mercoledì 24 ottobre 2012

Canossa: dove si umiliò un imperatore


Nel gennaio 1077 l’imperatore Enrico IV, scomunicato dal papa Gregorio VII, attese il perdono per tre giorni sotto le mura del castello, al gelo, scalzo, indossando un saio: una storica umiliazione, passata addirittura in proverbio (“andare a Canossa”).

 Eretto intorno al 940 da Azzo Adalberto, figlio di Sigifredo di Lucca e capostipite della famiglia degli Attoni, il castello di Canossa era il perno di una rete di fortificazioni che presidiavano la pianura e le valli circostanti. Nel 950 accolse Adelaide, vedova del re d’Italia Lotario I, in fuga da Berengario II, marchese di Ivrea, che assediò la roccaforte nel 952. Grazie all’aiuto prestato ad Adelaide, Azzo Adalberto ottenne il titolo di marchese dall’imperatore Ottone I di Germania. Con i suoi discendenti, soprattutto con Bonifacio III, il potere della famiglia si consolidò ulteriormente. Il castello di Canossa conobbe, tuttavia, il suo periodo di massimo fulgore nel corso dell’XI secolo, sotto la grande marchesa Matilde, figlia di Bonifacio III, che da qui comandava un vastissimo territorio, esteso dal Piemonte e dalla Bassa Lombardia fino alla Toscana. Si svolse proprio in questo castello, infatti, una tappa importante della lotta per le investiture.

Fu a Canossa che, il 25 gennaio 1077, si recò l’imperatore Enrico IV, implorando il perdono e la revoca della scomunica da parte di papa Gregorio VII, ospite di Matilde. Solo dopo tre giorni, in cui l’imperatore rimase fuori dal castello indossando un saio e a piedi scalzi sulla neve, il papa revocò la scomunica, grazie anche alla mediazione della marchesa. La parvenza di distensione non durò a lungo ed Enrico IV, colpito da una nuova scomunica, rispose proclamando decaduto Gregorio VII. Nel 1084 l’imperatore assediò Castel Sant’Angelo, dove si era rifugiato il papa deposto, e insediò l’antipapa Clemente III.

Dopo la morte di Matilde, il castello fu più volte l’oggetto di distruzione e ricostruzione. Le uniche tracce di ristrutturazione, tuttora riscontrabili, sono riferibili al periodo di dominio degli Estensi. In seguito venne abbandonato e cadde in rovina. Nel 1878 fu acquistato dal governo italiano, che lo dichiarò monumento nazionale. Oggi è ridotto a una porzione molto ridotta dell’originaria area fortificata, a causa dello sfaldamento del terreno e dell’instabilità sismica della regione. Rimangono solo le rovine delle mura e i resti di due colonne dell’antica cappella, dedicata a Sant’Apollonio.

Canossa appartiene alla tipologia di castello più antica riscontrabile in Italia, quella della rocca ‘appollaiata’ su una cima montana, con pianta irregolare, grosse mura, torri quasi o del tutto assenti. La difesa era affidata più all’inacessibilità del luogo e allo spessore dei muri che a specifici accorgimenti ossidionali. Un tipo di fortificazione, apparsa verso il X secolo, che duro fino all’XI circa.

Matilde di Canossa nacque nel 1046 da Beatrice di Lorena e Bonifacio III, marchese di Toscana appartenente alla dinastia feudale degli Attoni di Canossa. Dopo la morte del padre (1052) e dei fratelli (1055), ereditò i vastissimi domini della famiglia. In seguito alle nozze di Beatrice con Goffredo il Barbuto, duca di Lorena, fu promessa al figlio del patrigno, Goffredo il Gobbo. Venne però imprigionata con la madre in Germania da Enrico III, timoroso della potenza che avrebbero avute le due dinastie così unite. Riavuta la libertà nel 1056, nel 1069 Matilde sposò Goffredo, e ben presto tornò in Italia. Nel corso della lotta per le investiture, che oppose il papato all’impero, Matilde fu sempre schierata dalla parte della Chiesa, non esitando a prendere le armi per difendere i pontefici. Rimasta vedova, nel 1089 sposò il giovane Guelfo V di Baviera, alleato di papa Urbano II. Nel 1115, dopo aver difeso il papato durante tutta la sua vita, Matilde, morendo, lasciò per testamento tutti i suoi beni alla Chiesa; ma l’imperatore Enrico V ne rivendicò una parte, spettante, in mancanza di eredi diretti, all’Impero. Ne seguì una lunga questione che si risolse, col tempo, proprio a favore dell’Impero.

Per le vicende storiche alle quali è legato, il castello di Canossa presenta un fascino straordinario, ampliato dalla bellezza del severo paesaggio appenninico che si sviluppa tutt’intorno. Le uniche strutture ancora riconoscibili nelle rovine del castello, eretto su un’aspra rupe di arenaria bianca, sono i resti di un ‘palazzo’ risalente al XVI secolo, costruito dagli Estensi e la cripta della ‘chiesa di Sant’Apollonio’, che già nel 1116 era un importante centro di culto benedettino. Presso il castello è il ‘Museo Naborre Campanini’, intitolato allo studioso che, alla fine dell’Ottocento, iniziò a raccogliere i materiali rinvenuti durante gli scavi compiuti nell’area. Degno di nota una fonte battesimale romanico proveniente dalla chiesa di Sant’Apollonio, presumibilmente di scuola lombarda, databile all’inizio del XII secolo, ornato da raffigurazioni simboliche ed elementi tipici medievali. Tra gli altri reperti, capitelli romanici, frammenti di epigrafi e di ceramiche, proiettili, oltre a una ricca testimonianza iconografica di documenti canossiani. Sparse vestigia di un orgoglioso castello davanti a cui si inginocchiò un imperatore

Le opere de Neanderthaliani

Spagna. Le pitture di Nerja, le uniche dei Neanderthal
Immagini dalle grotte di Nerja, nei pressi di Malaga, Spagna Meridionale. Mostrano pitture rupestri che riproducono le foche catturate dagli abitanti preistorici del sito. Secondo José Luis Sanchidrián, archeologo-antropologo dell'Università di Cordoba, si tratta delle più antiche pitture rupestri mai rinvenute, databili 42.300-43.500 anni fa, contro i 30mila anni delle opere trovate a Chauvet, in Francia.
Ma non è tutto: se questa datazione venisse confermata dalle analisi sui pigmenti delle pitture, esiste la concreta possibilità che si tratti dell'unico esempio mai rinvenuto di arte prodotta da uomini di Neanderthal, che a quell'epoca convivevano con i Sapiens. Le grotte di Nerja sono state (ri)scoperte alla fine degli anni '50, e con i loro 5 chilometri di sviluppo costituiscono una delle principali attrazioni naturali dell'Andalusia se non della Spagna

Gli ultimi Neandertal

Nella Russia subartica gli ultimi Neandertal
La scoperta di un kit di utensili indicherebbe che la specie sia sopravvissuta più a lungo - e più a nord - di quanto si pensava
Illustrazione per gentile concessione Science/AAAS 
Gli attrezzi scoperti di recente (nel riquadro) fanno pensare che i Neandertal europei si spinsero più a nord dell'area che finora si riteneva avessero abitato. 
Un gruppo di Neandertal potrebbe essere sopravvissuto più a lungo del resto della loro in un remoto avamposto nella Russia settentrionale: 
lo rivelerebbe la scoperta nell'area di un kit di strumenti litici. Il luogo del ritrovamento, situato sugli Urali, "potrebbe essere stato l'ultimo rifugio dei Neandertal", afferma il responsabile della ricerca Ludovic Slimak, archeologo della Université de Toulouse le Mirail in Francia. 
I Neandertal dominarono l'Europa per circa 200.000 anni, finché gli uomini moderni (Homo sapiens) iniziarono a diffondersi nella regione, circa 45.000 anni fa. 
Le due specie probabilmente condivisero per qualche tempo il territorio, ma ciò che accadde in quell'arco di tempo, quanto durò la convivenza e perché alla fine Homo sapiens ebbe la meglio resta un mistero. 
La datazione ricavata dalle ossa dei mammut macellati e dai granelli di sabbia associati con gli strumenti indica che l'insediamento era ancora occupato circa 33.000 anni fa. 
I materiali sono stati datati sia al radiocarbonio sia con la tecnica della luminescenza, che indica il momento in cui un oggetto è stato esposto per l'ultima volta alla luce solare. 
Finora si riteneva che 33.000 anni fa tutti i Neandertal fossero già morti. Gli strumenti di Byzovaya però concordano con quelli realizzati e utilizzati da molti Neandertal, un caratteristico set di raschietti e punte di selce ottenuto battendo le pietre l'una contro l'altra: la cosiddetta industria musteriana.

Dall'ufficio privato all'ufficio statale

Ex attrice porno all’Ingv: “Raccomandata da un politico, e allora?”
Sempre ufficio è!!!



Cari studenti o dottori in Fisica, Geofisica, Ingegneria ambientale, Geologia e affini: davvero pensate che la vostra laurea sia indispensabile per accedere all’Ingv? Poveri illusi. Nei giorni scorsi si è molto discusso del laureato in Ginnastica che è stato messo a dirigere l’ente che si dovrebbe occupare di terremoti, vulcani e prevenzione del territorio. Ora è la volta di Sonia Topazio, nome che per alcuni non è affatto nuovo. Perché la Sonia Topazio in questione è la stessa che ha recitato in numerosi film erotici e porno. Da dieci anni è voce e immagine dell’Istituto Nazionale di Geofisca e Vulcanologia. In poche parole lavora nell’Ufficio Stampa dell’ente. Ruolo ambitissimo, s’intende, e ben retribuito. Ma come avrà fatto la l’ex pornoattrice a ottenere il prestigioso incarico? Non ci sono misteri. A spiegare l’ascesa è lei stessa, che non nega affatto, anzi sembra orgogliosa, della spintarella. Perché, se come dice il grande Caparezza, sia “per fare l’assessore, che sull’orlo di un burrone ti servirà una spinta“, figurarsi se non è necessaria per accedere alle professioni della pubblica amministrazione. A fare riemergere la storia di Topazia sono stati i colleghi, che lei randella così: Ma cosa credi, i precari dell’Ingv che continuano a tirar fuori questa storia non sono diversi da me – riporta Il Fatto Quotidiano. – Anche loro sono dei raccomandati, mica sono entrati per concorso. Sono lì solo perché conoscevano qualche barone dell’università. La loro è solo invidia: io ho avuto un grande passato che non rinnego affatto, ero bella come il sole, che male c’è? Sono stata un’atleta nazionale, attrice di teatro e cinema, scrittrice e giornalista. Questo è il problema, io se voglio mi riciclo altrove come ho sempre fatto, loro invece fuori dall’istituto non contano un ca(ctus)“. Allora, si può sapere grazie a quale politico Topazia ha fatto bingo? “Se proprio lo vuoi sapere sono arrivata lì nell’unico modo possibile nelle amministrazioni statali, per segnalazione di un politico - riporta ancora il sito diretto da Peter Gomez. – C’era un posto libero nella didattica e divulgazione e così ho avuto il contratto. E poi diciamolo, ma anche se avessi avuto una storia con il presidente, che male c’è? Che cos’è questo puritanesimo? Chi mi ha raccomandato non lo dico: si dice il peccato, non il peccatore… Anche se avessi avuto una simpatia, diciamo così, con un collega nessuno potrà dire che ho avuto qualche vantaggio, visto che sono stata precaria a 1.500 euro al mese e per averne 2mila mi sono dovuta rivolgere all’ordine. Non è un granché per un incarico di responsabilità come il mio”.

Gli amanti degli animali






Gli amanti degli animali sono una speciale razza umana,generosa di spirito, piena d'empatia, forse un po' incline al sentimentalismo e con cuori immensi come un cielo senza nuvole.




J. Grogan

Il World Financial Center di Shangai

Trasformano l’architettura in arte, le loro tele sono le nostre città e i loro pennelli sono il cemento, l’acciaio, il vetro. Stiamo pCon i suo 492 metri di altezza il World Financial Center di Shangai   è il grattacielo più alto del mondo. Inaugurato nel 2008 e realizzato su progetto di Khon Pedersen Fox, è stato eletto il miglior grattacielo dell’anno battendo concorrenti di tutto rispetto firmati da altre archistar del calibro di Renzo Piano, Norman Foster e Atkins. 
Nei suoi 93 piani, che hanno una superficie complessiva di quasi 400.000 metri quadri, oltre a numerosi uffici sede di importanti società finanziare, trovano posto le 300 stanze di un hotel di lusso
La particolare forma dell’edificio è studiata per minimizzare l’impatto del vento sulla struttura: nel progetto originale l’apertura sulla facciata era circolare, ma è stata modificata in rettangolare perchè ritenuta dalle autorità cinesi troppo simile al sol levante simbolo del Giappone. 
La storia della sua costruzione segue da vicino l’andamento dell’economia asiatica: la prima pietra è stata posata il 27 agosto del 1997, ma alla fine degli anni’90 i lavori sono stati interrotti a causa della crisi finanziaria che ha colpito il paese, per riprendere solo nel 2003.r

In Thailandia nel tempio delle tigri

Un luogo in cui i felini più temuti si trasformano in micioni. E’ Wat Pha Luang Ta Bua (il tempio delle Tigri), un luogo sacro per la religione buddista che si estende su 12 ettari di foresta a Saiyok nel distretto di Kanchanaburi, in Thailandia, a circa 170 chilometri da Bangkok e 40 dal confine con il Myanmar. I monaci vivono pacificamente insieme ad una cinquantina di tigri, la maggior parte delle quali nate e cresciute tra le mura del monastero o salvate dai cacciatori in cerca della loro pregiata pelliccia. Forse a causa delle abitudini casalinghe, in questo contesto emerge il lato più affettuoso e giocherellone dei felini, che qui si lasciano accarezzare e coccolare senza problemi.

Prima di diventare un’attrazione turistica si trattava di un monastero come tutti gli altri nei quali, secondo la religione Thereada (la più antica branca del buddismo), vengono curati gli animali oltre alle persone. Nel 1999 in questa parte della provincia di Kanchanaburi alcuni abitanti del luogo trovarono nella foresta un cucciolo di tigre gravemente ferito. I genitori probabilmente erano stati uccisi dai bracconieri. Venne portato al tempio Wat Pha Luang dove i monaci lo curarono, anche se pare che morì poco dopo. Nelle settimane successive, quasi per caso, arrivarono altre due piccole tigri in condizioni migliori che rimasero a vivere con i monaci. In breve, quando cominciò a circolare questo racconto, vennero portati nel monastero altri cuccioli malati o rimasti orfani, non solo dal circondario ma anche da altre parti della Thailandia. Si tratta perlopiù di tigri indocinesi, una specie in via d’estinzione che qui viene salvaguardata e protetta. Da alcuni anni i felini del tempio sono seguiti anche da un’associazione di volontariato

Il tempio apre le visite alle 12 e chiude alle 15:30, a quest’ora il portone viene sbarrato ed è impossibile accedere al monastero. Le tigri scorrazzano liberamente nel cortile circondato da un muro di 2 metri. Con un po’ di cautela, e stando molto attenti a passare dietro alle tigri e mai davanti, ci si può avvicinare e accarezzare questi enormi felini. Se si sentono a proprio agio, è probabile che alcuni di loro si distendano zampe all’aria per farsi grattare la pancia come farebbe un gatto domestico. Toccare con le proprie mani un animale del genere è un’esperienza unica, che sembra quasi impossibile.

Verso le 13 le tigri vengono portate in un vicino canyon dove rimangono fino alle 16 per essere poi riportate alle loro gabbie, in cui trascorrono la notte. Uno alla volta, i turisti vengono fatti avvicinare agli animali per farsi fotografare. Per chi non vuole aspettare il proprio turno, pagando circa 20 euro si possono realizzare più scatti durante l’incontro ravvicinato. I monaci e i volontari tengono costantemente la situazione sotto controllo e sono pronti a intervenire nel caso in cui le tigri dovessero innervosirsi per l’eccessiva presenza di estranei. Si tratta comunque di un predatore il cui istinto è difficile da placare. Le tigri vengono abituate a mangiare carne cotta o grosse quantità di cibo per gatti, in modo da non far conoscere loro il gusto del sangue ed evitare che possano mettersi in cerca di possibili prede. A quanto pare il sistema funziona, dato che questi felini non sembrano dare importanza a maiali semiselvatici, mucche, daini e galline con cui condividono il verde del tempio.

Ogni mattina gli animali vengono portati a fare lunghe passeggiate durante le quali giocano e, soprattutto, si stancano. Un altro modo per tenerle a bada ed evitare che possano creare problemi ai turisti e nel monastero. Verso le 5 del pomeriggio vengono portate a fare il bagno in un laghetto nei pressi del tempio. Pagando circa 50 euro è possibile andare con loro a piccoli gruppi e giocare nell’acqua (ovviamente è necessario un cambio di vestiti dopo questa esperienza). Chi invece è intimidito dalla stazza delle bestie (che possono arrivare a 3 metri di lunghezza e 250 chili di peso, senza contare denti e unghie) può anche restare per tre quarti d’ora nelle gabbie dei cuccioli, sempre assieme ai volontari, e dar loro da mangiare.

Nel monastero vigono alcune norme di comportamento ma anche di rispetto nei confronti dei monaci che vivono isolati tra le montagne, anche se ormai il tempio è diventato un posto molto più frequentato rispetto a qualche anno fa. Bisogna evitare colori sgargianti che potrebbero attirare troppo l’attenzione delle tigri (sembrano però abituati al colore arancione delle tuniche dei monaci e al viola delle magliette dei volontari) ed è sconsigliato portare oggetti penzolanti (come le macchine fotografiche) perché prenderli a zampate potrebbe diventare il gioco preferito di questi animali. Alle donne viene inoltre chiesto di evitare magliette troppo scollate o gambe scoperte.

Goreme - Cappadocia

La regione della Cappadocia è nota per le suggestive formazioni rocciose che hanno reso celebre nel mondo intero questa area della Turchia centrale. Le innumerevoli grotte, scavate nella roccia vulcanica di pinnacoli, torri e guglie curiosamente modellate dal vento e dalle piogge, sono state utilizzate nel corso dei secoli come abitazioni, fortezze, siti sacri e luoghi di ritiro religioso GOREME Migliaia di anni fa, mentre il vulcano Erciyes (Monte Argeo) era in eruzione, le lave coprirono uno spazio di circa 4200 kmq. Al termine della sua attività questa regione subì una grandissima erosione a causa del vento e dell'acqua. In seguito a questa erosione le terre friabili furono asportate e le rocce non logorate presero forme singolari ma soprattutto si formarono coni sormontati da blocchi di roccia dura e scura che sono gli odierni camini delle fate.

I Cristiani rifugiatisi nella valle di Goreme a causa della minaccia araba, la chiamarono "Goremi" che significa "Non si può vedere!" e questo nome si traformò prima in Korama e poi nell'attuale Goreme. Situata nella valle di Avcilar fra Nevsehir e Urgup, attira l'attenzione per i suoi interessantissimi camini delle fate e per le chiese rupestri. San Paolo trovò molto idonea Goreme per l'educazione dei missionari. Fu infatti uno dei maggiori centri del cristianesimo dal VI secolo fino alla fine del IX secolo, vi si contano fino a 400 chiese sparpagliate nei villaggi vicini uno all'altro quali Zelve, Mustafa Pasa, Avcilar, Uchisar, Ortahisar e Cavusin. 


L'UNESCO ha dichiarato la valle patrimonio dell'umanità.


Nella sola valle di Goreme si individuano almeno 30 chiese, costruite intagliando degli spazi nel soffice tufo vulcanico. Molte chiese vantano splendidi affreschi bizantini che ritraggono scene dell'Antico e del Nuovo Testamento, in particolare la vita di Cristo e dei santi. Le chiese che si trovano nel museo all'aperto di Goreme sono: Tokali Kilise (chiesa della fibbia), Carikli Kilise (chiesa dei sandali), Karanlik Kilise (chiesa oscura), Meryem Ana Kilise (chiesa della Vergine Maria), Emali Kilise (chiesa della mela), Tilanli Kilise (chiesa del serpente), Barbara Kilise (chiesa di Santa Barbara), El-nazar Kilise (chiesa dello sguardo).

La chiesa di Santa Barbara è tagliata nella roccia, ha la forma di una croce con due ali di volte a forma di culla e una cupola centrale con un affresco di Cristo. Gli affreschi e i disegni sono incisi direttamente sulla roccia con della pittura in terra di Sienna. Queste chiese rupestrsi risalgono al XI secolo e vi si possono scoprire affreschi di Santa barbara, San Michele e San Teodoro, motivi geometrici, disegni di bestie mitologiche e diversi simboli. Benché sia stata costruita interamente nella roccia, all'interno dà l'impressione di essere costruita in pietra tinta.

Le vasche di travertino di Pammukkale

Pamukkale si trova nella parte Sud-ovest della Turchia, nella valle del fiume Menderes, Provincia di Denkili. Dal 1988 è Patrimonio Mondiale dell'Umanitá. L'area è costellata di acque termali e bianche cascate fossilizzate, che danno origine ad un paesaggio unico, comparabile con le fonti termali di Mammoth negli USA e con Huanlong in Cina. All'arrivo il visitatore si imbatte in una montagna bianca all'apparenza coperta di neve e, man mano che ci si avvicina, si scopre che si tratta di depositi calcarei. Il posto fu originato dai movimenti tettonici durante la depressione della faglia del bacino del Menderes che,oltre a provocare vari terremoti, dette luogo all'apparizione di numerose fonti termali ricche in minerali. Tenendo enormi quantitá di carbonato di idrogeno e calcio, le acque di questa zona producono precipitazioni di bicarbonato e calcio. In sintesi, grazie a queste caratteristiche, si formano bellissime cappe bianche di pietra calcarea e travertino, che scendono a forma di cascata lungo la montagna. Il paesaggio che si ammira è, di conseguenza, meraviglioso e da la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di letteralmente unico.
Iscrizioni di Bisotun
Le Iscrizioni di Bisotun (note anche come Bisitun o Bisutun, persiano moderno: بیستون ; persiano antico: Bagastana, che significa "luogo o terra di Dio") sono delle iscrizioni multi-lingue situate sul Monte Behistun nella regione iraniana di Kermanshah, in provincia di Harsin.
Le iscrizioni misurano circa 15 metri di altezza e 25 di larghezza, e si trovano 100 metri sopraelevati su di un pendio calcareo rispetto alla strada che unisce la capitale dell'impero babilonese e di quello dei Medi (Babilonia e Ecbàtana). È particolarmente inaccessibile visto che parte del lato della montagna venne rimosso al fine di aumentare la visibilità delle iscrizioni dopo il loro completamento. Il testo in antico persiano è composto da 414 linee divise in cinque colonne; l'elamitico conta 593 linee in otto colonne, mentre il babilonese è di sole 112 linee. L'iscrizione venne illustrata da un bassorilievo a grandezza naturale di Dario I che maneggia un arco come simbolo di regalità, con il piede sinistro sul petto di una figura stesa davanti a lui. Si suppone che la persona prostrata sia il pretendente al trono Gaumata. Dario è assistito ai lati da due servi, mentre dieci persone alte un metro si trovano sulla destra, con le mani legate e corde attorno al collo, rappresentazioni dei congiurati sostenitori di Gaumata. Sopra di loro si trova un faravahar che benedice il re. Una figura sembra essere stata aggiunta in seguito; si tratta di un blocco di pietra unito alla parete con ferro e piombo
La prima citazione storica delle iscrizioni fu fatta dal greco Ctesia di Cnido che ne annotò l'esistenza attorno al 400 a.C., parlando di un pozzo e di un bel giardino sotto le iscrizioni dedicate dalla regina Semiramide a Zeus (analogo greco di Ahura Mazda). Anche Tacito ne parlò inserendo una descrizione di monumenti ausiliari alla base del monte che sarebbero andati perduti, tra cui un altare dedicato ad Ercole. I reperti recuperati sul luogo, tra cui una statua del 148 a.C., sono coerenti con quanto descritto da Tacito. Anche Diodoro scrisse di "Bagistanon" asserendo che sarebbero stati incisi dalla regina Semiramide. Dopo la caduta dell'impero persiano e dei suoi successori, ed il declino della scrittura cuneiforme, la natura delle iscrizioni venne dimenticata e la storia delle sue origini cominciò a riempirsi di particolari inventati. Per secoli, invece di attribuirli a Dario (uno dei primi re persiani) si credette che fossero sorti durante il regno di Cosroe II di Persia (uno degli ultimi). Nacque una leggenda secondo cui sarebbero stati creati da Farhad, amante della moglie di Cosroe, Shirin. Esiliato per il tradimento, a Farhad sarebbe stato ordinato di incidere la montagna per trovare acqua; se ci fosse riuscito avrebbe avuto il permesso di sposare Shirin. Dopo molti anni, e dopo aver rimosso metà della montagna, alla fine trovò l'acqua, ma scoprì che sia Cosroe sia Shirin erano morti. Impazzì, lanciò l'ascia contro la montagna, baciò il suolo e morì. Nel libro Cosroe e Shirin si dice che la sua ascia era stata fabbricata con il legno preso da un melagrana, e che dove l'arma atterrò nacque un melagrana i cui frutti erano in grado di curare le malattie. Shirin ovviamente non era morta, e ne pianse la morte.

Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi,


non avrò vissuto invano.
Se allevierò il dolore di una vita, o guarirò una pena,
o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido,
non avrò vissuto invano.


Emily Dickinson

Predicano bene e razzolano male

L’Espresso evade 225 milioni? La clamorosa notizia censurata
C’è una notizia che è clamorosamente passata inosservata in quanto censurata dalla stragrande maggioranza dei giornali, dei canali tv e dei siti web. L’ingegnere Carlo De Benedetti, proprietario del Gruppo Espresso, quindi del quotidiano la Repubblica, avrebbe evaso la bellezza di 225 milioni di euro! Ma come, proprio loro? Quelli che si guardano allo specchio per dirsi che sono belli, bravi e buoni? Quelli che tutti gli altri sono sporchi, demagoghi e cattivi? Quelli che fanno il tifo per il presunto campione di rigore e sobrietà, il professor Monti? Esattamente, proprio loro. È il percorso tortuoso seguito dai tecnici dell’Espresso a sollevare i sospetti degli 007 del Fisco. La prima mossa a finire nel mirino è la fusione per incorporazione dell’editoriale la Repubblica nella Cartiera di Ascoli. Per realizzarla vengono chiamati in causa tre soggetti: l’editoriale la Repubblica, la Cartiera di Ascoli e l’editoriale l’Espresso, tutti parte della galassia Cir. Perché viene messo in moto questo meccanismo? La risposta dei giudici tributari è tranchant: «Dagli atti emerge con sufficiente chiarezza che tale operazione non era assistita da valide ragioni economiche». E allora? «E allora – si legge nel verdetto – se ne deve dedurre che la stessa non aveva altro scopo se non quello di ottenere un risparmio di imposta integrando così gli estremi della fattispecie elusiva di cui all’articolo 10 della legge 408/90, avendo le società partecipanti alla fusione, Cartiera e Repubblica, esposto “fraudolentemente“ ragioni economiche che solo in apparenza potevano giustificarla»”.


Il Giornale precisa che il Gruppo L’Espresso aveva vinto la ‘partita’ con il fisco in primo grado e vuole ribaltare il secondo grado ricorrendo alla Corte di Cassazione. Nel frattempo, però, si dovrà attrezzare per pagare 225 milioni di euro.
Ora, questa notizia, che i più non conoscono, sta beatamente sul sito internet del quotidiano milanese. La cosa incredibile – si fa per dire – è che cercando con Google informazioni su questa vicenda, non si troverà un bel nulla. Come mai c’è il silenzio tombale? Se la notizia fosse infondata, il Gruppo Espresso avrebbe già querelato da un pezzo gli acerrimi nemici de Il Giornale. Se non è avvenuto, dobbiamo dedurre che le informazioni sono esatte. Parliamo di una cifra colossale. Una cifra che diventa ancora più colossale se pensiamo che i presunti responsabili del misfatto sono quelli che volevano moralizzare Berlusconi e oggi pretendono di moralizzare l’intero paese. Poveri noi.
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