis, fino a rendere quel giorno di metà agosto un unico grande omaggio a tutti i numi che avessero in qualche modo a che fare con i concetti della crescita, del concepimento e della nascita. 

 Da sempre il Ferragosto in Italia è carico di una simbologia legata all’estate e alla fioritura: già durante le “Feriae Augusti” erano una usanza le gare e le processioni di animali addobbati a festa per le vie del paese, e ancora oggi molte tradizioni ancora esistenti in Italia si ispirano allo stesso principio, con palii, “cavalcate” e “infiorate” varie.
 Basti pensare, ad esempio, al senese Palio dell’Assunta, dove la gara si mescola all’omaggio verso la Vergine.


Il giorno di Ferragosto era poi quello in cui i lavoratori ricevevano una speciale mancia dai loro padroni, usanza talmente radicata da diventare obbligatoria durante il Rinascimento tramite decreto pontificio.
 Secondo alcuni studiosi, la “tredicesima” degli odierni stipendi discende proprio da questa tradizione.


 In generale, come spesso accade in feste così antiche la distinzione tra le classi sociali tendeva a scomparire, e gli eventi con cui si rendeva omaggio alla fine del raccolto erano tra i più “democratici” di tutto l’anno, e non era affatto raro vedere il padrone ballare insieme al contadino. 


 Come tante volte è successo per le festività di derivazione pagana, la Chiesa cattolica ha cercato di abolire e ha poi provveduto a dotare di un significato religioso anche il Ferragosto, dedicando il giorno all’Assunzione in cielo della Beata Vergine, dogma di fede stabilito da papa Pio XII il primo novembre del 1950.


Al giorno d’oggi Ferragosto è quindi il giorno di festa più importante di mezza estate, variamente celebrato nelle varie località d’Italia secondo i diversi usi e costumi della tradizione. 

 Fonte: visionealchemica

lunedì 8 aprile 2019

Gevelstenen: le tavolette colorate di Amsterdam che indicavano il proprietario della Casa


Passeggiare col naso rivolto all’insù non è certamente consigliabile, soprattutto in una città piena di canali come Amsterdam. 
Eppure, per vedere delle piccole curiosità, chiamate gevelstenen, occorre alzare lo sguardo all’incirca a 4 metri dal suolo. E ne vale la pena, perché sono delle tavolette di pietra, o di terracotta, dipinte a colori vivaci, che non hanno uno scopo puramente estetico. 

Prima che ad Amsterdam gli edifici cominciassero a essere contraddistinti da un numero civico, le gevelstenen avevano proprio la funzione di identificare gli indirizzi.






Ogni costruzione, privata o pubblica, aveva sulla facciata una targa di pietra, scolpita e dipinta con colori vivaci, che spesso indicava quale funzione avesse l’edificio, oppure quale mestiere esercitasse il proprietario.

 Le gevelstenen sono caratteristiche del tessuto urbano di Amsterdam, che oggi ne conta all’incirca 850, ma in tutti i Paesi Bassi ce sono più o meno 2500.




Gli olandesi iniziarono a usarle nel 16° secolo, quando poche persone erano in grado di leggere e scrivere.
 Le pietre dipinte erano un modo pratico per identificare un edificio, senza rischio di sbagliare.

 Una penna d’oca indicava che nella casa viveva uno scrittore, il disegno di una nave raccontava che l’edificio era di proprietà di un marinaio.


In alternativa, le gevelstenen esercitavano una funzione di “protezione”, con citazioni delle sacre scritture, oppure immagini religiose, a sottolineare la fede dei proprietari.


C’era poi qualche buontempone che nella tavoletta scriveva un motto scherzoso o un gioco di parole, anche senza un’immagine. 


Le gevelstenen avevano stili molto diversi fra loro: alcune hanno un’aria quasi naif, altre sono più estrose, oppure di un’assoluta semplicità. 

 Nel corso degli ultimi decenni molte di queste tavole sono state restaurate, e rappresentano una inconsueta fonte di informazioni sulla cultura, l’economia, la religione e la politica tra il 16° e il 18° secolo nei Paesi Bassi. 

 Nel 1875, quando ad Amsterdam furono introdotti i numeri civici, le gevelstenen persero la loro funzione pratica, e la tradizione andò scomparendo, per riprendere piede negli ultimi decenni.



Fonte: vanillamagazine.it

lunedì 11 marzo 2019

La storia dell’autostrada irlandese deviata per salvare un albero sacro delle fate


E’ una storia molto singolare quella dello scrittore contemporaneo di origine irlandese Eddie Lenihan, che nel 1999 riuscì a salvare un “fairy bush” (cespuglio delle fate, costituito da un albero con intorno alcuni cerchi noti come “fairy forts” o “forti delle fate”) dall’edificazione di un tratto di autostrada nella contea di Clare, in Irlanda.

 La notizia, riportata all’epoca dall’Irish Times, dall’Independent, dal New Irish News, suonerebbe quasi assurda, se non fosse che realmente i lavori stradali intrapresi in quell’area furono interrotti e modificati dopo l’intervento sul posto di quest’uomo.


 Eddie Lenihan, nato nel 1950 nel paesino di Brosna, è uno degli ultimi seanchai (in scozzese seanchaidh, che significa “portatore dell’antica tradizione”, cioè colui che tramanda oralmente le storie narrate dagli antichi Bardi) esistenti. 
Da sempre cultore di tradizioni e folklore irlandesi, nonché autore di numerose poesie, fiabe e libri per bambini dedicati a fate, angeli caduti e creature soprannaturali di derivazione celtica, Lenihan è molto noto anche per il suo fervente attivismo ambientalista.
 Il suo impegno, infatti, è rivolto a tematiche legate al processo di industrializzazione di questi ultimi cinquant’anni, che ha letteralmente trasformato e ridotto le aree rurali dell’isola verde. Proprio a proposito di queste sue riflessioni circa lo stravolgimento paesaggistico verificatosi nella sua terra natìa, Lenihan ha scritto un libro, dal titolo “Meeting the Other Crowd: The Fairy Stories of Hidden Ireland”. 
Nel testo, egli parla dell’ardua convivenza del popolo delle fate con l’attuale territorio irlandese, tema che avvalorò anche la sua disputa a favore dell’interruzione di un importante cantiere stradale.


All’epoca dei fatti era in carica, presso la contea di Clare, l’ingegnere Tom Carey, cui era stato commissionato dalla NRA (National Roads Authority) il progetto per edificare un tratto di autostrada in grado di bypassare le città di Ennis e New Market On Fergus, entrambe collocate in quella contea, con un appalto da circa 100 milioni di sterline.

 L’area soggetta a rastrellamento, in vista della cementificazione del tratto stradale, prevedeva l’eliminazione di tutta la vegetazione, compreso il famoso cespuglio delle fate. 

A quel punto, Eddie Lenihan, interpellando le autorità preposte, informò che l’abbattimento di quel cespuglio, che era uno storico “forte” sacro alle fate, avrebbe causato una serie di sventure alla popolazione locale e a chiunque, in macchina, moto o a piedi, attraversasse quel tratto.

 Durante i due mesi successivi alla segnalazione fatta dallo scrittore, il consiglio, riunitosi per deliberare la decisione sul prosieguo o meno dei lavori, stabilì di rimuovere tutti i resti archeologici e vegetali dell’area, ad eccezione del cespuglio fatato. Lo stesso ingegnere Tom Carey sostenne che fosse possibile proseguire i lavori, “girando attorno” al fairy bush, per non distruggerlo. 

 In seguito a tale scelta, Lenihan, soddisfatto che le sue parole fossero ascoltate, constatò che il cespuglio delle fate sarebbe potuto diventare la vera attrazione turistica della contea di Clare.


Secondo lui, il cespuglio costituiva un segno di demarcazione lungo un sentiero fatato, utilizzato come punto di incontro dalle creature dei boschi della provincia di Munster (comprendente anche la contea di Clare) , che si accingevano a raggiungere il campo di battaglia dove avrebbero combattuto contro le fate della provincia di Connacht.

 Sotto il fairy bush, dichiarò Mr Lenihan, le fate si sarebbero raggruppate e consultate su quali fossero le migliori tattiche di battaglia.


Le città di Munster e Connacht sono, a tutt’oggi, tappe turistiche ricche di parchi e alberi delle fate: a Munster, in particolare, è possibile percorrere il Fairy Trail (la “pista delle fate”), presso il Templemore Park, ricco di percorsi naturalistici e alberi con tanto di porticine delle fate attaccate ai loro tronchi (le fairy doors, nei negozi di gadget e souvenir irlandesi, costano dai 25 euro in su e vengono acquistate come regalo da turisti e cittadini del luogo, per addobbare le piante nel proprio giardino). 
Le librerie irlandesi brulicano di libri illustrati su fate, elfi e leprecauni e tengono viva la tradizione millenaria secondo cui i luoghi sacri di Irlanda, tra cui Tara Hill e i Fairy Forts delle varie contee, vanno mantenuti integri e incontaminati. 

 Tratto da: vanillamagazine.it

giovedì 6 dicembre 2018

Perché facciamo l’albero di Natale? Grazie a un miracolo di 1300 anni fa


Perché ogni anno facciamo l’albero di Natale? 

Alberi e piante sempreverdi sono stati usati per celebrare le feste invernali per migliaia di anni, molto prima dell’arrivo del cristianesimo.
 I pagani in Europa usavano rami di abeti per decorare le loro case durante il solstizio d’inverno.
 I primi romani usavano sempreverdi per decorare i loro templi durante i Saturnali, mentre gli antichi egizi giunchi di palma per adorare il dio Ra. 

Ci sono diverse teorie e leggende sul modo in cui l’abete è diventato un simbolo del cristianesimo.
 Una delle più diffuse vede protagonista il monaco benedettino inglese Bonifacio, famoso per il suo lavoro da missionario in Germania durante l’VIII secolo.

Secondo la leggenda San Bonifacio incontrò alcuni pagani tedeschi in procinto di compiere dei sacrifici di fronte a una possente quercia sacra al dio Thor. Il santo afferrò l’ascia e tagliò l’albero per fermarli.
 Secondo il mito da quella quercia nacque un albero di abete. Essendo di forma triangolare, tipica rappresentazione della trinità, divenne simbolo di Cristo e di nuova vita.

 Nella storia moderna l’albero di Natale iniziò a diventare popolare durante il XVI secolo nella Germania occidentale.
 I cristiani cominciarono a portare gli alberi nelle loro case per decorarli con pan di zenzero, noci e mele.
 L’usanza si diffuse poi nelle corti reali e tra i nobili di tutta Europa all’inizio del XIX secolo. 
La regina Vittoria d’Inghilterra e il principe Alberto la resero popolare tra il 1840 e il 1850.
 A tramandare la tradizione alla Regina fu sua madre che era di origine tedesca. 
Grazie a un disegno della famiglia reale che celebrava il Natale attorno a un albero decorato nel Castello di Windsor in ogni casa britannica ne spuntò uno. 
La stessa immagine fu pubblicata due anni dopo negli Stati Uniti e presto l’albero di Natale entrò in voga anche lì.

 In Cina e Giappone gli alberi di Natale sono ormai tradizione. Ma furono introdotti dai missionari occidentali nel XIX e nel XX secolo decorati con intricati disegni di carta. 

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 2 maggio 2018

Il Manneken Pis, simbolo di Bruxelles


Bruxelles non è solo la capitale del Belgio, ma uno dei centri di rilevanza dell'Unione Europea. 
E questa città cosmopolita e dinamica non solo rappresenta bene la multiculturalità del vecchio continente, ma anche il suo antico retaggio e lo sguardo volto al futuro: dai meravigliosi edifici gotici della Grand Place all'immensità modernista dell'Atomium, Bruxelles non manca di monumenti epici e grandiosi che catturino l'attenzione del visitatore. 

 Eppure non è né epica né grandiosa l'attrazione che più di tutte è capace di calamitare orde di turisti: il Manneken Pis, la statua del bambino che fa pipì nella fontana, è il vero simbolo di Bruxelles e sicuramente la sua attrazione più popolare. 

 Il piccolo bambino di bronzo, nudo e ripreso intento a urinare con fare soddisfatto, può sfuggire tranquillamente anche all'occhio del turista più attento: si tratta infatti di una statua di ridotte dimensioni, nascosta per altro all'interno di una nicchia all'angolo di una strada, a sua volta circondata da una cancellata.
 Insomma, se non lo si cercasse, non lo si noterebbe neanche per sbaglio. 
 Ma anche trovarlo per la prima volta non è poi così facile, nonostante sia collocato in pieno centro cittadino. 
La statua è così poco visibile che appare molto meno evidente di come ci si aspetterebbe dall'attrazione simbolo di una città.


Prima di scoprire cosa si celi dietro la statua del bambino che fa pipì occorre sottolineare una cosa: il Manneken Pis che si può vedere in strada a Bruxelles non è originale.
 Si tratta di una copia risalente al 1965.
 La statua originale del Manneken Pis si può osservare all'interno del Museo della Città di Bruxelles, situato all'interno della Maison du Roi, uno degli edifici della Grand Place, al lato opposto del municipio.

 Ma quanto è vecchia la statua del Manneken Pis? 
Non lo sappiamo con certezza, perché la statua originale è andata perduta: sappiamo, da alcuni documenti, che risale al 1451-52.
 Ma non ci sono rimasti disegni originali, solo dipinti di gran lunga successivi alla sua epoca.

 La statua che conosciamo oggi è dello scultore Hieronimus Duquesnoy the Elder, che l'ha probabilmente realizzata e installata nel 1620.
 Da allora il povero bambino ne ha viste di cotte e crude: la statua è stata infatti più volte danneggiata, trafugata e ritrovata nei secoli a venire.
 Le ultime due volte addirittura nel Novecento.
 Una nel 1963: degli studenti dell'Università di Anversa la fecero sparire per ottenere pubblicità per una raccolta di fondi benefica. Grazie alla copertura mediatica della loro bravata, lo scopo fu raggiunto e per questo motivo all'atto della restituzione non ci furono conseguenze.
 Nel 1965 invece il corpo della statua sparì e rimasero solo i piedi e le caviglie.
 Fu ritrovata a pezzi in un canale della zona di Charleroi solo un anno dopo.
 Dopo averla restaurata si decise di preservarla all'interno del museo e sostituirla con una copia: la statua che vediamo ancora oggi.


Per molti la statua del bambino che fa pipì liberamente in pubblico, con un sorriso compiaciuto, rappresenta lo spirito libero e goliardico degli abitanti di Bruxelles.
 Ma al Manneken Pis vengono fatte risalire numerose leggende su quella che dovrebbe essere la sua origine.

 La leggenda più popolare è quella che vede Bruxelles assediata da un esercito nemico e resistere valorosamente.
 Per questo motivo le truppe avversarie decidono di piazzare delle cariche esplosive nelle mura della città.
 Un bambino di nome Julien, ordito il complotto, riesce a spegnere la miccia proprio urinandoci sopra e salvando così la città.
 Per questo motivo la statua del Manneneken Pis è conosciuta anche come Petit Julien in francese, o Julianske in fiammingo: il piccolo Julien era infatti il nome di una statua di pietra che a quanto pare già esisteva molto prima del Manneken Pis originale XV secolo. 

 Un'altra leggenda vuole che il bambino avesse avuto il bisogno di liberarsi, e lo fece proprio sul muro della casa di una strega.
 Questa, adirata, decise di punirlo condannandolo a ripetere il gesto in eterno. Ma un mercante salvò il bambino sostituendolo proprio con la statua e gabbando così la strega. 

 Si racconta anche di un borghese che, arrivato a Bruxelles con il figlio, lo perse in mezzo alla folla.
 Disperato, organizzò una vasta ricerca per trovarlo con l'aiuto degli abitanti della città.
 Il bambino fu avvistato proprio nell'atto di urinare in un angolo. 
Il padre decise così di ringraziare gli abitanti della città erigendo una statua per ricordare il felice momento del ritrovamento
.

Il Manneken Pis non è sempre nudo. Anzi, la maggior parte delle volte sfoggia un completo sempre diverso.
 Una simpatica tradizione è infatti quella di vestire il piccolo Julien con dei vestiti che celebrino culture straniere, ricorrenze particolari, professioni o personaggi di fantasia.
 L'Associazione degli Amici del Mannekenpis si occupa ogni anno di selezionare almeno un centinaio di disegni di diversi "stilisti", e ne sceglie circa una ventina ogni anno. 
Ogni cambio di vestito è accompagnato da una fastosa cerimonia con tanto di banda musicale.
 La statua indossa il vestito di turno per un tot di tempo: generalmente in un anno è coperta per 130 giorni.




Questa tradizione gloriosa va avanti regolarmente dal 1954, anche se ci sono testimonianze di un'abitudine simile risalenti alla sua prima installazione nel XVII secolo. 

 Tutti questi abiti non vengono buttati: fino a poco tempo fa erano ospitati nel magazzino del museo della città. 
Ma dal febbraio 2017 ha aperto un museo tutto dedicato al suo completo guardaroba.
 Si chiama proprio Garderobe MannekenPis ed è situato in Rue du Chêne 19: qui vengono esposti 133 dei suoi abiti. 

 Fonte: travel.fanpage.it

mercoledì 21 marzo 2018

Sakura e Hanami, quando il Giappone diventa magico


Sakura e hanami. Due piccole paroline magiche che aprono le porte ad un mondo incantato, lanciano uno sguardo al Giappone più reale, sospeso tra tradizione e futuro ipertecnologico.
 Sakura e hanami sono la vera essenza del Giappone e lo fanno risplendere nel periodo compreso tra fine marzo e inizio aprile. Legate una all’altra, le due paroline si completano. 
Quando i sakura, ovvero i ciliegi, sono sbocciati è il momento dell’hanami, ovvero ammirare i fiori all’inizio della primavera facendo un pic nic.
 Se uno è fortunato da poter visitare questo Paese così particolare durante questo periodo, avrà realizzato un sogno, avrà la sensazione di vivere in un luogo da fiaba.


Vedere i rami carichi di fiori bianchi gettarsi quasi nel fiume Shirakawa a Kyoto e creare una scenografia di acqua e petali delicati è qualcosa che segna per sempre l’immaginario, soprattutto se si è colpiti dalla Jap-mania.
 Difficile non rimanere coinvolti dalla spasmodica attesa di ogni singolo giapponese davanti ad una pianta in boccio: la studia, la monitora, la coccola. 
 Da Sud, dove sbocciano i primi ciliegi, al Nord, tutto il Giappone va letteralmente in tilt per la fioritura. La sorveglia come noi seguiamo il meteo, anzi, esiste proprio una sistema di bollettini di aggiornamento, previsioni e testimonianze passo passo, da Sud, dall’Okinawa, al Nord, all’Hokkaido, della fioritura, su tutti i media. 


Dalla fine di gennaio, la tensione sale e ogni giapponese attende trepidante il momento di hanami, di poter andare nei parchi cittadini al mattino presto, stendere i teli sull’erba, aspettare di salutare amici e vicini di casa e augurare una festa felice.
 Non solo nei parchi. 
Ogni attimo è buono per hanami, l’importante è che ci sia un albero in fiore per mettersi sotto, anche in piena città, anche con i colleghi di lavoro, e bere qualcosa insieme all’ombra. 
Se poi un petalo di ciliegio cade su una persona, è segno di buona fortuna per l’anno a venire.


Questa tradizione così amata risale al periodo Nara, intorno al VIII secolo.
 La fioritura di sakura coincideva con l’inizio della stagione della semina del riso e il rilancio delle attività agricole: così per propiziare il raccolto venivano fatte offerte alle divinità locali ai piedi dell’albero fiorito e i contadini bevevano sake in onore degli Dei. 

Un secolo più tardi, la corte imperiale di Kyoto riprese e ampliò questa festa, accompagnandola con piatti sofisticati e sake raffinati e legandola alla contemplazione dei fiori e alla scrittura di poesie. In breve tempo, quest’usanza di bere e mangiare sotto gli alberi in fiore fu ripresa dai samurai e in seguito dal popolo, fino a diventare, nel XVII secolo, una tradizione nazionale.


I sakura giapponesi non fruttificano: sono ciliegi particolari, coltivati unicamente per i fiori, sono diventati simbolo di un Paese, si trovano ovunque, nell’arte, nella cucina, con i dolcetti sakura mochi (pasta di fagioli rossi avvolta da riso pestato e tinto di rosa, avvolto da una foglia di ciliegio salata), nella cerimonia del tè, dipinti sulle sete per i kimono, negli inevitabili souvenir, persino ritratti sulla moneta da 100 yen e scolpiti nei tombini delle strade di Osaka. 

 I fiori bianchi tendenti al rosa durano pochi giorni ma bastano per rendere unico il panorama. 
 Inevitabilmente, durando così poco, sono anche il simbolo della bellezza effimera, una metafora della vita, bella e luminosa, ma anche fragile e passeggera, e hanno ispirato poeti, pittori e musicisti, dalle canzoni tradizionali fino a quelle moderne dell’effervescente pop made in Japan. 
 Con i sakura, e poco prima a febbraio con ume, i pruni di un rosa più intenso, inizia la primavera e le città cambiano volto diventando ancora più magiche.
 Soprattutto Kyoto, così meravigliosamente persa nel tempo e nella tradizione: visioni candide di rami e fiori stregano lunga la Passeggiata del Filosofo, incorniciano il Padiglione d’oro che tinge di colore brillante il laghetto davanti, abbelliscono il Palazzo Imperiale e il parco Maruyama, famoso proprio per i ciliegi.


I sakura portano nelle memorie del passato anche a Takayama, circondata dalle montagne e rimasta come nel Seicento, o a Kanazawa con il suo grande Giardino Kenroku-en, tinto dai ciliegi a fine marzo, dagli iris a maggio e dagli aceri rossi in autunno: una visione da sogno in ogni stagione.

 I ciliegi abbelliscono la fervida Tokyo dalle mille luci: la metropoli che non dorme mai, con i suoi quartieri, dal tentacolare Shibuya all’affaristico Ginza, diversi per indole ma tutti sempre in movimento, si ferma in contemplazione del fiore sacro, i suoi abitanti mollano il lavoro e si siedono sotto i rami a fare hanami. Anche i parchi della metropoli diventano luoghi affollati di ammiratori di fiori. 
Ad esempio, Showa Kinen Park, che ospita più di millecinquecento alberi di ciliegio e numerosi altri fiori, tra cui i tulipani, che sbocciano a metà aprile, è il luogo ideale per gli amanti della fotografia; lo Shinjuku Gyoen National Garden, che si trova nel cuore di Tokyo, un parco grandioso dove godere l’hanami in piena serenità e in perfetta armonia con la natura, qui è possibile ammirare la fioritura anche dopo l’alta stagione; al Nakameguro, lungo il fiume Meguro, dove con il calar del sole gli alberi vengono illuminati e i ciliegi creano giochi di luce davvero imperdibili che si riflettono sulle acque del fiume, qui a fine fioritura i petali caduti nell’acqua dipingono il fiume di rosa, uno spettacolo davvero indimenticabile.


Il Yanaka Reien Cemetery, che ospita anche la tomba del 15° shogun Tokugawa, è un luogo tranquillo dove fare una piacevole passeggiata sotto gli alberi in fiore, mentre il Chidori-ga-fuchi è il canale che circonda il palazzo imperiale ed è uno dei luoghi più conosciuti dove celebrare l’hanami, qui si può godere della fioritura sia a terra sia noleggiando una barca.

 Per finire, il Sumida Park, il parco più amato dai giapponesi fin dal periodo Edo, consente di godere particolarmente lo spettacolo dell’hanami. Sempre nella zona del Sumida Park, un altro modo di vivere l’hanami è fare una crociera sul fiume, soprattutto la sera, le luci di TOKYO SKYTREE® e lo yakatabune (tradizionale imbarcazione giapponese) regalano forti emozioni.

 Fra gli eventi suggeriti da Tokyo per non perdere la magia di questo momento vi è anche il Sakura Festival, dedicato all’arte, alla musica e alla tradizionale cultura culinaria giapponese che avrà luogo a Nihombashi dal 16 marzo al 15 aprile.



Fonte: latitudinex.com

lunedì 5 marzo 2018

La leggenda dell'Holi Festival, la bellissima festa dei colori indiana


E’ la festa dei colori, una delle più antiche celebrazioni indù, ormai conosciuta in tutto il mondo. 
Parliamo dell’Holi Festival in corso in India, ma anche nel Nepal e in Pakistan e non solo.
 Dietro questo bellissimo evento è racchiusa una leggenda.

 L’Holi Festival è la festa della gioia, non a caso è la manifestazione più attesa di tutto l’anno che viene celebrata nel mese indù di Phalguna durante il giorno della luna piena, tra la fine di febbraio e all'inizio di marzo.
 In questa giornata oltre a divertirsi, si abbandonano i vecchi rancori perché in pieno spirito indù il bene vince sul male e ci si manifesta amore attraverso baci e abbracci. 
Tutti si riuniscono in strada e ci si lancia polveri colorate e secchiate d’acqua.
 Proprio attraverso i colori si dà il benvenuto alla primavera, festeggiando i primi raccolti dopo l’inverno. 

Ogni anno l’Holi Festival avviene nel giorno della luna piena, ma i preparativi cominciano molto prima.
 Le polveri sono realizzate essiccando fiori e verdure al sole che poi schiacciati e mescolati a grano, acqua e amido di mais diventano dei veri e propri colori.


Tutte le strade si animano di nuove cromie, ma come dicevamo non succede solo in India, ma in molti paesi dove sono presenti le comunità induiste, infatti non è raro vedere lo stesso spettacolo anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.


Le tradizioni devono essere rispettate alla lettera. 
Quaranta giorni prima del Festival nella piazza principale viene messo un tronco, poi da lì c’è la raccolta dei rami secchi che poi saranno bruciati in un grande falò.
 Al centro c’è la statua di Holika e mentre la legna arde, il mantra intona canti tipici indiani e tutti danzano intorno.

 Il giorno della festa è il Dhuletti, proprio quello in cui c’è la battaglia dei colori con le holi gulal, ovvero le polveri che mischiate con l’acqua poi diventano rang. 
Ogni colore ha un suo significato, ad esempio l’arancione è l’ottimismo, il blu la vitalità, il verde l’armonia, il rosso l’amore. Durante l’Holi Festival si abbattono tutte le differenze e tutti sono uguali.


Secondo la mitologia induista, l’Holi Festival deriva da una leggenda in particolare. 
Il dio Krishna, dalla pelle scura voleva fare uno scherzo a Radha, la sua sposa dalla pelle chiara e le dipinse il volto con dei colori.
 Per questo motivo, durante l’Holi Festival gli innamorati si dipingono la faccia a vicenda in segno di amore. 

 C’è poi un’altra leggenda quella del re Hiranyakasipu che essendo un despota, pretendeva che tutti i suoi sudditi si inginocchiassero ai suoi piedi. Ma il re ricevette il rifiuto proprio da suo figlio Prahlad che preferiva il dio Vishnull. 
 Un affronto che il re non potette sopportare e per questo più volte cercò di uccidere il figlio.
 Non riuscendoci, chiese aiuto alla sorella Holika che aveva il dono di non temere il fuoco.
 Re Hiranyakasipu sfidò suo figlio a sdraiarsi sulle fiamme con la zia Holika e lui accettò la sfida. 
 Così mentre Holika venne punita per la sua vanità, Prahlad fu premiato per il suo coraggio e la sua lealtà.
I falò che vengono accesi alla vigilia dell’Holi Festival, simboleggiano quindi la cremazione di Holika e il trionfo del bene sul male.


 Dominella Trunfio

venerdì 2 febbraio 2018

Che cos'è il Giorno della marmotta


Altro che previsioni meteo: negli Stati Uniti e in Canada è la marmotta a dire se l'inverno sta per finire o se il freddo è destinato a perdurare. 
Il 2 febbraio di ogni anno si celebra infatti il Giorno della marmotta (Groundhog Day), una festa che affonda le proprie radici nelle tradizioni locali che risalgono ai primi coloni di origine tedesca emigrati in Pennsylvania nell'800.

 Per sapere cosa ci si deve aspettare, meteorologicamente parlando, in questo giorno particolare si deve osservare il rifugio di una marmotta: se quando l'animale emerge dalla tana non riesce a vedere la propria ombra perchè il cielo è nuvoloso, allora l'inverno finirà presto; ma se invece l'ombra è ben visibile perchè il cielo è limpido e brilla il sole, la marmotta si spaventerà rientrando subito nella sua tana. 
In tal caso l'inverno è destinato a durare per altre 6 settimane.


È quanto succede in particolare a Punxsutawney, in Pennsylvania, dove una marmotta in particolare (Phil) viene osservata da appassionati, curiosi e turisti.
 Quest'anno la sua "previsione" è che l'inverno durerà ancora 6 settimane. 

 La tradizione è stata resa famosa anche in Italia e in tutto il mondo grazie al film Ricomincio da capo (Groundhog Day) del 1993. 

 Ma al di là dei festeggiamenti e degli aspetti folcloristici, cosa c'è di vero in questa usanza tutta americana? 
Se lo sono chiesti in molti e le risposte non sono coincidenti. 
 Se per gli organizzatori dei festeggiamenti del Groundhdog Day il roditore fornirebbe previsioni accurate in oltre il 75% dei casi, uno studio canadese che ha preso in considerazione 13 città nei passati 30 anni ritiene che la marmotta non ci azzecchi poi molto, solo nel 37% dei casi. 

 Fonte: focus.it

martedì 12 dicembre 2017

La diplomazia del Panda: quando i rapporti bilaterali li tesse il celebre orso


Yuan Meng è un panda speciale: il suo nome significa “sogno che si avvera” ed è il cucciolo di una coppia di panda arrivata in Francia dalla Repubblica Popolare Cinese nel 2011. 

Alla cerimonia per il battesimo del cucciolo, che è ospitato nello zoo di Beauval, nella Loira, la première dame Brigitte Macron ha detto che «Nella vita ci sono delle gioie semplici e io ne ho provata una incontrando Yuan Meng. Questo panda è il frutto energico e vigoroso dell’amicizia franco-cinese ed è unico e simbolico».

 Già, perché il cucciolo è solo l’ultimo esempio della cosiddetta “democrazia del panda”, vale a dire l’antica tradizione cinese di regalare questi simpatici animali ai paesi coi quali si intende instaurare solidi rapporti bilaterali.

 La panda diplomacy ha origini antichissime: secondo le fonti storiche l’usanza di donare un panda risalirebbe alla dinastia Tang; il primo caso documentato è quello avvenuto durante il regno di Wu Zetian (625-705), quando un panda venne donato all’Imperatore del Giappone.

 Negli ultimi anni il tenero ambasciatore ha fatto tappa in 9 differenti Paesi, tra cui gli Stati Uniti che si videro donare una coppia di orsi, Ling-Ling e Hsing-Hsing, dopo la storica visita in Cina del presidente Nixon nel 1972. 

Dal 1984 le cose sono però cambiate: il commercio di questa specie – che per decenni è stata simbolo degli animali minacciati – è stato regolamentato in maniera più stringente. 
Infatti, a partire da quella data i panda possono solo venire prestati per 10 anni, a fronte di una cifra corrisposta annualmente pari a un milione di dollari. 
Questa somma, che la Cina incassa, è destinata a progetti per la salvaguardia del panda e del suo habitat naturale.
 Una politica che ha dato i suoi frutti dato che questo animale dal 2016 non figura più nella lista degli animali a rischio di estinzione.


Non ci sono solo i panda: nel 2008, in occasione delle Olimpiadi di Shanghai, il governo cinese regalò a quello di Hong Kong 5 pesci, a simboleggiare gli altrettanti cerchi dei giochi olimpici. 

In Mongolia, invece è tradizione donare cavalli ai dignitari stranieri in visita nel paese. 


 FONTE: RIVISTANATURA.COM
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