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martedì 14 marzo 2023

Tiberio, l’italiano che scoprì la penicillina prima di Fleming


 Figlio di buona famiglia Vicenzo Tiberio frequentava la facoltà di Medicina di Napoli quando, ospite a casa degli zii ad Arzano (Napoli), notò che il pozzo usato per le necessità domestiche incideva sulla salute di tutti: ogni volta che veniva ripulito dalle muffe, gli inquilini avevano infezioni intestinali che cessavano solo quando le muffe ricomparivano.

Il ragazzo iniziò a raschiare le muffe con una spatolina. Non solo: le portò in laboratorio per analizzarle e le catalogò una a una.

 Farlo non fu difficile: in quegli anni frequentava l’istituto di Igiene di Napoli.

Tiberio non si limitò a osservare il fenomeno, ma si dedicò anche alla sperimentazione: dopo aver ottenuto i primi risultati in laboratorio, individuò un terreno di coltura adatto ed estrasse un siero concentrato di quello che può essere considerato un antesignano degli antibiotici. Lo iniettò in alcune cavie precedentemente infettate e attese. I topi di laboratorio guarirono

 A questo punto mancava solo la sperimentazione sull’uomo e la messa in produzione dell’antibiotico.

Le sue ricerche in facoltà suscitarono poco interesse e soltanto nel 1895, dopo la laurea, pubblicò la sua ricerca "Sugli estratti di alcune muffe" negli Annali di Igiene sperimentale, una delle più importanti riviste scientifiche italiane dell’epoca.

Scriveva Tiberio: «Ho voluto osservare quale azione hanno sugli schizomiceti [batteri, ndr] i prodotti cellulari, solubili in acqua, di alcuni ifomiceti [un tipo di funghi, ndr] comunissimi: Penicillium glaucumMucor mucedo ed Aspergillus flavescens. […] Per le loro proprietà le muffe sarebbero di forte ostacolo alla vita e alla propagazione dei batteri patogeni».

Purtroppo però il nostro Paese, da poco diventato nazione, era alla periferia del mondo scientifico del tempo. Gli Annali di Igiene Sperimentale erano una rivista di nicchia nel panorama internazionale e la comunità scientifica italiana si dimostrò assai poco lungimirante: le conclusioni di Tiberio furono derubricate a semplici coincidenze e il fascicolo archiviato in uno scaffale dell’Istituto di igiene dove rimase per 60 anni, riscoperto solo 40 anni dopo la morte.

Oltremanica le cose andarono doversamente. Quando 35 anni dopo, nel 1929, Alexander Fleming annunciò la sua scoperta al Medical Research Club di Londra, la comunità scientifica inglese intuì immediatamente il potere rivoluzionario di quelle muffe che potevano essere il primo passo per la creazione di un farmaco in grado, almeno in linea teorica, di guarire da tubercolosi, broncopolmoniti, infezioni postoperatorie e soprattutto ferite di guerra.

Nei 12 anni successivi gli studi sulla penicillina proseguirono grazie al cosiddetto "gruppo di Oxford" composto dall'australiano Howard Florey e dall'ebreo tedesco Ernst Chain: nel 1940 fu possibile condurre le prime sperimentazioni.

Tutte diedero ottimi risultati e il primo uso che si fece della penicillina, mentre infuriava la Seconda Guerra Mondiale, fu proprio sui campi di battaglia. Non a caso già due anni dopo, nel 1943, la produzione a uso militare dell'arma segreta, come veniva chiamata la penicillina, ebbe un’impennata.

L'epilogo della storia è risaputo: nel 1945, a guerra finita, Fleming, Florey e Chain furono insigniti del premio Nobel per la medicina e la fisiologia. Nello stesso anno in Europa la penicillina sarà distribuita nelle farmacie anche ad uso civile.

E Tiberio? Lui morì nel 1915, ad appena 46 anni, stroncato da un infarto. 

Deluso dalla tiepida accoglienza delle sue ricerche, dopo la sua scoperta (incompresa) abbandonò l’Università: partecipò al concorso per medico nel Corpo sanitario marittimo e si arruolò nella Marina militare, rinunciando alla carriera accademica.

Oggi sulla facciata della sua casa natale a Sepino (Campobasso) una lapide lo ricorda così: "Primo nella scienza, postumo nella fama".
Fonte: focus.it



lunedì 13 marzo 2023

Lo spettacolo di Ruby Falls


 Nel 1905, a causa di una serie di limitazioni geografiche, la “Souther Railroad Company”, impegnata da tempo a costruire una importante linea ferroviaria nello stato del Tennesse, nei pressi della città di Chattanooga, lungo la parete del Lookout Mountain, fu costretta a chiudere l’ingresso naturale di una grotta che aveva però, una lunga storia alle spalle.

I racconti delle enormi camere e dei passaggi tortuosi che si diceva vi fossero all’interno, erano infatti stati tramandati da una generazione all’altra: ne avevano parlato i nativi americani, gli esploratori di grotte provenienti anche da altri Stati americani; e poi si raccontava anche che famigerati fuorilegge l’avessero scelta come nascondiglio; ma anche di soldati che vi avevano trovato rifugio durante la Guerra Civile Americana. Insomma, tante voci, ma nessuna certezza.








Tra gli altri, a curiosare nella grotta, ma solo per poche centinaia di metri al suo interno, anche un chimico e appassionato di avventure, Leo Lambert, il quale tuttavia fu poi costretto a “dimenticarla” in quanto, sempre per la costruzione del tunnel ferroviario, questa venne sigillata. 
Anni dopo, siano verso il 1923, Leo Lambert decise che forse quella grotta che aveva visto tanto tempo prima, poteva diventare un’attrazione turistica: con alcuni amici formò una società progettando di realizzare un’apertura più in alto rispetto all’apertura originale e di trasportare i turisti alla grotta tramite, era un suo sogno, un ascensore.
La sua azienda acquistò così un terreno sul lato di Lookout Mountain, sopra Lookout Mountain Cave e nel 1928 iniziò a perforare il calcare finendo con il trovare un’apertura di poco più di un metro di larghezza per un’altezza di 46 centimetri che poteva dare accesso alla grotta.

Leo Lambert e alcuni operai attraversarono a fatica l’apertura e, per 17 ore, esplorarono il tunnel che si trovarono davanti, per circa un chilometro e mezzo, incrociando, lungo il percorso, varie formazioni, sino sbucare in una grande caverna al centro della quale vi era una spettacolare cascata alla quale Lambert diede il nome della moglie, Ruby: oggi, a quasi un secolo dalla sua scoperta, Ruby Falls, una delle cascate sotterranee più grande del mondo, è considerata una vera e propria meraviglia.
La grotta e la sua cascata sono aperte al pubblico dal lontano 1929 e Lambert, per consentirne l’ingresso, realizzò un altro dei suoi sogni, la costruzione di un ascensore che dalla cima scendeva per 26 piani, nel cuore della montagna.

E per gli oltre mezzo milioni di visitatori che ogni anno raggiungono la città di Chattanooga per ammirare la cascata, lo spettacolo inizia già scendendo con l’ascensore che, con le sue pareti di vetro, permette di vedere la roccia nella quale si sta entrando.
Una volta raggiunto il tunnel, inizia quella che oggi si può chiamare una facile passeggiata, ammirando ai lati, sopra, e anche sotto, incredibili formazioni, stalagmiti, stalattiti, formazioni di drappeggi, pietra fiorita, una più spettacolare dell’altra, sino a raggiungere la caverna con la cascata.
E alla caverna ci si arriva praticamente al buio, solo con la luce di piccole lampade poste lungo il percorso. Poi, una volta entrati, il momento dell’illuminazione è straordinario, unico: non è il rumore dell’acqua che cade a meravigliare i visitatori, ma l’impressione di venire quasi investiti da una valanga di cristalli colorati che cadono da decine di metri d’altezza, finendo nel sottostante fiume Tennessee.





martedì 7 marzo 2023

Scoperto un cunicolo segreto nella Piramide di Cheope



La necropoli di Giza è uno dei siti archeologici più famosi di sempre: qui sorge la Piramide di Cheope, la più antica mai rinvenuta in quest’area e la sola tra le sette meraviglie del mondo antico ad essere giunta a noi in ottimo stato di conservazione.

 È stata costruita ben 4.500 anni fa, un’opera monumentale che ha richiesto un lavoro inimmaginabile (basti pensare che è formata da quasi 2 milioni e mezzo di blocchi di pietra, ciascuno del peso di circa 2,5 tonnellate). Nonostante sia tra le architetture più studiate al mondo, ci sono ancora molti segreti da svelare.

Uno dei più curiosi riguarda il tunnel misterioso che è stato ritrovato all’interno della piramide.

 Nel 2016, alcuni archeologi avevano individuato una cavità esattamente dietro l’entrata principale, ma il rischio di danneggiare l’antichissima struttura ha richiesto loro un grande sforzo per poter proseguire le indagini.

 Grazie al progetto Scanpyramids, volto ad utilizzare tecniche non invasive per studiare le piramidi d’Egitto, gli esperti hanno potuto finalmente scoprire cosa fosse quello spazio vuoto. Ebbene, si tratta di un cunicolo segreto lungo ben 9 metri e largo 2, con un’altezza di circa 2,3 metri.


Per poter osservare il tunnel da vicino, è stato necessario introdurre un piccolissimo endoscopio attraverso una fessura minuscola. La scoperta, che è stata descritta in un articolo pubblicato su Nature, è stata annunciata alla stampa proprio davanti alla Piramide di Cheope, da alcuni degli esperti che vi hanno lavorato. A che cosa serviva questo lungo cunicolo? È possibile che il suo scopo fosse quello di bilanciare il peso dell’enorme struttura spostandolo su un’area più grande, anziché far sì che gravasse unicamente sull’ingresso principale. Tuttavia, c’è un’altra teoria molto più affascinante.

Secondo gli archeologi, il cunicolo potrebbe sovrastare alcune camere ancora inesplorate, nascoste all’interno della Piramide di Cheope. 

Durante la conferenza stampa, Mostafa Waziri (direttore del Consiglio Supremo delle Antichità d’Egitto) ha annunciato che verranno effettuate ulteriori indagini: "Continueremo la nostra scansione, per capire cosa possiamo scoprire al di sotto del tunnel o alla fine di esso". C’è ancora qualche segreto da svelare, oltre questo passaggio misterioso che per anni ha ossessionato gli scienziati?

"Crediamo che qualcosa sia nascosto sotto di esso" – ha rivelato l’archeologo Zahi Hawass.

 Di che cosa potrebbe trattarsi? Forse, una camera segreta cela nientemeno che la tomba del faraone Cheope, inutilmente cercata per tantissimi anni e mai rinvenuta. E, con il sepolcro, magari anche tanti altri tesori preziosissimi che aspettano da millenni di tornare alla luce. Se così fosse, questa sarebbe senza dubbio la scoperta del secolo. Ma dovremo attendere ancora un po’, affinché le indagini proseguano in tutta sicurezza per preservare la maestosa piramide.

venerdì 3 marzo 2023

La cascata pietrificata è il capolavoro più grandioso di Madre Natura


 Esistono luoghi impregnati di così tanta bellezza da non sembrare veri. Assomigliano a paesaggi cinematografici e fantascientifici, a capolavori artistici dipinti da un pittore, a illustrazioni uscite da un libro di fiabe, e invece sono reali e per questo ancora più straordinari.

A creare questi scenari di immensa bellezza è Madre Natura che, come un sapiente artigiano, plasma il mondo che abitiamo rendendolo un posto meraviglioso. Come è successo a Oaxaca, in Messico, dove esiste quella che è, con tutta probabilità, la visione più incredibile e strabiliante di sempre.

Proprio qui, infatti, esiste una maestosa e imponente cascata pietrificata. E non ci sono dubbi per noi: è questo il capolavoro più grandioso mai creato da Madre Natura.


Ci troviamo a Oaxaca, in Messico.

È qui che, spostandoci dal nucleo urbano, possiamo raggiungere una cascata che non assomiglia a niente di tutto ciò che abbiamo visto fino a questo momento. Non ci sono lo sgorgare continuo dell’acqua e gli zampilli che con impeto si tuffano in ogni dove, ma rocce, bianche e dure, che caratterizzano in maniera univoca l’intero paesaggio.

Il suo nome è Hierve el Agua, che tradotto letteralmente vuol dire “acqua che bolle”. Eppure, ancora una volta, né il nome né l’immagine stessa che si apre davanti agli occhi dei viaggiatori che si spingono fino a qui restituisce la vera natura di questo sito. A primo impatto, infatti, l’immobilità che caratterizza questo monumento naturale rimanda immediatamente a tutte le cascate ghiacciate, quelle che si gelano con l’arrivo del freddo e con le basse temperature. Ma anche in questo caso, la realtà è ben lontana da quello che gli occhi ci suggeriscono.


Sì perché Hierve el Agua, in realtà, è un agglomerato di formazioni rocciose dal colore biancastro che con il tempo si sono unite e modellate, formando la caratteristica forma di cascata che oggi vediamo. 

A levigarle è stato lo scorrere incessante delle acque provenienti dalle sorgenti situate sulla cima del monte, ricche di calcio e di altri minerali. Sono state proprio loro ad aver schiarito le rocce, conferendogli le caratteristiche tinte che ricordano il ghiaccio e la neve.


La magia non finisce qui, però, perché in cima a Hierve el Agua ci sono due piccoli laghi di acqua calda dove i visitatori amano fare il bagno in ogni stagione. Da qui, poi, fuoriescono dei piccoli rivoli lenti ma copiosi che scivolano giù, fino ai piedi della montagna, rendendo il paesaggio incantato.

Fonte: siviaggia.it

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