sabato 15 febbraio 2014

I Nazisti tentarono di costruire un'arma biologica con zanzare

Klaus Reinhardt un ricercatore dell’Institut für Evolution und Ökologie dell’Universität Tübingen ha pubblicato su Endeavour lo studio “The Entomological Institute of the Waffen-SS: evidence for offensive biological warfare research in the third Reich” nel quale dimostra che «Nel gennaio del 1942, Heinrich Himmler, capo della Schutzstaffel (SS) e della polizia nella Germania nazista, ha ordinato la creazione di un istituto entomologico per studiare la fisiologia e il controllo degli insetti che infliggono danni agli esseri umani». 
 Il centro venne davvero realizzato nel sottosuolo del famigerato campo di concentramento e sterminio di Dachau dove si stavano già effettuando ricerche abominevoli sui prigionieri, ma fino ad ora non si sapeva se era stato coinvolto nella ricerca sulla guerra biologica. L’articolo pubblicato su Endeavour esamina protocolli di ricerca di Eduard May, che Himmler aveva messo a capo del progetto, «Che confermano l’esistenza di un programma di ricerca di guerra biologica offensiva nella Germania nazista».
 Studiando i documenti dell’Entomologischen Institut delle Waffen-SS Reinhardt si è chiesto perché il feroce braccio armato del partito nazista aveva bisogno di studiare gli insetti. «Non aveva senso – dice il ricercatore – durante la seconda guerra mondiale, la Germania aveva già diversi rispettati centri di ricerca entomologica, né gli insetti studiati dall’istituto SS rappresentavano una potenziale minaccia per nessuno dei più importanti rifornimenti alimentari della Germania». 
 Dopo aver setacciato gli archivi e sulla base di studi del dopoguerra, Reinhardt è giunto alla conclusione che «Anche se l’istituto era destinato a combattere le malattie trasmesse dagli insetti come il tifo, ha effettuato anche attività di ricerca sulle zanzare – ospiti della malaria – che potrebbero essere state utilizzate nella guerra biologica».


E’ noto che le potenze dell’Asse, a cominciare dall’Italia in Etiopia, hanno utilizzato armi chimiche, ma per molti anni si è discusso se la Germania nazista, nonostante il divieto di Adolf Hitler che nel 1925 aveva firmato il protocollo di Ginevra contro le armi biologiche, avesse cercato di produrre armi biologiche, i risultati di Reinhardt riaccenderanno questa discussione. 
 A quanto pare Himmler, nel gennaio 1942, presumibilmente dopo segnalazioni di infestazione da pidocchi tra le truppe delle SS, e in seguito ad un’epidemia di tifo nel campo di concentramento di Neuengamme, incaricò l’Entomologischen Institut di Dachau di effettuare le ricerche di base necessarie per combattere i germi trasportati dagli insetti, che riguardavano i cicli di vita, le malattie, i predatori e gli ospiti preferiti di scarafaggi, pidocchi, pulci e mosche. 
Secondo Reinhardt, nel 1944, a guerra ormai persa e con gli alleati che avanzavano in Italia, all’Entomologischen Institut delle Waffen-SS «Venne dato anche il compito di testare la capacità di diverse specie di zanzare di sopravvivere senza cibo o acqua e, quindi, la loro idoneità a essere infettate con la malaria e lanciate dall’aria in territorio nemico».
 Reinhardt ha esaminato le note di laboratorio di May che dettagliano esperimenti con le zanzare Anopheles, che ospitano la malaria durante una parte del loro sviluppo e spiega che «May raccomanda l’uso di una particolare specie di zanzara anofele, che poteva sopravvivere per più di quattro giorni».
 Secondo Reinhardt «Questo è un chiaro indicatore che gli insetti dovevano essere usati come arma biologica offensiva». Fortunatamente May non era proprio una cima dal punto di vista scientifico e Reinhardt nel suo articolo descrive come sia stato preferito a candidati scientificamente più validi solo perché era un fanatico nazista.


Una ragione delle ragioni per le quali le SS avevano scelto Dachau come luogo per lo studio di armi biologiche è che nel insetti è che in quel campo di sterminio erano già in corso gli infami esperimenti del dal professor Claus Schilling (poi giustiziato a Norimberga) che prevedevano anche di inoculare la malaria asgli ebrei, zingari e prigionieri politici. 
Ma Reinhardt non ha trovato prove che al progetto abbia collaborato anche Schilling: «May sapeva che qualcuno aveva effettuato esperimenti legati alla malaria sui prigionieri del campo, ma non è chiaro se non se ne sia deliberatamente occupato o semplicemente se non gli sia stato permesso entrare nel campo di concentramento». 
Al processo di Norimberga però un ufficiale amministrativo delle SS, Wolfram Sievers, testimoniò che May si era rifiutato di svolgere ricerche su soggetti umani.

 La ricerca di Reinhardt conferma quanto asserisce lo storico Frank Snowden, secondo il quale i nazisti, invertendo il flusso delle pompe drenanti, avevano ri-allagato le paludi delle bonifiche pontine, che si trovavano sulla strada che portava gli Alleati a Roma, per introdurre milioni di larve di zanzare portatrici della malaria. Ma i soldati britannici e americani resistettero bene all’attacco biologico perché erano stati somministrati loro farmaci antimalarici. 
A non cavarsela tanto bene fu la popolazione civile italiana: nell’area i casi di malaria aumentarono dai 1.217 del 1943 ai 54.929 nel 1944 (ma i numeri reali potrebbero essere stati più elevati), su una popolazione che allora era di 245.000 persone.
 La malaria in Italia è stata dichiarata eradicata dall’Organizzazione mondiale della sanità solo nel 1970. 
 Ma alla fine la ricerca delle SS sulle zanzare killer è stata un fallimento: Come ha detto Reinhardt alla Süddeutsche Zeitung dietro il progetto c’erano «Un bizzarro mix di infarinatura di conoscenze scientifiche di Himmler, la sua paranoia personale, una visione del mondo esoterica e reali preoccupazioni riguardo alle sue truppe SS. In confronto alla ricerca biologica delle forze alleate, la ricerca nazista era risibile». 

http://www.greenreport.it

Dal 1° febbraio ritenuta automatica del 20% sui bonifici dall'estero



Se mandi soldi dall'estero a un tuo parente ecco cosa succede

Dal 1° febbraio banche obbligate alla ritenuta del 20% sui bonifici in arrivo dall'estero alle persone fisiche. Le ritenute saranno automatiche (a meno di precedente richiesta di esclusione) e spetterà poi al contribuente dimostrare che le somme non hanno natura di compenso "reddituale". Entra così in vigore l'articolo 4, comma 2, Dl n. 167/90 modificato dalla legge 97/2013) che assoggetta a ritenuta d'acconto del 20% qualsiasi bonifico estero in entrata, percepito da una persona fisica. Le specifiche applicative si trovano nel provvedimento n. 2013/151663 del direttore dell'agenzia dell'Entrate del 18 dicembre scorso e il prelievo è frutto della decisione di considerare ogni bonifico proveniente dall'estero e diretto ad una persona fisica italiana, come di Stefano Mazzocchi -
per leggere articolo completo fai copia incolla di http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-13/ritenuta-automatica-bonifici-estero-064329.shtml?uuid=AB1ZyFw

Quando è nato il chewing gum?


Se escludiamo quelle degli antichi Maya, le prime palline di gomma da masticare furono realizzate dallo statunitense Thomas Adams e vendute nel febbraio del 1871 in una drogheria di Hoboken, nel New Jersey. Si chiamavano chicle ed erano ricavate dalla resina gommosa di un albero messicano, acra sapota (Manilkara achras), chiamato chictli in lingua Nahuatl. Avevano la consistenza delle caramelle molli ed erano del tutto insapori.
John Colgan, un farmacista di Louisville, nel Kentucky, fu il primo, quattro anni dopo, ad avere l’idea di aromatizzare il chicle, ma il chewing gum divenne veramente popolare verso il 1890, grazie alle moderne tecniche di manipolazione degli alimenti, alla pubblicità e al moltiplicarsi dei distributori automatici.
Tra gli innovatori possiamo ancora ricordare i fratelli Frank e Henry Fleer. Il primo perfezionò la gomma da masticare morbida, quella per formare i palloncini, mentre il secondo si dedicò allo studio di una gomma resistente e asciutta, coperta da un involucro costituito da una sostanza solida, bianca e friabile. Da qualche tempo sono inoltre sempre più diffuse le gomme senza zucchero.

HAHAHAHAHAHAH!!!!

Dimmi come dormi e ti dirò chi sei


Gli psicologi ritengono che la posizione assunta durante il sonno fornisce importanti informazioni sul tipo di personalità che siamo, essendoci una correlazione tra la posizione stessa e il nostro stato psicologico.

Chris Idzikowski, direttore dello Sleep Assessment and Advisory Service, ha analizzato le sei principali posizioni dei dormienti e verificando che ciascuna è particolarmente legata ad un preciso tipo di personalità.

 Posizione fetale.
Chi si ranicchia nella posizione fetale è una persona dura all’esterno ma molto sensibile interiormente e con il cuore tenero. Può essere timido quando incontra qualcuno per la prima volta, ma, in breve, si rilassa.
Si tratta della posizione di sonno più diffusa, adottata da circa il 41% della ricerca condotta da Idziowski su 1.000 casi. Le donne che la adottano sono più del doppio degli uomini.

 Posizione allungata.
Chi dorme su un lato mantenendo entrambe le braccia lungo i fianchi è una persona alla mano, socievole, che ama essere nella folla, tra la gente e che si fida degli estranei. Tuttavia, può essere anche un po’ credulone. A dormire nella seconda posizione è circa il 15% della gente.

 Posizione dell’aspirante.
A sceglierla è il 13% della gente. Chi dorme sul fianco con entrambe le braccia proiettate in avanti, ha una natura aperta ma può anche essere cinico e sospettoso. Di norma, è lento nel prendere le decisioni, ma una volta che ha deciso, è quasi impossibile che cambi idea.

 Posizione del soldato.
Dormire supini con le braccia lungo i fianchi, tipico dell’8% della popolazione, rivela un carattere quieto e riservato. Si tratta di una persona che non apprezza la confusione e cerca per sè e per gli altri elevati standard di qualità. 

 Posizione della caduta libera.
Chi dorme prono, a pancia in giù, con le braccia attorno al cuscino e la testa girata di lato, è spesso una persona abbastanza gregaria e sfacciata ma può esere con i nervi a fior di pelle, non sopporta le critiche o le situazioni estreme.

 Posizione a stella marina.

Chi dorme sulla schiena con entrambe le braccia sul cuscino (5% della gente) è un buon amico, sempre pronto ad ascoltare gli altri e disponibile ad aiutare in caso di necesità. Generalemnte, non apprezza di essere al centro dell’attenzione.

Quando i laghi di origine vulcanica fanno paura


Nel 1986 il lago Nyos, nella regione vulcanica del Camerun, ha improvvisamente liberato una nube di anidride carbonica nell’atmosfera, uccidendo 1700 persone e 3500 animali dei paesi limitrofi. 
La causa, un fenomeno poi denominato “exploding lakes”, non era ancora conosciuta in quegli anni, ma per evitare che questo fenomeno naturale potesse verificarsi nuovamente, un team internazionale di scienziati e ingegneri ha sviluppato e implementato un programma per rimuovere artificialmente i gas del lago attraverso delle tubazioni. Gli scienziati dell’USGS hanno a lungo monitorato i livelli del gas nel lago per determinare se questa soluzione avesse avuto successo. Il prossimo inverno una squadra sarà di ritorno dal Camerun per aggiornare e reinstallare i dispositivi di monitoraggio. 

Sebbene la stragrande maggioranza della popolazione non può rendersene conto, i vulcani rilasciano più di 100 milioni di tonnellate di CO2 in atmosfera ogni anno. Per la maggior parte della storia della Terra, le emissioni vulcaniche sono state la maggior fonte di anidride carbonica nella nostra atmosfera, mentre ora, con le emissioni antropiche, si stima che vengano immesse circa 30 miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno.
 Generalmente il gas emesso durante un’eruzione è innocuo in quanto è rapidamente diluito a concentrazioni basse; tuttavia a volte i gas possono rimanere intrappolati nel sottosuolo, dove si raffreddano e diventano pressurizzati.





Se un terremoto o altri tipi di disturbi dovessero poi rompere il “sigillo” su questo gas intrappolato, si verrebbe a sprigionare una pericolosa nube di gas freddo e denso, proprio come è accaduto.  
Questo lago camerunense è infatti proprio un esempio di questo fenomeno, dove la CO2 resta intrappolata sul fondo di profondi crateri vulcanici.
 Il gas rimane sul fondo del lago, tenuto dalla pressione dell’acqua sovrastante. Ma nel tempo questo può risalire sino in superficie, riducendo la pressione dell’acqua ed esplodendo con forza, dando origine ad una nube soffocante capace di uccidere migliaia di persone.

Nel 1986 scienziati provenienti da tutto il mondo, tra cui scienziati dell’USGS, si recarono in Camerun per studiare la catastrofe.
 Negli anni successivi hanno contribuito a definire un piano per evitare che il gas potesse uccidere persone e bestiame nei villaggi circostanti. A partire dal 2001 una società di ingegneria francese, ha installato tubi sino al fondo dei laghi (quello del 1986 non è infatti l’unico). 
Delle pompe spingono un pò d’acqua sino in superficie, liberando la pressione dell’acqua e consentendo alle bolle di anidride carbonica di fluire naturalmente nei tubi installati, a velocità controllata. Questa tecnica ha portato con successo al degasaggio completo del Lago di Monoun, sempre in Camerun, evitando quindi il rischio di altre tragedie. 

Gran parte della CO2 presente nel lago di Nyos è stata rimossa, ma ci vorranno molti anni ancora per scongiurare definitivamente il pericolo. Intanto si continuano a monitorare le condizioni dell’acqua in questi due laghi. Le sonde che misurano la pressione del gas disciolto vengono installate in modo permanente, e dopo un decennio di utilizzo necessitano di manutenzione ed eventualmente di sostituzione. 
Queste sonde permettono inoltre agli scienziati di capire il tasso naturale di ricarica del gas, per capire il lasso di tempo necessario affinchè si possa tornare a livelli di pericolosità. Inoltre aiutano gli scienziati a monitorare l’accumulo di metano, un altro gas potenzialmente pericoloso e sottoposto a degasaggio.

Quando l’acqua viene convogliata su, le acque del fondo ricche di nutrienti si depositano in superficie favorendo la crescita delle alghe, con conseguente maggiore offerta di materiale organico che va a depositarsi nuovamente sul fondo del lago, producendo appunto il metano. Ma il Camerun non è l’unica area a rischio: esistono problemi simili anche negli Stati Uniti. 
Nel 1994 infatti i ricercatori dell’USGS, hanno scoperto grandi quantità di CO2 sul fondo del Mammoth Mountain, un giovane vulcano nella zona di Long Valley, sul bordo sud-ovest della Caldera Long Valley, una vasta depressione vulcanica nella parte orientale della California.
 L’area di Long Valley, ben nota per le sue fantastiche piste da sci, escursionismo e campeggio, è vulcanicamente attiva da circa 4 milioni di anni. 
Le eruzioni vulcaniche più recenti nella regione si sono verificate circa 200 anni fa, e spesso terremoti scuotono l’area.
 L’infiltrazione è stata innescata da uno sciame di terremoti persistenti, e ha ucciso più di 100 ettari di alberi. Si è reso necessario inoltre chiudere l’area riservata al campeggio. Gli scienziati continuano a monitorare quest’area, dove terremoti e infiltrazioni conseguenti di gas destano molta preoccupazione. 

Sono fenomeni da non sottovalutare, in quanto ogni anno in tutto il mondo i pericoli naturali determinano miliardi di dollari di danni. Gli scienziati cercano di divulgare ai politici e al pubblico una chiara comprensione dei rischi naturali e delle loro potenziali minacce alla società, attraverso strategie efficaci al fine di conseguire la preparazione e la resilienza. 
 La rimozione di CO2 in Camerun e il monitoraggio attuato nei pressi di Mammoth Mountain potrebbe salvare vite umane e sottolineare il valore della scienza nel mitigare le catastrofi naturali. 

Fonte : http://www.meteoweb.eu/

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