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lunedì 16 ottobre 2017

India, il tempio indù di Kailasa, ad Ellora


Talmente maestoso e divino da pensare che non sia opera dell'uomo. 

Il tempio indù di Kailasa, ad Ellora, in India, è uno dei più stupefacenti luoghi di culto presenti al mondo. 
Questo perché quest'antichissimo Mandapa non è stato scavato nella roccia ma intagliato in un gigantesco monolite di basalto in senso verticale. 

 Quello di Kailasa è sicuramente il più grande edificio ricavato da un unico pezzo di pietra: si basa su sedici pilastri ricavati dalle colline di Charanandri, nell’altopiano del Deccan, sotto sui si può girare andando solo da sinistra a destra - come tradizione vuole - seguendo la storia a simboli scolpita su ciascuno dei lati.


A stupire sono poi le enormi sculture di elefanti, leoni e divinità, i pannelli con i poemi epici di Ramayana e Mahabharata, così come la maestosità delle strutture che formano i diversi luoghi di preghiera ricavati da un unico fulcro, simbolo di nascita e creazione.






Il tempio è stato commissionato dal re Rashtrakuta Krishna I e da sua moglie per onorare Shiva e la sua casa, il Monte Kailash. 

Ma come è stata intagliata la dura roccia di basalto nel 750 dopo Cristo? 
Secondo gli archeologi è stata necessaria la rimozione di 350 mila tonnellate di roccia: un lavoro che avrebbe potuto richiedere decenni e che invece è stato completo in pochissimo tempo. 
 Pare che la completa edificazione sia avvenuta in 18 anni, tra il 757 e il 783 dopo Cristo.

 Leggenda narra che invece tutto il tempo sia stato costruito in appena una settimana per onorare la promessa fatta dall'architetto Kokasa alla regina, per permettere al re molto malato di vederlo prima della morte.


Un mistero per un luogo magico: un gioiello monumentale che ogni anno richiama pellegrini Buddisti, Giainisti e Induisti nonché migliaia di turisti che non possono che rimanere affascinati dal tripudio di decorazioni, simboli, statue ricavate nella pietra. 

 Fonte: lastampa.it

giovedì 25 maggio 2017

La leggenda del grande masso sospeso in Birmania


La Roccia d’Oro è situata in Birmania ed è uno dei luoghi naturalistici più incredibili al mondo.
 Famosa per la sua posizione completamente instabile, in equilibrio da quasi 2500 anni su un dirupo in cima al monte Kyaikto, questa roccia ha resistito nel tempo a venti e terremoti, che sono molto frequenti in questa regione, attirando ogni anno un numero sempre maggiore di turisti e viaggiatori.


Non è un caso però se questo masso ha mantenuto intatto il suo equilibrio: si tramanda infatti una leggenda che spiega il perché di questo fenomeno del tutto particolare e, a tratti, soprannaturale.

 Secondo la leggenda, questo equilibrio dipende da un sottile capello di Buddha, senza il quale la pietra scivolerebbe dal dirupo immediatamente. 

Originariamente di aspetto comune, oggi la roccia è chiamata dorata per le innumerevoli foglie d’oro che, negli anni, i fedeli hanno deciso di incollare sulla sua superficie: oggi infatti il grande masso risulta essere completamente dorato, brillando con la luce del sole.




Per godersi a pieno l’esperienza di visita di questo luogo fuori dal mondo, è consigliabile raggiungere la cima del monte a piedi, per chi ne fosse impossibilitato però c’è l’opportunità di essere accompagnati dai ragazzi locali, per la modesta cifra di circa 8 dollari, ed intrattenersi fino allo scendere del sole. 

 Turisti curiosi ed increduli, fedeli che pregano con intensa devozione e abitanti del luogo sono accomunati dallo stesso senso di meraviglia davanti a questa roccia. In particolare, davanti allo spettacolo del tramonto che si infrange con i suoi colori sul masso, le persone rimangono sbigottite da tutta questa bellezza. 
I riflessi dorati infatti rendono questa location ancora più magica, spingendo sempre più persone ogni anno a visitare questo autentico tempio di Buddha.


I cittadini del posto credono fermamente in questa leggenda, considerandola anche una risorsa importantissima di sostentamento per un paesino piccolo e dotato di ben poche attrazioni turistiche. Alcuni turisti invece, arrivano increduli, certi di trovare qualcosa di molto diverso da quello che hanno letto sulle guide turistiche, ma quando raggiungono la roccia non possono fare altro che constatare la reale immensità di questo paesaggio unico e straordinario.

 Fonte: http://siviaggia.it

martedì 21 giugno 2016

Gli ultimi pagani e la festa del solstizio d'estate


Alba del 21 giugno, solstizio d’estate: il giorno dell’anno in cui la luce solare dura di più e vince sulla notte. 
Uomini con corone di foglie di quercia e donne con ghirlande di fiori campestri invocano nei loro canti il dio Dievs, le dee Laima e Mara, e varie divinità che soprintendono ai tanti aspetti della natura. 
Si accendono fuochi sacri e si fanno offerte di cibo a querce, laghi e sorgenti.
 E si fanno bagni rituali nudi, in un lago. 

 Tutto questo accade ancora oggi fra gli ultimi pagani d’Europa, in Letgallia, regione agricola della Lettonia, piccola repubblica ex sovietica che si affaccia sul mar Baltico.

 Nel frattempo lui, il Sole tanto invocato, si fa appena vedere: le troppe nubi di una settimana di pioggia lo nascondono.
 Ma questa rimane la sua festa, la festa della luce: dopo un inverno rigido e con troppe ore al buio, il Sole sorge alle 4 del mattino e irradia da dietro le nuvole la sua luce, pallida, ma preziosa.
 È tempo di risveglio della natura e cresce la voglia di uscire, di stare insieme. 

«Si festeggia all’antica, come migliaia di anni fa» osserva l’antropologo Cesare Poppi, che con noi ha osservato e valutato questi riti. 

La festa continua il 23 giugno, giorno di san Giovanni, qui chiamato Janis, festa nazionale della Lettonia.








Ma è la festa di san Giovanni più pagana del mondo.
 Qui il santo imposto dalla Chiesa fu adattato alla tradizione locale: la festa della luce, al solstizio d’estate, c’era da molto prima che si parlasse di cristianesimo. 
In alcuni villaggi si fa ancora il 21 giugno, ma in genere la celebrazione è spostata al 23, festa nazionale di san Giovanni-Janis, senza che questa perda la sua origine pagana: tutti sanno che con il santo si festeggia in realtà il Sole.

 «La Lettonia, anticamente Latvia» spiega Poppi «fu l’ultima roccaforte pagana a essere cristianizzata in Europa.
 Lo fu solo parzialmente nel XIII secolo, quando arrivarono i cavalieri teutonici cacciati dalla Terra Santa, dopo la sconfitta crociata. 
Ma fino al XVIII-XIX secolo, la grande maggioranza degli abitanti della Latvia non accettò la religione cristiana, o comunque continuò a praticare anche il culto pagano». 
Legati all’antica tradizione, i contadini non volevano essere come i loro padroni germanici, che con i sudditi non si comportavano affatto “cristianamente”.
 Era una resistenza di sfruttati, che si cementò condividendo canti popolari, i dainas, in cui erano mantenuti vivi la devozione per i propri dei e i valori di solidarietà della comunità contadina, l’idea che l’uomo non fosse il padrone, ma solo uno degli elementi della natura, nel rispetto dei suoi ritmi.


«La lingua lettone è considerata una delle più antiche della famiglia indoeuropea, da cui vengono quelle moderne come il portoghese, l’italiano, il francese, il tedesco e l’inglese» spiega l’antropologo. «Per esempio diev (in latino deus, diva) corrisponde al sanscrito diev, che significa splendore, luce, e quindi Sole». 
Da diev viene infatti la divinità locale Dievs.
 In lettone, non esiste il verbo “avere”. I lettoni dicono “essere a me”. 
Ciò deriva dall’idea originale che l’uomo riceve i beni della natura, non li possiede. 
 Sulla base di una prima trascrizione di migliaia di dainas presenti nel folclore locale, lo storico lettone Ernests Brastinu e un gruppo di intellettuali locali ricostruirono, all’inizio del Novecento, le coordinate della religione pagana tradizionale: i nomi e il ruolo delle divinità, l’etica e la visione del mondo. 
Chiamarono questa religione Diev­turiba, da dievturis, coloro che ricevono Dievs.

 Questa religione divenne fondamento del nazionalismo lettone. Stalin fece di tutto per perseguitare e deportare i diev­turis, ma il corpus dei dainas e la ritualità radicata nel folclore sono rimasti intatti.
 La religione è poi diventata legale con l’indipendenza dall’ex Unione Sovietica. 

La cittadina di Malpis offre un esempio di come si sono conservati i riti arcaici. 
Qui vi è anche una scuola per la diffusione della cultura popolare e l’antica religione lettone, diretta da Andris Kapustz e dalla moglie Aida Rancane, entrambi studiosi di folklore e musicisti. E nella festa di questa cittadina si nota la continuità fra la cultura popolare contemporanea lettone e quella dell’età del Bronzo. Forse del Neolitico.

 «Sono elementi di una cultura europea già a quel tempo globalizzata» spiega Poppi. «La parte centrale del rito è la costruzione, in legno, della “porta di san Giovanni”, orientata in modo da inquadrare perfettamente il Sole all’alba del solstizio.
 È la stessa pratica astronomica-rituale che fu consacrata in grande a Stonehenge, l’equivalente della basilica di san Pietro in una diffusa religione europea dell’età del Bronzo». 
 La cuspide della porta forma una specie di X: «è il simbolo dello iumis, la coppia di gemelli che portano fertilità, continuità e armonia, ancora presente nelle case rurali dei lettoni».
 

A Malpis, il 21 giugno come a san Giovanni, si muove un corteo che diffonde inni sacri. Con tappe davanti alle case per scambiare offerte (formaggio, pane, birra, orzo non fermentato e fiori) e auguri di salute e fecondità, per la famiglia come per il bestiame e i raccolti. 
Tutti sono invitati a unirsi al corteo. 
Ci si ferma sotto una grande quercia, manifestazione di un dio maschile, per lasciare offerte all’albero e intonare preghiere.
 Giunti poi su una collina, viene accesa una pira sacra che durerà tutta la notte.
 I fedeli bruciano le corone del solstizio dell’anno prima e fanno offerte al fuoco.
 Altre offerte sono poste su una piccola zattera e inviate attraverso la corrente di un fiume a Upes mate, una delle madri delle acque. «Si celebra in questo modo il matrimonio tra fuoco e acqua, fra maschile e femminile» spiega Poppi. 
Viene quindi incendiata una ruota che rappresenta il Sole ed è poi fatta rotolare in pendenza. 
Più lontano andrà, maggiore sarà il successo dei prossimi raccolti. 

Le donne non sposate eseguono un altro rito: ognuna lancia una corona di fiori su una quercia, elemento maschile, sperando che rimanga appesa a un ramo.
 Per ogni tentativo fallito è previsto un altro anno di nubilato. «Siamo di fronte al modello ancora vivente dei riti agrari che si praticavano già migliaia di anni fa» osserva ancora l’antropologo.




Nella notte di san Giovanni-Sole i giovani vengono invitati a cercare il fiore della felce. Che però non esiste.
 In realtà è una metafora con cui gli adulti consentono ai ragazzi di appartarsi, per fare l’amore.
 Non si contano in questa notte le tende (rigorosamente per 2), sparse nei campi e fra le betulle. 

 Al centro di queste feste ci sono i dainas, brevi racconti e detti cantati che insegnano comportamenti virtuosi e parlano di dei.
 Nel corpus di 500 mila dainas raccolti dagli studiosi, 4 mila si riferiscono a Dievs, il dio supremo. 
Seguendo la loro variazione si può pensare che il dio fosse all’inizio impersonale, una forza che pervade tutte le cose e sia poi diventato dio del cielo e della luce. 

 «Laima, la dea del fato» spiega Valdis ­Celms , membro autorevole della religione dievturiba «fa da mediatrice, in una trinità, fra Dievs e Mara. 
Quest’ultima è responsabile della costruzione e dell’equilibrio del mondo materiale. Si manifesta nelle cose, negli eventi naturali e negli esseri viventi».
 Mara presiede alla nascita, al corso della vita e alla morte. Insomma, una Grande madre di probabile provenienza neolitica. Ha decine di aiutanti, o meglio figure specializzate in cui si trasforma: Madre dei fiumi (Upes mate), del vento e degli uccelli (Veja mate), Madre della pioggia (Lietus mate).
 Persino le foglie, i fiori e i funghi hanno una specifica madre: in ordine, Lapu mate, Ziedu mate e Senu mate. Poi, madre delle strade e protettrice dei viandanti (Cela mate), della fertilità (Zemes mate), dei campi (Lauku mate), del lino (Linu mate), del bestiame (Lopu mate), del mare (Juras mate), dei morti (Velu mate o Kapu mate)... e così via, fino a 60 madri.

 Nel calendario lettone sono 8 le feste pagane, 2 per stagione. Solstizi ed equinozi i principali appuntamenti. Nel giorno più lungo, 21-23 giugno, la festa della luce (Janis); per il più corto, 21 dicembre, il Ziemassvetki. 
Per gli equinozi, Liela (21 marzo) e Mikeli (21 settembre). 
I riti di passaggio dievturiba, oltre al matrimonio e al funerale, sono il fidanzamento e il ricevimento del nome che sostituisce il battesimo.

 Secondo i dievturi una persona è fatta di tre parti: augums (corpo), dvesele (anima) e velis (spirito). 
Ne decidono il destino, prima della nascita, Laima e le sorelle Karta e Dekla (come le tre Moire greche o le Norme nordiche). 
Con la morte, le tre parti si separano: il corpo torna alla terra e l’anima a Dievs. 
Lo spirito è una sorta di ombra (alla greca) che ha memoria del pensiero del defunto. 
Per un periodo resta vicino ai vivi. 
Nel Veli, festa dei morti, gli spiriti sono invitati a entrare nelle case. Più tempo passa, più il ricordo si attenua nelle nuove generazioni e lo spirito di un defunto sale a quote superiori fino a raggiungere l’altro mondo (Vinsaule), situato dietro il Sole, dove continuerà a esistere. 

 «Alcuni credono nella reincarnazione, ma la nostra antica religione non ne parla», puntualizza Olgert Auns, il dievturo più anziano. «La nostra fede è un sistema di vita. 
Anche se il destino di una persona è dato dall’inizio, nel quadro tracciato da Laima sono ampi i margini di manovra per rendere la vita felice e virtuosa, vivendo bene con gli altri, in equilibrio con la natura». 

«E proprio a questo servono i riti agrari» conclude Poppi. «Se lo storico Fernand Braudel diceva che i fenomeni storici vanno giudicati sulla lunga durata, allora possiamo dire che in Lettonia abbiamo assistito a pratiche di un’Europa globalizzata con una comune cultura, almeno 3 mila anni prima della nascita dell’Unione europea». 


 Fonte: focus.it

venerdì 15 aprile 2016

Ganesha, il dio elefante: cosa rappresenta il suo simbolismo


Una delle divinità induiste più conosciute e venerate è Ganesha, figlio di Shiva e Parvati. 
Nella sua rappresentazione simbolica, Ganesha identifica e racchiude alcuni aspetti e virtù dello yoga, motivo per cui viene conosciuto anche da chi pratica questa disciplina.
 Una testa di elefante con grandi orecchie per ascoltare meglio, occhi piccoli per essere più concentrato e bocca piccola per parlare poco. 

Viene rappresentato con una sola zanna. 
Secondo una leggenda, Ganesha mentre scriveva il Mahābhārata, uno dei più noti poemi epici indiani, spezzò la stilo con cui scriveva. Per continuare la stesura del poema, sotto dettatura del saggio Vyasa, si spezzò una zanna e continuò a scrivere con questa, preferendo la saggezza alla bellezza.

 Ha quattro braccia.
 In una possiede il loto, fiore di purezza che rappresenta il buon agire.
 Il loto è il fiore che nasce dal fango e si mostra in tutta la sua bellezza, allo stesso modo rappresenta la purezza del nostro cammino supportato da Dharma. 
Anche per questo fiore simbolico che possiede, Ganesha viene identificato come simbolo di buon auspicio e buon augurio e simboleggia la capacità di superare gli ostacoli, infatti viene spesso invocato all’inizio di un’attività, come aiuto per superare ogni difficoltà.
 Con due mani regge l’Ankusha, attrezzo che i conduttori di elefanti usano per guidarli.
 Nella mano di sinistra possiede dei dolcetti, i “siddhi”: i risultati di una buona pratica. 
 Nella proboscide Ganesha ha l’Amrita, il nettare degli dei, in grado di generare uno stato di Ananda, ovvero di gioia suprema. 

 Ai piedi di Ganesha c’è il topolino Aku che simboleggia l’astuzia, la velocità. 
Secondo alcuni testi rappresenta, invece, il desiderio e la necessità di tenerlo sotto controllo per evitare che prenda il sopravvento.

 Fonte: greenme.it

giovedì 10 marzo 2016

Wat Rong Kung: il tempio Buddista fra tradizione e fantascienza


Il Wat Rong Khun, a cui di solito ci si riferisce con il nome inglese di “White Temple” è, senza dubbio, il tempio più stravagante di tutto il Regno di Thailandia, un’opera singolare nata dall’estro e dalla devozione dell’artista nazionale Chalermchai Kositpipat nel 1997. 
Basta poco, avvicinandosi, per essere immediatamente catapultati nel mondo di quest’autore, che ci regala una visione alquanto surreale degli insegnamenti buddhisti, rivisitati in chiave moderna e riproposti al turista, thailandese o straniero, in maniera decisamente originale. 

Bianco come la purezza del Buddha: è questo il primo elemento che attira l’attenzione del visitatore il cui occhio si era ormai abituato all’abbondanza di oro, spesso pacchiano, che ricopre invece le altre migliaia di templi disseminati in ogni angolo del paese. Ma certo non è questo l’elemento sorprendente, piuttosto le decine di mani bramose che vi accoglieranno appena in procinto di attraversare il ponte verso l’ingresso.
 Un oceano di arti spettrali che spuntano da una vasca a forma circolare come fosse dall’oltretomba, immagine di quel desiderio che, secondo il pensiero buddhista, altro non è che la causa primaria di tutte le sofferenze.


<<L’esistenza è sofferenza>> recita infatti la Prima Nobile Verità espressa dal Buddha in occasione del suo Primo Sermone e continua <<La bramosia alimenta la sofferenza nello stesso modo in cui la legna alimenta il fuoco>>. 
 E’ proprio il desiderio dunque, sotto forma di una forte assuefazione alla vita e alle piacevoli esperienze che essa offre, a causare la reincarnazione e il conseguente incatenamento a quel circolo vizioso di morti e rinascite, conosciuto con il nome di samsara. 
Tutte le sculture e le strutture del tempio hanno dunque un significato simbolico che vuole far riflettere sugli insegnamenti buddhisti: lo stesso ponte che conduce all’ingresso, simboleggia il passaggio dal mondo delle tentazioni, al regno del Buddha e quindi alla liberazione, meglio conosciuta come Nirvana. 

Immagini di vecchie creature raccapriccianti, simbolo dell’impermanenza della vita;


brillanti statue di Yama(dio della morte) e Rahu(dio dell’oscurità), aventi il compito di intimorire gli umani e di decidere del loro destino, concedendogli l’ingresso nel regno dell’Illuminato o respingendoli indietro verso l’ennesima reincarnazione;

 

e poi ancora immagini del Buddha che ci accolgono, una volta superato il ponte, all’ingresso del tempio: si potrebbe perdere almeno un’ora osservando la miriade di stravaganti dettagli che costellano ogni angolo, ammaliati dal riflesso delle migliaia di specchietti che rendono ancor più splendente il bianco candido del gesso utilizzato nella sua costruzione.

 

Ma l’immagnario di Kositpipat, diventa ancor più sorprendente una volta giunti all’interno: i tradizionali dipinti dei templi buddhisti vengono infatti qua sostituiti – o meglio ancora, arricchiti – con dei murales rappresentanti scene apocalittiche del mondo moderno – inclusa quella delle Torri Gemelle – e immagini dallo spazio con protagonisti alcuni dei personaggi più famosi dei film e cartoni animati che mai ci saremmo aspettati di trovare in un tale contesto: Spiderman, Superman, Kung Fu Panda, Doreimon, Neo di Matrix, Elvis, e perché no, non manca neanche Michael Jackson!

 





Fonte: isentieridelmondo.com

venerdì 4 marzo 2016

Shambhala, il mitico regno dove si nasconde la felicità


Nel buddismo tibetano è un luogo mitico ai piedi innevati dell’Himalaya, in realtà però dove sia esattamente nessuno lo sa e c’è addirittura chi ipotizza che fisicamente non esista ma sia solo una costruzione mentale, forse perché la sua traduzione significa "luogo della felicità". 

 Quello che c’è di certo è che intorno a Shambhala ci sono tante leggende, molte delle quali legate alla religione.
 Effettivamente, esiste una città chiamata così tra il fiume Gange e il fiume Rathaprā ma non vi è certezza che sia proprio il luogo della felicità.
 Secondo il buddismo, lo stesso Buddha ha insegnato il Kalachakra, l’insieme di pratiche e tradizioni del buddismo tibetano, su richiesta del re Suchandra di Shambhala, ed è proprio qui che i suoi insegnamenti sarebbero conservati.

 La leggenda vuole che questa terra possa essere raggiunta solo da iniziati o persone che credono nella resurrezione spirituale dell’umanità. 
Al centro di Shambhala, ci sarebbe la celebre torre di Giada riscaldata da acqua calda proveniente da ruscelli sotterranei e il vapore generato, formando vaste nubi, impedirebbe di vedere dall’alto la città. 

 Secondo lo scrittore tibetano Mipham, il regno di Shambhala si troverebbe a nord del fiume Sita e sarebbe diviso da otto catene montuose mentre, il palazzo principale sulla cima della montagna Kailasa, nel centro del paese.

 Da migliaia di anni circolano voci sul mistero di Shambhala e perfino nei testi indù si parla della città come luogo di nascita di Kalki, l'incarnazione finale di Vishnu. 

 Qualunque sia la verità, questo paradiso viene considerato dai buddisti come un regno favoloso in cui non è fondamentale che la sua esistenza sia fisica. 
Infatti, secondo i monaci, nella sua capitale Kalapa possono vivere solo coloro che sono puri di cuore perché qui non si conosce la sofferenza e l’ingiustizia. 

 Un regno fatto solo di felicità per quello quindi un po’ utopistico. 

 Dominella Trunfio

mercoledì 13 gennaio 2016

La verità circa il Santo Graal: calici magici nel mondo


La maggior parte delle persone identificano un solo calice speciale come l’unico Santo Graal.
Altri sottolineano che le leggende sul santo Graal in Europa durante il 12 ° a 15 ° secolo enumerano più di dieci diversi Santi Graal. 
Un terzo gruppo sostiene che il Santo Graal è esistito in tutto il mondo per migliaia di anni. 

In realtà, il Santo Graal è stato ovunque in ogni epoca. Hanno preso la forma di calici, lance, teschi, piatti, pietre, spade, calderoni e anche libri.
Ciò che rende un oggetto un Santo Graal è il possesso di un potere speciale che è stato chiamato lo Spirito Santo da parte dei cristiani, in Alchemica la Forza degli alchimisti, e in Kundalini indù Yogi. 

La leggenda narra che se si beve o mangia da un Santo Graal, o anche solo toccarlo, il suo potere entrerà in voi e avvierà un processo di trasformazione alchemica che successivamente vi guarirà, vi illuminerà, e forse vi renderà anche immortali.

 Il più famoso Santo Graal della storia è la Coppa di Cristo o coppa di Giuseppe d’Arimatea. 
Questo è il vaso in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue e il sudore del Messia dopo essere stato deposto dalla croce, ed è anche il calice che Gesù passò tra i suoi discepoli durante l’Ultima Cena. Secondo una leggenda, l’Arcangelo Gabriele ha incaricato Giuseppe e undici altri missionari di viaggiare con la coppa e due palloni, o “ampolle”, contenenti il ​​sangue e il sudore di Gesù per Glastonbury.
 Una volta sistemati nella loro nuova patria, Giuseppe e i suoi compagni costruirono la Cappella di S. Maria, che è diventata la chiesa della reliquia del calice e la prima chiesa cristiana in Europa. La cappella fu infine demolita e sostituita con una cappella più grande che è stata successivamente incorporata nella struttura dell’Abbazia di Glastonbury.
 Prima della morte ,Giuseppe  si dice che abbia sepolto la Coppa di Cristo in un grande tumulo di Glastonbury ora noto come Chalice Hill.


Secondo una leggenda alternativa per quanto riguarda la Coppa di Cristo, il calice dell’Ascensione di Giuseppe è stato portato a San Pietro a Roma, dove divenne la tazza principale usata dai primi papi durante la Santa Comunione. 
Poi, circa nel 258, quando l’imperatore romano Valeriano perseguitava regolarmente i vescovi e gli altri alti funzionari della Chiesa Cattolica, un soldato del Vaticano ha preso il calice e lo ha portato in Spagna. E alla fine ha fatto la sua strada verso la Cattedrale di Valencia, dove è diventato famoso come il Santo Caliz di Valencia.
Secondo il Vaticano, questa è la vera Coppa di Cristo. 
Il Santo Caliz, che significa “Santo Calice,” è un calice di pietra fatto di un tipo di agata rossa che si siede su una base decorata costellata di 27 perle, 2 rubini,e 2 smeraldi . Mentre la coppa di agata risale al tempo di Cristo, la sua base decorativa è stata aggiunta molto più tardi.


Anche se la Coppa di Cristo è davvero speciale, è solo uno dei tanti Santi Graal risalenti al tempo della Passione. 
Conosciuti collettivamente come la Arma Christi, questi sono gli articoli della Passione che diventano saturi con il potere spirituale di Gesù mentre si tocca il suo corpo e / o che tiene i suoi fluidi.
 I Sacri Graal del Arma Christi includono la Vera Croce in cui Gesù fu inchiodato durante la Crocifissione, la corona di spine, il velo della Veronica (il telo che copriva brevemente la sua testa), la Sindone di Torino (il telo che copriva il cadavere di Gesù ), e la Lancia di Longino.
 Questi santi Graal da allora sono stati dispersi in tutto il mondo. 
La Lancia di Longino trovata in una casa all’interno di un pilastro del Vaticano. 
La Vera Croce è stata divisa e le sue schegge poi sepolte all’interno di molte cattedrali e chiese in Europa e negli Stati Uniti.
 I chiodi della Vera Croce sono stati rimossi e utilizzati per creare sia la Corona Ferrea con la quale Napoleone si incoronò, così come la Lancia di San Maurizio, alias la”Lancia del Destino.” 
Questa era il pregiato Santo Graal del Sacro Romano Impero, e più tardi di Adolf Hitler.
 La leggenda vuole che i Cavalieri Templari possedeva tutti gli articoli della Passione in un momento o l’altro.
 La maggior parte di loro sono stati scoperti dai monaci guerrieri durante la quarta crociata, quando entrarono in una piccola cappella nel palazzo Boukoleon a Costantinopoli e scoprirono molti articoli della Passione insieme con la testa di Giovanni Battista.
 I Cavalieri poi avrebbero affermato che la testa di Giovanni, che chiamarono Baphomet, emanava lo stesso potere spirituale del corpo di Battista, rendendola così un vero Santo Graal.
 Dal momento che Giovanni era diventato noto in quel momento dal cerchio interno del Templari come ” il Salvatore e creatore dell’Ordine”, il suo capo è diventato subito il più caro Santo Graal dei Cavalieri.


In tutto il mondo molti santi Graal hanno guadagnato la fama prima e dopo la Passione.
 Un precedente Santo Graal dalla Terra Santa, il Calice di Salomone, è stato fatto con un enorme smeraldo scoperto nel Mar Mediterraneo. 
La gemma era stata portata al re Salomone, noto alchimista, che poi aveva scolpito un calice alchemico.
 Anche se non si sa molto del Calice di Salomone, il famoso esploratore russo e pittore Nicholas Roerich ha affermato di aver trovato leggende su di esso nel monastero Solovetz della Russia. Dopo aver studiato queste leggende, Roerich ha commentato: “Grande è il Calice di Salomone, ricavato da pietre preziose.Sul Calice sono incise tre versi in caratteri sumeri e nessuno li può spiegare “.
 Un’altro antico Santo Graal associato con i sumeri è il Graal sumero. 
Arthur Edward Waite ha dichiarato di aver avuto notizie di questo vaso Graal da uno dei suoi colleghi, il dottor Waddell, che evidentemente  aveva un pezzo di esso in suo possesso. 
Waddell ha dichiarato che i frammenti del Graal sumero erano stati scoperti nelle fondamenta di una torre appartenente al “Tempio antico del Sole in Mesopotamia.”
Il calice era stato anticamente nascosto lì dal re Udu di Kish, pronipote del re Dur, il primo re sumero e proprietario originale del calice, che apparentemente aveva catturato la coppa da “aborigeni caldei adoratori del Serpente “, quando ha sostituito il culto del drago con il culto del Sole.
 Il Re Dur poi ha inciso con la nave “la più antica conosciuta iscrizione storica nel mondo”, che conteneva una genealogia degli antichi re sumeri.

 Il contributo della Persia alla lista del Santo Graal comprende la Jami-Jamshid, la Coppa di Jamshid, che è stata scoperta dal leggendario re persiano Jamshid quando stava scavando un’antica città dell’Asia centrale.


Il calice di Jamshid, che era fatto di turchese puro, potrebbe rivelare sia il futuro e trasformare un essere umano in un dio immortale. 
Un altro famoso Santo Graal persiano risiedeva alla corte del Re chiave-Cosroe. 
Conosciuta come la Nartmongue, la “Coppa dei Cavalieri,” questo calice è stato approvato tra i cavalieri persiani almeno un migliaio di anni prima dei cavalieri di Artù e il loro magico Santo Graal.


In Estremo Oriente l’esistenza di un antico Santo Graal chiamato il Calice di Buddha è stata rivelata a Nicholas Roerich quando ha viaggiato in tutta la Cina e la Mongolia nel 1920.
 Monaci buddisti hanno informato Roerich che l’origine del calice era contenuta all’interno di un Gataka, una storia aneddotica estratta direttamente dalla vita del Buddha, che ha dichiarato:

 “… Da quattro terre vennero i quattro guardiani del mondo … hanno offerto quattro calici in pietra nera e il Buddha, pieno di compassione per i quattro saggi, accetta i quattro calici. Mise uno dentro l’altro e ha ordinato, “Fa’si Che Ci Sia uno!” 
Tutti i Calici ne formavano uno. Il Buddha ha accettato il cibo offerto nel Calice di recente formazione e, dopo aver mangiato , ha ringraziato. 
 Roerich ha acquisito ulteriori informazioni sul Calice di Buddha quando ha attraversato le città sulla Via della Seta.
 Lui scrive: 
 “Karashahr è … l’ultimo luogo di riposo del Calice di Buddha, come citato dagli storici. Il Calice del Beato è stato portato qui da Peshwar e scomparve qui. 
Si dice “Il Calice del Buddha si ritroverà quando il tempo di Shambhala si avvicina.” 
 Uno dei Calici di Buddha più noti è il Calderone Reale in Cina, che è una grande pentola d’oro nota per aver portato una volta vita lunga e prosperità per alcuni dei primi imperatori cinesi.
Il Calderone reale era rinomato per le sue proprietà alchemiche e per manifestare magicamente in sé l’elisir dell’immortalità per gli imperatori giusti, tra cui l’imperatore Hung-ti e l’ imperatore Wu della dinastia Han. Ma il Calderone d’oro assiste solo imperatori giusti. In caso contrario, come nel caso del malvagio imperatore Shi Huang-ti della dinastia Chin, il Calderone Reale sarebbe misteriosamente scomparso e rimane nascosto fino a quando un governante più ben disposto sale sul trono della Cina. 

 Mark Amaru Pinkham

 Tratto da Guardiani del Santo Graal: I Cavalieri Templari, Giovanni Battista e l’Acqua della Vita Mark Amaru Pinkham, 2004 Adventures Unlimited Press Kempton IL.

 Fonte:http://www.ancient-origins.net

venerdì 23 ottobre 2015

India, Le meravigliose divinità del grande tempio Meenakshi-Sundareswarar


E' un luogo legato a diverse leggende e uno dei più importanti centri di pellegrinaggio indù. Si dice addirittura, che la gente della città si svegli con il canto degli inni al suo interno.

 Stiamo parlando del Tempio Meenakshi-Sundareswarar, situato nel cuore della città di Madurai in India, fulcro della vita culturale e religiosa del popolo indiano.
 Il Tempio iconico è dedicato alla dea Meenakshi, moglie di Shiva ed è stato costruito durante il dominio Nayak, un periodo in cui arte e architettura vivevano un periodo di grande splendore. Grazie al suo grandioso gopuram, una massa piramidale lanciata verso il cielo in cui si intrecciano divinità mostruose e colorate di rosso, argento e oro, il tempio è visibile da molto lontano.








Il disordine delle figure ovviamente non è casuale ma ben costruito. I circa 985 pilastri scolpiti sono adornati con murales che celebrano la bellezza eterea della principessa Meenakshi e le scene del suo matrimonio con Shiva.

 La leggenda narra che la figlia di re Pandya, Meemakshi, la bella dagli occhi di pesce, nacque con tre seni. Quando la principessa salì al trono disse che avrebbe concesso la sua mano a colui che l’avesse vinta in duello. 
Dopo vari scontri, Shiva la sfidò e la vinse, accadde così che alla donna sparì il terzo seno. 
 Ancora oggi, i turisti in visita al tempio possono assistere alla cerimonia simbolica dell’unione sessuale. 
Ogni sera al suono di trombe e tamburi, l’immagine di Shiva, portato su un palanchino d’argento da diversi uomini avanza tra i fedeli, viene lavato, profumato, incensato e poi condotto nella camera di Parvati.
 Per gli induisti è un rito sacro poiché il corpo viene considerato il tempio dello spirito.












Il luogo è sempre affollato ma vale la pena fare la fila per entrare in questa sorta di labirinto a cavallo tra sacro e profano. 

Vi sono due santuari gemelli dedicati a Meenakshi e Shiva, mentre lungo il pantheon si alternano divinità beffarde: alcune ridono, alcune litigano, alcune si abbracciano. 
 L’odore di incenso accompagna i visitatori durante tutto il viaggio mistico. 
Nel mandapa, il cosiddetto vestibolo, dalle mille colonne vi sono fiammelle che fanno uscire dall’ombra figure di dei, ricreando un effetto a metà tra il misterioso e l’affascinante. 
Ma il Tempio è anche luogo di riunione, qui si svolgono molte feste, la più importante è il festival Chitrai che dura un mese e celebra il matrimonio celeste di Meenakshi e Sundareswarar.

 Dominella Trunfio

martedì 8 settembre 2015

Chicken Church: una casa per tutte le religioni


Gereja Ayam (nella lingua di Java), o Chicken Church - com'è nota tra i turisti - è un luogo di culto per buddisti, musulmani e cristiani: costruito da un fedele, Daniel Alamsjah, per essere una casa di preghiera per tutte le religioni.
 Nei templi di molti culti si trovano raffigurati animali fantastici e reali, più rari invece sono i templi a forma di animale, come Gereja Ayam, uno dei più visitati in Oriente.

 Oggi abbandonato sulle colline di Magelang, nel cuore di Java, ha una storia curiosa. 
L'illuminazione di Daniel Alamsjah avvenne nel 1989 quando, attraversando la regione, vide lo stesso identico paesaggio che aveva visto in sogno: «Pregai tutta la notte e lì ebbi la rivelazione che dovevo costruire una casa di preghiera, proprio in quel punto», ha poi raccontato.
 E tuttavia, la sua casa per tutte le religioni in forma di animale non doveva essere né gallina né pollo.
 Doveva invece essere - ed è, nelle intenzioni di Alamsjah - una colomba.


Alla fine la Chicken Church è rimasta incompiuta, per via dei costi, ma è per davvero diventata meta di pellegrinaggio per buddisti, musulmani e cristiani e, gallina o colomba che sia, Alamsjah può dire di avere raggiunto il suo obiettivo.







Fonte : focus.it
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