martedì 7 novembre 2017

Il mito del cavallo di Troia? L’archeologo: “In realtà era una nave”


Il Cavallo di Troia non era un cavallo, ma una nave. 

È quanto sostiene, da circa un anno, un nostro “cervello in fuga”, l’archeologo navale Francesco Tiboni, dottore di ricerca dell’Università di Marsiglia, collaboratore di diverse università e enti stranieri ed italiani.

 L’equivoco millenario sarebbe nato da un errore nella traduzione dei testi successivi a Omero, ai quali si ispirò lo stesso Virgilio (avvalendosi di un traduttore) per comporre l’Eneide. 
Secondo Tiboni, il manufatto realizzato dai greci per penetrare nelle mura di Troia non sarebbe stato letteralmente un cavallo, in greco hippos, bensì un tipo di nave fenicia che veniva abitualmente chiamata “Hippos”, appunto. 

 Plinio il Vecchio sembra spiegare il perché di questa denominazione riferendo che tale imbarcazione fu inventata da un maestro d’ascia fenicio il cui nome era Hippus. 
Queste navi, non a caso, erano dotate di una caratteristica polena: una testa equina.




I primi dubbi sul cavallo erano stati ventilati già in tempi antichissimi, da Pausania che, nel II sec. d.C. scriveva: «Che quello realizzato fosse un marchingegno per abbattere le mura e non un cavallo lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Frigi un’assoluta dabbenaggine. Tuttavia la leggenda dice che è un cavallo». 

In età moderna, altri studiosi hanno accennato al fatto che potesse trattarsi di una nave, ma era necessario un archeologo con specifiche competenze nel settore navale per trovare e mettere insieme un puzzle di indizi tecnici rivelatori.

 Vale la pena di ricordare brevemente l’episodio narrato da Omero, ripreso e ampliato, secoli dopo, da Virgilio.
 Dopo dieci anni di assedio alla città di Troia, i Greci mettono in pratica un’astuzia ideata da Ulisse ed ispirata da Atena in persona. Fingendo di abbandonare l’impresa e di tornare in patria, lasciano sulla spiaggia un enorme cavallo di legno, vuoto, che nasconde al proprio interno i più valorosi guerrieri achei, tra cui lo stesso re di Itaca. 
Il giovane greco Sinone, fingendo di aver disertato, spiega a Priamo, re di Troia, che il cavallo è stato lasciato per placare l’ira di Atena, offesa per la profanazione del suo tempio compiuta da Ulisse. 
Tale dono avrebbe dovuto proteggere il ritorno a casa dei Greci, ed era stato costruito in dimensioni tali che i troiani non avrebbero potuto portarlo dentro la città. Nonostante gli avvertimenti del sacerdote Laooconte – che viene subito divorato da serpenti marini - i troiani praticano una breccia nelle loro mura tanto da far entrare il “cavallo” nell’inespugnabile Ilio. 
In questo modo firmano la loro condanna a morte, dato che nottetempo i greci usciranno dal ventre del cavallo e conquisteranno la città. 

 «Omero– spiega l’archeologo Tiboni – conosceva perfettamente l’argomento marinaresco tanto da lasciarci una grande quantità di informazioni sulla tecnologia costruttiva delle navi antiche. Nell’Iliade ed ancor più nell’Odissea, il poeta elenca con tutti i particolari le imbarcazioni dei greci e, quando descrive ad esempio l’episodio della costruzione di una zattera da parte di Ulisse, spiega con grande precisione i legni, gli utensili e le tecniche di assemblaggio utilizzati.

 Tuttavia, proprio questa sua serenità nell’uso del linguaggio tecnico ha fatto sì che i poeti post-omerici che tramandarono le sue opere, ne travisassero alcuni passaggi. 
Per Omero, parlare di un “Hippos” equivaleva a indicare la nave fenicia di questa tipologia. 
Per i suoi epigoni, digiuni di cose di mare, divenne un cavallo vero e proprio».

Del resto, solo un archeologo specializzato in navi antiche avrebbe potuto leggere tra le righe e comprendere perché i Greci avessero deciso di concludere a tutti i costi l’assedio di Troia. 

Omero scriveva, infatti, che le “cuciture” delle navi greche erano ormai fradicie e per questo avrebbero dovuto affrettare il ritorno in patria.
 I posteri e i traduttori hanno spiegato che con cuciture si intendevano le funi e le vele, ma il degradarsi di questi accessori forse non sarebbe stato così grave da costringere gli Achei al rimpatrio. 

 «In realtà – continua Tiboni – molti traduttori di Omero ignoravano che il fasciame delle navi greche fosse veramente cucito con grossi punti a croce di fibre vegetali, cosa che noi oggi sappiamo grazie ai relitti antichi. 
La decomposizione di queste cuciture, pericolosissima per l’integrità di tutto lo scafo, avrebbe richiesto migliaia di ore di lavoro per ricostruire quasi dal nulla le imbarcazioni: per questo, gli achei, non avevano altra alternativa che concludere la guerra». 

 Del resto, lo stesso Virgilio, quando nell’Eneide narra della costruzione del monumentale cavallo, descrive, in realtà, proprio le antiche tecniche della cantieristica navale del periodo: scrive di come il cavallo fosse stato costruito partendo dal guscio esterno (cosa tecnicamente improbabile nel caso di un vero cavallo), di come le “murate” (termine marinaro per indicare i fianchi delle navi) fossero di abete, mentre la costolatura interna di rovere, esattamente come si faceva per costruire le navi antiche, in particolare quelle fenicie. 
Virgilio cita infatti un trave centrale in legno di acero che, nella storia dei relitti, trova riscontro solo in una nave: la famosissima nave punico-fenicia di Marsala, oggi conservata nel locale Baglio Anselmi.


Dopotutto, scambiando il “cavallo” di Troia con una nave la vicenda narrata nell’Eneide non si snatura affatto, ma assume, anzi, contorni meno surreali e ben più credibili.
 La nave del tipo “Hippos” era solitamente usata per trasportare preziosi, pagare tributi e questo non solo avrebbe ingolosito ancor più i Troiani, ma avrebbe fornito un carattere più credibile di voto religioso in onore della dea. 
 Di certo sarebbe stato più semplice per i maestri d’ascia greci costruire una nave di un tipo ben conosciuto, piuttosto che improvvisarsi artisti e realizzare un cavallo.
 Soprattutto, sarebbe stato molto più agevole nascondere nella doppia stiva di un’imbarcazione - piuttosto che nella pancia di un cavallo - il manipolo di guerrieri greci. 
Quanto al trasporto del cavallo all’interno delle mura di Troia, nell’Odissea Omero narra esplicitamente di un “alaggio”, un sistema di rotolamento su rulli che nell’antichità era utilizzato per il rimessaggio delle navi mercantili al termine della stagione di navigazione. 

 Fonte: lastampa.it

Cina, la maestosa Foresta di Shilin


A Shilin non sono alberi quelli che sembrano spuntare dalla terra, ma rocce che creano l’illusione di una foresta di pietra. 
Farai fatica a credere di essere in Cina e non in un libro di Michael Ende.

 Questo paesaggio labirintico si trova a 85 chilometri dalla città di Kunming. 
L’estensione della foresta è di 350 chilometri quadrati che si dividono in diverse aree con nomi come “Grande Foresta di pietra”, “Piccola Foresta di Pietra”, “Foresta di Pietra Esterna” o “Foresta di Pietra Sotterranea”.

 Le rocce prendono forme straordinarie che i cinesi associano ad animali, persone e oggetti, ed assegnano a ciascuna di esse un nome. 
La più popolare è la roccia Ashima. Si dice che abbia la forma dell’eroina da cui prende il nome.








La Foresta di Pietra di Naigu e il villaggio di Suogeyi sono stati dichiarati nel 2007 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.
 E non c’è da meravigliarsi. 
Anche se questo luogo sembra quasi surreale, la sua formazione ha una spiegazione scientifica convincente: la Foresta di Pietra è il risultato dell’erosione e dell’attività sismica della zona avvenuta oltre 270 milioni di anni fa.
 I più sognatori preferiscono scommettere su una spiegazione meno razionale e associano questo paesaggio a una grande varietà di miti. Ad esempio, che gli immortali fecero buchi nella montagna affinché gli innamorati potessero avere intimità.
 Un’altra leggenda è che la foresta sia il luogo di nascita dell’eroina Ashima, una giovane appartenente all’etnia “yi”, che rappresenta le virtù della donna. 
Secondo questo racconto, un principe orco voleva far sposare il proprio figlio con Ashima.
 Lei rifiutò e fu rapita. 
Quando il fratello di Ashima venne in suo soccorso, l’orco lanciò un incantesimo per provocare un’inondazione che investì il giovane. Così il suo spirito restò intrappolato per sempre nella pietra. 

Una volta lì, mettendo da parte scienza e leggenda, la cosa più importante è posare lo sguardo sulle pietre a forma di aghi appuntiti e sui sentieri che le attraversano.
 Tutto è vegetazione, sentieri e scale, che insieme alla formazione di fiumi sotterranei, grotte, passaggi e ponti, trasformano la foresta in una città incantata.


Lungo la sua estensione sono stati costruiti edifici di architettura mandarina, in modo che i visitatori possano rilassarsi e godersi il paesaggio.


Fomte: .passenger6a
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