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giovedì 20 marzo 2025

El Capricho di Gaudí: il gioiello nascosto della Cantabria


 Antoni Gaudí è stato uno degli artisti più straordinari del periodo a cavallo tra il Diciannovesimo e Ventesimo Secolo, conosciuto anche come il “plasmatore della pietra, del laterizio e del ferro”. Quando si parla di lui la mente vola subito a Barcellona, dove sette delle sue opere rientrano nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO: la Sagrada FamiliaCasa BatllóCasa Milà e il Parco Güell.

Ma in pochi sanno che nel nord della Spagna, a Comillas, si trova un’altra meraviglia firmata dal famoso architetto catalano. El Capricho di Gaudí è il gioiello nascosto della Cantabria, regione autonoma e provincia della parte settentrionale del Paese.

L’opera è stata realizzata tra il 1883 e il 1885 per l’avvocato Máximo Díaz de Quijano, un grande appassionato di musica. Proprio da questa passione prende il nome della costruzione: “capriccio” è un termine musicale, infatti, che indica una composizione libera e fantasiosa. Questa stessa idea di creatività si riflette proprio nel design di Gaudí, che rese El Capricho un’opera unica nel suo genere.


  Si distingue per il suo stile eclettico, dove si notano influenze orientali, gotiche e naturalistiche. Insieme al palazzo e ai padiglioni Güell e alla casa Vicens, El Capricho è una delle opere del periodo orientalista di Gaudí, durante il quale l’architetto ha esplorato forme decisamente audaci per le sue opere, utilizzando materiali in combinazioni mai viste prima.

Visitare El Capricho di Gaudí è un’esperienza culturale unica. Non si tratta di una semplice villa, ma di una scoperta visiva e sensoriale senza precedenti. La torre cilindrica, ricoperta di piastrelle verdi e gialle, ricorda un minareto, in grado di donare un tocco esotico alla struttura, mentre le decorazioni a girasole riescono a donare luminosità alla facciata e gli interni, simboleggiando anche l’armonia che l’opera ha con la natura, con materiali come pietra, mattoni, ferro e ceramica, che creano un gioco di texture e colori unico. Insomma, un’opera di visitare, ma assolutamente da fotografare!


Per chi ama l’architettura, l’arte e la natura, una visita a El Capricho di Gaudí è un’esperienza da non perdere, un tesoro nascosto della Cantabria che permette di ammirare il genio di Gaudí in un contesto davvero affascinante e lontano dalle solite mete turistiche.

Fonte:siviaggia.it

giovedì 12 ottobre 2023

Sagrada Família, ci siamo: i lavori sono quasi terminati dopo 140 anni


 I lavori di completamento della Sagrada Família, l’imponente cattedrale di Barcellona, sembrava non dovessero finire mai. E invece ora stanno per concludersi. Si stima infatti che nel 2026 sarà terminata la sesta e ultima torre centrale: dunque, la costruzione verrà terminata 144 anni dopo la posa della prima pietra.

L’imponente opera architettonica è stata progettata, tra gli altri, dall’architetto Antoni Gaudì, che subentrò a lavori già in corso nel 1882: Gaudì ne ridisegnò completamente il prospetto passando da neogotico a liberty.

La novità degli ultimi giorni riguarda un ulteriore passo in avanti verso la conclusione dei lavori: è stata posizionata sulla torre dedicata all’Evangelista Matteo l’ultima scultura mancante. In più la torre di Giovanni Evangelista è stata ultimata con la posa di una statua a forma di aquila.


Nell’annunciare queste novità, la pagina ufficiale della Sagrada Família ha reso noto che il 12 novembre si terrà una messa inaugurale nella cattedrale: per l’occasione verranno illuminate le quattro torri dedicate ai quattro Evangelisti.


La Sagrada Família, sito Patrimonio dell’Umanità Unesco, è stata consacrata, pur non essendo ancora pronta, nel 2010 da Papa Benedetto XVI, come si è soliti fare per i progetti architettonici che sono in costruzione ormai da decenni o secoli.

Il disegno iniziale dell’architetto catalano, infatti, prevedeva una struttura monumentale: 18 torri, che simboleggiavano, rispettivamente, i 12 apostoli, i quattro evangelisti, la Vergine Maria e Gesù. Come detto, manca una sola torre per segnare la fine di un cantiere che è stato avviato due secoli fa: la torre rimanente, che rappresenta Gesù Cristo, sarà alta 172 metri e sarà sormontata da una croce.

Ma perché uno degli edifici più noti al mondo ha impiegato così tanti decenni per essere concluso?

 I lavori partirono a rilento e quando Gaudì morì, nel 1926, l’opera era solo al 10/15% del completamento totale. Ci furono poi diverse interruzioni durante gli anni Trenta a causa dello scoppio della Guerra Civile spagnola: nel Novecento, inoltre, furono necessarie diverse rimodulazioni del progetto iniziali.

In pochi sanno che fino al 2019, quando il Comune intervenne per rilasciare una licenza edilizia, i lavori erano di fatto portati avanti illegalmente perché privi di autorizzazione.

 Non ci resta, dunque, che aspettare il 2026 per vedere il capolavoro modernista terminati: solo allora la Sagrada Família diventerà l’edificio di culto più alto al mondo.

Fonte: greenme.it

sabato 29 ottobre 2022

Ponte degli immortali. Cina


 È chiamato ponte degli immortali perché collega due grandi speroni di roccia della Montagna Gialla che una leggenda racconta siano, in realtà, due giganti tramutati in pietra da un dio per renderli immortali.

 Si trova nella provincia meridionale di Anhui, nella Cina orientale, sospeso a 800 m. A parte la leggenda che gli ruota intorno, si tratta comunque del ponte sospeso più alto del mondo.

Inutile dire che la vista è mozzafiato, con le montagne di granito che toccano le nuvole e il precipizio impressionante sotto di voi. A volte le nuvole avvolgono completamente il luogo fornendo un incredibile senso di mistero al sito. Queste rocce fanno parte del cosiddetto Monte Tai che supera i 1500 metri non lontano dalla costa orientale della Repubblica Cinese, ed è Patrimonio dell’Umanità . Essendo una delle cinque più importanti montagne sacre della Cina, sono molti i turisti e fedeli che vengono qui, soprattutto per compiere il vertiginoso percorso che conduce fino alla Porta Celeste del Sud, da dove si contemplano le più belle albe dell’estremo oriente
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domenica 29 maggio 2022

L’Appartamento Segreto di Gustave Eiffel in cima all’omonima Torre


 Quando fu inaugurata la Torre Eiffel, in occasione dell’Expo del 1889, il progettista Gustave Eiffel divenne celebre per il proprio lavoro, sia a Parigi sia all’estero. L’ingegnere però non volle rinunciare alla possibilità di costruire uno spazio, al terzo piano della torre di Parigi, che fosse riservato soltanto a se stesso. L’appartamento privato di Eiffel non era grande, ma accogliente ed ambitissimo da parte di tutta l’élite parigina, che sognava di vedere la città da oltre 300 metri di altezza.


Situato al terzo piano della torre, l’appartamento privato di Eiffel non era grande, ma assai accogliente. 

In contrapposizione con le travi d’acciaio del resto della torre, l’appartamento era arredato con uno stile semplice, le pareti ricoperte di carta da parati e i mobili scelti in stile tradizionale dell’artigianato francese.

 All’interno era presente anche un pianoforte a coda, che contribuiva a creare un ambiente che, nel suo complesso, trasmetteva un senso di tradizionalità e comfort. 

Adiacenti al piccolo appartamento si trovano alcune stanze adibite a laboratorio scientifico.



Una volta che la voce dell’appartamento di Eiffel si sparse, l’élite parigina diventò verde per l’invidia, arrivando a offrire allo scienziato cifre folli per affittare, anche solo per una notte, il piccolo rifugio. 

Eiffel rifiutò qualsiasi offerta, utilizzando lo spazio come luogo di riflessione e intrattenendo ospiti del calibro di Thomas Edison, che gli regalò una delle sue macchine fonografe presentate durante la stessa Expo del 1889.

Dopo essere stato chiuso per decenni, l’appartamento è messo in mostra per i visitatori che raggiungono la vetta della Torre. Gran parte degli arredi sono originali, e all’interno ci sono due manichini con le sembianze di Eiffel ed Edison impegnati in un dibattito scientifico.

Fonte: vanillamagazine

venerdì 18 marzo 2022

Il cerchio perfetto del Ponte del diavolo di Rakotzbrücke

 


Sebbene in Europa esistano numerosissimi ponti del diavolo, quello di Rakotzbrücke è probabilmente il più conosciuto e fotografato. Si trova nel parco naturale di Kromlau, in Germania, precisamente in Sassonia nell’Azaleen und Rhododendronpark Kromlau (parco delle azalee e rododendri di Kromlau), un giardino inglese ricco di stagni e laghetti artificiali. 

Il periodo migliore per visitare questo parco è la stagione primaverile, quando la neve si scioglie e comincia la fioritura delle azalee e dei rododendri da cui prende il nome.
Il parco si trova a circa 120 chilometri da Dresda, sul confine con la Polonia e fu realizzato durante il XIX secolo da Friedrich Hermann Rotschke, cavaliere di Kromalu e grande amante della natura.

Il ponte fu costruito nel 1860 all’interno della grande riserva naturale che conserva numerose specie di flora e grande ricchezza arborea, durante la realizzazione del parco si rese necessaria l’edificazione di un collegamento fra i due lembi di terra, in modo da consentire il passaggio dei pedoni da una sponda all’altra del fiume Rakotzsee.
La forma che prese questo collegamento divenne uno dei ponti più suggestivi del mondo, un ponte di pietra che sembra uscire da una fiaba, formato da un arco che fa apparire un cerchio perfetto con il suo riflesso da qualunque angolo di osservazione lo si ammiri.


Sono numerosissimi i ponti del diavolo in Europa, la maggior parte di essi fu costruito in epoca medievale o nei secoli immediatamente successivi, tra il 1000 d.C. e il 1600 d.C. circa. Se ne contano centinaia, forse addirittura migliaia, in Francia sono circa 50 ma se ne trovano moltissimi anche in Italia, Slovenia, Germania, Svizzera, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Estonia, Romania e Bulgaria, per parlare solamente dell’Europa, e in paesi al di fuori del vecchio continente.

Così come avviene per il ponte Rakotzsee, la dicitura “ponte del diavolo” deriva dal fatto che queste costruzioni risultavano così ardite che le conoscenze del tempo li ritenevano impossibili da realizzare se non con l’aiuto del diavolo stesso; intorno a ciascuno di questi ponti solitamente si trovano legate delle leggende che amplificano il misticismo evocato dal nome.


Per la costruzione del Ponte del diavolo di Rakotzsee furono necessari ben 10 anni e questo alimentò le fantasie popolari che attribuirono ben presto al ponte significati simbolici e leggende. Questo ponte venne realizzato con la pietra locale, non presenta corrimano e alle sue estremità sono presenti guglie stilizzate di roccia sottili con colonne ottagonali in basalto dal forte impatto visivo.

La leggenda narra che l’architetto strinse un patto con il diavolo: in cambio della realizzazione di un ponte perfetto il maligno pretese l’anima della prima persona che lo avesse attraversato. L’astuto architetto, però, decise di gabbare il signore degli Inferi facendo attraversare per primo il ponte ad un cane.

Secondo altri miti legati al ponte di Rakotzsee pare che esso costituisca un varco verso un’altra dimensione; altre leggende raccontano che se attraversato nelle notti di luna piena il ponte sia in grado di svelare le abilità nascoste in ognuno di noi.
Infine, alcuni sostengono che osservandolo da una speciale angolatura, lo stesso riveli il volto del Diavolo in persona.

Tutte queste storie moltiplicano il misticismo e l’attrattiva di quest’opera architettonica, ma anche coloro che non si fanno sedurre dal soprannaturale non possono che rimanere stupefatti dal fascino straordinario di questo ponte.

Fonte: meteoweb.eu


domenica 6 febbraio 2022

Roma: la “Fontana dei Libri” in via degli Staderari


 Situato fra il Pantheon e Piazza Navona il rione di Sant’Eustachio è l’VIII rione della città di Roma, e prende il nome dall’omonima Basilica.

 La divisione in rioni della capitale risale già al VI secolo a.C. sotto Servio Tullio, ma fu in età imperiale che venne profondamente modificata. 

Augusto aumentò le regiones da 4 a 14, oltre le antiche mura della Repubblica.

Dopo l’epoca Romana e durante il governo del Pontefice l’organizzazione amministrativa della città cambiò continuamente, passando a 12 rioni nel XII secolo circa per diventare poi definitivamente 22 nel 1921.

I rioni raccontano la storia della città eterna, e un piccolo simbolo della divisione rionale si trova in via degli Straderari (gli antichi fabbricanti di bilance a stadere, quelle con un piatto solo e un peso contrapposto), dove si può osservare la Fontana dei Libri. 

Ma perché questo nome?

Via degli Staderari un tempo si chiamava “dell’Università”, memoria dell’antico palazzo della Sapienza, sede dell’Università poi trasferitasi a Trastevere.

 L’originale via degli Staderari, parallela a questa, venne soppressa per l’allargamento di Palazzo Madama, e così via dell’Università venne rinominata con l’attuale odonimo.


La fontana venne realizzata nel 1927 su progetto dell’architetto Pietro Lombardi, parte di un ampio progetto del comune volto a realizzare dei simboli urbani che ricordassero gli antichi rioni e i mestieri scomparsi.

La Fontana dei Libri è caratterizzata da una nicchia ad arco, e al centro si osserva la testa di un cervo, simbolo del Rione di Sant’Eustachio, con l’acqua che viene fatta sgorgare da quattro punti sui quattro libri. Due ugelli fuoriescono dai libri superiori mentre altri due dai segnalibri nella parte centrale della scultura, simboli del sapere che fluisce senza sosta dalla grandezza dei libri. Al centro della fontana si legge la scritta:

S. EVSTACCHIO – R IV

Che naturalmente corrisponde al nome del rione e alla sua numerazione. Lo scalpellino che eseguì l’opera non doveva avere grande conoscenza della numerazione dei rioni, perché il Rione Sant’Eustachio non è il IV bensì l’VIII.

La fontana, parte di un ampio progetto realizzato interamente dall’architetto Pietro Lombardi, è una delle 9 fontane di quel periodo.

 Le altre sono la Fontana del Timone, quella della Pigna, la Fontana dei Monti, quella delle Palle di Cannone, quella della Botte, quella delle Tiare, delle Anfore e delle Arti, tutte situate in punti ragionati dei rioni romani.

Fonte: vanillamagazine.it

lunedì 31 gennaio 2022

Dall’epoca romana ad oggi un solo acquedotto non ha mai cessato di rifornire l’Urbe: l’Acquedotto Vergine.


 Voluto da Marco Vipsanio Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, venne inaugurato il 9 Giugno del 19 a.C. e doveva rifornire le sue terme nel Campo Marzio: fu il sesto acquedotto della città in ordine di realizzazione. 

L’acquedotto era alimentato da alcune sorgenti che si trovavano nell’Agro Lucullano, a poca distanza dal corso dell’Aniene e presso l’odierna località di Salone, all’VIII miglio della Via Collatina.

 La portata giornaliera era di 2.504 quinarie (pari a 1.202 litri al secondo), delle quali, secondo Frontino, 200 venivano erogate nel Suburbio, mentre le 2.304 che giungevano in città erano distribuite attraverso 18 castella secondari in modo che 1.457 andassero per le opere pubbliche, 509 alla casa imperiale e le restanti 338 alle concessioni private.


Il percorso dell’acquedotto Vergine era lungo circa 20.471 Km, tutto sotterraneo ed entrava in città da nord, seguendo la via Collatina fino alla località di Portonaccio; qui attraversava la via Tiburtina, oltrepassava su arcate il Fosso della Marranella alla confluenza con l’Aniene, dirigendosi poi verso la Nomentana e la Salaria e quindi, piegando verso sud, attraversava le zone di Villa Ada e dei Parioli, passando sotto il ninfeo di Villa Giulia, entrava infine in città in prossimità del Muro Torto. 

Gli ultimi 2 Km circa correvano invece in parte su sostruzioni ed in parte, relativamente all’ultimo tratto attraverso il Campo Marzio, su arcuazioni continue fino ai Saepta, il grande edificio pubblico situato in prossimità del Pantheon e delle adiacenti Terme di Agrippa.

 Una piscina limaria (serbatoio di decantazione) era posta presso le pendici del Pincio, dove il condotto antico è accessibile tramite una scenografica scala a chiocciola costruita nel Rinascimento, proprio accanto alla Trinità dei Monti.


Resti imponenti sono visibili invece all’interno della “Rinascente” in via del Tritone e presso via del Nazareno, dove si conservano, parzialmente interrate, tre arcate in blocchi bugnati di travertino poste ai lati di un fornice più grande.




La leggenda vuole che una fanciulla avesse indicato ai soldati di Agrippa le sorgenti fino ad allora cercate invano e perciò da quel momento denominate della Vergine, ma in realtà sembra che “virgo” possa piuttosto riferirsi alla purezza e alla leggerezza delle sue acque, determinate dall’assenza di calcare.

 Seppur danneggiato nell’attacco di Roma dei Goti di Vitige, fu ben presto ripristinato e continuamente restaurato durante il corso dei secoli in modo da poter servire di acqua fresca e pura la città. Ancora oggi infatti molte delle fontane del centro cittadino, sono servite dall’acquedotto Vergine, come per esempio la straordinaria Fontana di Trevi



martedì 9 novembre 2021

Un tesoro in Germania: la Cappella Palatina di Aquisgrana


 

Concepita da Carlo Magno come cappella privata all’interno del suo Palazzo residenziale, è oggi parte integrante della Cattedrale e svetta alta sui tetti della città di Aquisgrana (Aachen), sul confine Occidentale della Germania, a pochi passi dal Belgio e dai Paesi Bassi.


La sua realizzazione si deve a Oddone da Metz, architetto di corte, ed a Eginardo, sovrintendente alle fabbriche ed alle imprese artistiche carolingie. Ci vollero poco meno di vent’anni per terminarla, dal 786 all’804 e venne consacrata l’anno successivo da Papa Leone III.
Tale cappella identifica la parte più antica della Cattedrale e si presenta con una struttura perfettamente geometrica, ovvero con un corpo ottagonale di 31 m. d’altezza e 16 m. di diametro.
 La scelta di avere un’architettura a pianta ottagonale non è affatto banale, soprattutto in un periodo così simbolista come il Medioevo. Da sempre, infatti, il numero “8” è riconducibile a diversi significati, tra cui la Resurrezione di Cristo, l’equilibrio cosmico, l’eternità, l’immensità della volta celeste e l’infinito. 
Non a caso venne spesso utilizzato come unità di misura nelle realizzazioni architettoniche medievali, assieme ai suoi multipli e nel corso del tempo fece da modello per le costruzioni delle epoche successive, come nei Battisteri.
 Per questo motivo, la Cappella di Aquisgrana viene spesso associata ad esempi quali la Basilica di San Vitale a Ravenna e la Moschea di Santa Sofia a Istanbul, le quali hanno caratteristiche strutturali e decorative simili tra loro.

Anticamente posto di seguito ad un porticato oggi scomparso, l’ingresso è preceduto dal Westwerkovvero un corpo di fabbrica tipicamente carolingio – spesso inquadrato entro due torri scalari (con scale al loro interno) – che delimita la loggia sporgente posta al primo piano dalla quale l’Imperatore Carlo Magno si mostrava al popolo acclamante.

All’interno, la struttura si sviluppa in verticale ed è suddivisa in quattro piani:

  • il pian terreno presenta un deambulatorio anulare che gira tutt’attorno al corpo centrale, scandito da archi a tutto sesto e da basse volte a crociera, decorato con diversi marmi policromi;
  • subito sopra si trova il matroneoovvero il piano riservato alle donne, con logge e trifore, dove, in corrispondenza del loggione esterno, è posto il trono di pietra dell’Imperatore Carlo Magno, cosicché potesse assistere alle funzioni religiose da una posizione privilegiata;
  • salendo ancora un piano si trova un secondo deambulatorio più basso, scandito dal ritmo delle trifore e con volte decorate a mosaico;
  • l’ultimo piano è quello su cui poggia la grande cupola riccamente decorata con un prezioso mosaico, un tempo raffigurante “Cristo in trono attorniato dagli angeli dell’Apocalisse“, oggi, purtroppo perduto.
  •  Quello attuale venne rifatto nel XIX secolo da una bottega veneziana, ma, fortunatamente, possiamo farci un’idea del soggetto originale grazie ad un disegno Seicentesco realizzato da Giovanni Ciampini (1633-1698) tratto dalla sua opera “Vetera Monimenta” del 1690.


  • l’ultimo piano è quello su cui poggia la grande cupola riccamente decorata con un prezioso mosaico, un tempo raffigurante “Cristo in trono attorniato dagli angeli dell’Apocalisse“, oggi, purtroppo perduto.
  •  Quello attuale venne rifatto nel XIX secolo da una bottega veneziana, ma, fortunatamente, possiamo farci un’idea del soggetto originale grazie ad un disegno Seicentesco realizzato da Giovanni Ciampini (1633-1698) tratto dalla sua opera “Vetera Monimenta” del 1690.


  • In corrispondenza della cupola, all’altezza del primo piano, si può ammirare l’originale lampadario bronzeo raffigurante la “Gerusalemme Celeste”, donato alcuni secoli dopo da Federico Barbarossa e da sua moglie. Nel 1165 lo stesso Imperatore svevo fece traslare le ossa di Carlo Magno, posizionandole in un sarcofago di marmo finemente decorato
  • Successivamente, nel 1215, suo nipote Federico II decise di far realizzare un prezioso scrigno in oro ed argento che contenesse le sacre spoglie, tutt’ora conservato nella Cattedrale di Aquisgrana.


  • Leggenda vuole che nell’anno 1000, a circa due secoli dalla morte di Carlo Magno, Ottone III volle scendere nelle cripte della Cattedrale per far visita alla tomba dell’Imperatore e raccontò che il suo corpo ergeva seduto su di un trono, ancora in perfetto stato di conservazione, come se Egli fosse ancora vivo, vestito con abiti regali, con il capo cinto dalla sua corona d’oro, lo scettro in mano ed i vangeli sul grembo.

    “Entrammo dunque da Carlo. Egli non giaceva disteso come gli altri defunti, ma, quasi fosse vivo, stava seduto su un trono. Era incoronato con una corona d’oro; teneva uno scettro nelle mani coperte da guanti che le unghie, crescendo, avevano perforato. (…) una volta entrati nella tomba, sentimmo un profumo intensissimo. Lo adorammo, inginocchiandoci senza indugio. Subito l’imperatore Ottone lo rivestì di abiti bianchi, gli tagliò le unghie e restaurò tutto quello che s’era deteriorato intorno a lui. Invero, nessuna delle sue membra si era ancora disfatta putrefacendo: mancava soltanto un pezzettino della punta del naso, che subito Ottone fece rifare in oro. Estrasse un dente dalla bocca di Carlo, ricostruì il monumento e se ne andò.”, così come scrissero nel 1026 nelle Cronache di Novalesa.

     


     

    Carlo Magno, incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero a Roma il giorno di Natale dell’800, da Papa Leone III, realizzò quella che gli storici chiamano “Rinascita Carolingia”, ovvero un periodo florido durato circa 70 anni (814-742) che vide un vero risveglio politico e culturale di tutto l’Occidente.

    Fonte: viaggiandonellabellezza 

     

giovedì 22 aprile 2021

La grandiosa biblioteca barocca di Praga è il Reame dei libri antichi


 La Biblioteca Nazionale di Praga fu aperta nel lontano 1722, e costituisce oggi una delle più belle biblioteche del mondo.

 Con oltre 20.000 di volumi, rappresenta quasi un tempio sacro per gli amanti del libro.

 Gli affreschi del soffitto vennero realizzati da Jan Hiebl, e attraverso la sua opera pittorica sono presenti molti simboli che rappresentano l’importanza dell’istruzione insieme alle agiografie di santi gesuiti. La biblioteca fa parte del complesso Clementinum, e conserva libri teologici in tutte le lingue del mondo.


L’edificio Clementinum fa parte di quello che è uno dei più grandi complessi architettonici di Praga, ed era in origine un’Università Gesuita. I rari libri collezionati dai gesuiti sono arricchiti dei loro appunti, che rendono la consulta dei volumi una vera e propria immersione nelle pieghe della storia.

Nel 1777 Maria Theresa d’Austria decretò che la Clementinum diventasse una biblioteca pubblica e universitaria, il che ha permesso alla comunità di studiosi di Praga (e poi di tutto il mondo) di fruire della bellezza barocca di questo splendido edificio.

 All’interno della sala centrale non sono presenti infatti soltanto gli affreschi di Hiebl, ma anche dei famosissimi globi dorati e gli orologi astronomici di Jan Klein. 

Dal XVIII secolo l’interno della biblioteca non è stato più modificato, e il tuffo nella storia è quanto di più bello possa esserci per gli amanti dell’arte e della cultura.

Fonte: vanillamagazine.it

domenica 6 settembre 2020

Inaugurato un ponte di 99 gradini per ammirare la cascata più famosa della Norvegia


Venerdì 21 agosto, nella regione dell’Hardangerfjord, è stato inaugurato un nuovo ponte pedonale che offre una vista unica sulla cascata di Vøringfossen, la più grande e famosa della Norvegia. 

Un ponte di 99 gradini da cui poter osservare da un nuovo e impressionante punto di vista le grandi quantità di acqua che precipitano per 182 metri dall’altopiano di Hardangervidda fino alla valle di Måbødalen. 

Il ponte, lungo 47 metri, è stato progettato dall’architetto Carl-Viggo Hølmebakk in modo da enfatizzare ulteriormente l’esperienza maestosa.






Il ponte, costruito a un’altezza di 50 metri, si collega alla strada storica e offre una vista unica sul fiume Bjoreio e l’ambiente circostante.

 Realizzata interamente in acciaio, la struttura è costituita da due treppiedi fissati sulla roccia con lunghi bulloni.



Fonte: keblog.it

giovedì 2 luglio 2020

La “leggenda” del bacio sotto il Ponte dei Sospiri a Venezia ispirò un film americano degli anni ’70


Il Ponte dei Sospiri a Venezia: bellissima e un po’ triste opera di architettura barocca, evoca la grandezza della Serenissima, ma anche il suo inflessibile sistema giudiziario.

 Progettato da Antonio Contin all’inizio del 1600, fu costruito per collegare, con un doppio passaggio, il Palazzo Ducale con le Prigioni Nuove, passando sopra il Rio di Palazzo.

 Leggenda vuole che i sospiri fossero quelli dei detenuti che attraversavano il ponte, andando verso la prigione: l’incantevole vista della laguna di Venezia era l’ultima immagine della libertà perduta, probabilmente per sempre.

 In realtà, dall’interno del ponte non si vede quasi nulla, e quindi probabilmente il nome si riferisce agli ultimi respiri dei prigionieri come uomini liberi, perché chi era condannato, nella Serenissima Repubblica, non aveva altro destino che morire in prigione.
 Ancora più probabilmente, i sospiri erano in realtà i lamenti dei prigionieri, che riecheggiavano nel canale attraverso le strette finestre delle carceri.


La triste storia del ponte non lo rende meno bello: la sua bianca pietra d’Istria, e le decorazioni scultoree, lo rendono una delle principali attrazioni turistiche di Venezia. 

Ad un’attenta osservazione, si nota che tutti i visi scolpiti nell’arcata hanno un’espressione di rabbia o tristezza; l’unico che sembra avere una faccia felice è probabilmente il guardiano del ponte.


Il Ponte dei Sospiri può essere visto dal Ponte di Canonica e dal Ponte della Paglia, oppure navigando in gondola lungo il Rio di Castello. 


Un’altra leggenda, forse inventata ad uso e consumo dei milioni di turisti che ogni anno visitano Venezia, convince molte coppie a passare sotto il Ponte dei Sospiri in Gondola, perché un bacio scambiato al tramonto sotto la sua bianca volta, nel momento in cui le campane di San Marco iniziano a suonare, assicura amore eterno e felicità.


Da questa “leggenda” è stato tratto anche un film con Laurence Olivier e Diane Lane, dal titolo “A Little Romance”, “Una piccola Storia d’Amore” nella versione italiana che vinse l’Oscar per la Colonna Sonora.
 La pellicola fu ispirata al libro “E=mc2 Mon Amour” di Patrick Cauvin, tradotto in Italia come “Piccolo Grande Amore”.

 Fonte: vanillamagazine.it

domenica 21 giugno 2020

Il Ponte del Diavolo


Il Ponte della Maddalena, conosciuto come Ponte del Diavolo, è una delle costruzioni più originali di tutta la Toscana e si trova a Borgo a Mozzano, tra Lucca e la Garfagnana. 

 Il suo profilo singolare, con la grande arcata a tutto sesto affiancata agli altri tre archi minori, ha ispirato numerosi artisti e fatto fiorire leggende sulla sua costruzione. 
Il suo aspetto slanciato, che tuttora colpisce chi lo ammira, doveva essere ancora più suggestivo in passato, quando non era stata ancora costruita la diga che dal secondo dopoguerra ha innalzato il livello dell'acqua nei pressi del ponte.


Secondo la leggenda il ponte fu costruito da San Giuliano che, non riuscendo a completarlo per l'eccessiva difficoltà, chiese aiuto al diavolo in persona, promettendogli in cambio l'anima del primo essere vivente che vi fosse passato sopra.

 Una volta terminato il ponte, San Giuliano vi tirò sopra un pezzo di focaccia, attirandovi un cane e beffando così Satana.


 Le notizie storiche certe sulla costruzione del ponte sono scarse. Nicolao Tegrimi, nella sua biografia di Castruccio Castracani, ne attribuisce la costruzione a Matilde di Canossa (1046-1125) e riferisce di un restauro da parte di Castruccio Castracani (1281-1328).
 Secondo le ipotesi di Massimo Betti, durante il governo di Castruccio sono stati realizzati in muratura gli archi minori del ponte, sostituendo precedenti strutture in legno. 
Ciò spiegherebbe la differenza tra l'arco maggiore e quelli minori, e anche la diversa pendenza della via sul lato sinistro del ponte, costruito a partire dall'arco preesistente.



Fonte: visittuscany
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