venerdì 28 ottobre 2016

Scoperto perché in autunno le foglie cambiano colore


In autunno le foglie perdono il loro colore e assumono un giallo/arancio più o meno brillante.
 Si sa che questo accade perché la clorofilla viene degradata e trasformata in un’altra molecola, e che nelle foglie diventano evidenti altre sostanze, antociani o carotenoidi, pigmenti rossi o gialli. 
Si sapeva anche che un enzima toglie alla clorofilla una molecola di magnesio e quindi ne impedisce l’attività, ma non si conosceva chi facesse partire il processo. 

 Un gruppo di ricerca giapponese ha ora scoperto il gene che codifica l’enzima responsabile della degradazione della clorofilla, e ha pubblicato la scoperta sulla rivista scientifica The plant cell (sommario, in inglese). 
Si chiama Stay-Green ("rimane verde", abbreviato in SGR) e l’enzima da esso prodotto è l'Mg-dechelatasi. 

 Questa molecola toglie alla clorofilla l’atomo di magnesio (Mg), la trasforma in un altro composto (feofitina a) e lascia nelle foglie spazio ad altre molecole che infine cambiano il colore del mondo e trasformano i boschi autunnali in una sinfonia di colori. 

 Il gene SGR ha anche un senso storico, perché è uno dei geni studiati da Gregor Mendel (il monaco boemo che ha scoperto le leggi delle genetica) nei suoi esperimenti sui piselli verdi e gialli. 

Quando una mutazione “guasta” il gene SGR, questo non degrada più la clorofilla, che rimane nei semi lasciandoli verdi.

 fonte: focus.it

Una sepoltura Subeixi con un ‘sudario’ di cannabis


Circa 2.500 anni fa, nel nord-ovest della Cina un uomo venne sepolto in una elaborata tomba, e il suo petto fu ricoperto con un sudario fatto di 13 piante di canapa.
 La tomba è una delle poche privilegiate, nel centro del continente euroasiatico, nel quale c’era la cannabis.
 Questa in particolare getta nuova luce su come la popolazione preistorica della regione usasse questa pianta nei rituali. 
 “Una notevole scoperta archeobotanica”, avvenuta perché gli abitanti moderni avevano paradossalmente deciso di costruire un nuovo cimitero. 

 Nella tomba vi erano archi, frecce e i resti di animali addomesticati, tra cui capre, pecore e un teschio di cavallo – indice che questa popolazione praticasse sia la caccia sia l’allevamento. Il cimitero apparteneva probabilmente alla cultura Subeixi (nota anche come Gushi), a giudicare dalle analisi del vasellame di terracotta. 
I Subeixi furono il primo popolo conosciuto a vivere nell’arido bacino di Turpan (o depressione di Turfan), 3.000 anni fa circa.

In tutto, gli archeologi hanno trovato 240 tombe antiche. L’uomo con la canapa (tomba M231) era un uomo caucasico, morto a 35 anni circa.
 I suoi resti giacevano su un letto composto da stecche di legno, mentre la sua testa riposava su un cuscino di cannucce di palude. Numerosi erano anche i vasi di terracotta.
 Più sorprendente sono però le «13 piante femminile di cannabis quasi intere, poste in diagonale sul corpo del defunto come un sudario, con le radici e le parti inferiori delle piante raggruppate insieme sotto il bacino», scrivono i ricercatori sulla rivista Economic Botany.

 La tomba risale tra i 2.400 e i 2.800 anni fa, stando alla datazione al radiocarbonio, eppure le piante sono rimaste intatte grazie al clima asciutto della regione.
 Ci sono anni in cui neanche piove. Ma i depositi dei fiumi (come sabbia e ciottoli) e i resti di piante acquatiche (equiseti e canne) indicano che all’epoca qui vicino scorreva un fiume.


Difficilmente la M231 è l’unica sepoltura contenente cannabis.
 Il bacino di Turpan conserva un altro cimitero Subeixi chiamato cimitero di Yanghai, che risale anch’esso al I millennio a.C.
 Una delle sue sepolture aveva per esempio una grande scorta di fiori di cannabis in un cesto di cuoio e in una scodella di legno, proprio accanto al cadevere di un uomo.
 La tomba non aveva alcuna traccia di vestiti o corde di canapa. Piuttosto, i grossi semi della pianta e l’alta presenza di cannabinolo suggeriscono che la cannabis fosse usata come sostanza attiva. 
Un’altra tomba di Yanghai conteneva teste di fiori di cannabis, segno forse di un uso a scopi medicinali. 

Anche nel sud della Siberia, nelle sepolture della cultura di Pazyryk, sono state rinvenute tracce di cannabis, “usata per scopi rituali se non addirittura come psicoattivo”, scrivono i ricercatori. In un’altra sepoltura sui Monti Altai, sempre della cultura Pazyryk, la cannabis rinvenuta venne forse utilizzata dalla donna (morta di cancro ai seni) per fronteggiare i sintomi. «Apparentemente – scrivono gli studiosi – la cannabis medicinale (e forse spirituale, o almeno rituale) era largamente usata dai popoli nel centro dell’Eurasia durante il I millennio a.C.».

 Live Science
 Economic Botany

mercoledì 26 ottobre 2016

Anche senza orecchie i ragni ci sentono arrivare


Se già le zampe pelose dei ragni vi facevano impressione, figuriamoci tra qualche riga.
 Proprio quella peluria, nei ragni saltatori - una famiglia che include il 13% di tutte le specie di ragni conosciute - è talmente sensibile che riesce a captare voci e rumori da diversi metri di distanza.
 La scoperta descritta su Current Biology confuta la diffusa teoria che questi animali, non avendo orecchie, non possano sentire, e si basino solo su tatto e vista. 
 Gli scienziati della Cornell University (USA) sono giunti a questa conclusione inaspettatamente, durante uno studio finalizzato a misurare le capacità visive dei ragni saltatori della specie Phidippus audax, attraverso il monitoraggio dell'attività elettrica del loro cervello.


Il gruppo ha notato una attivazione anomala nella risposta neurale di questi animali quando qualcuno spostava rumorosamente una sedia del laboratorio, o batteva le mani. 
La capacità è stata subito ricondotta alla peluria delle zampe. Quando questa è stata bagnata con acqua e resa incapace di vibrare, infatti, i neuroni auditivi dei ragni hanno smesso di attivarsi in risposta ai suoni.
 Ulteriori studi hanno appurato che gli aracnidi di questa specie riescono a udire un battito di mani a oltre 5 metri di distanza, e sono più sensibili ai suoni cupi (tra gli 80 e i 130 Hz) come le voci maschili e il ronzio delle vespe parassitoidi, loro predatrici. 
 Non si tratta comunque di un udito sopraffino: quello che i ragni sentono somiglia un po' «a una comunicazione telefonica disturbata», dicono i ricercatori. 
Probabilmente intuiscono il rumore e la direzione da cui proviene, ma non sembra esserci alcuna interpretazione o interazione.

 Fonte: focus.it

martedì 25 ottobre 2016

Triangolo delle Bermuda, mistero risolto ?



Fin dal 1800 il Triangolo, detto anche "delle Bermude" e "del Diavolo" a causa di un articolo apparso nel 1964, è entrato nell'immaginario collettivo come un'area maledetta.
 Lì, in quella zona dell'Oceano Atlantico incastrata fra Florida, Bermuda e Portorico, si stima che dal 1851 siano scomparse più di 8mila persone, con almeno 75 aerei precipitati o spariti e centinaia di navi di cui non si è mai conosciuto il reale destino.
 L'ultimo episodio risale al 2015. 

Complici articoli e best seller come il libro "Bermuda, il triangolo maledetto", quest'area di mare che si estende per oltre 500mila chilometri quadrati è rimasta per anni un mistero maledetto: campi magnetici (per via delle bussole che possono impazzire), vulcani sotterranei, depositi di gas, piramidi sott'acqua, perfino alieni, sul Triangolo è stata fatta ogni tipo di teoria. 
 In realtà, come sostenuto dalla Guardia costiera degli Stati Uniti, il numero di incidenti aeronavali avvenuto nel triangolo rientra nella media rispetto ad altre zone del mondo.
 Ma il fascino di scoprire perché proprio lì, dove nel 1945 i cinque aerei militari Avenger degli Usa finirono nel nulla, avvenivano così tanti misteri, è rimasto tale da lasciare aperta e attuale la sfida per tutti gli scienziati.

 La nuova soluzione sul caso Bermuda arriva ora dal dottor Randy Cerveny dell'Arizona University e dal meteorologo Steve Miller della Colorado University.
 Parlando con Science Channel i due ricercatori sostengono che una spiegazione plausibile alle terribili condizioni atmosferiche a cui è soggetto il Triangolo sia data dalle nubi esagonali, ovvero nuvole "chiuse" concentrate nella zona a ovest dell'area.


Questo tipo di nubi, la cui concentrazione sopra le Bermude (così come in altre zone del mondo, ad esempio sui mari irlandesi) è stata confermata dalle immagini satellitari studiate dai due ricercatori, produrrebbero vere e proprie "bombe d'aria" dando vita a terrificanti venti capaci di soffiare fra le 170 e le 190 miglia orarie. Gli scienziati ritengono che questi venti siano in grado di dar vita a fenomeni e tempeste tali da capovolgere navi o portare aerei a precipitare. 
Un mix di potenza della natura se si pensa come la stessa zona sia colpita da centinaia di trombe d'aria ogni anno. 
Per Cerveny questi "getti d'aria che scendono dalla parte inferiore delle nubi a contatto con l'oceano possono dare vita ad onde di dimensioni enormi. Quello che abbiamo osservato, in quest'area, è proprio una forte concentrazione di nubi esagonali". 

 Le ricerche sui fenomeni naturali del triangolo dovranno essere confermate da altri studi e immagini satellitari e gli scienziati stessi definiscono la teoria solo come "una possibile spiegazione". 
Forse è dunque ancora presto per parlare di "enigma risolto".
 Di fatto, il mistero di in questa zona dell'Atlantico che conta una media di 4 aerei e 20 navi scomparsi all'anno (dai primi dell'Ottocento), ha una storia di lunghissimo corso: il primo a registrare le anomalie magnetiche dell'area, con tanto di bussole impazzite, si dice fu proprio Cristoforo Colombo già nel suo viaggio del 1492 alla scoperta della America. 

 Fonte: www.repubblica.it

lunedì 24 ottobre 2016

Il fenomeno delle risorgive


Con i suoi 95 chilometri di lunghezza, il Sile rappresenta il più importante fiume di risorgiva in Italia. 
Nasce in prossimità della località Casacorba (Treviso). Dalle sorgenti scorre da ovest verso est grossomodo fino a Treviso; a valle della città si orienta verso sud-est sino ad incontrare la laguna, dove sfociava anticamente. 
Nel 1991 questo tratto del fiume, è stato istituito a Parco Naturale Regionale.


La parte artificiale, definita Taglio del Sile, realizzata dalla Repubblica di Venezia nel XVII secolo, è stata fatta confluire nel Sile-Piave Vecchia sino alla foce a Cavallino.
 In questo tratto il fiume lambisce ed abbraccia la Laguna Nord di Venezia ed il paesaggio fluviale si fonde con quello dei vasti orizzonti lagunari fatto di canneti e di barene. 

 Il termine risorgive indica genericamente il fenomeno di risorgenza delle acque dai suoli di pianura; si tratta di un fenomeno tipico della Pianura Padana. 
Nella Pianura Veneta, con riferimento alla realtà propria del Fiume Sile, il Piave allo sbocco dal sistema alpino scorre sul vastissimo deposito di detriti che le sue stesse acque hanno accumulato nel corso dei millenni. 
L’alveo fluviale è dunque formato, nel primo tratto planiziale (alta pianura) da ciottoli levigati dal trascinamento delle acque e dall’abrasione per sfregamento con gli altri ciottoli.
 Per questo l’alveo presenta una elevata permeabilità e le acque quindi s’infiltrano abbondantemente nel sottosuolo, raggiungendo e formando la falda ipogea.
 La pendenza degli strati sedimentari determina un lento, ma costante scorrimento sotterraneo delle acque che si interrompe, però, nella fascia in cui avviene il passaggio tra l’alta pianura, formata appunto da sedimento grossolano e la bassa pianura formata da sedimento fine (sabbia, limo, argilla). 
Qui, le acque che scorrono in profondità incontrano strati di sedimento impermeabile sempre più consistenti, che ne ostacolano il deflusso e che le “costringono” a risalire ed affiorare spontaneamente in superficie.
 In questo modo si formano le suggestive polle sorgive, piccoli avvallamenti in cui il perenne scaturire dei fiotti d’acqua origina un ruscello le cui acque, dette appunto “di risorgiva”, il più delle volte confluiscono in un unico corso fluviale. 
La zona di transizione tra alta e bassa pianura costituisce la fascia delle risorgive, ampia da 2 a 8 chilometri circa, che percorre tutta la Pianura Veneta e che s’inoltra in territorio friulano, dove il fenomeno presenta aspetti assolutamente analoghi.


Le peculiarità delle acque di risorgiva sono varie; per aver subito un processo di naturale filtraggio attraverso gli interstizi del sottosuolo ghiaioso dell’alta pianura, sgorgano non solo limpidissime, ma anche esenti da inquinanti, in particolare microbiologici. 
La temperatura dell’acqua oscilla tra i 10° ed i 13°C. Infatti, le acque di risorgiva hanno una temperatura media costante durante l’anno, con modeste oscillazioni di valore tra le diverse fasi stagionali; questo contribuisce perciò a mitigare il clima, sia durante l’estate che durante l’inverno, riducendo i picchi delle temperature massime e minime; questo rappresenta un fattore ecologico di straordinaria importanza, poiché si crea un microclima particolare che si riflette sui popolamenti vegetali ed animali, che annoverano specie non rilevabili in altre zone della nostra regione. 

 Fonte rivistanatura.com

venerdì 21 ottobre 2016

Decine di antichi relitti sul fondo del Mar Nero


Una flotta di navi di epoche diverse, colate a picco a distanza di secoli l'una dall'altra, riposa nelle profondità del Mar Nero, nel nord della Turchia.
 I 41 vascelli, databili dall'apice dell'Impero Bizantino (1.000 anni fa) ai tempi più recenti di quello Ottomano, appaiono incredibilmente ben conservati. 
 Molto spesso i relitti sono infatti scoperti in acque più basse, dove l'impeto delle correnti risparmia soltanto lo scafo. 
Quelli ora rinvenuti si trovano, invece, in acque profonde anche 1.100 metri, povere di ossigeno, in condizioni che hanno preservato gran parte del legno di cui sono fatte.
 Di molte è ancora visibile l'architettura del ponte, con i resti di alberi, timoneria e persino funi di bordo. 
 Un team di archeologi del Black Sea Maritime Archaeology Project, guidato dall'università di Southhampton (Gran Bretagna), ha scoperto il tesoro sommerso mentre scandagliava le profondità del Mar Nero per cercare di ricostruire i tempi e le modalità con le quali il livello di questo mare interno tornò a crescere dopo l'ultima era glaciale, che vide il suo culmine 20.000 anni fa.


Una tecnica chiamata fotogrammetria, che permette di ricostruire fedeli copie 3D dei relitti a partire dalle fotografie scattate da sommergibili, ha consentito di ammirare i reperti nel loro antico splendore.
 Uno di questi è un mercantile probabilmente italiano del 1300, di una foggia che doveva essere comune all'epoca di Marco Polo. Anche se lo scafo rivestito in ferro si è inabissato a profondità maggiori, si può vedere ancora la prua. 
 «L'albero è ancora in piedi, con i pennoni sul ponte», racconta Jon Adams, che ha coordinato le ricerche. «Si vedono ancora le sartie e il vasellame di bordo».
 Il relitto mostra anche alcune interessanti caratteristiche di tecnologia navale dell'epoca, come i timoni ai lati della parte poppiera, un tempo usati per sterzare.


Anche i relitti di epoca ottomana, di alcuni secoli posteriori, mostrano dettagli come le decorazioni sulla barra del timone e diverse funi che ancora pendono dal vascello.
 Gli archeologi pensano che i relitti siano resti di mercantili: viste la distanza da riva alla quale sono stati ritrovati e le loro buone condizioni, sembra improbabile che le navi siano affondate in battaglia. 

 Fonte: focus.it

giovedì 20 ottobre 2016

Scoperte centinaia di scarpe nel forte romano di Vindolanda


Nel forte romano di Vindolanda, oggi in Inghilterra, sono state scoperte nel corso dell’estate oltre 400 scarpe per uomini, donne e bambini, portando il totale delle scarpe rinvenute in questo sito a oltre 7.000. 
Gli archeologi hanno praticamente trovato tutti i tipi di calzature possibili. Plausibilmente alcune delle scarpe appena scoperte appartenevano a una singola persona.
 Andrew Birley, CEO del Vindolanda Trust e direttore degli scavi, ha parlato di un «censimento incredibile e senza paralleli di una comunità in guerra.
 La quantità di calzature è fantastica, vista la sua grande diversità persino per un sito come Vindolanda, che ha conservato più scarpe romane che in qualunque altro luogo dell’impero».
 Le calzature sono state trovate in un fossato difensivo, insieme a reperti di ceramica e resti di cani e gatti.


Quasi 2.000 anni fa, l’esercito romano costruì uno dei più piccoli ma più difesi forti nel sito di Vindolanda, che oggi fa parte del sito UNESCO “Confini dell’Impero romano”.
 La piccola guarnigione di alcune centinaia di soldati e delle loro famiglie era protetta da una serie di fossati e bastioni, mentre fuori dalle mura infuriava una guerra tra le tribù britanniche e le forze romane.
 Finita la guerra (nel 212 d.C.), le truppe e i loro famigliari lasciarono il forte, e tutto quello che non poterono portare con sé, lo gettarono nei fossati.
 Questi rifiuti furono presto sigillati quando vennero costruiti una nuova città e un nuovo forte, preservando le macerie in un ambiente senza ossigeno.

 Nel 2016, gli archeologi hanno scavato il fossato e scoperto un’incredibile capsula del tempo: tra le macerie c’erano degli scheletri di cane e gatto, ceramiche, cuoio e 421 scarpe romane. «Abbiamo tutti i tipi di scarpe, dalle ciabatte alla moda per le donne, agli stivali da marcia, scarpe per bambini, sandali, calzature per la casa o fuori», ha detto Birley. «Le scarpe sono ben conservate e rappresentano l’intera popolazione del forte, il che è sbalorditivo».


Il tesoro di scarpe dà anche un’indicazione sullo stile e la qualità delle calzature nel 212 d.C.
 Una in particolare ha fatto ricordare a molti le famose scarpe da calcio Predator dell’Adidas. 
Sonya Galloway, Communication Manager del Vindolanda Trust ha osservato che «la popolarità di questa singola scarpa ha donato una grande visibilità all’intera collezione.
 È un grande vantaggio che molti dei manufatti siano degli oggetti di tutti i giorni, cose che possiamo collegare al nostro modo di vivere. Il fatto che siano così ben preservati e abbiano quasi 2.000 anni è semplicemente straordinario». 
 «Questa scarpa romana era pensata per essere portata in casa, in modo da non portare dentro il fango», ha aggiunto Birley. «Offriva comfort e flessibilità, e la sua similitudine con le Predator dimostra che, sebbene i Romani non avessero il piacere di giocare a calcio, il buon design non ha tempo».

 Il fossato fa parte del forte del III secolo d.C. 
«Era un’epoca di conflitti, e le scarpe, che spaziavano da quelle per bambini e ragazzi e quelle per donne e uomini, mostrano che la guarnigione e le loro famiglie vivevano dentro il forte». 
 Le scarpe sono attualmente conservate nel sito in una struttura riadattata alla quantità dei ritrovamenti.
 Barbara Birley, Trust’s Curator, ha dichiarato: «La quantità di calzature ha presentato alcune sfide al nostro laboratorio, ma con l’aiuto dei volontari abbiamo creato uno spazio specifico per la conservazione delle scarpe, e ora il processo è in corso.
 Il Vindolanda Trust è impegnato negli scavi, nella conservazione e nell’esposizione dei suoi ritrovamenti, sebbene ogni scarpa costi tra le 80 e 100 sterline per la preservazione.
 Trovarne così tante quest’anno ha comportato dei costi aggiuntivi significativi al laboratorio». 
Alla luce di ciò, il Vindolanda Trust (organizzazione non a scopo di lucro e che non beneficia di alcun fondo esterno per gli scavi) ha lanciato una campagna per la raccolta fondi. 

Fonte: ilfattostorico.com

Arrivano le Orionidi, le stelle cadenti d’autunno


Appuntamento le Orionidi, stelle cadenti d’autunno, che illumineranno la notte tra il 21 e il 22 ottobre. 
Queste meteore, originate dai residui lasciati dalla cometa di Halley nei suoi precedenti passaggi vicino al Sole, offrono ogni anno in questo periodo lo stesso spettacolo delle Perseidi in estate, nella notte di San Lorenzo, ma quest’anno la loro apparizione sarà disturbata dalla luna.

 Nonostante in ottobre il numero di ore notturne sia maggiore che nei mesi precedenti, quest’anno la Luna piena è arrivata a metà del mese e, anche dopo il plenilunio, la sua luce disturberà l’osservazione delle Orionidi perché per osservare bene il loro passaggio “è necessario avere un cielo buio”, spiega Paolo Volpini, dell’Unione Astrofili Italiani (UAI). 
Tuttavia, non è detto che non si possa riuscire a vederle anche questa volta. 
“Bisogna avere fortuna, pazienza, saper aspettare. Insomma ci vuole costanza” e soprattutto “attendere il culmine della notte, quando le costellazioni sono più alte nel cielo e la Terra incontra la parte più consistente del flusso di polveri lasciate dalle comete”. 

 Le Orionidi passeranno dalle ‘nostre parti’ tra il 16 e il 23 ottobre, il picco è previsto tra il 21 e 22 ottobre. 
Per quasi tutto il mese sono previste altre due piogge di meteore: le delta Aurigidi, uno sciame di velocissime meteore ma di debole luminosità, e le Tauridi, provenienti dalla regione a Nord della Balena.

 Fonte: www.ansa.it

mercoledì 19 ottobre 2016

La suggestiva Grotta gigante nel cuore del Carso


La Grotta gigante si trova nel cuore del Carso, a pochi chilometri dal centro di Trieste. 
E’ una caverna larga 65 metri e lunga 280 con una volta a cupola di 107. 
 L’accesso si trova accanto al Museo speleologico nonché a sale adibite spesso per l’allestimento di mostre a tema naturalistico e storico. 

Oltre che per la ricchezza delle stalattiti e stalagmiti, la Grotta gigante è famosa per le concentrazioni di calcite che ricoprono tutte le sue pareti. 
 Al suo interno, vengono organizzati eventi e visite didattiche anche grazie alla presenza della strumentazione scientifica costituita da sismografi e pendoli geodetici, che rendono l'ambiente un laboratorio davvero unico.


Attraverso delle scalinate illuminate, il visitatore attraversa la galleria naturale fino a una profondità di 101 metri, da lì una serie di cunicoli nel mondo sotterraneo che svelano i segreti della formazione delle cavità carsiche e della loro evoluzione.


Il percorso è reso ancora più affascinante dalle imponenti concrezioni, tra cui la più celebre è la Colonna Ruggero e dai suggestivi colori che vanno dal bianco al grigio della calcite fino alle sfumature rossastre degli ossidi di ferro.



La Grotta gigante è stata aperta al pubblico nel 1908 e da allora è rimasto un ambiente insolito e affascinante.

 In generale, il Carso comprende oltre 6mila grotte, di cui 2500 si trovano in Italia. 
 La grotta è anche nel Guinness dei Primati come "grotta turistica con la sala più grande al mondo". 
Simbolo della natura carsica sotterranea di queste terre, offre visite guidate tutto l'anno ed attività sia turistiche che didattiche.

 Dominella Trunfio

martedì 18 ottobre 2016

L'Esercito di terracotta fu ispirato dagli antichi greci ?


Scultori specializzati provenienti dall'antica Grecia potrebbero aver ispirato la realizzazione delle più celebri statue cinesi di tutti i tempi. 

L'Esercito di Terracotta - un'armata di sculture in argilla che da oltre 2.000 anni sorveglia il Mausoleo di Qin Shi Huang, primo imperatore della Cina - sarebbe stato influenzato dai più esperti artigiani dell'antichità, che dal Mediterraneo potrebbero essersi spinti fino all'Oriente per insegnare le loro tecniche agli artisti locali. 
 Recenti rilievi archeologici, come la scoperta di antico DNA europeo nella provincia cinese dello Xinjian, sembrerebbero indicare che stretti contatti tra la Cina del Primo Imperatore (246-210 a.C.) e l'Occidente esistessero già molto prima dell'apertura "ufficiale" della Via della Seta, nel terzo secolo d.C., e ben 1500 anni prima delle esplorazioni di Marco Polo. 
 «Ora pensiamo che l'Esercito di Terracotta, gli acrobati e le sculture di bronzo trovate nel sito siano state ispirate dalle antiche sculture e dall'arte greca» dice Li Xiuzhen, archeologa dell'University College London che da tempo studia queste statue. Le scoperte saranno presentate in un documentario di BBC e National Geographic, The Greatest Tomb on Earth, trasmesso sulle reti inglesi il 16 ottobre 2016. 

 L'armata di terracotta fu scoperta per caso nel 1974 da un contadino in uno scavo di Xi’an, nella provincia cinese dello Shaanxi.
 L'uomo rimase terrorizzato nel notare una testa quasi umana nel bel mezzo del raccolto. 
Da allora sono stati riportati alla luce centinaia di guerrieri di varie dimensioni in base al "rango", nelle fosse adiacenti alla tomba di Qin Shi Huang.




Le statue, molte delle quali a grandezza naturale, sorvegliano l'imperatore defunto con carri, armi e cavalli.
 Si stima che i soldati possano essere circa 8.000, e le loro fattezze sono incredibilmente dettagliate, con tanto di barbe alla moda dell'epoca, capelli intrecciati e nodi decorativi sulle armature. 

 Da tempo gli archeologi si chiedevano come gli scultori cinesi avessero potuto riprodurli con tale precisione nel 246 a.C., quando iniziarono i lavori per il mausoleo, e quella della contaminazione greca potrebbe essere una teoria. 
Del resto contatti commerciali con l'antica Cina erano attivi anche nell'antica Roma. 
Ai tempi di Augusto (dal 27 a.C.) le sete cinesi erano ormai di moda nell'Urbe, tanto che Seneca definiva "immorali" coloro che le indossavano.

 Fonte: focus.it

lunedì 17 ottobre 2016

Il nido del tordo verde, un bunker tra le alghe


Il nido è un luogo sicuro. A costruirlo sono soprattutto gli uccelli, ma anche i pesci lo sanno fare a regola d’arte. Come nel caso del tordo verde (Symphodus roissali) ripreso da Tullio Foti. Rappresentante della famiglia dei Labridi, il tordo verde maschio a primavera appare più colorato del solito. 
Questa, infatti, è la stagione degli amori e anche tra i pesci il modo migliore per conquistare le femmine è farsi vedere.
 Il nostro tordo non fa eccezione: le guance sono di colore verde o turchese e ornate da bande oblique, gli occhi sono rossi e le labbra si fanno rosa mentre i fianchi sono un misto d’azzurro, verde, rosso, marrone e giallo.
 Così attrezzato dal punto di vista cromatico, il tordo verde si mette in mostra in mezzo alle alghe e alle posidonie tra cui abitualmente vive e si prepara a corteggiare le femmine. 

  Il maschio di questa specie, però, non può affidarsi solo a una livrea più variopinta del solito per fare colpo sulle compagne, ma deve conquistarle dimostrando di poter essere un buon padre, e capace di accudire alla prole mettendole a disposizione una casa, vale a dire un nido.
 La sua costruzione, infatti, è di cruciale importanza nel successo riproduttivo poiché serve come segnale di qualità verso le potenziali partner, e come forma di cura parentale delle uova e della nuova prole.


Costruire un nido non è però un’operazione semplice 
Anche se l’istinto è dominante nella sequenza delle operazioni, l’età e l’esperienza (e mi piace pensare che a volte qualche esemplare abbia anche un po’ d’estro artistico), giocano un ruolo importante. 
Un maschio di 3-4 anni riuscirà senza dubbio meglio di un giovane labride alla sua prima stagione riproduttiva. 
Molto importante è la scelta del luogo.
 La profondità, la pendenza del fondo, il grado d’esposizione alle onde e la varietà di substrati sono tutti elementi che il nostro tordo verde deve prendere in considerazione prima di mettersi all’opera. In particolare, esso valuterà l’abbondanza o meno di alghe, sia per il rifornimento dei materiali da costruzione, sia per una migliore mimetizzazione.
 Inoltre, le alghe presenti devono essere abbastanza alte da proteggere dall’effetto delle onde. 
È stato osservato, infatti, che la percentuale di nidi che riesce a resistere per l’intero ciclo di nidificazione aumenta quando prevalgono condizioni di mare favorevoli (per esempio, altezza delle onde inferiore ad un metro) per un tempo sufficientemente lungo (una settimana o più).

 Se sarà soddisfatto, il maschio comincerà a edificare uno o più nidi di alghe formando a colpi di testa e di coda una massa semisferica con un’entrata laterale. 
Per questo lavoro tenderà a scegliere frammenti di alghe calcaree, più resistenti, che costituiranno l’ossatura del nido, poi completato con alghe più morbide destinate a renderlo più voluminoso ed elastico per meglio sopportare le sollecitazioni conseguenti alla deposizione e alla fecondazione delle uova che avverranno all’interno.
 Durante la costruzione il maschio terrà lontani tutti gli altri pesci, comprese le femmine della sua specie. In seguito, queste si sposteranno da un nido all’altro scegliendo quello migliore dove deporre le uova che poi saranno custodite dal maschio fino alla schiusa.

 Fonte rivistanatura.com

martedì 11 ottobre 2016

Tristan da Cunha è l'isola abitata più remota del mondo


In pieno Oceano Atlantico si trova Tristan da Cunha, l’isola abitata più remota del mondo, tanto che l’unico modo per raggiungerla è quello di imbarcarsi a Città del Capo, affrontando un viaggio di ben 7 giorni.
 L’isola si trova infatti a 2.432 chilometri da Città del Capo, a 2.172 chilometri dall’isola di Sant’Elena, il centro abitato più vicino, e a 3.451chilometri da Montevideo, capitale dell’Uruguay. 
Tristan da Cunha, tipicamente vulcanica, di forma circolare e con una superficie di 78 km quadrati, ha una storia interessante, iniziata nel 1506 quando la flotta del navigatore portoghese Tristão da Cunha, imbarcatosi agli ordini di Alfonso de Albuquerque, primo Viceré delle Indie Portoghesi, durante il viaggio verso Oriente, venne colpita da una violenta tempesta presso il Capo di Buona Speranza.
 La nave di Tristao approdò su una piccola isola disabitata, se si eccettuano foche, leoni marini, albatros e pinguini Rockhopper, dallo sguardo tigresco.
 Il capitano portoghese ripartì appena terminato il fortunale, tuttavia non mancò di assegnare il suo nome alla terra su cui aveva posato i piedi.




Tristan, la maggiore di quattro isole che ne formano l’arcipelago (le altre tre sono Inaccessible, Nightingale e Gough), per la sua peculiare posizione geografica, ha sollecitato la curiosità di svariati cartografi, esploratori e avventurieri che, in epoche più o meno recenti, hanno scritto dei resoconti sulla storia e le particolarità del luogo. 
L’opera più esaustiva è stata scritta da un italiano, precisamente da Arnaldo Faustini, che non resistette alla tentazione di riportare fatti più vicini alla leggenda che alla realtà, parlando di un certo Patten, sbarcato sull’isola nell’800. 
Patten è un personaggio tratto dalle Avventure di Arthur Gordon Pym, di E. A. Poe per cui è molto probabile che non sia mai esistito.


Ma a parte queste sporadiche concessioni all’estro della letteratura, il lavoro di Faustini è stato estremamente accurato e scrupoloso ed è grazie a lui che ora sappiamo ciò che sappiamo sulla storia di Tristan da Cunha, un’isola battuta da venti feroci, spesso avvolta dalla nebbia, tanto che le poche navi che la raggiungono, quasi solo pescherecci sudafricani, attraccano alla fonda a volte per giorni, prima che una barca possa fare la spola dall’isola per scaricare posta, beni di prima necessità e rarissimi passeggeri.
 A Tristan da Cunha qualcuno, in effetti, vive. Glass lo scozzese, Green l’olandese, i liguri Lavarello e Repetto, gli inglesi Swain e Patterson e gli americani Hagan e Rogers fondarono nel 1827 una piccola comunità di 280 persone. 
 Gli abitanti lavoravano duramente: coltivavano a mano patate, pescavano e allevavano montoni. La loro peculiarità, però, stava nella loro volontà di vivere a Tristan da Cunha e non altrove. Nessuno, infatti, era condannato a restare sull’isola. 
Per difendere questa loro scelta lottarono con fermezza.




Nel 1961 un’eruzione devastò Tristan da Cunha e l’amministrazione dei territori britannici d’oltremare, di cui l’isola fa parte, decise di far evacuare tutta la popolazione. 
Gli abitanti vennero portati in Inghilterra e le autorità cercarono di offrire loro una vita nuova.
 Per due anni la piccola comunità si trovò catapultata nel XX secolo. 
Scoprì l’automobile, la bicicletta, le ferrovie, la radio e tutte le ricchezze dell’industrializzazione. 
Non solo, si dovette scontrare anche con le regole della vita collettiva: la polizia, le tasse, le ineguaglianze di reddito, di educazione, di patrimonio.

 Fu difficile per gli isolani accettare questo stravolgimento.
 Dal 1827 erano abituati a farsi regolamentare da un’unica forma costituzionale, breve quanto semplice: “nessuno prenderà superiorità alcuna su un altro e ognuno sarà considerato come un eguale sotto tutti gli aspetti”. 
Come reagire, dunque, ad un mutamento tanto destabilizzante? Isolandosi nuovamente e aspettando.
 Dopo due anni, passato il pericolo del vulcano, si concertarono e obbligarono le autorità britanniche a riportarli a Tristan de Cunha. Le meraviglie della modernità non fecero altro che rafforzare il loro unico desiderio di ritornare indietro nel tempo. 

Gli abitanti si dedicano prevalentemente al commercio di gamberi e aragoste, oltre che alla vendita di francobolli e monete a sporadici collezionisti. La vita nell’unico centro dell’isola, Edimburgo dei Sette Mari (dalla visita del Principe Alfred di Scozia, nel 1867) segue ritmi precisi. 
All’alba le donne escono dalle loro case e si occupano della mungitura; i secchi di latte vengono distribuiti a tutte le famiglie e agli anziani. 
Su Tristan da Cunha non esistono conflitti o casi di abbandono sociale: la piccolezza del territorio e la lontananza dal resto della civiltà ha contribuito a rafforzare i già forti legami di solidarietà.


Fonte: meteoweb.eu

lunedì 10 ottobre 2016

La danza tentacolare del colibrì


Che cosa ci fa una piovra rosa fluorescente in aria davanti a una femmina di colibrì? Non è un fotomontaggio, né un fotoritocco: quello che vedete nel video è il piumaggio cangiante del colibrì di Costa (Calypte costae) un uccellino nordamericano lungo appena 7 cm e molto appariscente.

 

Durante il corteggiamento il colibrì prova a impressionare la femmina facendo ondeggiare il corpo in volo in modo che la livrea violacea del collo e del capo, con le lunghe penne colorate che pendono dal corpo, venga illuminata dal Sole sempre dalla giusta angolazione, e mostri colori sgargianti.


La disposizione del piumaggio e il suo ondeggiare lo rendono simile a un polpo (o a un fiore, se preferite) volante. 
La danza è accompagnata da alti fischi, lanciati dall'animale ogni volta che inizia una delle sue evoluzioni.
 La femmina assiste allo show e, se ne rimane davvero impressionata, fischia a sua volta. 

 Da: focus.it

giovedì 6 ottobre 2016

La moschea di Shah Cheragh in Iran: uno spettacolare gioco di luci


La moschea di Shah Cheragh, in Iran, è un monumento funebre e una meta di pellegrinaggio che dall’esterno sembra molto ordinaria. All’interno, invece, nasconde un meraviglioso spettacolo per gli occhi. 
 La moschea infatti è decorata con milioni di piccoli frammenti di vetro che riflettono la luce in tutte le direzioni.

 Questa moschea ha un passato piuttosto misterioso.
 Secondo la storia locale nel 900 dC un viaggiatore avvistò da lontano qualcosa di brillante mentre si avvicinava alla zona in cui ora si trova la moschea. 
 Avvicinandosi il viaggiatore avrebbe trovato una tomba luminosa con un cadavere al suo interno. 
Da quel momento in poi questo luogo divenne una meta di pellegrinaggio e in seguito venne costruita la moschea.


Dentro la moschea, che si trova nella località di Shiraz, si crea un gioco di luci senza pari che permette di scattare fotografie meravigliose.
 Non ci stupisce che questa costruzione sia soprannominata “Il Re della luce”.












All’inizio fu creata una piccola struttura per ospitare la tomba e con il tempo la moschea è diventata una costruzione più complessa. 

Anche se negli anni questa moschea in parte è stata danneggiata dalle persone, dai fenomeni naturali e dall’usura del tempo, numerose riparazioni l’hanno conservata fino a noi ed è così che il suo interno brilla ancora come un diamante e accoglie pellegrini e visitatori da tutto il mondo.

 Marta Albè

mercoledì 5 ottobre 2016

Titanca, la regina secolare delle Ande


Verso la fine di ottobre del 1867, un uomo risaliva a dorso di mulo una remota valle delle Ande peruviane per cercare una strana pianta della quale gli aveva parlato il proprietario di una hacienda locale. Si chiamava Antonio Raimondi, italiano proveniente da quella borghesia colta, romantica e idealista propria del nostro Risorgimento e che aveva lasciato la sua città e il suo paese per sfuggire al clima di restaurazione imposto dal ritorno degli Austriaci dopo le “Cinque Giornate” di Milano.

 Appassionato naturalista fin dall’infanzia, desideroso di emulare le gesta di famosi predecessori che avevano descritto la natura dei paesi tropicali, percorreva oramai da sedici anni i deserti, le immensità, delle montagne andine, le più selvagge e remote selve di questo suo paese di adozione. 
Aveva percorso migliaia di chilometri a piedi e a cavallo, visitando regioni del Perù sconosciute agli stessi peruviani, riempito centinaia di mappe descrivendo la geografia, il clima, nuove specie vegetali ed animali, le enormi risorse minerarie del paese, i resti di antiche e misteriose civiltà precolombiane.
 Aveva sopportato ogni genere di fatiche e privazioni, era sopravvissuto alle malattie tropicali, all’ostilità delle popolazioni andine, alla minaccia delle tribù selvagge dell’Amazzonia, per far conoscere al mondo la straordinaria ricchezza naturale ed archeologica del Perù.
 Fu chiamato “ el Humboldt peruano “. 

 Mentre arrancava su per la valle del Rio Pachacoto, Raimondi non immaginava che stava per rendere nota alla scienza una specie vegetale di eccezionale bellezza e rarità: infatti, pur essendo una pianta molto vistosa e quindi individuabile anche in lontananza, non l’aveva mai incontrata durane i lunghi anni di peregrinazioni in ambiente andino. 
 Lasciamo alle sue parole la descrizione della scoperta: 

“Alle falde dei rilievi lungo il fianco sinistro della valle si osservano, su di un terreno quasi sprovvisto di vegetazione,grandi ciuffi di foglie spinescenti ai bordi, in mezzo alle quali si innalza un fusto gigantesco coperto per tutta la sua altezza da dense spighe floreali. 
E’ difficile esprimere la sensazione causata dalla presenza di questa pianta in un luogo così elevato e freddo, situato a circa 3800 metri di altezza”.


Più avanti Raimondi annota:
 “L’esploratore botanico che ha la fortuna di incontrare queste piante strane e meravigliose nel periodo e della loro fioritura, non può fare a meno di fermarsi per qualche tempo a contemplare estasiato uno spettacolo tanto bello”.
 Avendo visitato molte volte le desolate estensioni della puna altoandina (la pianura che si trova nella cordigliera al di sopra dei 3700 m slm), Raimondi non si capacita di vedervi crescere questa gigantesca pianta. Infatti prosegue:
”La vista della località pietrosa dove cresce questa pianta aumenta ancor più la mia ammirazione, apparendo impossibile come questa gigantesca regina della puna possa assorbire sufficienti nutrienti dal terreno per alimentare uno stelo così elevato, il cui diametro supera un piede, e per poter sviluppare un numero enorme di fiori che , in un solo individuo, può superare gli ottomila…” 
 Alla fine della sua estasiata , ma anche particolareggiata descrizione, conclude:
”Dall’esame di questa pianta meravigliosa fatta sul posto,dedussi che fosse una specie di Pourretia;e tenendo in considerazione il suo sviluppo in altezza, che arriva anche a nove metri, la battezzai scientificamente,chiamandola Pourretia gigantea,con il cui nome sarà conosciuta”.

 Il botanico Harms in seguito la riclassificò come una bromeliacea ascrivibile al genere Puya e la denominò Puya raimondii Harms, in omaggio al naturalista italiano.


Qualora il viaggiatore d’oggi si trovasse a visitare nel Departamento di Ancash la Cordillera Blanca e la Valle descritta da Raimondi, eccezion fatta per la strada sterrata che risale la valle, ritroverebbe un ambiente immutato rispetto alle parole di Raimondi. 
 Vedere in piena fioritura la stessa popolazione di piante di cui parla Raimondi, è uno spettacolo sublime e nello stesso tempo assai raro, perché la Puya è una pianta apocarpica, che fiorisce cioè alla fine della sua vita.


 Uno dei problemi che riguardano la puya è rappresentato dagli incendi che abitanti locali appiccano per favorire il pascolo degli animali. Molti individui non sopravvivono all’incendio. 
Altri appaiono deformati e con ridotte capacità riproduttive.
 Dopo l’incendio le rosette di foglie basali appaiono gravemente danneggiate e ridotte sulla sommità dei fusti carbonizzati.

 Non si può rimanere impassibili di fronte ad un simile disastro ambientale. 

 Fonte: http://www.cigv.it/
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