mercoledì 3 dicembre 2014

La storia dei panini


Il panino più antico del mondo?
 Panis ac perna, ossia pane e prosciutto, non c’è dubbio.
 Gli abitanti della Roma imperiale ne erano così ghiotti, che la via dei mercati urbani era tutta un pigia pigia di salumai.
 Moltissimi anni dopo, a questo spuntino fu dedicata addirittura una strada della Capitale, via Panisperna.
 Merito delle suore Clarisse che per secoli, nella vicina chiesa di San Lorenzo, ogni 10 agosto ne distribuivano ai poveri qualche boccone.


Pane e companatico sono probabilmente compagni fin dai primi tentativi di panificazione umani.
 Secondo Arturo Warman, uno dei più celebri antropologi messicani, la tortilla (nella foto), semplice impasto di farina di mais e acqua, ha almeno 7.000 anni d’età.
 Lo si può dedurre dagli scavi nella Valle de Tehuacán, nello Stato di Puebla a est di Città del Messico. 
 In India le prime testimonianze del roti, la cialda di pane asiatica, risalgono al 2.000 avanti Cristo. 
Ma le testimonianze del panino vero e proprio risalgono a epoca romana.


Il pane accompagnato al companatico è una costante della storia dell'uomo senza distinzione di razza, etnia e origine geografica. 
 Di derivazione maya e atzeca ci sono tortilla, burrito e taco.
 Ci sono poi i piatti di pane africani (come l’injera etiopica) e la pita mediorientale, che in decine di variazioni ha conquistato Turchia, Grecia, Balcani, Israele e Palestina, divenendo comodo involucro per döner kebab, souvlaki, gyro o falafel. 
Pita viene dal greco bizantino: significa torta e ha almeno 1.700 anni. 
Ancora più antico il roti indiano: se ne trova traccia in testi di 2 mila anni fa in sanscrito. 
Allo stesso filone appartiene la piadina romagnola, anche se compare con questo nome in una ricetta soltanto nel 1371.


Il panino, però, è ben altra cosa.
 Tra gli antenati più illustri, a parte il panis ac perna romano, c’è una ricetta del I secolo d. C. ideata dal rabbino Hiller l’Anziano (qui rappresentato in un'illustrazione dei giorni nostri), che mise fra due fette di pane azzimo l’agnello pasquale e le erbe amare della tradizione, per simboleggiare gli Ebrei schiacciati dal giogo egizio.


Fino al 1762 il panino non aveva un vero nome: si chiamava pane e formaggio, pane e arrosto, pane etc.

 L’inatteso battesimo del panino spettò all’inglese John Montagu, quarto conte di Sandwich (nella foto), esploratore e accanito giocatore di carte.
 Storia vuole che, inchiodato al tavolo da gioco del Beef Steak Club di Londra, il nobiluomo avesse ordinato a un cameriere di portargli qualche fetta di carne in mezzo a due fette di pane tostato, poiché non voleva mollare le carte per andare al ristorante.
 La cosa in sé non aveva nulla di straordinario, ma da quel momento tutti gli altri soci del club presero a chiedere “lo stesso di Sandwich”. E da qui a ordinare semplicemente “un sandwich” ci volle meno di un boccone.
 Dato il nome, create le regole. 
Il mondo conosciuto si divise all'istante fra anglosassoni che volevano il sandwich di pane a cassetta, morbido e leggermente tostato, e popoli latini che lo pretendevano col tradizionale pane casereccio.


Questo chiosco che vende hot dog si trova nei pressi di Orlando, in Florida.
 Il nome hot dog (cane caldo) deriva da quello dei würstel, chiamati per la loro forma “salsicce bassotto”.
 I primi hot dog risalgono agli anni '90 dell'800.


Gli Stati Uniti detengono il record del numero maggiore di spuntini famosi. 
Il primo hamburger, ancor privo di pagnotta, apparve già nel 1826. Oltre 60 anni dopo nasceranno i moderni hot dog, poi i club sandwich (1894), il submarine sandwich (1901), il Monte Cristo (1910) e così via, ma l’hamburger nel pane divenne celebre in tutto il mondo solo nel 1931 grazie a J. Wellington Wimpy, più noto in Italia come Poldo Sbaffini, amico di Popeye, Braccio di Ferro, creato dal disegnatore E. C. Segar.


Panini imbottiti esistono anche in Cina e in Estremo Oriente, su antica ispirazione occidentale. 
Si chiamano bing e somigliano alle crescentine o tigelle modenesi oppure alle crêpes francesi: sono farciti con varie salse tipiche e carne d’anatra, di maiale, oppure con semplice olio e cipolla (il cong you bing, nella foto mentre viene preparato). 
Ne esiste una versione coreana, il jian bing guozi, molto più simile a una piadina, ripieno d’uovo fritto o pesce 

 http://www.focus.it/

Arriva la carta riscrivibile, può essere usata 20 volte


Dopo la carta riciclata arriva quella riscrivibile: può essere scritta e cancellata più di 20 volte usando semplicemente la luce.

 Descritta sulla rivista Nature Communications, e’ stata realizzata negli Stati Uniti dal gruppo dell’università della California, a Riverside, coordinato da Yadong Yin.
 Il segreto di questo materiale è l’uso di coloranti che reagiscono alla luce già presenti in commercio.
 Il materiale potrebbe essere usato soprattutto per i quotidiani perché, rileva Yin, ”le lettere stampate rimangono leggibili per più di tre giorni, un tempo sufficiente per le applicazioni pratiche come i giornali”. 

Nelle aziende, circa il 90 % di tutte le informazioni circola ancora su carta, che nella maggior parte dei casi non viene riutilizzata. Tale spreco di carta e anche di inchiostro, per non parlare dei problemi ambientali connessi come la deforestazione per produrla, potrebbe essere ridotto se la carta fosse riscrivibile, cioè, in grado di essere scritta e cancellata più volte. 
Il materiale ottenuto secondo gli autori è ”una buona alternativa alla carta normale nel soddisfare le crescenti esigenze globali di sostenibilità e conservazione dell’ambiente”. 

I ricercatori hanno realizzato una pellicola di plastica, ma si sta lavorando a una versione fatta di vera e propria carta, su cui lettere o immagini possono essere stampate più volte usando la luce ultravioletta e poi cancellate semplicemente riscaldando la superficie a 115 gradi per meno di 10 minuti. 
Alla base della tecnica vi e’ l’uso di coloranti che reagiscono alla luce già presenti in commercio e chiamati coloranti redox. 
La stampa viene eseguita in più fasi: prima si colora la pellicola su cui poi viene sovrapposta una ‘maschera’ prestampata con il testo. A questo punto si procede alla stampa con la luce ultravioletta che sbianca il colorante su tutta la superficie tranne sulle lettere da stampare. 

 meteoweb.eu

Raju, l 'elefante che piangeva e' finalmente libero


Non c'è più bisogno di piangere, Raju.

L'elefante indiano le cui lacrime hanno catturato i cuori di milioni di persone in tutto il mondo è finalmente libero dai suoi aguzzini. Tenuto in catene e picchiato per più di 50 anni, l'animale ha vinto la battaglia legale contro i suoi ex-proprietari che avevano tentato di riprenderselo dopo la sua liberazione, insistendo sul fatto che era loro 'legittima proprietà'.


Il maestoso animale era stato costretto a mendicare per ottenere monete da passanti e turisti, sopravvivendo solo mangiando plastica e carta.
 Niente carezze e niente cibo per lui, per anni e anni. 
Ciò ha indotto una squadra di veterinari ed esperti di fauna selvatica, con forestali e poliziotti, a sequestrare Raju e liberarlo da tutta questa sofferenza lo scorso luglio.


Quando Raju è stato  liberato dalle catene trasudava pus dalle ferite e presentava enormi ascessi alle zampe.
 Stava morendo di fame e aveva ferite su tutto il corpo.
 Il gestore era anche solito strappare i peli della sua cruda per venderli come portafortuna. 

E' stato trasferito in una nuova casa, un bel rifugio dove camminare libero, mangiare buon cibo, ricevere cure mediche, tuffarsi nella sua piscina preferita e socializzare con altri elefanti – tutte cose che gli sono state negate per gran parte della sua vita.






Ma i suoi proprietari, non contenti, hanno deciso di farsi valere per riprendere l'animale.
 Gli avvocati del Wildlife SOS hanno sostenuto che un elefante non può essere di proprietà di una persona in base al diritto indiano, in quanto sono tutti di proprietà del governo. Hanno sostenuto con successo che solo una licenza sarebbe stata la prova della proprietà. Gli ex proprietari non sono stati in grado di produrre un certificato e il caso è stato archiviato. 

 Roberta Ragni

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