lunedì 21 ottobre 2013

I laghi dei monti Altai Mongolia

UVS NUUR** (lago)

Definirlo “mare” non è così avventato.
L’Uvs nuur è il lago più grande della Mongolia (3.500 kmq, quasi dieci volte il lago di Garda ma con profondità media di soli 12 metri, contro i 133 del Benaco) e ha acque cinque volte più salate del normale livello marino.
L'Uvs evoca misteriose suggestioni e attira 220 specie di uccelli, stanziali e migratori (aquile, gru, oche e perfino gabbiani) sulle sue sponde spoglie e paludose.
I pesci che vivono in questo lago sembra non siano commestibili.
A rendere speciale questa zona è il bacino del lago, che dal 1994 è area strettamente protetta e, grazie alle sue singolari peculiarità, inserito nel Programma internazionale sulla biosfera per verificare i cambiamenti climatici del pianeta. In questa zona si registrano sbalzi termici impressionanti, dai +40 ai -60 gradi.
Il bacino del lago Uvs è popolato da specie animali rare, come l’argali e l’ibex siberiano, che si muovono in un paesaggio da favola, caratterizzato da imponenti ghiacciai spezzati da vallate fiorite (foto di Federico Pistone

UUREG NUUR** (lago)



Circondato da vette che superano i tremila metri, il lago Uureg (237 kmq) si raggiunge dopo un centinaio di chilometri da Ulaangom sulla strada principale per Ulghii.
Contrariamente all’Uvs è più fruibile dai viaggiatori, che possono anche contare su alcune strutture ricettive sulle sue sponde.
Si può anche rischiare di fare il bagno, ma resta il mistero sulla composizione delle acque.
Viene infatti definito “lago salmastro”. In verità si tratta di acque dolci mescolate a sali minerali la cui origine non è ancora stata approfondita.
Ad ogni modo, le zanzare sembrano non gradire molto questo habitat, a tutto vantaggio degli umani. Al confine settentrionale del lago si erge il monte Tsagaan Shuvuut (quasi 3.500 metri) e l’omonima riserva naturale

KHYARGAS NUUR* (lago)

 

Compare all’improvviso nel nulla del deserto stepposo, questo enorme lago salato (75 chilometri per 31, con una profondità fino a 80 metri) il cui territorio è parco nazionale dal 2000.
Popolato da pesci e uccelli (anche qui la caccia li ha decimati), ha la sua attrattiva maggiore nelle Khar termes, “sorgenti nere”, ricche di solfato, magnesio e calcio. Il flusso d’acqua calda si sprigiona da rocce appartenenti all’era mesozoica: è come fare un bagno nella preistoria. Un piccolo canale collega il Khyargas all’Airag, un laghetto battezzato come il tradizionale latte di giumenta, sulle cui rive si erge un’antica stele di roccia. Il Khan Khukii-Khyargas è una striscia di un’ottantina di chilometri, incastrata fra il lago Khyargas e la strada principale tra Moron e Ulaangom: è parco naturale dal 2000 con l’obiettivo di arginare il fenomeno di desertificazione. L’area è per metà attraversata dalla faglia generata dal terremoto del 1905


KHAR US NUUR** (lago e parco nazionale)




Dall’acqua nera”, una sessantina di chilometri a est di Khovd, è il secondo specchio d’acqua della Mongolia per grandezza (1.153 chilometri quadrati) dopo il Khuvsgul ma è poco profondo, non oltre i quattro metri.
È l’unico luogo al mondo dove vive il temolo mongolo, un pesce della famiglia dei salmoni che raggiunge i 60 centimetri di lunghezza e i 6 chili e mezzo di peso.
È anche un osservatorio ideale per volpi, antilopi e rapaci e fa parte dell’omonimo parco nazionale, insieme agli altri due grandi laghi Khar e Dorgon (salato), collegati fra loro da un lungo braccio d’acqua.
Nel punto più vicino al capoluogo è possibile visitare un santuario degli uccelli (pellicani e rapaci) a cui si può accedere (a pagamento) anche con il fuoristrada.

Un pezzo di cometa sulla Terra per fare gioielli nell’antico egitto


Per la prima volta alcuni ricercatori sudafricani hanno identificato con certezza i resti di una cometa caduta sulla Terra milioni di anni fa.
La sua esplosione all’ingresso nell’atmosfera terrestre causò un’onda d’urto capace di distruggere ogni forma di vita per centinaia di chilometri quadrati sotto il luogo dell’impatto.
Si tratta di uno studio condotto da David Block della Wits University e pubblicato suEarth and Planetary Science Letters.
”Le comete visitano spesso i nostri cieli – sono palle di neve e ghiaccio mescolati con polvere – ma mai prima d’ora nella storia abbiamo avuto le prove dei resti di una cometa caduta sulla Terra”, ha detto il team composto da geologi, fisici e astronomi, tra cui Block, Jan Kramers dell’Università di Johannesburg, Marco Andreoli della South African Nuclear Energy Corporation e Chris Harris dell’Università di Città del Capo.
Al centro dell’attenzione di questa squadra di scienziati c’era un misterioso sasso nero trovato alcuni anni fa da un geologo egiziano. Dopo aver condotto analisi chimiche approfondite, gli autori della ricerca sono giunti alla conclusione che esso rappresenti il primo esemplare conosciuto del nucleo di una cometa arrivato sulla Terra.
Si parla di una cometa, quindi, che è entrata nella nostra atmosfera 28 milioni di anni fa, esplodendo e riscaldando la sabbia fino a una temperatura di 2000 gradi Celsius.
Come risultato si formò un’enorme quantità di vetro di silice giallo-verde che giace ancora disperso su 6000 chilometri quadrati di deserto del Sahara. Un magnifico esemplare di questo vetro, lucidato da antichi gioiellieri, si trova nel diadema di Tutankhamon sotto forma di scarabeo.
Dall’impatto sono stati anche prodotti migliaia di microscopici diamanti, il più grande dei quali è stato chiamato dal team “Ipazia”, in onore della prima matematica, astronoma e filosofa della storia, Ipazia d’Alessandria. Finora non è stato facile trovare sulla Terra resti di comete, se non sotto forma di piccoli granelli di polvere negli strati superiori dell’atmosfera.
“La NASA e l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) spendono miliardi di dollari per raccogliere pochi microgrammi di materiale di cometa e riportarli sulla Terra, ma ora abbiamo un approccio radicalmente nuovo per studiare questo materiale, senza spendere milioni di dollari”, ha detto Kramers.
“Le comete contengono i segreti della formazione del nostro sistema solare e questa scoperta ci dà un’opportunità senza precedenti per studiare attraverso quella cometa materiale di prima mano di com’era il nostro sistema solare miliardi di anni fa”, ha concluso.

Fonte : ilnavigatorecurioso.it

Lo Yemen


Pier Paolo Pasolini così descriveva lo Yemen: 
 "... architettonicamente, è il paese più bello del mondo. Lo stile yemenita, un'enigma solo parzialmente risolto, o di cui solo pochi sanno, se c'è, la soluzione. Sana'a, la capitale, è una Venezia selvaggia sulla polvere senza San Marco e senza la Giudecca, una città-forma, la cui bellezza non risiede nei deperibili monumenti, ma nell'incompatibile disegno... è uno dei miei sogni...".


Ma che bella San'a, con i suoi alti palazzi decorati, ricamati di pietra e di stucchi, le decine di minareti, il Souk al-Milh, dove, in un'atmosfera medioevale si mescolano i profumi di incenso e mirra, del cardamomo, del caffè!
  E che meraviglia i centri disseminati quasi ovunque nello Yemen, in un alternarsi di deserti, altopiani, canyon, montagne, vallate e wadi, sono villaggi la cui bellezza lascia senza fiato ... Al Hajjarin, Zabid, Thula con la città fortificata tra le rocce; Jibla con la moschea della regina Arwa; Kawakaban su uno sperone di roccia dominante. Ed ancora ... il miracolo di Shibam, dove, fra il deserto del Ramlat Al Sabatein e aridi altopiani, spiccano indisturbati da più di quattro secoli, i suoi 500 grattacieli di mattoni di terra cruda alti 7-8 piani; Al-Hajjara che spunta tra le nebbie della montagna con i suoi ricami di pietra; At-Tawila con le sue piazzette e i minareti tra i pinnacoli di roccia! E come è incredibile la valle del Wadi Dhahr con il Dar al-Hajar, il palazzo sulla roccia!


E poi c'è la gente ... un popolo fiero, disponibile e cortese.
 Bimbi vocianti lungo le vie o affacciati alle minuscole imposte dei palazzi color ocra.
 Donne, silenziose presenze, esili corpi avvolte da un velo che risparmia soltanto gli occhi.


Spesso, quando si parla di Yemen la si associa alle basi Al Qaeda, ai rapimenti, ad altri e più generici pericoli ... Non si può ignorare il fenomeno del rapimento ed esistono zone, ben identificate, di fatto pericolose in quanto controllate da gruppi che in passato hanno rapito turisti, rivendicanti diritti verso il governo centrale.
 Ma il territorio yemenita è vasto, sarebbe un errore intenderlo del tutto pericoloso e popolato da persone ostili e bellicose.
 San'a visitata la sera, nella zona del brulicante ed accattivante souk, è molto meno pericolosa di moltissime altre città europee.


E, poi, c'è Socotra, l'Isola felice, è distante anni luce da qualsiasi problematica di tipo religiosa o tribale che sia.
 In questo paese non esiste il servizio di nettezza urbana, a parte a San'a e la spazzatura si accumula ovunque, nelle strade, nelle fogne, sulle porte delle case, nei campi, perfino nelle vasche di raccolta delle acque, dove i ragazzi si tuffano e dove le donne fanno il bucato! Ed i sacchetti di plastica rosa, che vengono utilizzati per commerciare le foglie di qat, la droga diffusissima in Yemen che produce una lenta, costante, leggera dipendenza. 
 Il qat è una tradizione e viene masticata quotidianamente e non è un'usanza che passa inosservata in quanto la guancia dei masticatori viene deformata dal continuo masticare del bolo.


Non è facile esprimere in poche righe le emozioni che un paese come lo Yemen ti può dare... regno della mitica regina di Saba, è un mondo a sé, è una terra magica ricca di emozioni nelle quali ci si può perdere.. tra i ricami di stucco e i profumi di spezie!
 I paesaggi stessi sono strabilianti, si alternano rocce, dirupi e valli verdissime a zone aride e desertiche, per poi raggiungere il turchese e l’azzurro dell’oceano indiano con spiagge bianchissime appartenenti a Socotra.
 Insomma facciamoci un pensierino ...

La teoria alternativa del pre-contatto tra i popoli del Medio Oriente e del Sud America: il ritrovamento di resti di coca nelle mummie egizie



Secondo la Storia accademica non esistettero contatti tra i popoli del Medio Oriente e quelli del Nuovo Mondo nell’antichità.
Le evidenze di un antico contatto tra questi due mondi, separati dall’Oceano Atlantico, sono però tali e tante che, a mio parere si può parlare di un pre-contatto, che però non fu ufficializzato e divulgato alle masse, come durante la spedizione di Cristoforo Colombo, ma rimase occulto, e solo le elite del tempo poterono avvantaggiarsi di alcuni segreti, come per esempio l’ubicazione di miniere (vedi il mio articolo sulla terra di Ofir), e l’utilizzo di alcune piante medicinali. In alcuni miei articoli ho analizzato la possibilità che il pre-contatto sia stato reale, sia studiando alcuni petroglifi
(come nel caso della Pedra de Ingà)

 

Simboli egizi

Sia analizzando alcuni manufatti
(come nel caso della Fuente Magna o il Monolito di Pokotia)

 

Scritte protosumeriche

Sia approfondendo alcuni casi controversi di Storia recente (come nel caso della biblioteca metallica del Padre Carlo Crespi), sia esaminando antichi sentieri che dalla costa del Brasile portano nell’interno del continente (come nel caso del cammino del Peabirù).
C’è, però un’altra prova, molto importante, che questa volta fu trovata non in America del Sud ma in alcune mummie egizie. Come sappiamo la pianta della coca (erytroxylon coca), è originaria del Sud America e non cresce in nessun altro ambiente.
Nemmeno nel Messico tropicale questa pianta attecchisce, tanto che i narcotrafficanti devono per forza importarla dal Sud America. All’interno della foglia di coca, vi è un alcaloide, detto cocaina (da non confondersi con la droga chimica detta anch’essa cocaina). Conosciamo l’uso tradizionale e ancestrale che i popoli indigeni del Sud America fanno della foglia di coca: la masticano e ne ottengono un effetto stimolante e anestetizzante. Secondo la storia accademica questa pianta era sicuramente sconosciuta al di fuori del Sud America prima del 1492.
Com’è possibile pertanto che siano state trovate tracce dell’alcaloide cocaina in alcune mummie egizie risalenti ad epoche comprese tra il 1070 a.C. e il 395 d.C.?
La scoperta, che fu effettuata dalla scienziata tedesca Svetlana Balabanova nel 1990, ha inderogabilmente provato che nelle mummie egizie presenti nel museo di Monaco e anche in altre mummie egizie conservate in Sudan, sono presenti tracce di cocaina e anche di nicotina (tabacco, nome scientifico: nicotiana tabacum).
Sappiamo che anche il tabacco è una pianta endemica del Sud America, e pertanto sorge la domanda: come è possibile tutto ciò? Per i resti di nicotina è stata avanzata l’ipotesi che alcune piante simili al tabacco si coltivassero in Asia e Africa in tempi antichi, mentre per il caso della coca, non c’è spiegazione.
L’alcaloide della cocaina è stato poi trovato in 71 scheletri umani rinvenuti in Nubia, risalenti ad un periodo compreso tra il 600 d.C. e il 1100 d.C. Può essere questa una prova definitiva del contatto tra i popoli del Medio Oriente (in questo caso dell’antico Egitto), e quelli del Sud America?
Gli scettici hanno portato innumerevoli teorie per sostenere che il ritrovamento della studiosa Balabanova non debba essere considerato come una prova del pre-contatto: hanno sostenuto che le mummie furono contaminate, e che le prove non furono condotte con metodi scientifici, il che non corrisponde alla verità. Alcuni hanno sostenuto che le mummie analizzate erano dei falsi, ma anche ciò è stato confutato.
La maggioranza degli scienziati accademici ha però contestato la scoperta della Balabanova solo per il fatto che un contatto tra antichi Egizi e popoli del Sud America è per loro impossibile, e pertanto lo scartano a priori.
A mio parere i resti dell’alcaloide cocaina, ritrovati nelle mummie egiziane è una delle prove che il continente americano (in questo caso il Sud America) era conosciuto dai popoli del Medio Oriente, che vi viaggiavano per intercambiare prodotti con alcuni popoli indigeni.
Certo, questi viaggi non erano resi pubblici, ma tenuti in segreto. Le rotte per raggiungere l’America del Sud erano gelosamente custodite e non venivano divulgate, ma al contrario queste conoscenze erano riservate a pochi, solo alle elite del tempo.

 YURI LEVERATTO www.yurileveratto.com

L'isola della Gaiola e il parco sommerso


Il Parco sommerso di Gaiola è una piccola area marina protetta di 42 ettari di mare che circonda le Isole della Gaiola nel golfo di Napoli e che si estende dal Borgo di Marechiaro alla Baia di Trentaremi, istituita congiuntamente dai Ministeri dell'Ambiente e dei Beni Culturali nel 2002.


L'area è incastonata nel paesaggio costiero di Posillipo, a poca distanza dal centro della città di Napoli.
 La sua peculiarità è dovuta alla fusione tra elementi vulcanologici, archeologici e biologici.


Sui fondali del Parco, infatti, è possibile osservare i resti di porti, ninfei e peschiere attualmente sommersi a causa del lento sprofondamento della crosta terrestre (bradisismo).
 Tutti questi sono in gran parte afferenti alla Villa Imperiale di Pausilypon, affiancata dai resti dell'imponente Teatro del I secolo a.C., appartenuti al liberto romano Publio Vedio Pollione e oggi parte del Parco archeologico di Posillipo.


Il Parco sommerso di Gaiola ha anche una notevole importanza biologica: l'estrema complessità geomorfologica dei suoi fondali e la continua vivificazione delle sue acque, garantita dal favorevole sistema di circolazione delle acque costiere, hanno permesso l'insediamento in pochi ettari di mare di numerose comunità biologiche marine tipiche del Mediterraneo.


Dolci pendii digradanti verso il mare e le alte falesie di tufo giallo napoletano (15Ka), ammantate dai colori della macchia mediterranea hanno da sempre esercitato un fascino particolare sui popoli che qui si sono succeduti.


L'isola della Gaiola 

 L'isola della Gaiola è una delle isole minori di Napoli; è sita dirimpetto alla costa di Posillipo, nel Parco sommerso di Gaiola
.

L'isola trae la propria denominazione dalle cavità che costellano la costa di Posillipo (dal latino cavea: "piccola grotta", e dunque attraverso la forma dialettale "caviola"). 
In origine, la piccola isola fu nota come "Euplea", protettrice della navigazione sicura e fu caratterizzata da un piccolo tempietto.


L'isola, come già accennato, è molto vicina alla costa, raggiungibile con poche bracciate di nuoto.
 Si suppone che, in origine, nient'altro fosse che il prolungamento del promontorio dirimpetto e che sia stata separata artificiosamente solo in un secondo tempo per volere di Lucullo.


Nel XVII secolo vediamo che questo lembo di terra era praticamente cosparso di fabbriche romane; mentre, due secoli dopo, l'isola fungeva da batteria a difesa del golfo. 
Negli anni venti è stata in funzione una teleferica che collegava l'isola alla terraferma. 

 All'inizio del XIX secolo, l'isola era abitata da un eremita, soprannominato "Lo Stregone", il quale viveva dell'elemosina dei pescatori. Poco dopo, l'isola vide la costruzione di una villa che la caratterizza ancora oggi. La villa, che nasce in posizione privilegiata, fu anche di proprietà del celebre Norman Douglas, autore della Terra delle Sirene.


La popolazione del luogo, generalmente, non ha mai visto di buon occhio la Gaiola, considerandola una sorta di "isola maledetta", che con la sua bellezza nasconde "sorti inquiete", nomea dovuta alla frequente morte prematura dei suoi proprietari; ad esempio, negli anni venti del 900, appartenne allo svizzero Hans Braun, il quale fu trovato morto e avvolto in un tappeto; di lì a poco, la moglie annegò in mare.
 La villa passò così al tedesco Otto Grunback, che morì d'infarto mentre soggiornava nella villa.
 Simile sorte toccò all'industriale farmaceutico Maurice-Yves Sandoz che morì suicida in un manicomio in Svizzera; il suo successivo proprietario, un industriale tedesco dell'acciaio, il barone Paul Karl Langheim, fu trascinato al lastrico dagli efebi e dalle feste, dei quali di solito amava circondarsi. 
 Infine, l'isola è appartenuta a Gianni Agnelli che subì la morte di molti familiari; passò poi a Paul Getty che fu ricattato dallo stesso nipote e, successivamente, a Gianpasquale Grappone, che rimase coinvolto nel fallimento della sua società di assicurazioni "Colombo" nel 1978.
 Messa all'asta, l'isola è diventata proprietà della Regione Campania.

Sequestrate tonnellate di shampoo lisciante cancerogeno



NAPOLI – Ognuno di noi cerca di curare al meglio possibile i propri capelli e per questo motivo tende ad acquistare prodotti di marche abbastanza conosciute; diverse aziende però, con sede a Bologna, Roma, Napoli e Pisa importavano shampoo dal Brasile per poi rinvederli in tutto il territorio nazionale..
Peccato che questi shampoo contenessere un elevatissimo contenuto di formaldeide, sostanza tossica in grado di causare problemi cancerogeni; in alcune di queste marche la percentuale di formaldeide superava di 35 volte il valore consentito dalla legge. Attualmente gli indagati sono più di 20 e 500.000 tonnellate di prodotto sono già state ritirate dal mercato nazionale.

Tratto da SaluteBenessere.net

Quando il paradosso supera ogni immaginazione

Proponiamo di mettere di mettere i calzoni ai maschi di tutte nostre opere d'arte (compreso Gesù)e il burqua alle femmine (comprese le Madonne.
O meglio ancora......proponiamo di distruggere tutte le sculture umane nude e dare una bella mano di calce a tutte le pitture...... poiché la religione islamica vieta di raffigurare la figura umana STRANO CHE LA "signora" kyenge non ci abbia ancora pensato

Un enorme telo bianco ha accolto, lunedì scorso 14 ottobre all’ingresso della Sala Consiliare, la delegazione iraniana.
Era in visita presso la sede di Ginevra delle Nazioni Unite per discutere i negoziati sul programma nucleare della Repubblica islamica. In realtà, il lungo drappo serviva a coprire la nudità del bassorilievo
“La creazione di Adamo”, ispirato al celebre affresco di Michelangelo, realizzato nel 1938 dall’artista inglese Eric Gill. I funzionari delle Nazioni Unite non hanno voluto commentare l’episodio, limitandosi a dichiarare che lo scopo della copertura era semplicemente quello di fornire un fondale neutro all’ingresso della sala riunioni.
Tuttavia il giornale svizzero “Tribune de Geneve” ha fatto notare come il reale obiettivo fosse, invece, quello di evitare di offendere la delegazione islamica, in quanto gli uomini iraniani, secondo la loro cultura, sono tenuti a coprire le loro braccia e le gambe in pubblico, cosi come le donne hanno l’obbligo di coprire i capelli e indossare abiti larghi in linea con l’interpretazione intransigente dell’Islam.
Ancora una volta l’Europa mostra tutta la sua debolezza e per non turbare la sensibilità islamica si piega ai suoi dettami rinnegando la propria cultura e i propri valori.
Quello che vorrebbe essere un segno di rispetto delle altrui credenze (per altro non ricambiato in nessun modo…) è, in realtà, una chiara manifestazione del relativismo culturale dominante ai vertici delle organizzazioni europee
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