venerdì 31 ottobre 2014


Filippine: il ristorante ai piedi delle cascate


Le cascate sono uno dei più straordinari spettacoli della natura, ma osservarle da vicino non è sempre possibile. 
Si tratta infatti di un'occasione molto rara, oltre che non priva di pericoli, tanto che, quando possibile, le visite alle cascate sono parte di viaggi organizzati con tanto di guide. 
Ecco però un'eccezione.
 Si tratta di Villa Escudero. Un vero e proprio ristorante in riva alle cascate. Il Villa Escudero Resort si trova nelle Filippine, per la precisione nella località di San Pablo.
 Il ristorante offre ai propri ospiti un'esperienza davvero unica. Pranzare o cenare al ristorante di Villa Escudero significa provare l'emozione di una lunga pausa proprio accanto ad una cascata. 
Gli ospiti possono osservare le cascate da vicino e ascoltare il loro suono caratteristico, senza temere pericoli.
 Il ristorante si trova ai piedi delle Labasin Falls.
 Sulla riva delle cascate gli ospiti possono degustare le pietanze della cucina locale, sedendosi a tavoli di bambù realizzati a mano agli artigiani filippini, mentre l'acqua scorre direttamente al di sotto dei loro piedi. 
I più coraggiosi possono avvicinarsi direttamente all'acqua che scorre dall'alto, per godere di un massaggio benefico o di una breve doccia naturale prima di dedicarsi al pranzo.


Per sedersi ai tavoli non si indossano scarpe o pantaloni lunghi. Anzi, sarebbe bene portare con sédirettamente il costume da bagno. 
Il terreno occupato dal resort è parte di un antico insediamento, circondato da montagne e palme da cocco.
 Dopo che gli ospiti si sono rifocillati e rinfrescati sulle rive della cascata, sono pronti per dedicarsi alle attività turistiche disponibili nella zona, dal rafting al birdwatching, oppure possono avventurarsi nei villaggi vicini, alla scoperta delle tradizioni locali.

Cani Panda: l'ultima insana mania della Cina


Il chow chow panda non esiste.
 È solo un cane tinto per assomigliare al mammifero in via di estinzione, emblema nazionale della Cina.
 Eppure il fatto che si tratti di un "trucco" non demoralizza le migliaia di acquirenti, che impazziscono ugualmente per i "cani-panda".
 Lo racconta il proprietario di un negozio per animali domestici di Chengdu, capitale della provincia del Sichuan, Hsin Ch'en, che ha raccontato di non riuscire a tenere il passo con la domanda di cani Chow chow tinti come i panda.


"Ho perfezionato la tecnica e ora si sta diffondendo in tutto il paese, racconta. 
Con un po' di cura e colore è facile trasformare un chow in un cane panda, in circa due ore.
 Il trattamento rimarrà per circa sei settimane, poi i proprietari dovranno tornare per alcuni ritocchi".
 Un make-up, assicura il negoziante, senza sostanze chimiche né maltrattamenti (ci fidiamo?) è piuttosto costoso, anche se agli acquirenti "non dispiace pagare un extra, a loro piace il fatto che la gente si giri per strada e possano dire ai loro amici: "Ho un cane panda"', continua Chen.


Prima di dire "che carini", fermatevi a riflettere sulla necessità di applicare questa non meglio definita tecnica solo per il nostro gusto estetico. Anche perchè i Chow Chow son stupendi di loro.
 Il nostro consiglio?
 Lasciate perdere trattamenti di colorazione delle pellicce degli animali: se siete alla ricerca di un compagno a quattro zampe e sicuri di assumervi questa responsabilità, date un'occhiata nei nostri canili e troverete esemplari stupendi anche senza trucco.


Roberta Ragni

Samhain, la vera storia di Halloween


Forse non tutti sanno che la festa di Halloween non nasce in America ma ha origini antichissime rintracciabili in Irlanda, quando la verde Erin era dominata dai Celti. 
Halloween corrisponde infatti a Samhain, il capodanno celtico. 
Dall’Irlanda, la tradizione è stata poi esportata negli Stati Uniti dagli emigranti, che, spinti dalla terribile carestia dell’800, si diressero numerosi nella nuova terra.



Il nome Halloween (in irlandese Hallow E’en), deriva dalla forma contratta di All Hallows’ Eve, dove Hallow è la parola arcaica inglese che significa Santo: la vigilia di tutti i Santi, quindi. 

 I Celti erano prevalentemente un popolo di pastori, a differenza di altre culture europee, come quelle del bacino del Mediterraneo. I ritmi della loro vita erano, dunque, scanditi dai tempi che l’allevamento del bestiame imponeva, tempi diversi da quelli dei campi.

 Alla fine della stagione estiva, i pastori riportavano a valle le loro greggi, per prepararsi all’arrivo dell’inverno e all’inizio del nuovo anno.
 Per i Celti, infatti, l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio come per noi oggi, bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione delle tenebre e del freddo, il tempo in cui ci si chiudeva in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende. 
 Il passaggio dall’estate all’inverno e dal vecchio al nuovo anno veniva celebrato con lunghi festeggiamenti, lo Samhain (pronunciato sow-in, dove sow fa rima con cow), che deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa “summer’s end”, fine dell’estate. In Irlanda la festa era nota come Samhein, o La Samon, la festa del Sole, ma il concetto è lo stesso.

In quel periodo dell’anno i frutti dei campi (che pur non essendo la principale attività dei celti, venivano comunque coltivati) erano assicurati, il bestiame era stato ben nutrito dell’aria fresca e dei pascoli dei monti e le scorte per l’inverno erano state preparate.
 La comunità, quindi, poteva riposarsi e ringraziare gli Dei per la loro generosità. 
Ciò avveniva tramite lo Samhain, che, inoltre, serviva ad esorcizzare l’arrivo dell’inverno e dei suoi pericoli, unendo e rafforzando la comunità grazie ad un rito di passaggio che propiziasse la benevolenza delle divinità.
 L’importanza che la popolazione celta attribuiva a Samhain risiede nella loro concezione del tempo, visto come un cerchio suddiviso in cicli: il termine di ogni ciclo era considerato molto importante e carico di magia. 

 L’avvento del Cristianesimo non ha del tutto cancellato queste festività, ma in molti casi si è sovrapposto ad esse conferendo loro contenuti e significati diversi da quelli originari.

 La morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti.
 Da qui è comprensibile l’accostamento dello Samhain al culto dei morti.
 I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge, e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio e facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra.
 Samhain era, dunque, una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno.

Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. 
Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro. 
Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.
 In Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi.


L’avvento del Cristianesimo 

Attraverso le conquiste romane, Cristiani e Celti vennero a contatto. 

L’evangelizzazione delle Isole Britanniche portò con sé un nuovo concetto della vita, molto distante da quello celtico e durante tale periodo la Chiesa tentò di sradicare i culti pagani, ma non sempre vi riuscì.
 Halloween non fu completamente cancellata, ma fu in qualche modo cristianizzata, tramite l’istituzione del giorno di Ognissanti il 1° Novembre e, in seguito, della commemorazione dei defunti il 2 Novembre.
 Fu Odilone di Cluny, nel 998 d.C., a dare l’avvio a quella che sarebbe stata una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. Allora egli diede disposizione affinché i monasteri dipendenti dall’abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° Novembre. Il giorno seguente era invece disposto che fosse commemorato con un’Eucarestia offerta al Signore, pro requie omnium defunctorum. 

Un’usanza che si diffuse ben presto in tutta l’Europa cristiana, per giungere a Roma più tardi.

 La Festa di Ognissanti, infatti, fu celebrata per la prima volta a Roma il 13 Maggio del 609 d.C., in occasione della consacrazione del Pantheon alla Vergine Maria. 
Successivamente, Papa Gregorio III stabilì che la Festa di Ognissanti fosse celebrata non più il 13 Maggio, bensì il 1° Novembre, come avveniva già da tempo in Francia.
 Fu circa nel IX secolo d.C. che la Festa di Ognissanti venne ufficialmente istituzionalizzata e quindi estesa a tutta la Chiesa, per opera di Papa Gregorio IV.

 Fanno eccezione i cristiani Ortodossi, che coerentemente con le prime celebrazioni, ancora oggi festeggiano Ognissanti in primavera, la Domenica successiva alla Pentecoste.


 L’influenza del culto di Samhain non fu, tuttavia, sradicata e per questo motivo la Chiesa aggiunse, nel X secolo, una nuova festa: il 2 Novembre, Giorno dei Morti, dedicato alla memoria delle anime degli scomparsi.


 Dall’Irlanda agli Stati Uniti 


Verso la metà del XIX secolo, l’Irlanda fu investita da una terribile carestia, ancor oggi ricordata con grande partecipazione dagli irlandesi.

 In quel periodo per sfuggire alla povertà, molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentar fortuna negli Stati Uniti, dove crearono, come molte altre nazionalità, una forte comunità. All’interno di essa venivano mantenute vive le tradizioni ed i costumi della loro patria, e tra di essi il 31 Ottobre veniva celebrato Halloween. 
 Ben presto, questa usanza si diffuse in tutto il popolo americano, diventando quasi una festa nazionale. 
 Più recentemente, gli Stati Uniti grazie al cinema ed alla televisione hanno esportato in tutto il mondo i festeggiamenti di Halloween, contagiando anche quella parte dell’Europa che ne era rimasta estranea.
 In moltissimi film e telefilm spesso appaiono la famosa zucca ed i bambini mascherati che bussano alle porte. E molti, infine, sono i libri ed i racconti horror che prendono Halloween come sfondo o come spunto delle loro trame. 

 Negli Stati Uniti Halloween ha perso i suoi significati religiosi e rituali, ed è diventata un’occasione per divertirsi e organizzare costosi e allegri festeggiamenti. Pare che ogni anno gli Americani spendano due milioni e mezzo di dollari in costumi, addobbi e feste per il 31 ottobre!



http://www.irlandando.it/

giovedì 30 ottobre 2014

A Dallas il parco coi sentieri e le case fatte di zucche


Dallas.
 A pochi minuti dal centro città, sorge l'Arboretum, nel cuore del Giardino Botanico.
 Con una particolarità.
 Al suo interno racchiude un vero e proprio percorso-villaggio fatto di zucche. 
Dallas Arboretum, è questo il suo nome, cambia quattro volte l'anno offrendo colori mozzafiato ai visitatori da marzo a novembre.


Arancio, bianco, verde, giallo. Ce n'è per tutti i gusti. 

Con i suoi 66 acri (circa 27 ettari), questa oasi urbana attira oltre 950.000 visitatori ogni anno grazie ai suoi 19 giardini ben curati e alle feste stagionali, ma anche ai percorsi e alle attività all'aria aperta che invitano residenti e turisti a visitarlo.
 Il Dallas Arboretum si trova sulla riva di White Rock Lake, nella parte orientale di Dallas. 

Aree studio, ma anche programmi educativi dedicati ai ragazzi e un nuovo giardino di oltre 3 ettari pensato i bambini.
 Il villaggio quest'anno è cresciuto fino a includere 50.000 zucche, diecimila in più rispetto al 2010).
 In totale 45 diverse varietà utilizzate come materiale da costruzione, per le case e le altre strutture e ancora per delimitare i sentieri, fino all'area a tema dedicata, non a caso, a Cenerentola. Utilizzando circa 1.200 zucche, gli operai del giardino hanno costruito case fatte usando solo le zucche dedicate alla favola, con tanto di carrozza trainata da finti topini e sala da ballo a tema. Ma non solo. I preziosi ortaggi sono parsi per tutto il parco e tra i giardini.
 L'idea di realizzare un giardino a tema è stata lanciata dal Botanic Garden pochi anni fa, ma fin da subito ha riscosso successo. Popolarità che si è accresciuta di pari passo alle dimensioni.


Le passeggiate tra le zucche fanno parte del programma “Autumn in the Arboretum”, un festival stagionale che include anche la mostra Dale Chihuly e diversi spettacoli musicali e giochi come la caccia al tesoro tra le zucche e i labirinti.


Ma non è finita.
 In primavera, l'arboreto aprirà un'altra grande attrazione per i bambini quando verrà inaugurato il Rory Meyers Children’s Adventure Garden.
 Un nuovo parco a tema di 3 ettari che si concentrerà sulle scienze della terra.
 Il progetto sarà caratterizzato da 17 gallerie interne e all'aperto, un'area interattiva e una passerella attraverso un tunnel di alberi, per portare i più piccoli a stretto contatto con la natura, anche nelle grandi città.


www.greenme.it

mercoledì 29 ottobre 2014


La leggenda di Jack O’ Lantern – l’origine delle zucche di Halloween


Cos’hanno in comune un ubriacone d’Irlanda, il Diavolo e le zucche di Halloween? La risposta è: Jack O’ Lantern. 

 Chi non ha mai sentito pronunciare il suo nome probabilmente non conosce una delle leggende più famose d’Irlanda.
 In questa si intravede un sottofondo religioso e una favola di buonsenso, ma anche molta ironia e quel classico bagliore di mistero che circonda le terre irlandesi.

 Jack O’ Lantern era un vecchio fabbro con il vizio del bere. Spilorcio e di cattivo carattere, è da credere che non abbia mai avuto un vero amico.  
Tra le altre cose si recava spesso al pub per tracannare alcolici e vivere una vita viziosa come si immagina per un simile personaggio.
 E’ stato proprio in uno dei pub, immerso in una delle sue sbronze, che Jack ha avuto un infarto. Sul punto di morte, gli apparve allora il Diavolo, venuto a reclamare la sua anima sporca. 
Jack aveva molti difetti, ma di certo non si poteva accusarlo di non essere astuto. Chiese infatti al Diavolo l’ultimo desiderio – un’ultima bevuta – ma rivelò di essere completamente al verde e di non potersi pagare il boccale. 
 Il Diavolo si lasciò convincere e si tramutò in una moneta da sei pence. 
Jack non si lasciò scappare l’occasione. Lesto, ficcò la moneta nel borsello in cui teneva anche una croce d’argento, un anatema per il Diavolo che gli impediva di riprendere la sua forma originaria.
 Con il sorriso sulle labbra, Jack gli strappò la promessa di non reclamare più la sua anima per i successivi dieci anni, in cambio della liberazione (secondo alcune versioni, in realtà si trattò di un solo anno). 
Com’è ovvio immaginare, il Diavolo acconsentì. 

 Chi dice che si impara dai propri errori, probabilmente non conosceva Jack O’ Lantern, perché il vecchio fabbro riprese a condurre la sua solita vita dissoluta.
 Trascorso il tempo concordato, il Diavolo tornò a fargli visita, reclamando l’anima dovuta. Jack tergiversò ancora, chiedendo al Diavolo di raccogliergli una mela da un albero vicino e, ritenendo di non avere niente da temere, questi acconsentì.
 Salì sulle spalle del vecchio e allungò il braccio verso la mela. Jack estrasse subito un coltello e incise una croce sul tronco dell’albero: quando si spostò dalla sua posizione, il Diavolo rimase appeso, trattenuto in volo dal suo solito tallone d’Achille.
 Questa volta la richiesta di Jack fu definitiva: il Diavolo non avrebbe mai più dovuto chiedere la sua anima. 
 Come andò finire, a questo punto? 
Si potrebbe credere che Jack O’ Lantern fosse stato così furbo da eludere l’inferno, ma forse dopotutto non ebbe un destino migliore. Arrivato il tempo della morte, infatti, Jack fu rifiutato dal paradiso a causa della sua anima sporca. 
Pur di non rimanere solo, cercò di entrare negli inferi, ma il Diavolo lo respinse a sua volta.


Jack dovette tornare al punto di partenza.
 Visto che la strada di ritorno era buia, convinse il Diavolo a farsi dare un carbone ardente, che il nostro fabbro inserì in una rapa per illuminare il proprio cammino.
 La sua simil-lanterna gli diede il soprannome che conosciamo di Jack O’ Lantern (ma per trovare questo nome scritto, dobbiamo aspettare fino il 1750). 
 Jack vagò da allora come un’anima in pena, con il suo lucore in mano.

 Con il tempo le leggende trasformarono la rapa in zucca: quando a metà del 1800 una massa di irlandesi emigrò verso le Americhe a causa di una carestia, trovò le rape poco diffuse e dovettero portarsi verso le più ordinarie zucche. 
Ecco spiegata la nascita delle zucche di Halloween, che in America ogni anno vengono intagliate e illuminate da una candela messa all’interno.

Lipari, riaffiora dal mare il vecchio porto romano dell’isola


Il mare della Sicilia,non finisce mai di stupire, continuando dopo tanti e tanti anni a regalarci importanti pezzi di storia.
Basi di colonne, strutture murarie, sono queste alcune delle sorprese che il mare della Sicilia continua a regalare al patrimonio culturale italiano.
 L’ultimo regalo è stato davvero grande, ovvero l’antico porto dell‘isola di Lipari, situata nell’arcipelago delle Eolie, e riaffiorato dove adesso è presente l’area portuale di Sottomonastero, vicino il molo di attracco degli aliscafi.
 La sorpresa è stata il risultato di un lavoro di ricerca e di sacrifici portata avanti dalla Soprintendenza del Mare, guidata da Sebastiano Tusa, nell’ambito dell’operazione Archeoeolie 2014, che si è conclusa nella giornata di lunedì.
 La presenza delle strutture portuali erano state già individuate , ma lo scavo effettuato in seguito ha permesso di poter aver maggiori informazioni e conoscenze, infatti grazie alla strumentazione tecnologica utilizzata, i ricercatori impegnati nell’operazione hanno potuto tracciare quasi la mappa completa dell’intera area portuale sommersa.




Ulteriori studi, che dovranno essere effettuati nelle prossime settimane permetteranno di capire se nell’area del nuovo molo potrebbero essere presenti eventuali strutture antiche.
 Inoltre, in questi ultimi giorni, si è pensato ad attuare un progetto volto alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio subacqueo dei fondali di Lipari. 
A tal riguardo, la Sovrintendenza del Mare, ha fatto sapere di essere ben predisposti alla offerta fatta dalla progettazione europea POR 2014-2020, con oggetto la presentazione di uno studio di fattibilità per la realizzazione di un innovativo sistema di visita museale un ambiente totalmente asciutto, che verrebbe costruito con dei tunnel trasparenti per dare la possibilità ai visitatori di essere percorsi dalla superficie, vicino il molo. 
Un buon mix tra la tutela del bene culturale e il potenziamento dell’economia locale attraverso il turismo.
 Importantissima scoperta dunque, quella effettuata a Lipari che ha riportato alla luce il vecchio porto di Lipari risalente all’epoca romana.

Tom, il gatto che assiste i malati terminali


Quando Edwin Gehlert ha esalato il suo ultimo respiro in un letto di ospedale, il veterano della seconda Guerra Mondiale era circondato dalla moglie, dalla figlia, dal genero e da un gatto soriano dal pelo arancione. 
Il micio Tom era adagiato sulla libreria e osservava quanto capitava nella stanza di Gehlert, ricoverato all’interno dell’ospizio del Centro Medico VA, Unità Per Le Cure Palliative nella cittadina americana di Salem, in Massachusetts.
 Il gatto, come riportano alcuni quotidiani online americani, sembrava un membro dello staff medico a tutti gli effetti. 

Da più di due anni Tom vive in questo reparto, dove può vagare liberamente e, come un vero dottore, ogni mattina fare il giro dei pazienti. 
Qualche volta riesce a rubacchiare qualche stuzzichino ma, soprattutto, Tom porta conforto ai veterani e ai loro famigliari nel momento più difficile ed emozionante della loro vita.
 «Quel giorno non ho lasciato l’ospedale in lacrime e in preda al dolore dopo la morte di mio padre - ricorda Pam Thompson, la figlia di Gehlert -. Ho provato una tale gioia nel cuore, da sentirmi quasi in colpa. Non è stato un giorno triste. E tutto questo grazie a Tom». 

Tom è un gatto di sette anni salvato da un rifugio per animali.
 Era “al lavoro” solo da pochi giorni quando arrivò Gehlert, nel maggio del 2012.
 Qualcuno del personale dell’ospizio aveva letto di un gatto che aiutava i malati di Alzheimer in un centro di cura di Rhode Island. E così Tom arrivò in reparto. 
Lo staff del Salem VA aveva pensato che la presenza di un micio avrebbe potuto attenuare la sofferenza dei pazienti e delle loro famiglie. 
Una scommessa alla cieca, si potrebbe quasi dire, che alla fine però si è rivelata vincente. 

Oggi, per tutte quelle persone, è difficile immaginare il reparto senza Tom.
 Anche le famiglie, commosse, hanno voluto ringraziare lo staff per la presenza del gattone. E, a coronamento della sua ormai innegabile celebrità, il gatto è anche diventato il protagonista di un libro per bambini scritto da un autore locale il cui padre è morto proprio nel reparto di cure palliative del VA Center, assistito dalle amorevoli cure del micio Tom. 

Fonte : http://www.lastampa.it

Una cattedrale sommersa




L'Europa a destra, l'America a sinistra. 
Strano, ma vero: le pareti rocciose della foto appartengono ognuna a un continente diverso. 
Ci troviamo in Islanda, a 50 chilometri dalla capitale Reykjavik, nel Parco Nazionale di Thingvellir, dove si trova la cosiddetta "Silfra Crack", una spaccatura che separa i continenti in corrispondenza della frattura della crosta terrestre, piena di acqua dolce, che scende direttamente dai ghiacciai.
 Il corridoio roccioso ricorda la navata di una chiesa, da cui il nome di "Silfra Cathedral". 
Il sito non è molto profondo: appena venti metri. L'acqua proviene dai ghiacciai, dunque è fredda (tra i 2°C e i -4°C) e purissima, al punto da consentire ai sub una visibilità orizzontale di oltre 100 metri.


Le rocce di origine vulcanica che formano la spaccatura di Silfra sono scavate da caverne di diverse dimensioni, al cui interno l'acqua può raggiungere una certa profondità, anche di 60 metri. Una sorta di labirinto di lava solidificata dovuto all'incessante attività geotermica accessibile solo ai sub più accorti. Ma lo spettacolo non è riservato solo agli addetti ai lavori chiunque abbia un po' di esperienza di snorkelling può nuotare nella "spaccatura" e osservare da vicino il fenomeno della deriva dei continenti, che in questo punto si allontano l'uno dall'altro di circa due centimetri all'anno.


Una veduta dall'altro del Parco Nazionale di Thingvellir, dichiarato patrimonio mondiale dell'umanità dall'Unesco per la sua importanza storica e in virtù delle caratteristiche geologiche che ne fanno un luogo unico al mondo.
 La laguna che si vede nella foto è molto grande, larga 120 metri e profonda cinque.
 La visita alla "cattedrale", richiede un paio giorni al ritmo di un paio di immersioni al giorno. Anche perché a causa delle basse temperature non è consigliato rimanere in acqua più di mezz'ora. E inoltre è necessario abituarsi con un po’ di tempo, l’incredibile limpidezza delle acque potrebbe dare un senso di vertigine, tirando brutti scherzi anche ai sub più esperti.


In questi fondali la vegetazione è formata perlopiù da alghe di tutti i tipi, ma è molto difficile incontrare dei pesci, a causa delle fredde acque. In compenso però l’acqua è potabile e la si può bere senza alcun timore perché proviene direttamente dai ghiacciai islandesi. Da qui, attraverso le montagne di Hofsjokull l'acqua passa per le rocce laviche che l'accompagnano in un percorso sotterraneo fino a Silfra, filtrandola continuamente.


A Silfra ogni anno arrivano tra i duecento e i trecento sub, attirati dall'idea di nuotare tra due continenti.
 Le immersioni avvengono alla presenza di un istruttore e i costi vanno dai 150 euro in su. 
Il sito è aperto tutto l'anno, ma il periodo migliore per visitarlo è tra maggio e settembre, durante l’estate islandese quando le giornate durano 24 ore e il sole è sempre sopra l'orizzonte. Ma non è che faccia molto caldo, in questi mesi la temperatura esterna non supera mai i 18 gradi. 

 Da: focus.it

martedì 28 ottobre 2014

Le antiche case di piacere: i Lupanari


Pompei, città commerciale, era attrezzata per accogliere numerosi forestieri e, come avveniva in tutte le città di questo tipo, tra i tanti luoghi d’interesse, non spiccavano solo la Palestra e il Teatro, ma vi erano anche numerosi luoghi di ristoro e di alloggio e non potevano di certo mancare quei luoghi dove si incontravano giovani donne e ragazzi disponibili….. a pagamento.

 A Pompei sono stati riconosciuti oltre trenta bordelli, alcuni erano molto modesti, altri erano posti nei piani superiori delle cauponae (alloggio), altri ancora erano appositamente costruiti e organizzati per questo tipo di attività.
 Nel 2006, dopo un accurato e intenso lavoro di restauro che ha interessato i complessi architettonici e gli apparati decorativi, è stato riaperto al pubblico uno degli edifici più noti dell’antica Pompei, trattasi del Lupanare (nome derivato dal latino lupa e che vuol dire prostituta) il più importante dei numerosi bordelli di Pompei, l’unico costruito con questa finalità. 
Esso era il luogo del piacere erotico trasgressivo, una vera e propria casa d’appuntamento, quella che noi oggi chiamiamo comunemente “casa a luci rosse”.

 Il lupanare è un piccolo edificio che si trova all’incrocio di due strade secondarie ed era costituito da un piano terra e un primo piano. Al piano terra si accedeva da due ingressi separati: il primo si trovava nel cosiddetto “Vicolo del Lupanare” il secondo, comodo per chi arrivava dal Foro, si trovava al vicolo sud-ovest. 
Entrambi gli ingressi conducevano in una specie di saletta centrale , intorno alla quale si aprivano cinque cellae meretriciae con i letti in muratura.
 Le pareti delle celle erano intonacate di bianco e quasi completamente coperte da graffiti incisi sia dagli avventori che dalle ragazze che vi lavoravano. I graffiti è certo che sono posteriori al 72 d.C. ciò si può asserire dall’impronta lasciata da una moneta sull’intonaco fresco.






Le pareti della saletta centrale erano decorate con riquadri e ghirlande stilizzate su fondo bianco, ma al disopra delle porte d’ingresso alle celle, erano sistemate, come fregio, una serie di pitture murali erotiche che, probabilmente, costituivano una specie di catalogo circa le possibili prestazioni che le prostitute potevano offrire al cliente.
 Al piano superiore si poteva accedere tramite una scaletta posta nella stradina che scendeva dal Foro.
 La scala conduceva in una specie di corridoio esterno che permetteva l’accesso ad altre cinque stanze che presentavano una decorazione più ricercata, in IV stile, prive però di scene erotiche e sicuramente riservate ad una clientela di rango più elevato.

 Il lupanare era l’unico luogo in cui si praticava la prostituzione, come viene definita dal diritto romano: “in maniera notoria e indiscriminata” cioè, senza la possibilità di scegliersi i clienti. 

L’antico lupanare di Pompei attira attualmente l’attenzione di molti visitatori i quali, visitando gli ambienti, vengono a diretta conoscenza della vita erotica di nobili patrizi, uomini giovani e non dell’antica epoca romana.

 I lupanari, non mancavano di certo a Roma, anzi potremo dire che ce n’erano tanti. Erano per lo più concentrati nella Suburra, abitata dalla plebe, o nei luoghi circostanti il Circo Massimo, allineati uno accanto all’altro.
 Erano tutti personalizzati da una particolare lanterna e dagli organi maschili scolpiti, ben visibili, mentre gli interni erano caratterizzati da un desolante squallore, da un ambiente sporco e saturo di fumo delle lanterne. I romani più ricchi ricevevano le prostitute in casa ma vi erano anche locali per uomini d’elite, come il lupanare costruito sul Palatino, di proprietà di Caligola, dove esercitavano donne di classe e fanciulli liberi.
 Il lupanare era un’istituzione sociale tesa a soddisfare le molteplici tendenze della sfera sessuale dei romani con assoluta e totale tolleranza ed è per questo motivo che si trovavano anche i lupanari per gli omosessuali dove si recavano schiavi e gladiatori.
 Le lupe che esercitavano nei postriboli dovevano fronteggiare perennemente la concorrenza di una significativa quota di patriziato femminile che amava camuffarsi per poi prostituirsi nei lupanari. 

Questo era il passatempo preferito dell’imperatrice Messalina, moglie di Tiberio Claudio, che amava prostituirsi con lo pseudonimo di Lycisca. 
Messalina si presentava nei bordelli con i capezzoli dorati e gli occhi segnati da una mistura di antimonio e nerofumo, offrendosi a gladiatori e marinai per qualche ora al giorno.
 Plinio il Vecchio racconta che una volta sfidò in gara la più celebre prostituta dell’epoca e la vinse nell’avere 25 concubitus (rapporti) in 24 ore.
 Fu proclamata invicta e, secondo Giovenale, “lassata viris, nondum satiata, recessit” (stanca, ma non sazia, smise).

 La prostituzione a Roma come a Pompei e come d’altronde in tutto il mondo romano, seppur molto diffusa, era comunque considerata infamante al pari del mestiere di attore o di chi praticava l’usura ed è per questo che qualche patrizio preferiva non farsi riconoscere in questo caso si serviva di una parrucca e si copriva il volto con una maschera.
 Intorno al I secolo d.C., come conseguenza dl divieto d’introdurre all’interno dei lupanari monete con l’effige imperiale, furono battute apposite monete che presero il nome di spintria, erano più precisamente tesserae eroticae, con le quali era possibile pagare le prestazioni sessuali alle prostitute.


Samantha Lombardi

lunedì 27 ottobre 2014

Spettacolare filmato sulla vita dei fiori da lasciare senza parole!

Il vero volto di Tutankhamon


Dimenticate il profilo regale dipinto nella sua maschera funeraria: la verità sull'aspetto di Tutankhamon è ben più deludente.

 Il faraone più celebre e misterioso della Storia aveva probabilmente denti sporgenti da cavallo, fianchi larghi e disallineati, e un piede caprino che lo obbligava a un'andatura zoppicante.
 È quanto emerge dalla più completa "autopsia virtuale" mai eseguita sui suoi resti: una serie di radiografie compiute sulla mummia oltre a più di 2 mila scansioni computerizzate, corredate da estese analisi genetiche, i cui risultati sono stati diffusi in un documentario della BBC, dal titolo Tutankhamun: The Truth Uncovered.

 Si scopre così che al posto della mascella squadrata e delle labbra carnose care alla sua iconografia il faraone doveva avere denti sporgenti e per nulla "divini"; e che invece di un fisico atletico, mostrava fianchi larghi, quasi femminili, e un piede storpio, che lo costringeva a camminare con un bastone (nella sua tomba ne sono stati ritrovati 130, usati).

 Il suo goffo aspetto era probabilmente dovuto al fatto che il faraone era figlio di un incesto: nato, cioè, da una relazione tra il padre Akhenaten e la sorella, ossia la zia di Tutankhamon.
 È quanto ha dedotto l'italiano Albert Zink, Direttore dell'Istituto per le mummie e l'Iceman presso l'EURAC di Bolzano, dalle analisi genetiche compiute sulla salma reale.

 Nel 1300 a.C., all'epoca in cui visse il re, l'incesto era socialmente tollerato, perché non si conoscevano ancora le conseguenze di queste relazioni sulla salute dei nascituri. 
 Ma la rivelazione più amara riguarda forse la morte del giovane re, sulla quale si è molto speculato in passato: a 19 anni Tutankhamon passò a miglior vita non per un omicidio, e nemmeno per un incidente di caccia o in seguito a una caduta da una biga. 
Secondo la ricostruzione, invece, il piede malato del faraone avrebbe reso impossibile guidare un cavallo.
 Probabilmente Tutankhamon soffriva di uno squilibrio ormonale ereditario, legato alla parentela dei genitori, che lo lasciò molto debole e suscettibile a cadute (soltanto una delle fratture evidenziate sulle sue ossa risale, però, a prima della morte). 
Ma su questo punto occorreranno ulteriori analisi: il faraone aveva infatti, anche la malaria, un ulteriore fattore che potrebbe averlo indebolito. 

Da: focus.it

Sabbia al microscopio


La sabbia : quanto l’abbiamo apprezzata da bambini, quando in riva al mare creavamo formine e castelli, scavavamo buche, creavamo percorsi per giocare con le biglie, incuranti di ‘impanarci’ come una cotoletta.
 Già allora sapevamo quanto fosse bella oltre che divertente, benché ad occhio nudo si mostrasse solo una enorme distesa di colori caldi, dal dorato al marrone. Ma oggi possiamo avere un’idea della sua incredibile meraviglia, osservandola al microscopio.

 Le sue immagini parlano da sole e ci lasciano quasi senza parole.


Il dottor Gary Greenberg, scienziato, biologo e fotografo, da anni immortala la struttura della sabbia vista al microscopio, regalandoci queste spettacolari fotografie. 
La sua passione per la scienza e la fotografia lo ha portato, nel corso degli anni, a creare da sé uno strumento in grado di dare una spettacolare profondità di campo alle immagini, fino ad arrivare ad una definizione in 3D.


Greenberg ha scoperto le meraviglie della composizione della sabbia quasi per caso, cercando di sviluppare un microscopio sempre più avanzato.
 Cominciò ad esaminare la sabbia delle Hawaii che gli spedì il fratello come souvenir da Maui e rimase sbalordito nello scoprire le sue forme.


Sfogliare le sue foto è come guardare il catalogo di una collezione di perle e monili.
 Le particelle hanno delle forme incredibilmente belle ed ognuna di esse è il risultato di un processo di trasformazione lungo migliaia, milioni di anni.


Oggi Greenberg afferma di avere circa un centinaio di ampolle di sabbia stipate nel suo laboratorio e provenienti quasi da ogni spiaggia del mondo: dalle Bermuda alle Hawaii, dall’Asia agli Stati Uniti.
 La composizione dei granelli è la più variegata: scaglie minerali, granelli di lava, frammenti di resti biologici (coralli, ecc.), che rispecchiano l’ecosistema biologico e geologico dell’area in cui la sabbia è stata prelevata.


Il lavoro che sta portando avanti questo scienziato ci offre uno spunto di riflessione apparentemente banale, ma effettivamente trascurato da ciascuno di noi: dobbiamo sempre osservare con attenzione anche le cose più semplici che abbiamo attorno, è attraverso quelle che è possibile vedere l’universo che vi si cela all’interno.

 CLAUDIA RAGANÀ

Il dinosauro più strano della storia


Con la gobba, un aspetto simile a uno struzzo e braccia con artigli incredibilmente lunghe (quasi due metri e mezzo). 
Appariva così lo strano dinosauro noto (ma solo in parte) dagli anni Sessanta e che grazie ai fossili di sue scheletri rinvenuti in Mongolia ha ora finalmente un aspetto completo.

 La ricostruzione del Deinocheirus mirificus, presentata sulle pagine di Nature, mostra che lo sconosciuto rettile fu il più grande rappresentante degli ornitomimosauri, famosi come dinosauri-struzzo. 
Uno dei due esemplari rinvenuti infatti sarebbe stato lungo 11 metri per un peso di oltre 6000 kg. 

 Degli ornitomimosauri il Deinocheirus mirificus non era però solo il più grande. 
Alcune caratteristiche, spiegano gli scienziati guidati da Yuong-Nam Lee del Korea Institute of Geoscience and Mineral Resources (Daejeon, South Korea) ne facevano un rappresentante davvero unico, come il muso allungato e la gobba. 
Muso sul quale si trovava una sorta di becco, simile a quello delle anatre, attraverso cui il dinosauro avrebbe cacciato cibo sul fondo dei ruscelli.


Secondo i ricercatori infatti l’animale era bene adattato agli ambienti fluviali, dove riusciva a muoversi (lentamente, come suggerisce l’anatomia del rettile, con grande bacino e piedi abbastanza larghi) senza affondare sul terreno bagnato, grazie a ossa piatte sotto i loro artigli.
 Ma oltre a cibarsi di pesce (come mostrano anche alcuni resti rinvenuti in quello attribuibile come lo stomaco dell’animale) il dinosauro avrebbe consumato anche piante, suggerendo che fosse un onnivoro. 

Fonte : http://www.wired.it/scienza/ecologia

Stanchi? Sfiduciati? Dal Perù arriva la miracolosa “Maca”


La Maca si ottiene da una pianta perenne che cresce in Perù, più precisamente sull’altopiano delle Ande Peruviane, a una altitudine di oltre 3500 metri sul livello del mare.

 La pianta della Maca appartiene alla famiglia delle Brassicaceae, e il suo nome botanico è Lepidium Meyenii. Una nota curiosa che la dice lunga sulla ricchezza di questo alimento è che la pianta della Maca impoverisce il terreno dove viene coltivata al punto da non poterci coltivare altro per diversi anni.
 La parte più importante e preziosa del Maca impiegata nell'alimentazione è la radice, il tubero che cresce nel suolo, spesso anche chiamato Ginseng peruviano.

 La storia di questa radice è molto antica e affascinante: le sue straordinarie virtù nutrizionali e medicamentose erano note già in età precolombiana agli Inca che la consideravano un dono degli dei, una carica di energia riservata a guerrieri e sacerdoti.
 Oltre al significato di energia vitale, salute, resistenza e forza per prestazioni elevate che gli Incas attribuivano alla Maca, un altro motivo di notorietà di questa pianta era relativo alle sue qualità afrodisiache e rinvigorenti in ambito sessuale. 

La Maca, crescendo tra le alture inospitali delle Ande, vive spontaneamente in balia dell’escursione termica: pare che la pianta disponga di un particolare meccanismo di autoprotezione tutto da studiare.

 Le popolazioni locali la utilizzano da migliaia di anni 

 È un alimento versatile proprio perché i tuberi – sempre nella cucina locale – sono consumati sia freschi che secchi, cotti in modi diversi, come piatto base oppure come contorno. 
La polvere tostata invece diventa ingrediente principale nella preparazione di dolci e alcolici.

 La Maca è un alimento completo: ricca di aminoacidi essenziali (circa il 10%), sali minerali e vitamine, acidi grassi, carboidrati, proteine (10%) e fibre. Per questo motivo può essere definita “ricostituente” ed è largamente utilizzata da soggetti che necessitano di un supporto energetico supplementare sia a livello fisico che mentale, ed anche a coloro che desiderano sviluppare la massa magra. Infatti proprio la presenza degli aminoacidi conferisce a questo superfood proprietà anabolizzanti, rendendolo un ottimo supplemento alimentare nelle attività ad alto consumo energetico e un coadiuvante dell'aumento della massa muscolare negli sportivi.

 Al contrario di molte piante energizzanti la Maca, però, non contiene stimolanti nocivi. 
Pur essendo però priva di caffeina, la radice della Maca ha un effetto simile al caffè, stimolando e riequilibrando il sistema nervoso e coadiuvando fisiologicamente le capacità di concentrazione, la lucidità mentale e la memoria.

La Maca, grazie alla sua azione tonica ed energizzante, che ricorda le sue proprietà comuni ad altri superfood come il ginseng, è un naturale aiuto per chi soffre di stanchezza cronica e depressione, e per chi svolge attività intellettuale impegnativa. 
Ha inoltre la capacità di riequilibrare e stabilizzare il sistema cardiovascolare, quello linfatico e la muscolatura. 
Tecnicamente si dice che è un alimento “adattogeno” in grado di fornire più energia al corpo quando è necessario, rendendosi un alleato prezioso per migliorare l'adattabilità del corpo a situazioni di stress.


Quanto alle decantate proprietà a favore della fertilità maschile e femminile e a quelle afrodisiache, diversi studi hanno confermato entrambe le azioni sia a livello di miglioramento di produzione di spermatozoi e della loro mobilità, sia come incremento della fertilità nelle donne, oltre ad un aumento del desiderio sessuale: grazie a questa sua capacità di incrementare la libido (senza tuttavia modificare la quantità di testosterone circolante) questo tubero si è guadagnato anche il nome di Viagra peruviano. 
Grazie ad una benefica azione per la sindrome pre-mestruale e i dolori mestruali, e regolarizzante del ciclo, la Maca è indicata in ogni fase della vita delle donne.

La Maca si trova in commercio in forma di integratore alimentare (estratto secco) in compresse oppure in polvere, ed in tal caso è a tutti gli effetti un alimento. 
La migliore qualità di Maca in polvere in commercio è di tipo biologico, essiccata al sole e macinata a mano per preservarne la vitalità e la struttura nutrizionale.
 La polvere di Maca può essere semplicemente mescolata con acqua calda o fredda, e bevuta, oppure aggiunta a frullati di frutta e verdura o anche a bevande a base di latte vegetale (riso, soia, avena). Infine si può usare come ingrediente per dolci. 

Per quanto riguarda il dosaggio consigliato, come sempre è soggettivo .
Non è consigliabile assumerla durante gravidanza e allattamento. 

Dettifoss: la cascata delle meraviglie


Siamo nel Parco Nazionale di Vatnajokull, nella parte nord-orientale dell’Islanda, dove scorrono le acque di una cascata che molti avranno visto nelle scene del film Prometeo: la cascata Dettifoss.

 Questa cascata detiene due importanti primati, essendo al primo posto in Europa per la potenza e il volume delle sue acque.
 Le sue acque nascono dal ghiacciaio Vatnajökull, da cui parte il corso del fiume Fjollum che poi si butta giù per il canyon Jökulsárgljúfur.

 Raggiunge la portata di 193 metri cubi di acqua al secondo e la potenza è così elevata che le rocce vibrano al suo passaggio, producendo anche rumore.
 Quando è in piena, il fiume è ricco di sedimenti scuri che fanno contrasto con l’acqua limpida e chiara della cascata.

 La cascata presenta una larghezza di 100 metri e una caduta di 45 metri.





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