venerdì 28 febbraio 2014


Hatshepsut e Senmut una storia d'amore antica



Hatshepsut fu la più giovane figlia di Thutmose I e della Grande Sposa Reale Iahmes.
Thutmose I ebbe dalla sua regina principale solamente un'altra figlia, Akhbetneferu, che morì in tenera età, mentre ebbe numerosa discendenza da Mutnofret, secondo alcuni sorella di Iahmes, una delle sue mogli secondarie.
I figli maschi furono: Amenmose e Wadjmose educati alla successione ma deceduti ancora adolescenti ed il futuro Thutmose II.
Al momento della morte di Thutmose I, Thutmose II, per confermare il suo diritto al trono, sposò Hatshepsut attribuendole il titolo di Grande Sposa Reale. La durata del regno di Thutmose II, 18 anni secondo Manetone, 3 anni, al massimo 4, secondo alcuni storici moderni è difficoltoso stabilire che influenza abbia avuto Hatshepsut durante il periodo di governo del marito.
A parziale conferma di un regno breve vi è, oltre ad una tomba (KV42) incompleta e non utilizzata, la circostanza che l'erede al trono, Thutmose III, figlio del sovrano e di una sposa secondaria, fosse ancora minorenne

Nominata in un primo tempo reggente in nome del figliastro, Hatshepsut, dopo aver ottenuto l'appoggio dei più alti funzionari e del clero tebano di Amon, tra cui Hapuseneb che venne innalzato al rango di Primo Profeta, iniziò un'opera di propaganda tesa a dimostrare come il padre, Thutmose I, l'avesse nominata sua diretta discendente e quindi nel diritto di salire al trono.
A coronamento di tale opera di propaganda Hatshepsut si nominò co-reggente insieme a Thutmose III attribuendosi quindi tutte le prerogative ed i titoli della sovranità
Sulla durata del periodo di co-reggenza le fonti sono incerte secondo alcuni l'atto sarebbe avvenuto dopo soli due anni di reggenza mentre secondo altri sarebbe da datare al settimo anno di regno.

Durante il suo regno Hatshepsut si impegnò nell'opera, già iniziata dai suoi predecessori, per ristabilire i contatti e l'influenza egizia sui paesi stranieri, influenza che era venuta meno durante il periodo hyksos.
La prima spedizione, 9º anno di regno, nel Paese di Punt, probabilmente situato sulla costa della Somalia, è rimasta documentata dai rilievi del tempio funerario di Deir el-Bahari. La spedizione composta da 5 navi della lunghezza di 70 piedi ritornò portando numerosi tesori tra cui mirra ed alberi d'incenso che vennero piantati nel cortile del tempio funerario della regina.
In un rilievo, proveniente sempre dalla stessa località, rimane anche la grottesca descrizione della regina del Paese di Punt descritta come particolarmente opulenta.
Si presume, anche se non ci sono pervenute testimonianze in merito, che durante il regno di Hatshepsut vi siano state campagne militari, o almeno azioni per mantenere i risultati ottenuti dalle campagne di Thutmose I in Nubia, Palestina e Siria.
Nel 15º anno di regno la regina celebrò la Festa Sed (Heb Sed) che secondo la tradizione avrebbe dovuto essere celebrata solamente in occasione del 25º anno di regno.
Alla sua morte, avvenuta nel 22º anno di regno, Hatshepsut venne sepolta nella Valle dei Re (KV20) in attesa che fosse predisposta una tomba nei pressi del Djeser-Djeseru (La sublime sublimità) il complesso funerario che il suo architetto Senemut aveva realizzato a Deir el-Bahari dove la Valle dei Re termina in direzione del Nilo. Secondo una leggenda popolare Hatshepsut sarebbe stata la principessa che trovò Mosè galleggiare sul Nilo, tale leggenda è stata largamente screditata dagli egittologi e dagli studiosi della Bibbia.
Quasi subito dopo la sua morte iniziò l'azione di damnatio memorie messa in atto da Thutmose III, e dai suoi successori, azione che comportò la cancellazione del nome di Hatshepsut da tutti i monumenti e la manomissione delle statue.
Anche la mummia venne rimossa dalla tomba ufficiale.

Nel famoso rifugio, identificato come tomba DB320, scavato nella roccia nelle vicinanze del tempio funerario di Hatshepsut, ove durante la XXI dinastia vennero nascoste le mummie di molti sovrani per sottrarle all'azione dei violatori di tombe, venne rinvenuta una mummia femminile, priva di indicazioni sull'identità, ma al cui fianco si trovava una cassetta, recante il nome di Hatshepsut, contenente un fegato mummificato ed altri reperti. Tale mummia venne quindi considerata essere quella della regina. Tale ipotesi venne messa in discussione dal ritrovamento in KV60, vicino alla sepoltura di Sitra-in, nutrice della stessa Hatshepsut, di un cadavere femminile che presentava caratteristiche attribuite alla regina ed una postura di mummificazione tipica dei membri della famiglia reale.
Ulteriori studi su tale mummia, comportanti il confronto tra alcuni reperti attribuibili con sicurezza alla regina e la mummia in questione (analisi del DNA) hanno permesso, nel 2007, di confermare tale ipotesi, pertanto la mummia rinvenuta in KV60 è ora ritenuta quella di Hatshepsut.
Un'altra convincente prova dell'identità della mummia è il ritrovamento in una piccola scatola di legno con nome e cartiglio di Hatshepsut, che ne contiene le viscere ed un singolo dente con una sola parte della radice.
La parte di radice mancante è ancora nella mascella della mummia, il che ha fugato gli ultimi dubbi sul suo riconoscimento. È comunque da notare come, malgrado l'azione di Thutmose III e dei suoi successori, per cancellare Hatshepsut, il suo nome, e la sua memoria, rimasero nel tempo, e probabilmente anche nelle documentazioni.
Infatti essa compare nelle liste di Manetone, con il nome di Amessis e l'indicazione che fosse la sorella di Thutmose II, liste compilate almeno 1000 anni dopo il tempo della XVIII dinastia e, probabilmente, basate su documenti che non sono giunti fino a noi



Senmut "Il prediletto della regina-faraone Hatshepsut Senmut nacque in una famiglia della classe media di Hermontis.
Fu il favorito di Hatshepsut e probabilmente anche l'amante.
A lei, verso la quale 
veva una dedizione assoluta, deve la sua posizione privilegiata. Oltre a gestire le proprietà di Ammone, "direttore dei due granai" e "direttore dei campi", gestiva le proprietà personali della famiglia reale. Supervisionò le grandi imprese come il taglio, l'inoltro e l'innalzamento di alcuni obelischi nel tempio di Karnak, l'edificazione del tempio funerario di Hatshepsut a Deir-el-Bahari. Inoltre ricopriva criche legate strettamente alla famiglia reale: era il precettore di Neferure, figlia di Tuthmosi II e di Hatshepsut, responsabile delle acconciature e delle insegne della regina-faraone in occasione del suo giubileo.
Senmut era anche uno studioso, seppe inventare dei criptogrammi sofisticati basandosi sulle risorse della scrittura geroglifica.
Pose, inoltre, più di venti statue nei templi di Tebe e dell'Alto Egitto, sistemò un cenotafio al Gebel el-Silsila, si fece costruire due tombe, di cui una celata in un angolo della corte del tempio funerario di Hatshepsut, che conteneva un sarcofago del tipo riservato solo ai faraoni.
Venne persino raffigurato in questo tempio, privilegio rarissino per un semplice suddito. Purtroppo ,poco prima della morte della regina, cadde in disgrazia e i suoi monumenti furono violati, il suo nome e le sue immagini cancellate." Fonte:http://www.anticoegitto.net/senmut.htm Nel soffitto della tomba di Senmut è rappresentato uno dei primi planetari conosciuti con numerosi astri e divinità della religione egizia.
Particolarmente significativo questo graffito:

particolare del soffitto della tomba
Si tratterebbe della rappresentazione delle tre stelle della Cintura di Orione, e la centrale Epsilon Orionis sarebbe stata circondata da quelle ellissi per segnalare la presenza di acqua in quel sistema planetario.
La cosa più incredibile è che la NASA nel 1998 ha incluso Epsilon Orionis tra le stelle in grado di ospitare la vita e che nella zona di epsilon orionis sarebbe presente una delle maggiori concentrazioni di acqua nell'universo conosciuto.

Reef di coralli al largo della Groenlandia


Una barriera corallina d'acqua fredda è stata scoperta quasi per caso al largo della costa sudovest della Groenlandia, a 900 metri di profondità.
 La presenza di alcune specie di coralli nelle acque intorno al paese era cosa nota, ma sarebbe la prima volta che si riesce a osservare un intero reef in questa porzione di Mare di Labrador.

 I coralli del genere Lophelia, caratterizzati da uno spesso scheletro calcareo, sono stati individuati da una nave canadese che stava effettuando alcune analisi dell'acqua marina. 
Quando i ricercatori hanno calato la strumentazione al largo del villaggio di Ivittuut, in un punto caratterizzato da forti correnti, l'hanno ritirata completamente danneggiata.
 Un'altra nave arrivata sul posto ha usato una telecamera subacquea per svelare il mistero: responsabile dei danni all'equipaggiamento era un banco di coralli, le cui dimensioni ed età, a causa della profondità e della totale assenza di luce, non sono ancora state stimate.
 Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i coralli non crescono solo nelle calde acque tropicali: se ne trovano anche nei freddi mari del Nord, al largo di paesi come Islanda e Norvegia. 
«I coralli norvegesi sono stati studiati in modo approfondito» spiega Helle Jørgensbye, ricercatrice della Technical University (Danimarca) a capo dello studio «lì i reef crescono anche di 30 metri in altezza e si estendono per diversi chilometri in lunghezza. Risalgono a più di 8 mila anni fa, hanno iniziato a crescere probabilmente dopo la scomparsa dei ghiacci al termine dell'ultima era glaciale.
 Il reef al largo della Groenlandia è probabilmente più piccolo e non sappiamo ancora quanto sia vecchio».


La formazione dei coralli sarebbe da collegare all'influsso della Corrente del Golfo, che raggiunge la costa ovest della Groenlandia mitigando le temperature anche di 4 °C. Quanto basta per garantire la sopravvivenza di questi coralli d'acqua fredda che, a differenza dei loro "cugini" tropicali, non hanno bisogno di luce - né di alghe fotosintetiche - per sopravvivere, ma si nutrono dei piccoli organismi animali che compongono lo zooplancton. 

 Tratto da : Focus.it

Un treno fai da te: il norry


Tutti ci siamo almeno una volta lamentati dei treni: ritardi, sporcizia, scarso comfort, soppressioni sono i motivi più gettonati. 
 In Cambogia, nella regione di Battambang, hanno risolto questo problema.
 Il norry (storpiatura nella lingua locale dell’inglese lorry, cioè camion), chiamato anche Bamboo train, è uno speciale mezzo di locomozione, una sorta di treno fai da te che normalmente può arrivare alla velocità di 50 km/h.
 La situazione ferroviaria in Cambogia, ed in particolare in questa regione, è a dir poco disastrosa: il servizio di linea gestito dal governo, un treno alla settimana, è talmente lento da viaggiare quasi a passo d’uomo, e poco affidabile a causa di frequenti deragliamenti e guasti . Questo perché la rete ferroviaria, originariamente costruita dai coloni francesi, è in gran parte abbandonata dai tempi della dittatura dei Khmer Rossi, con tutto ciò che comporta in termini di manutenzione. 
Gli unici a funzionare bene in queste condizione sono i norry. 
Sono infatti dei mezzi così semplici da risultare rudimentali: un telaio di legno, ferro o bambù, solitamente di quattro metri per due, viene appoggiato su due assi ferroviari che scorrono lungo i binari. Un motore, usato per piccoli mezzi agricoli, è collegato ad una cinghia che trasmette il moto ad un solo asse ed il sistema frenante è manuale e agisce sulla cinghia di trasmissione.


Lungo la tratta ferroviaria ognuno in possesso di questo semplice mezzo può installare il proprio treno e muoversi in direzione est o viceversa. 
Il servizio è ufficialmente illegale, ma per molti abitanti della vasta campagna cambogiana è il mezzo di trasporto più comodo e veloce. Dal momento che la linea è a binario unico può capitare che due norry provenienti da direzioni opposte si incontrino: in questo caso la tradizione vuole che sia quello con minore carico ad essere scaricato, smontato e posto di nuovo sulle rotaie dopo che l’altro è passato.

E i genitori???? Non si accorgono che le figlie hanno soldi che non dovrebbero avere? e/o spese che non potrebbero fare??



Imperia, scoperto giro di baby squillo
A far scattare le indagini è stata la denuncia di un cliente.
Le ragazzine, tra i 14 e i 15 anni, non erano soddisfatte della paghetta.
Cinque indagati per sfruttamento della prostituzione minorile - Tre studentesse di 14 e 15 anni si prostituivano da un mese perché non soddisfatte della loro paghetta.
Sono state scoperte e denunciate da un cliente a Ventimiglia (Imperia).
L'uomo, 30 anni, ha rifiutato il rapporto con una di loro ed è andato dalla polizia.
Sono 5 le persone indagate per sfruttamento della prostituzione minorile.
Le ragazze si prostituivano attraverso annunci su siti dedicati agli incontri.
Le tariffe variavano da 30 a 50 euro.
Le giovani incontravano i clienti, uomini che spesso hanno figli coetanei delle baby prostitute, nelle loro auto, in luoghi pubblici come i piazzali, o in zone isolate dell'entroterra.
Le indagini, del commissariato di Ventimiglia, sono coordinate dalla procura dei Minori di Genova.
In lacrime in caserma: "Non lo faremo più" -
Quando sono state interrogate in caserma, davanti ai genitori, le ragazzine sono scoppiate in lacrime e hanno manifestato pentimento.
Le giovani hanno spiegato di non aver piena coscienza di quanto stessero facendo e che tutto era cominciato quasi come un gioco per imitare le ragazze che si prostituivano a Roma.
"Abbiamo sbagliato, non lo faremo più", hanno detto davanti agli agenti.
Il cliente: "Ho visto che era una bambina e sono scappato" - "Non l'ho fatta neppure salire in auto: quando ho visto che era una bambina, mi si è gelato il sangue e sono scappato".
Lo ha detto alla polizia il trentenne che ha denunciato il caso. L'uomo aveva risposto a un annuncio su internet.

I desideri umani


I desideri umani

Eroici monaci tibetani hanno salvato 300 yak


Erano destinati al macello, ma hanno trovato dei generosi benefattori.
 Sono i circa 300 yak salvati e liberati da tre monaci buddisti tibetani. 
Per questo loro gesto sovversivo sono stati arrestati dalle autorità cinesi di Golog, prefettura autonoma della provincia del Qinghai, in Cina. 

 Si chiamano Ringpu, 50 anni, Yutruk, 51, e Salshap, 47, e sono stati portati via dal monastero Golog Gangshar il 6 febbraio, secondo quanto riferito da un residente tibetano all'agenzia RFA. "Tutti e tre i monaci vivono nello stesso monastero da quando hanno dieci anni. Ringpu era il capo e ha lavorato come coordinatore per sei anni". 
Salvare gli animali acquistandoli dai macelli per liberarli è una pratica religiosa comune tra i buddisti tibetani. 
Come parte della loro fede, i buddisti tibetani non credono che gli animali debbano soffrire ed è loro dovere liberarli e aiutarli ogni volta che possono.
 Questo si trasforma in un bene non solo per gli animali, ma anche per il karma della persona che li salva.


Una volta che gli animali sono salvi, vengono accuditi per il resto della loro vita con una famiglia o monastero dove forniscono latte e lana ai loro guardiani. 

Da quando, però, la Repubblica Popolare Cinese si è impadronita con la forza di queste terre, è diventato illegale per i tibetani anche organizzare proteste organizzate contro i macelli cinesi costruiti nelle aree tibetane. 
Queste grandi fabbriche della morte, dove migliaia di esseri viventi vengono uccisi ogni giorno, inorridiscono gli abitanti locali. "Chiaramente i macelli sono offensivi per le credenze buddiste e questi hanno fornito qualche sanzione per le proteste, ma per i pastori tibetani i macelli riflettono anche l'afflusso di imprenditori cinesi", spiegava già nel 2007 Human Rights Watch, nel suo report "No One Has the Liberty to Refuse".

 In effetti, da anni le autorità cinesi stanno deliberatamente puntando sull'abbattimento degli yak come metodo fondamentale per privare nomadi di una vita sostenibile nelle praterie, dal momento ne sono totalmente dipendenti per la loro sopravvivenza.


Intanto, sempre il 6 febbraio, un altro uomo, un ragazzo che non aveva nemmeno 30 anni, si dava fuoco a pochi chilometri da Repkong, nella regione autonoma del Sichuan, mentre il 15 febbraio anche un altro ragazzo di 25 anni, ex monaco del monastero di Kirti, nella regione di Ngaba, si è auto-immolato. 

 Pechino ha spesso accusato il leader spirituale tibetano, il Dalai Lama, di incitare le auto-immolazioni. Ma la verità è che queste persone cercano di ricordare a tutti i noi che la loro terra è occupata dal lontano 1950. 
Il Dalai Lama vive in esilio dopo il fallimento della rivolta contro il dominio di Pechino nel 1959.

 Così è stato privato della libertà un popolo pacifico e compassionevole, costretto a spogliarsi della propria cultura e spiritualità per far posto ai capitalisti, al loro sfruttamento, alla loro strage di innocenti.


Roberta Ragni

Marino minaccia: “Bloccherò la città, pronto alle dimissioni”

1. A ROMA SI INVOCA UN URGENTE TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO PER IL SUB-MARINO –
2. IGNAZIO NON VUOL CAPIRE CHE LA BOCCIATURA DEL DECRETO SALVA-ROMA E’ LA LAPIDE DEI “SINDACI D’ITALIA” RENZI E DELRIO ALLA POLITICA FALLIMENTARE DELL’EX “AMICO” MARINO –
3. DIETRO AI CONTI DISASTROSI E ALLE TASSE PIÙ ALTE D’ITALIA, SI CELA LA GUERRA INTORNO ALLE MUNICIPALIZZATE: TRE DELLE QUALI (AMA, ATAC E ACEA) SPENDONO PER IL PERSONALE UNA CIFRA SUPERIORE ALL’INTERO DISAVANZO STRUTTURALE DEL COMUNE. PER NON PARLARE DEL COSTO ASTRONOMICO DI CERTI SERVIZI AMMINISTRATIVI O DI ALCUNE SITUAZIONI INCONCEPIBILI, COME LE PERDITE MILIONARIE DELLE FARMACIE COMUNALI –
4. UNO CHE STREPITA, “DA DOMENICA BLOCCO LA CITTÀ. A RISCHIO LA SANTIFICAZIONE DEI DUE PAPI, E A MARZO NON PAGHEREMO GLI STIPENDI”, DEVE ESSERE SOLO COMMISSARIATO -

1. MAIL Tu che puoi ti prego invoca il Trattamento Sanitario Obbligatorio per il Sedicente Sindaco di Roma…
Anonimo Romano
2. SALVA ROMA: MARINO, A RISCHIO SANTIFICAZIONE DUE PAPI (ANSA) – “Diciamolo con chiarezza: per marzo non ci saranno i soldi per i 25mila dipendenti del Comune, per il gasolio dei bus, per tenere aperti gli asili nido o raccogliere i rifiuti e neanche per organizzare la santificazione dei due Papi, un evento di portata planetaria”. Così il sindaco di Roma, Ignazio Marino.
3. ROMA – MARINO, SINDACO, A MIX24: “DOMENICA BLOCCO ROMA”. Da www.radio24.it – Se non ha questi soldi, se ne va? “Da domenica blocco la città. Quindi le persone dovranno attrezzarsi. Fortunati i politici del palazzo che hanno le auto blu, loro potranno continuare a girare. I romani, invece, non potranno girare fin quando la politica non si sveglierà.” Lo dice il Sindaco della capitale Marino a Mix24, il programma di attualità ideato e condotto da Giovanni Minoli su Radio 24.
4. MARINO A MIX24: “I SOLDI SALVA ROMA SONO LE TASSE DEI ROMANI, RESTITUITELI AI ROMANI” Da www.radio24.it – “I soldi che stanno in quello che voi giornalisti avete chiamato Salva Roma sono soldi delle tasse dei romani che devono essere restituiti ai romani. Non ce li hanno ridati, il Governo italiano ce li deve ridare, deve restituire a Roma ciò che è di Roma”. Lo dice arrabbiato Marino, il Sindaco di Roma a Mix24, un programma di attualità ideato e condotto da Giovanni Minoli su Radio 24.
5. ROMA, IL FALLIMENTO DI UNA CLASSE DIRIGENTE Sergio Rizzo per il “Corriere della Sera“ Quando un Comune fallisce non è mai una buona notizia. Se poi a fare crac è la Capitale d’Italia la faccenda è ancora più preoccupante. E diventa drammatica se tanto il rischio del fallimento quanto il mancato salvataggio non sono il frutto di avversità congiunturali ma dell’azione sconsiderata di una classe dirigente politica inadeguata: nella migliore delle ipotesi.
Detto questo, non possiamo che sperare ancora in una soluzione capace di evitare il default del Campidoglio.
Che però sarà digeribile, sia ben chiaro, soltanto a due condizioni. La prima è che tutto avvenga nella massima trasparenza e senza appendici maleodoranti, tipo quella norma infilata nella prima versione del decreto salva Roma bocciata dal Quirinale con la quale si consegnava al sindacato potere di veto sulle ristrutturazioni delle aziende municipalizzate.
Meno che mai vorremmo essere costretti ad assistere per la terza volta al disgustoso spettacolo di un provvedimento che diventa l’occasione per fare indecenti marchette.
La seconda riguarda il prezzo e soprattutto le contropartite. Per quanto le responsabilità oggettive di questa situazione non possano ricadere sull’amministrazione di Ignazio Marino, insediatasi da poco più di sei mesi, un salvataggio come quello del quale si sta discutendo non può certo essere incondizionato.
Perché è del tutto evidente che mettere una toppa su un buco destinato comunque a riaprirsi non avrebbe alcun senso.
Il Comune di Roma ha un disavanzo strutturale di 1,2 miliardi di euro, nonostante i suoi cittadini siano costretti a subire il salasso delle addizionali Irpef più alte d’Italia.
Sono dunque necessarie misure altrettanto strutturali per riportare la situazione sotto controllo.
Parliamo del livello della spesa corrente comunale: assolutamente sproporzionata, come ogni cittadino può constatare di persona, alla qualità dei servizi erogati. Se siamo arrivati al punto che per tenere in ordine i conti del Campidoglio ogni residente nella Capitale (neonati e vegliardi compresi) dovrebbe tirare fuori alla fine di ogni anno 436 euro in più rispetto alle tasse che già paga, è certo a causa di responsabilità politiche e amministrative.
Senza che tali responsabilità abbiano mai lasciato il segno sulle carriere dei singoli: tutt’altro.
Ma ciò riguarda profili di un costume politico tutto italiano che meriterebbero considerazioni a parte.
Restando ai numeri impietosi dei conti pubblici romani, un eventuale salvataggio non potrà prescindere per essere credibile da incisivi e tempestivi interventi sulla spesa e sull’efficienza complessiva della macchina.
C’è da domandarsi se siano ancora sostenibili i costi astronomici di certi affitti per le sedi istituzionali, e al tempo stesso se sia accettabile che 43 mila alloggi di proprietà comunale rendano mediamente 52 euro al mese ognuno.
Così come c’è da chiedersi se non sia arrivato il momento di affrontare seriamente il capitolo municipalizzate: tre delle quali (Ama, Atac e Acea) spendono per il personale una cifra superiore all’intero disavanzo strutturale del Comune.
Per non parlare del costo astronomico di certi servizi amministrativi o di alcune situazioni inconcepibili, come le perdite milionarie delle farmacie comunali… Se non si mette mano a tutto questo, e in fretta, allora niente potrà prima o poi evitare il fallimento.
6. IGNAZIO MARINO: “LUNEDÌ BLOCCHEREMO LA CITTÀ MA IO NON FARÒ IL LIQUIDATORE” Giovanna Vitale per “la Repubblica“ «Sono estremamente preoccupato» ammette a sera il sindaco Ignazio Marino. «Da lunedì, in assenza di interventi strutturali, saremo obbligati a fermare la città. Ma io non ci metto la faccia».
Che fa sindaco, lascia? «È da ottobre che mi sgolo per spiegare al governo che per anni Roma ha speso soldi che non aveva e che per invertire la rotta – e correggere il disavanzo da 816 milioni lasciato dalla precedente amministrazione – urge un radicale cambiamento. Ma servono norme che mi aiutino a colmare l’enorme debito ereditato e ad affrontare le situazioni davvero imbarazzanti che ho trovato in Campidoglio».
Sta forse accusando il governo di non aver capito?
«Io, che da medico ho un approccio scientifico, parlo di fatti.
E i fatti dicono che la trattativa con il governo è iniziata l’8 ottobre 2013, ci sono stati due decreti, tutti e due ritirati, è passato l’autunno, poi l’inverno, sta per arrivare la primavera e noi siamo ancora, come si dice a Roma, a carissimo amico».
E dunque la responsabilità è sia del governo Letta, che ha ritirato il primo decreto, sia del Renzi I, che ha cancellato il secondo?
«Certo non mia. Ma io la faccia su una Roma che fallisce non ce la metto. Abbiamo fatto i compiti a casa, possono tutti dire lo stesso?».
Ma con chi ce l’ha di preciso? «Intanto con un M5S gestito in modo irresponsabile, incapace di capire che sedere in Parlamento non è come giocare a Monopoli, significa occuparsi dei problemi della gente e provare a risolverli. Io comprendo le dinamiche che portano a migliorare o cancellare una norma, ma non il tanto peggio tanto meglio, godendo se la capitale fallisce e magari si abbassa il rating del paese».
Scusi, ma il M5S è all’opposizione, non ha i numeri per affossare un decreto: la responsabilità non sarà forse dei governi di centrosinistra e della maggioranza che li sostiene e di cui il Pd, il suo partito, è il principale azionista?
«Sono d’accordo.
Sul Salva Roma si è davvero perduto troppo tempo in Parlamento, alcuni hanno teorizzato che quelle norme fossero capricci, ciliegine da mettere sulla torta. Senza realizzare che avendo io ereditato un debito da un miliardo di euro, tra un po’ non avremo i soldi per il gasolio e dovremo fermare tutto: non raccogliere più i rifiuti, non far uscire i bus dai depositi, non per un giorno, per sei mesi!
Ma io saprei cosa fare per far riprendere la città». Con i soldi dello Stato è facile. «No, con i soldi nostri. Noi non abbiamo chiesto un solo euro allo Stato, il Salva Roma ci fa semplicemente recuperare risorse già versate come prestito alla gestione commissariale utilizzando le tasse dei romani.
Con il mio metodo si governerebbe solo coi soldi che ci sono, non facendo debiti, l’era dei debiti è finita.
E si caccerebbero i lestofanti, affidando la guida della città alle persone per bene di cui mi sono circondato».
Certo che lei, pur essendo un renziano, non è che sia stato proprio aiutato: alla prima occasione il governo Renzi si è sfilato. «Non c’erano i tempi tecnici per porre la questione di fiducia».
Ma forse non si è neanche speso più tanto: la mediazione con il M5S l’ha tentata lei da solo. «Io ho chiesto al M5S, attraverso il loro capogruppo in Campidoglio, di capire che qui non era in gioco una sfida a risiko tra grillini e Renzi, ma il destino della capitale d’Italia.
Per loro però è più importante continuare a giocare che salvare la capitale e il paese». E ora? Ha intenzione di dimettersi? «Io ora voglio sapere dal governo qual è la mia job description: se il mio lavoro è fare il sindaco, eletto con il 64% voti per cambiare Roma attraverso legalità, trasparenza e bilanci in regola, una città dove non si decide più nei salotti buoni, io ci sto.
Se invece il mio compito dev’essere licenziare 4mila dipendenti comunali, vendere Acea ai privati, liberalizzare trasporti e rifiuti, e non fare nessuna manutenzione in una città che ne ha un disperato bisogno, allora dovrà occuparsene un commissario liquidatore, non io».
Quali tempi si è dato per scegliere se mollare o restare? «Dalla settimana prossima, se non ci sono interventi strutturali, sarà necessario chiudere la città.
E io non ho intenzione di metterci la faccia ». Cosa potrebbe farla decidere?
«Il 27 aprile si terrà a Roma un evento planetario, la santificazione di due papi, e io ho promesso a papa Francesco, in un colloquio personale con lui, che avrei preparato tutto con cura. Se non ci sono le condizioni per farlo, dirò al governo che non ci sono le condizioni per fare il sindaco ».
7. DEBITI E VETI DEI SINDACI, ECCO IL PRIMO SGAMBETTO IN AULA AL SINDACO D’ITALIA Marco Valerio Lo Prete per “Il Foglio” “Non annunci spot, ma visione alta e concretezza da sindaci”, aveva twittato domenica scorsa Matteo Renzi, sindaco in carica di Firenze, subito dopo aver giurato al Quirinale da nuovo presidente del Consiglio. “La cultura di noi sindaci”, ha ripetuto ieri due volte Graziano Delrio, già sindaco di Reggio Emilia e oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un’intervista al Sole 24 Ore in cui rassicurava tutti sul fatto che le risorse per investimenti pubblici e sgravi fiscali si troveranno. Grazie alla “cultura di noi sindaci”.
Ieri però, proprio dal mondo dei sindaci – con i loro bilanci spesso malconci e le società municipalizzate o in house ridotte sovente a macchine crea-consenso – è arrivata la prima grana parlamentare per il nuovo governo. Il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, è stato infatti costretto a ritirare il decreto salva Roma, di fronte all’impossibilità di convertirlo in legge entro la scadenza prevista – cioè domani – a causa dell’ostruzionismo annunciato da grillini e Lega nord.
Nei giorni scorsi, in molti dal Pd avevano chiesto all’esecutivo di apporre la fiducia e garantire così i 485 milioni di euro che avrebbero permesso al comune di Roma di chiudere in ordine il bilancio del 2013 e quello pluriennale 2013-’15.
Così non è stato, Renzi non ha offerto copertura a un decreto del predecessore Letta, e adesso il sindaco della capitale, Ignazio Marino, avrebbe minacciato le dimissioni. D’altronde il primo cittadino, dal momento del nuovo incarico a Renzi, era stato metodico: per due settimane, tra un’intonazione di “Bella ciao” e un impegno a rendere il “Tevere navigabile”, ogni 24 ore aveva rilasciato almeno una dichiarazione in cui chiedeva ascolto e fondi per la sua città, o si diceva certo dell’attenzione del sindaco di Firenze per gli ex colleghi.
Non è bastato.
Il decreto che Letta a dicembre si era visto respingere dal presidente della Repubblica in una prima versione giudicata troppo eterogenea, questa volta non ha fatto in tempo a essere approvato dal Parlamento.
L’esecutivo proporrà con ogni probabilità un terzo decreto, ma l’iter fallimentare compiuto negli scorsi 60 giorni è una significativa anticipazione delle difficoltà che Renzi incontrerà, non solo da parte delle opposizioni.
La senatrice di Scelta civica Linda Lanzillotta, già assessore al Bilancio a Roma con la giunta Rutelli, mette in guardia dall'influenza che il Pd romano esercita sul Pd nazionale” e dal tentativo di “consentire l’elargizione di risorse nazionali ad alcuni comuni, quello romano nello specifico, senza che i comuni accettino vincoli nel loro utilizzo e mettano mano a un serio risanamento”.
Lanzillotta per mesi ha condotto una battaglia parlamentare per associare il salvataggio di Roma alla “chiusura di alcune fonti strutturali del disavanzo”, dice al Foglio.
Ha proposto quindi di applicare “costi standard” alla gestione dei servizi a rete gestiti dal comune (come l’Ama per i rifiuti) e di cedere al mercato alcune di queste attività (la raccolta e lo spazzamento delle strade per esempio); di mettere in liquidazione le società in house che non offrono servizi al pubblico (Risorse per Roma ha per esempio oltre 600 dipendenti e Zètema circa 1.000); di vendere quote di Acea (società di servizi idrici ed energetici partecipata al 51 per cento dal Comune).
Apriti cielo: da molti parlamentari del Pd, oltre che dagli esponenti romani del partito, sono piovute critiche al “falco privatizzatore”, e ieri il deputato piddino Marco Miccoli ha detto che “la Lanzillotta non vuole che si ripresentino le norme per salvare dal default Roma, in questo è anche peggio di Grillo e dei leghisti”: “Se due consecutivi decreti del governo Letta per salvare Roma non sono stati approvati dal Parlamento forse c’era qualche problemino che non era la Lanzillotta”, replica lei. E aggiunge: “Per settimane i parlamentari del Pd hanno agitato bandiere populistiche, come il presunto pericolo che la parziale privatizzazione di Acea costituirebbe per l’‘acqua pubblica’, nel tentativo di catturare il consenso dei cittadini”.
Al contribuente capitolino, invece, si potrebbe ricordare che l’attuale situazione di bilancio e le tentate toppe spiegano l’impennata di tasse locali: tra addizionale comunale Irpef, Imu, Tari e Tasi (le ultime tre saranno sostituite dalla Iuc) – secondo il Centro Europa Ricerche – un cittadino romano contribuisce ai servizi locali per 1.040 euro ogni anno; il prelievo medio, in Italia, è di 440 euro.
Seicento euro di differenza.
E a dicembre, sempre su iniziativa della senatrice Lanzillotta, è stata eliminata la possibilità per Roma di inasprire ancora l’aliquota Irpef, dalla soglia di 0,9 per cento (già record) a 1,2.
“I dati di realtà da cui bisognerebbe partire sono due – dice al Foglio Riccardo Magi, consigliere capitolino radicale eletto nella Lista Marino –
Roma è già fallita e ogni nuovo sindaco che arriva dichiara di averla salvata”. Magi ricostruisce l’origine dell’attuale situazione:
“Nel 2008, non appena Gianni Alemanno fu eletto sindaco, il governo rappresentato da Gianni Letta e Gianfranco Fini, con l’avallo di fatto del centrosinistra, si decise di evitare il dissesto formale di Roma. Si preferì optare per una gestione commissariale del debito della capitale, vietando espressamente di dichiarare ‘default’, costituendo una specie di ‘bad company’ che doveva prendersi in carico le pendenze pre aprile 2008.
Ma quello del doppio bilancio per la città è un unicum giuridico mondiale, che certo non migliora il livello di trasparenza sui conti”. Il debito fino al 2008 è stato stimato a 20 miliardi di euro: da allora lo stato versa ogni anno 300 milioni di euro ad hoc a Roma, mentre il Comune accantona altri 200 milioni.
Tutto bene quindi?
No. Intanto perché il decreto Salva Roma contiene appunto 115 milioni aggiuntivi da far affluire nella bad company per il periodo pre 2008, e anche il Servizio studi della Camera dei deputati sostiene che occorrerebbero “opportune informazioni circa le motivazioni dell’emersione di nuovi importi autorizzati”. Inoltre, fa notare Magi, “nessuno parla degli ulteriori 200 milioni annui che dal 2017 saranno necessari per appianare il debito pregresso, come chiesto dal commissario al debito Massimo Varrazzani nella sua relazione depositata in Parlamento nell’aprile scorso”.
In questa situazione, il consigliere radicale denuncia un “isolamento totale” nel tentativo di porre in agenda del Campidoglio “il tema del dissesto finanziario e delle società controllate e partecipate che ne costituiscono la fonte principale”. Tutto ciò mentre il Consiglio comunale approva per esempio mozioni bipartisan (ex sindaco Alemanno incluso) per “salvaguardare la natura pubblica di Atac – si legge nel testo – respingendo qualsiasi iniziativa di privatizzazione totale o parziale” (in Atac, società del trasporto pubblico con 12 mila dipendenti, in media ci sono ogni giorno 1.400 assenze giustificate).
“I renziani in Campidoglio prenderanno in considerazione liberalizzazioni e privatizzazioni, come ha fatto il neo premier, o questo è un tabù?”, si chiede Magi. Interrogativo simile lo pone la senatrice Lanzillotta:
“Renzi riuscirà a resistere agli istinti predatori della spesa pubblica che albergano in parte della constituency dei sindaci?”.
Si capirà col prossimo Salva Roma.
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