venerdì 28 febbraio 2014

Marino minaccia: “Bloccherò la città, pronto alle dimissioni”

1. A ROMA SI INVOCA UN URGENTE TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO PER IL SUB-MARINO –
2. IGNAZIO NON VUOL CAPIRE CHE LA BOCCIATURA DEL DECRETO SALVA-ROMA E’ LA LAPIDE DEI “SINDACI D’ITALIA” RENZI E DELRIO ALLA POLITICA FALLIMENTARE DELL’EX “AMICO” MARINO –
3. DIETRO AI CONTI DISASTROSI E ALLE TASSE PIÙ ALTE D’ITALIA, SI CELA LA GUERRA INTORNO ALLE MUNICIPALIZZATE: TRE DELLE QUALI (AMA, ATAC E ACEA) SPENDONO PER IL PERSONALE UNA CIFRA SUPERIORE ALL’INTERO DISAVANZO STRUTTURALE DEL COMUNE. PER NON PARLARE DEL COSTO ASTRONOMICO DI CERTI SERVIZI AMMINISTRATIVI O DI ALCUNE SITUAZIONI INCONCEPIBILI, COME LE PERDITE MILIONARIE DELLE FARMACIE COMUNALI –
4. UNO CHE STREPITA, “DA DOMENICA BLOCCO LA CITTÀ. A RISCHIO LA SANTIFICAZIONE DEI DUE PAPI, E A MARZO NON PAGHEREMO GLI STIPENDI”, DEVE ESSERE SOLO COMMISSARIATO -

1. MAIL Tu che puoi ti prego invoca il Trattamento Sanitario Obbligatorio per il Sedicente Sindaco di Roma…
Anonimo Romano
2. SALVA ROMA: MARINO, A RISCHIO SANTIFICAZIONE DUE PAPI (ANSA) – “Diciamolo con chiarezza: per marzo non ci saranno i soldi per i 25mila dipendenti del Comune, per il gasolio dei bus, per tenere aperti gli asili nido o raccogliere i rifiuti e neanche per organizzare la santificazione dei due Papi, un evento di portata planetaria”. Così il sindaco di Roma, Ignazio Marino.
3. ROMA – MARINO, SINDACO, A MIX24: “DOMENICA BLOCCO ROMA”. Da www.radio24.it – Se non ha questi soldi, se ne va? “Da domenica blocco la città. Quindi le persone dovranno attrezzarsi. Fortunati i politici del palazzo che hanno le auto blu, loro potranno continuare a girare. I romani, invece, non potranno girare fin quando la politica non si sveglierà.” Lo dice il Sindaco della capitale Marino a Mix24, il programma di attualità ideato e condotto da Giovanni Minoli su Radio 24.
4. MARINO A MIX24: “I SOLDI SALVA ROMA SONO LE TASSE DEI ROMANI, RESTITUITELI AI ROMANI” Da www.radio24.it – “I soldi che stanno in quello che voi giornalisti avete chiamato Salva Roma sono soldi delle tasse dei romani che devono essere restituiti ai romani. Non ce li hanno ridati, il Governo italiano ce li deve ridare, deve restituire a Roma ciò che è di Roma”. Lo dice arrabbiato Marino, il Sindaco di Roma a Mix24, un programma di attualità ideato e condotto da Giovanni Minoli su Radio 24.
5. ROMA, IL FALLIMENTO DI UNA CLASSE DIRIGENTE Sergio Rizzo per il “Corriere della Sera“ Quando un Comune fallisce non è mai una buona notizia. Se poi a fare crac è la Capitale d’Italia la faccenda è ancora più preoccupante. E diventa drammatica se tanto il rischio del fallimento quanto il mancato salvataggio non sono il frutto di avversità congiunturali ma dell’azione sconsiderata di una classe dirigente politica inadeguata: nella migliore delle ipotesi.
Detto questo, non possiamo che sperare ancora in una soluzione capace di evitare il default del Campidoglio.
Che però sarà digeribile, sia ben chiaro, soltanto a due condizioni. La prima è che tutto avvenga nella massima trasparenza e senza appendici maleodoranti, tipo quella norma infilata nella prima versione del decreto salva Roma bocciata dal Quirinale con la quale si consegnava al sindacato potere di veto sulle ristrutturazioni delle aziende municipalizzate.
Meno che mai vorremmo essere costretti ad assistere per la terza volta al disgustoso spettacolo di un provvedimento che diventa l’occasione per fare indecenti marchette.
La seconda riguarda il prezzo e soprattutto le contropartite. Per quanto le responsabilità oggettive di questa situazione non possano ricadere sull’amministrazione di Ignazio Marino, insediatasi da poco più di sei mesi, un salvataggio come quello del quale si sta discutendo non può certo essere incondizionato.
Perché è del tutto evidente che mettere una toppa su un buco destinato comunque a riaprirsi non avrebbe alcun senso.
Il Comune di Roma ha un disavanzo strutturale di 1,2 miliardi di euro, nonostante i suoi cittadini siano costretti a subire il salasso delle addizionali Irpef più alte d’Italia.
Sono dunque necessarie misure altrettanto strutturali per riportare la situazione sotto controllo.
Parliamo del livello della spesa corrente comunale: assolutamente sproporzionata, come ogni cittadino può constatare di persona, alla qualità dei servizi erogati. Se siamo arrivati al punto che per tenere in ordine i conti del Campidoglio ogni residente nella Capitale (neonati e vegliardi compresi) dovrebbe tirare fuori alla fine di ogni anno 436 euro in più rispetto alle tasse che già paga, è certo a causa di responsabilità politiche e amministrative.
Senza che tali responsabilità abbiano mai lasciato il segno sulle carriere dei singoli: tutt’altro.
Ma ciò riguarda profili di un costume politico tutto italiano che meriterebbero considerazioni a parte.
Restando ai numeri impietosi dei conti pubblici romani, un eventuale salvataggio non potrà prescindere per essere credibile da incisivi e tempestivi interventi sulla spesa e sull’efficienza complessiva della macchina.
C’è da domandarsi se siano ancora sostenibili i costi astronomici di certi affitti per le sedi istituzionali, e al tempo stesso se sia accettabile che 43 mila alloggi di proprietà comunale rendano mediamente 52 euro al mese ognuno.
Così come c’è da chiedersi se non sia arrivato il momento di affrontare seriamente il capitolo municipalizzate: tre delle quali (Ama, Atac e Acea) spendono per il personale una cifra superiore all’intero disavanzo strutturale del Comune.
Per non parlare del costo astronomico di certi servizi amministrativi o di alcune situazioni inconcepibili, come le perdite milionarie delle farmacie comunali… Se non si mette mano a tutto questo, e in fretta, allora niente potrà prima o poi evitare il fallimento.
6. IGNAZIO MARINO: “LUNEDÌ BLOCCHEREMO LA CITTÀ MA IO NON FARÒ IL LIQUIDATORE” Giovanna Vitale per “la Repubblica“ «Sono estremamente preoccupato» ammette a sera il sindaco Ignazio Marino. «Da lunedì, in assenza di interventi strutturali, saremo obbligati a fermare la città. Ma io non ci metto la faccia».
Che fa sindaco, lascia? «È da ottobre che mi sgolo per spiegare al governo che per anni Roma ha speso soldi che non aveva e che per invertire la rotta – e correggere il disavanzo da 816 milioni lasciato dalla precedente amministrazione – urge un radicale cambiamento. Ma servono norme che mi aiutino a colmare l’enorme debito ereditato e ad affrontare le situazioni davvero imbarazzanti che ho trovato in Campidoglio».
Sta forse accusando il governo di non aver capito?
«Io, che da medico ho un approccio scientifico, parlo di fatti.
E i fatti dicono che la trattativa con il governo è iniziata l’8 ottobre 2013, ci sono stati due decreti, tutti e due ritirati, è passato l’autunno, poi l’inverno, sta per arrivare la primavera e noi siamo ancora, come si dice a Roma, a carissimo amico».
E dunque la responsabilità è sia del governo Letta, che ha ritirato il primo decreto, sia del Renzi I, che ha cancellato il secondo?
«Certo non mia. Ma io la faccia su una Roma che fallisce non ce la metto. Abbiamo fatto i compiti a casa, possono tutti dire lo stesso?».
Ma con chi ce l’ha di preciso? «Intanto con un M5S gestito in modo irresponsabile, incapace di capire che sedere in Parlamento non è come giocare a Monopoli, significa occuparsi dei problemi della gente e provare a risolverli. Io comprendo le dinamiche che portano a migliorare o cancellare una norma, ma non il tanto peggio tanto meglio, godendo se la capitale fallisce e magari si abbassa il rating del paese».
Scusi, ma il M5S è all’opposizione, non ha i numeri per affossare un decreto: la responsabilità non sarà forse dei governi di centrosinistra e della maggioranza che li sostiene e di cui il Pd, il suo partito, è il principale azionista?
«Sono d’accordo.
Sul Salva Roma si è davvero perduto troppo tempo in Parlamento, alcuni hanno teorizzato che quelle norme fossero capricci, ciliegine da mettere sulla torta. Senza realizzare che avendo io ereditato un debito da un miliardo di euro, tra un po’ non avremo i soldi per il gasolio e dovremo fermare tutto: non raccogliere più i rifiuti, non far uscire i bus dai depositi, non per un giorno, per sei mesi!
Ma io saprei cosa fare per far riprendere la città». Con i soldi dello Stato è facile. «No, con i soldi nostri. Noi non abbiamo chiesto un solo euro allo Stato, il Salva Roma ci fa semplicemente recuperare risorse già versate come prestito alla gestione commissariale utilizzando le tasse dei romani.
Con il mio metodo si governerebbe solo coi soldi che ci sono, non facendo debiti, l’era dei debiti è finita.
E si caccerebbero i lestofanti, affidando la guida della città alle persone per bene di cui mi sono circondato».
Certo che lei, pur essendo un renziano, non è che sia stato proprio aiutato: alla prima occasione il governo Renzi si è sfilato. «Non c’erano i tempi tecnici per porre la questione di fiducia».
Ma forse non si è neanche speso più tanto: la mediazione con il M5S l’ha tentata lei da solo. «Io ho chiesto al M5S, attraverso il loro capogruppo in Campidoglio, di capire che qui non era in gioco una sfida a risiko tra grillini e Renzi, ma il destino della capitale d’Italia.
Per loro però è più importante continuare a giocare che salvare la capitale e il paese». E ora? Ha intenzione di dimettersi? «Io ora voglio sapere dal governo qual è la mia job description: se il mio lavoro è fare il sindaco, eletto con il 64% voti per cambiare Roma attraverso legalità, trasparenza e bilanci in regola, una città dove non si decide più nei salotti buoni, io ci sto.
Se invece il mio compito dev’essere licenziare 4mila dipendenti comunali, vendere Acea ai privati, liberalizzare trasporti e rifiuti, e non fare nessuna manutenzione in una città che ne ha un disperato bisogno, allora dovrà occuparsene un commissario liquidatore, non io».
Quali tempi si è dato per scegliere se mollare o restare? «Dalla settimana prossima, se non ci sono interventi strutturali, sarà necessario chiudere la città.
E io non ho intenzione di metterci la faccia ». Cosa potrebbe farla decidere?
«Il 27 aprile si terrà a Roma un evento planetario, la santificazione di due papi, e io ho promesso a papa Francesco, in un colloquio personale con lui, che avrei preparato tutto con cura. Se non ci sono le condizioni per farlo, dirò al governo che non ci sono le condizioni per fare il sindaco ».
7. DEBITI E VETI DEI SINDACI, ECCO IL PRIMO SGAMBETTO IN AULA AL SINDACO D’ITALIA Marco Valerio Lo Prete per “Il Foglio” “Non annunci spot, ma visione alta e concretezza da sindaci”, aveva twittato domenica scorsa Matteo Renzi, sindaco in carica di Firenze, subito dopo aver giurato al Quirinale da nuovo presidente del Consiglio. “La cultura di noi sindaci”, ha ripetuto ieri due volte Graziano Delrio, già sindaco di Reggio Emilia e oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un’intervista al Sole 24 Ore in cui rassicurava tutti sul fatto che le risorse per investimenti pubblici e sgravi fiscali si troveranno. Grazie alla “cultura di noi sindaci”.
Ieri però, proprio dal mondo dei sindaci – con i loro bilanci spesso malconci e le società municipalizzate o in house ridotte sovente a macchine crea-consenso – è arrivata la prima grana parlamentare per il nuovo governo. Il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, è stato infatti costretto a ritirare il decreto salva Roma, di fronte all’impossibilità di convertirlo in legge entro la scadenza prevista – cioè domani – a causa dell’ostruzionismo annunciato da grillini e Lega nord.
Nei giorni scorsi, in molti dal Pd avevano chiesto all’esecutivo di apporre la fiducia e garantire così i 485 milioni di euro che avrebbero permesso al comune di Roma di chiudere in ordine il bilancio del 2013 e quello pluriennale 2013-’15.
Così non è stato, Renzi non ha offerto copertura a un decreto del predecessore Letta, e adesso il sindaco della capitale, Ignazio Marino, avrebbe minacciato le dimissioni. D’altronde il primo cittadino, dal momento del nuovo incarico a Renzi, era stato metodico: per due settimane, tra un’intonazione di “Bella ciao” e un impegno a rendere il “Tevere navigabile”, ogni 24 ore aveva rilasciato almeno una dichiarazione in cui chiedeva ascolto e fondi per la sua città, o si diceva certo dell’attenzione del sindaco di Firenze per gli ex colleghi.
Non è bastato.
Il decreto che Letta a dicembre si era visto respingere dal presidente della Repubblica in una prima versione giudicata troppo eterogenea, questa volta non ha fatto in tempo a essere approvato dal Parlamento.
L’esecutivo proporrà con ogni probabilità un terzo decreto, ma l’iter fallimentare compiuto negli scorsi 60 giorni è una significativa anticipazione delle difficoltà che Renzi incontrerà, non solo da parte delle opposizioni.
La senatrice di Scelta civica Linda Lanzillotta, già assessore al Bilancio a Roma con la giunta Rutelli, mette in guardia dall'influenza che il Pd romano esercita sul Pd nazionale” e dal tentativo di “consentire l’elargizione di risorse nazionali ad alcuni comuni, quello romano nello specifico, senza che i comuni accettino vincoli nel loro utilizzo e mettano mano a un serio risanamento”.
Lanzillotta per mesi ha condotto una battaglia parlamentare per associare il salvataggio di Roma alla “chiusura di alcune fonti strutturali del disavanzo”, dice al Foglio.
Ha proposto quindi di applicare “costi standard” alla gestione dei servizi a rete gestiti dal comune (come l’Ama per i rifiuti) e di cedere al mercato alcune di queste attività (la raccolta e lo spazzamento delle strade per esempio); di mettere in liquidazione le società in house che non offrono servizi al pubblico (Risorse per Roma ha per esempio oltre 600 dipendenti e Zètema circa 1.000); di vendere quote di Acea (società di servizi idrici ed energetici partecipata al 51 per cento dal Comune).
Apriti cielo: da molti parlamentari del Pd, oltre che dagli esponenti romani del partito, sono piovute critiche al “falco privatizzatore”, e ieri il deputato piddino Marco Miccoli ha detto che “la Lanzillotta non vuole che si ripresentino le norme per salvare dal default Roma, in questo è anche peggio di Grillo e dei leghisti”: “Se due consecutivi decreti del governo Letta per salvare Roma non sono stati approvati dal Parlamento forse c’era qualche problemino che non era la Lanzillotta”, replica lei. E aggiunge: “Per settimane i parlamentari del Pd hanno agitato bandiere populistiche, come il presunto pericolo che la parziale privatizzazione di Acea costituirebbe per l’‘acqua pubblica’, nel tentativo di catturare il consenso dei cittadini”.
Al contribuente capitolino, invece, si potrebbe ricordare che l’attuale situazione di bilancio e le tentate toppe spiegano l’impennata di tasse locali: tra addizionale comunale Irpef, Imu, Tari e Tasi (le ultime tre saranno sostituite dalla Iuc) – secondo il Centro Europa Ricerche – un cittadino romano contribuisce ai servizi locali per 1.040 euro ogni anno; il prelievo medio, in Italia, è di 440 euro.
Seicento euro di differenza.
E a dicembre, sempre su iniziativa della senatrice Lanzillotta, è stata eliminata la possibilità per Roma di inasprire ancora l’aliquota Irpef, dalla soglia di 0,9 per cento (già record) a 1,2.
“I dati di realtà da cui bisognerebbe partire sono due – dice al Foglio Riccardo Magi, consigliere capitolino radicale eletto nella Lista Marino –
Roma è già fallita e ogni nuovo sindaco che arriva dichiara di averla salvata”. Magi ricostruisce l’origine dell’attuale situazione:
“Nel 2008, non appena Gianni Alemanno fu eletto sindaco, il governo rappresentato da Gianni Letta e Gianfranco Fini, con l’avallo di fatto del centrosinistra, si decise di evitare il dissesto formale di Roma. Si preferì optare per una gestione commissariale del debito della capitale, vietando espressamente di dichiarare ‘default’, costituendo una specie di ‘bad company’ che doveva prendersi in carico le pendenze pre aprile 2008.
Ma quello del doppio bilancio per la città è un unicum giuridico mondiale, che certo non migliora il livello di trasparenza sui conti”. Il debito fino al 2008 è stato stimato a 20 miliardi di euro: da allora lo stato versa ogni anno 300 milioni di euro ad hoc a Roma, mentre il Comune accantona altri 200 milioni.
Tutto bene quindi?
No. Intanto perché il decreto Salva Roma contiene appunto 115 milioni aggiuntivi da far affluire nella bad company per il periodo pre 2008, e anche il Servizio studi della Camera dei deputati sostiene che occorrerebbero “opportune informazioni circa le motivazioni dell’emersione di nuovi importi autorizzati”. Inoltre, fa notare Magi, “nessuno parla degli ulteriori 200 milioni annui che dal 2017 saranno necessari per appianare il debito pregresso, come chiesto dal commissario al debito Massimo Varrazzani nella sua relazione depositata in Parlamento nell’aprile scorso”.
In questa situazione, il consigliere radicale denuncia un “isolamento totale” nel tentativo di porre in agenda del Campidoglio “il tema del dissesto finanziario e delle società controllate e partecipate che ne costituiscono la fonte principale”. Tutto ciò mentre il Consiglio comunale approva per esempio mozioni bipartisan (ex sindaco Alemanno incluso) per “salvaguardare la natura pubblica di Atac – si legge nel testo – respingendo qualsiasi iniziativa di privatizzazione totale o parziale” (in Atac, società del trasporto pubblico con 12 mila dipendenti, in media ci sono ogni giorno 1.400 assenze giustificate).
“I renziani in Campidoglio prenderanno in considerazione liberalizzazioni e privatizzazioni, come ha fatto il neo premier, o questo è un tabù?”, si chiede Magi. Interrogativo simile lo pone la senatrice Lanzillotta:
“Renzi riuscirà a resistere agli istinti predatori della spesa pubblica che albergano in parte della constituency dei sindaci?”.
Si capirà col prossimo Salva Roma.

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