domenica 13 gennaio 2013

Whitney Houston - Run to You

I più antichi farmaci



Un kit di pronto soccorso trovato nel relitto di una nave risalente a 2000 anni fa ha rivelato come gli scienziati dell’antichità preparassero medicali per curare la dissenteria e altri disturbi che potevano colpire i marinai. La nave era un’imbarcazione commerciale lunga 50 piedi (circa 15 metri), affondata circa nel 130 a.C. al largo della costa della Toscana.



Il kit contiene pillole fatte di verdure macinate, erbe e piante come sedano, carote e castagne, ed era sigillato così bene da resistere per due millenni sott’acqua. Gli ingredienti sono tutti citati nei testi classici di medicina. La cassa di legno ritrovata contiene anche estratti di prezzemolo, nasturzio, ravanello, achillea e ibisco, che erano contenuti all’interno di 136 fiale di legno foderate con stagno. Gli studiosi ritengono che essi venissero utilizzati per curare i disturbi gastrointestinali che colpivano i marinai, come la dissenteria e la diarrea. Essi venivano ingeriti insieme a un sorso di vino o acqua, oppure potevano essere sciolti e quindi spalmati sulla pelle per trattare infiammazioni e tagli.
Queste pillole costituiscono i più antichi resti archeologici di farmaci mai trovati.
Gli storici pensano che la presenza della cassa indichi che a bordo della nave c’era anche un medico, o almeno qualcuno che conoscesse le basi del pronto soccorso. La scoperta ha dimostrato che le conoscenze mediche contenute negli antichi testi greci venivano messe in pratica anche durante il periodo della dominazione romana.
La nave trasportava anfore di vino, vetro, ceramiche e lampade ad olio, quando affondò a 60 piedi (circa 18 metri) di profondità nel tratto di mare tra la costa italiana e l’isola d’Elba. La nave fu scoperta al largo del porto di Piombino nel 1974, e la scatola contenente i medicinali fu trovata nel 1989, ma solo ora gli scienziati sono stati in grado di utilizzare la tecnologia di sequenziamento del DNA per analizzare il contenuto delle pillole.





Capri, l'isola degli Imperatori


 Nel golfo di Napoli, di fronte alla penisola Sorrentina c’è l’affascinante isola di Capri, una meta desiderata e sognata da turisti provenienti da ogni parte del mondo.

 Non tutti sanno che sull’isola coesistono, dal punto di vista amministrativo, due realtà diverse Capri, mondana e sempre sotto i riflettori, e Anacapri (ovvero la Capri di sopra), più discreta e tranquilla. Nei pressi della Piazzetta, si trova la stazione degli autobus che collegano Capri con Anacapri. L’isola deve la sua celebrità a molti fattori, le bellezze naturali, (Grotta Azzurra,i Faraglioni, le spiagge di origine calcarea), i resti archeologici romani, le splendide dimore storiche (Villa San Michele, la Certosa di san Giacomo), le vie panoramiche, (Tragara, Via Krupp) e il Jet set internazionale che si dà appuntamento sull’ isola nel periodo estivo.

Capri, meta indiscussa del turismo internazionale, fu l’isola degli imperatori Cesare Augusto che la scelse come meta prediletta di villeggiature, e Tiberio che quì trascorse gli ultimi anni di vita. Sull’isola si stabilì anche il medico svedese Axel Munthe che costruì la celebre Villa San Michele (Anacapri) e rese omaggio a Capri nel suo romanzo “La storia di San Michele”.

Appena scesi dal traghetto o dall’aliscafo, si arriva a Marina Grande, all’estremità della banchina ci sono i motoscafi che, facendo il giro dell’isola di Capri, fermano all’ingresso della Grotta Azzurra, nota in tutto il mondo per la colorazione intensamente azzurra del suo interno.

 Per recarsi nella zona superiore dell’isola, potete prendere la Funicolare, qui si apre la famosa Piazzetta di Capri (Piazza Umberto I), centro dell’isola sia per i turisti che per gli abitanti del posto, qui ci si incontra per fare colazione o semplicemente due chiacchiere, la famosa Torre dell’ Orologio scandisce il ritmo della vita Caprese.
 Dalla Piazzetta un dedalo di strade vi farà scoprire le bellezze dell’isola tra negozi esclusivi e tipiche botteghe artigianali. Imboccando Via Vittorio Emanuele arriverete alla via Camerelle con le boutique e gli atelier dei piu prestigiosi stilisti, proseguendo per via Tragara, una strada di epoca romana, arriverete al belvedere con una vista sui Faraglioni (dove vive la famosa Lucertola Azzurra).
 Da Punta Tragara si riesce a scorgere parte della Costiera Amalfitana, l’abitato con le case arrampicate sui pendii, e la baia di Marina Piccola con il famosissimo “Scoglio delle Sirene”, le sue spiagge di ciottoli e gli stabilimenti alla moda.

Capri non è solo mare, dal cento di Anacapri è possibile arrivare sul Monte Solaro a piedi (stradina che parte dall’inizio di Viale Axel Munthe) o con la seggiovia (da Piazza Vittoria) In cima (a 589 metri) vi attende un panorama a 360 gradi che spazia dal golfo di Napoli a quello di Salerno, potrete visitare la solitaria chiesa di S. Maria di Cetrella.

Se lo dicono poi come fanno a ricevere le sovvenzioni milionarie?

E' difficile




Come è difficile trovare la traccia divina in mezzo alla vita che facciamo,  in questo tempo così soddisfatto, così borghese, così privo di spirito,  alla vista di queste architetture, di questi negozi,  di questa politica, di questi uomini!
HERMANN HESSE

Le dune di sabbia cantano. Ascoltatele

Il fenomeno era noto da secoli. I beduini forse lo conoscevano da millenni: le dune cantano. Non sempre ma in certi momento lo fanno: ad esempio quando il vento o qualunque altro fenomeno fa scivolare la sabbia su un loro versante. Non fu facile capire perché emettessero tali suoni, generalmente molto bassi. Poi, finalmente, un decennio fa si iniziò a formulare qualche ipotesi. Ora una ricerca condotta da scienziati francesi è riuscito a riprodurre in laboratorio quanto avviene in natura. E questo ha permesso di capire perché le dune cantano. Il filmato qui sotto lo spiega.

 luigibignami

Il tempo non guarisce tutte le ferite


“Il tempo non guarisce tutte le ferite. E continuano a stupirmi la persistenza e il potere della tristezza sull’essere umano. Forse il tempo guarisce le ferite superficiali, ma non viene certo a capo di quelle profonde. Col passar degli anni, le cicatrici fanno male quanto le ferite.  L’importante è 
costruirsi un bozzolo intorno al cuore e non lasciarsi influenzare dal passato.” 

L'altare di Pergamo

“Vi fu una città antica, all’interno della costa dell’Asia Minore, che si ergeva su una roccia immensa a centinaia di metri di altezza, stagliandosi su di essa con la perfezione dei mattini più nitidi. Una città simile ad una danzatrice: le braccia arcuate in movimento erano le cinte murarie, costruite a quote diverse, in diversi eventi della storia, e i suoi ritmici balzi erano vaste terrazze di marmo bianco, costellate di lunghi portici ombrosi, facciate di templi, mercati e palestre, scale e gallerie sotterranee, acquedotti arditi,…, e splendidi teatri, poggiati sui loro pendii come enormi conchiglie fossili. La musica della danza è stata la trama di una storia affollata di genti, battaglie, leggende e divinità, incardinate alla porta tra Asia ed Europa. Pergamo –pensata e vissuta come una seconda Atene d’Asia- rappresenta l’altro lato dell’urbanistica greca: oltre le griglie razionali.., degli impianti attribuiti ad Ippodamo da Mileto (V sec. a.C.), sorgono le invenzioni continue e le sorprendenti scenografie della successiva sensibilità ellenistica”

 Con queste parole Massimo Vidale e Andreas Steiner iniziano la loro descrizione di Pergamo, un agglomerato urbano nel quale i palazzi dei signori son ben poca cosa rispetto alla gloria divina dei templi e agli edifici dedicati alle istituzioni pubbliche.

Il mito greco attribuiva la fondazione di Pergamo a Telefo in un nodo di leggende collocabili all’età indistinta della Guerra di Troia e del Medioevo Ellenico. In quasi 1000 anni si era trasformata da piccolo insediamento arroccato, a roccaforte di un piccolo satrapo persiano (VI-V sec. a.C.), a città di conquista dei Diadochi, i successori di Alessandro Magno. Eumene I staccò Pergamo dai Seleucidi tenne a bada le mire espansionistiche dei Celti/Galati. Il suo successore Attalo I (269-197 a.C.), re di Pergamo, si alleò coi Romani e continuò la lotta coi Galati . Il periodo più fulgido si realizzò sotto Eumene II che ampliò il regno fino a Efeso e fu artefice della ristrutturazione edilizia cittadina, con la costruzione, tra l’altro, dell'Altare dedicato a Zeus e Atena e del più grande ginnasio del mondo greco e di una nuova cinta muraria. Dopo Attalo II, filo romano, Attalo III gestì una complessa transizione politica lasciando in eredità ai Romani la città che venne annessa alla Provincia d’Asia (129 a.C.). Per circa un secolo e mezzo Pergamo fu la capitale di uno dei maggiori regni ellenistici e centro culturale di primaria importanza; la dinastia degli Attalidi ne fece un capolavoro di architettura e di arte, in cui germogliò una scuola caratterizzata da virtuosismo plastico e espressività ricca di pathos. Sotto tale dinastia la città ospitò anche la più grande biblioteca del mondo antico, seconda solo a quella di Alessandria, in cui si raccoglievano 20.000 volumi. 


 L'altare

L’altare, dedicato a Zeus ed Atena, è stato scavato nel corso dell’’800 da missioni archeologiche tedesche e ricostruito al Pergamonmuseum di Berlino. L’altare edificato sull’Acropoli, collegato al vicino piccolo tempio di Atena-il più antico dell’acropoli- era aperto, come il teatro, verso i pendii occidentali del colle. Fu progettato da Eumene II (221-159 a.C.), come grande altare ellenistico dedicato a Zeus e Atena Nikephoroi (portatori di vittoria) per celebrare la propria vittoria sui Celti Galati . Venne portato a termine dal successore e fratello Attalo II, tra il 166 e il 156 a.C. L’alto podio, fiancheggiato da due avancorpi, cui si accedeva tramite una scalinata monumentale ampia una ventina di metri, era decorato da un altorilievo con Gigantomachia –la lotta dei giganti contro gli Dei- simboleggiante la vittoria della civiltà sulla barbarie. Il muro di fondo del cortile era ornato da un fregio continuo illustrante il mito di Telefo, figlio di Eracle e leggendario fondatore di Pergamo. Il fregio colossale era costituito da pannelli alti circa m. 2,30 con uno sviluppo totale di m. 110 che illustravano la sconfitta dei Giganti ribellatisi agli dei dell’Olimpo, per vendicare la sorte dei Titani da questi rovesciati e imprigionati nel Tartaro.
Il mito 

Il mito di Pergamo è orientato a legittimarne l’origine divina, facendola risalire a Eracle e al figlio Telefo, entrambi discendenti da Zeus. Le vicende che la collegano con i due eroi sono scolpite nei rilievi. Di Telefo sono narrati gli eventi prodigiosi della vita, dai presagi divini prima della nascita, al concepimento dall’unione di Eracle e Auge, fino al combattimento con i Greci e all’incursione nella città di Argo.

La figura di Eracle è al centro della Gigantomachia, in cui l’eroe combatte a fianco degli dei per sconfiggere i giganti. 
Questi esseri invincibili potevano essere uccisi solo se ad abbatterli erano contemporaneamente un essere divino e un mortale, come è infatti Eracle. 

 L’altare nel Pergamonmuseum 

La collocazione dell’altare nel museo rispecchia un gusto e le inclinazioni di un preciso momento storico-culturale dell’inizio del’900. Il museo, appositamente costruito a Berlino a inizio ‘900 per ospitare le antichità pergamene, riunisce i rilievi originali del Tempio di Zeus e Atena e numerosi reperti provenienti dagli scavi dell’area. 
Nella seconda metà del 600 d.C., in occasione di due attacchi arabi dell’area bizantina, l’altare sull’acropoli venne frettolosamente smontato per costruire con le lastre marmoree un nuovo bastione delle mura urbane, limitato alla zona dell’acropoli. Nel 1878-86, in seguito della vittoria della Prussia sulla Francia, Berlino, capitale imperiale volle dotarsi di un polo museale che potesse rivaleggiare col Louvre o il British Museum. 
Su decisione di Berlino venne smontato parte del bastione bizantino di Pergamo e portate le lastre scolpite e altri elementi architettonici a Berlino, per rimontarle.
 Il Museo di Pergamo fu progettato nei primi decenni del XX secolo e inaugurato nel 1930. L’altare, già nel progetto, doveva essere ospitato nella più vasta museale del mondo, come simbolo ultimo della perfezione della cultura ellenica, e del neoclassicismo. Per molti si tratta di una cittadella prussiana, con chiari intenti elegiaci della supremazia tedesca in Europa.

 Nel 1948 il fregio dell’altare venne confiscato dall’Armata Rossa e portato a Leningrado (S. Pietroburgo) come parte dei debiti di guerra contratti dalla Germania nazista. Nel 1958 i Russi restituirono il fregio al museo come segno di amicizia nei confronti dell’allora DDR. Nel 1990, a seguito della riunione delle due Germanie e dei rispettivi patrimoni museali, vennero avviati anche lavori di ristrutturazione del Museo. E’ in quest’epoca che inizia l’aspra polemica sulla restituzione del monumento alla Turchia, polemica che sfocia nel 2012 , nell’occupazione simbolica del Museo da parte dei militanti di Occupy Museums .

A chi appartiene l’altare? 

Negli ultimi vent’anni la Repubblica turca ha messo in atto con sostanziosi finanziamenti statali una vigorosa politica finalizzata alla restituzione delle opere d’arte sottratte tra XIX e XX secolo al morente impero ottomano: una politica giudicata aggressiva dai principali musei americani ed europei, le cui collezioni furono abilmente, e talvolta disonestamente, costituite proprio in quel periodo storico. 
Dopo alcune importanti riconsegne, recentemente i politici turchi hanno chiesto con insistenza la restituzione dell’Altare e del fregio ellenistico, raccogliendo un generale consenso in patria.
 Il problema è senz’altro spinoso perché non si tratta di restituire statue singole o bassorilievi ma un’architettura che non è stata asportata dalla sua originaria collocazione,  ma recuperata da ingegneri e archeologi tedeschi che hanno distrutto importanti murature medievali nelle quali altri ingegneri bizantini lo avevano “spensieratamente” riciclato come materiale da costruzione.
 Da parte tedesca si fa notare che oggi l’altare non è un oggetto maneggevole ma una “ricostruzione neoclassica e filellenica perfettamente integrata nel suo contenitore”, inscindibile dal Museo, frutto di un preciso momento storico.
 Come alcuni protagonisti dei “Occupy Museum” del resto han fatto notare che senso ha che un gruppo di attivisti abbia cercato di occupare nel nome di una moderna nazione islamica un antico manufatto profondamente greco per contestare un’”appropriazione inappropriata”? Tanto più che fu messa in atto da una Germania Prussiana oggi scomparsa.
 Scartata l’ipotesi di farne una copia, rimane il nodo di difficile soluzione almeno dal punto di vista scientifico e culturale.

Chiara De Santis
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