martedì 31 marzo 2015

La simbologia del serpente


Fin dai tempi più antichi l’uomo è stato incuriosito dalla natura e dalle cose che lo circondano, principalmente quando queste sono “diverse” o sembrano “strane” ai suoi occhi; probabilmente è per questa ragione che la figura del serpente, come vedremo, è stata oggetto, sia nel bene che nel male, di ogni genere di leggenda, entrando a far parte del patrimonio culturale della maggior parte delle grandi civiltà del mondo antico, divenendo oggetto di culto, di studio e di mito. 
 Graficamente il serpente è una linea. Ma è una linea vivente che può prendere la forma di tutti gli ambienti che lo circondano, la cui flessibilità consente gli atteggiamenti più inaspettati.
 Ciò spiega come il simbolismo del serpente sia naturalmente doppio: esso rappresenta la carezza e la sorpresa.
 Sono questi i significati con i quali entra a far parte del linguaggio iconografico di tutti i popoli del mondo: esso esprime da un lato l’idea della sessualità e dell’incantamento, dall’altra della sottigliezza, dell’astuzia. 
Dunque un duplice significato (sensualità creatrice e malvagità diabolica) che ritroviamo in tutte le culture, dalle più antiche a quelle più sviluppate. 

 Il serpente ha avuto un ruolo nella cultura umana molto tempo prima del Medioevo o dell’epoca dei Romani. Troviamo tracce di culti ofitici in tutto il mondo, in tutte le epoche. 
 Simbolicamente il serpente passa attraverso la parte negativa del mondo e, si rigenera nel massimo grado della positività, divenendo il sole, donatore di vita.
 Questa rigenerazione, comune anche ad altre religioni, è probabilmente la trasposizione mitologica di un evento biologico tipico di tutti i rettili: l’esuviazione (o muta), durante la quale il serpente, crescendo, perde completamente la pelle vecchia, lasciandola appesa a un ramo o a una roccia, mostrando una nuova pelle, più lucida e bella.
 Questo evento naturale, che ha luogo regolarmente durante la vita di ogni rettile, ha spesso portato a credere le antiche civiltà nell’immortalità del serpente e nella sua continua rigenerazione. 

Nella simbologia della religione egizia questo rettile ha un significato di grande importanza.
 L’ureo rappresenta un simbolo di magnificenza e di rispetto: esso era infatti una parte del copricapo indossato dai grandi sovrani egizi ed era costituito da una statuetta che raffigurava un cobra eretto, spesso d’oro, che era posato sulla fronte di chi lo indossava, conferendogli supremazia e rispetto agli altri.


La leggenda del serpente piumato non fu proprio degli antichi egizi, anche le popolazioni precolombiane veneravano una divinità a metà fra l’uccello e il serpente.
 Si tratta del dio Quetzalcóatl, e la civiltà è in particolare quella degli Aztechi.
 Biologicamente parlando questa divinità altro non era che l’unione di due specie animali a quel tempo piuttosto comuni nel territorio occupato dagli Aztechi e ora in via di estinzione: il quetzal, uccello dotato di lunghe piume verdi sulla coda, venerato dagli Aztechi come incarnazione temporanea del loro dio, era stato “fuso insieme” con il boa costrittore, grosso serpente sudamericano.


Simbolicamente, invece, Quetzalcóatl rappresenta il connubio indissolubile tra terra e cielo, tra naturale e divino, tra bene e male. Esso è infatti allo stesso tempo un dio sanguinario, al quale molte vittime umane vennero sacrificate, e donatore di vita. 
Il serpente piumato, per gli Egizi come per gli Aztechi, rappresenta inoltre il contatto con il mondo dei morti e anche per questo rappresenta un simbolo da rispettare e venerare.

 Spostandoci dalle Americhe all’Asia, patria di un’infinita varietà di religioni, notiamo che il serpente ha avuto anche qui il suo posto nella mitologia e nella simbologia religiosa.
 In India, nonostante da sempre nelle risaie muoiano ogni anno decine di persone a causa del morso dei serpenti, la divinità creatrice Vishnù, nell’iconografia classica è rappresentato seduto su un enorme serpente e con il capo attorniato da diversi cobra col cappuccio aperto.


Questo animale per gli indiani è sempre stato in stretta connessione con le divinità (nel buddismo infatti, secondo la tradizione, un cobra si pose sulla testa del Buddha in meditazione per coprirlo dai raggi del sole roventi) e soprattutto è in parte custode della conoscenza, ed è perciò un’entità da rispettare e onorare.

 La religione cinese ha le stesse origini dell’Induismo e del Buddismo e, nella sua simbologia, compare da sempre il dragone, spesso anche dotato di piume. 
Il drago cinese è senza dubbio un’ulteriore accentuazione della figura del serpente, che in questo caso viene considerato antropicamente: esso rappresenta un simbolo propiziatore atto ad allontanare influssi maligni. 
È probabile che l’usanza del drago sia derivata dall’esigenza di “confortare” la popolazione cinese ai tempi delle grandi invasioni da occidente di Unni e Tartari, fornendo così un simbolo ancora più “potente” del normale serpente.


Al serpente è stato attribuito un valore mistico-religioso anche nelle civiltà europee. 
Molto conosciute sono ad esempio le statuette votive cretesi della dea che stringe nelle mani due serpi. 
Nella tradizione minoica il serpente è un elemento positivo e propiziatore, nonché un simbolo di fertilità legato alla sfera della simbologia di tipo sessuale (il serpente rappresenta, per i cretesi come per gli indiani, un simbolo fallico).

 Nell’antica Grecia questo animale è, allo stesso tempo, simbolo di positività (abbinato spesso alla medicina) e di negatività, come è testimoniato dall’affresco nella “Casa dei venti” a Pompei, dove il piccolo Ercole è ritratto mentre uccide delle vipere, davanti allo sgomento degli adulti. 

 Per gli antichi Romani invece il serpente era riconducibile, in particolare, a una divinità, Esculapio, considerato il custode della medicina. 
In più, ai Romani non era sfuggito il fatto che i serpenti sono esperti predatori di topi e ratti, e perciò erano soliti ospitare un serpente nelle loro abitazioni, ponendo così fine al problema della piaga dei roditori.


Possiamo dunque affermare che la figura del serpente nelle religioni antiche fu contraddistinta da un fortissimo aspetto di ambivalenza. 
Esso viene temuto per la sua velocità e per il suo veleno, molto spesso mortale. Nel contempo però vengono conferite a questi rettili capacità divine, molto spesso positive, il serpente quindi entra a far parte della religione come simbolo propiziatore e donatore di fertilità.
 Così come esso è legato al mondo degli inferi, contemporaneamente fa parte del mondo solare, offre la vita ma anche la morte, conferisce autorità e ispira sicurezza in un popolo fragile ed indifeso, può uccidere con il veleno ma, proprio con questo si possono realizzare antidoti e medicine potenti.
 Questa ambivalenza dei serpenti fu però rimossa dalla religione cristiana, dalla quale questi rettili ricevettero un’accezione puramente negativa, a partire dal serpente tentatore del paradiso terrestre, per continuare poi con la serpe infernale che porta sul dorso l’anticristo, rappresentando l’oscurità, il pericolo.


Questa interpretazione negativa di questi animali può essere considerata come una evoluzione o involuzione della religione cristiana. 
Secondo l’Antico Testamento Mosè innalza il serpente al cielo e Dio chiederà a lui di essere “innalzato” così come il serpente, dimostrando dunque che la figura di questi rettili era ben diversa da quella attuale. 
 Sempre tramite la Bibbia, si ha testimonianza di un culto ofidico anche nell’antica religione ebraica, all’interno della quale questi rettili, raffigurati come serpenti di bronzo, rappresentavano sia il bene che il male; l’adorazione del serpente di bronzo fu però estirpato dalla religione ebraica tramite la distruzione completa dei templi a esso dedicati. 
 Nella religione cristiana il serpente è divenuto il simbolo tipico di Satana. 
Tale attribuzione si riferisce al racconto biblico del Giardino dell’Eden, dove l’uomo e la donna infransero la legge di Dio. 
Nella Bibbia esso rappresenta sia l’incarnazione del nemico, come nell’episodio del paradiso, sia il Salvatore crocifisso come nel racconto del “serpente di bronzo” che Mosè pianta nel deserto. Maria Vergine viene ritratta mentre comprime col piede la testa di un serpente, una raffigurazione che rappresenta la sconfitta del peccato. 
 Una serpe in un calice sta ad indicare che la bevanda è avvelenata. L’invidia, i cui pensieri sono maligni poiché si ciba di carne di serpente, ha anch’essa questo animale come simbolo.
 Un serpente con la testa di donna rappresenta l’inganno. 
Nella mitologia greca la donna che al posto dei capelli aveva dei serpenti era Medusa.


Minosse, colui che giudica le anime dell’inferno, avvolge la coda di serpente attorno al proprio corpo un numero di volte corrispondente al cerchio infernale di destinazione del dannato. 
Ercole, neonato, uccide due serpenti a mani nude, da adulto ucciderà l’Idra.
 Il serpente è anche simbolo della prudenza (Matteo, 10, 16: “siate prudenti come i serpenti”) questo significato spiegò anche la connessione del serpente con Minerva, dea della sapienza.

 Fonte: isimbolinellacomunicazione.

Las Pozas, l’Eden terrestre


Nelle montagne lussureggianti a nord di Città del Messico (vicino a Xilitia) , scopriamo Las Pozas, la location ideale che Edward James scelse per il suo Eden.
 La scultura Las Pozas costò a Edward James più di $ 5 milioni di dollari. 

Edward era ricco e possedeva una collezione di opere d’arte invidiabile, ma un giorno, verso la fine degli anni ’40, decise di dedicarsi a una sola cosa: progettare il giardino dei suoi sogni in una località sperduta nella giungla messicana. Edward usò Laz Pozas per coltivare orchidee e crescere animali esotici però, a causa di una forte gelata, la maggior parte delle orchidee raccolte morirono.
 Fu così che Edward decise di iniziare la costruzione di questo straordinario giardino scultoreo, ispirato proprio dalle piante di orchidee, dalla vegetazione della jungla di Huasteca e, ovviamente, dalle idee del movimento surrealista a cui era così profondamente legato.




Si contano almeno 36 stravaganti strutture in cemento, in pieno stile surrealista: le immagini dei giardini includono scale che non conducono da nessuna parte, torri inaccessibili, ponti sospesi sul nulla e spazi aperti sulla giungla, un vero e proprio labirinto che copre una superficie di 320.000 m² . 
Ci sono voliere per uccelli e gabbie per animali selvatici, ma sono tutte aperte, sono luoghi di passaggio per la fauna e non prigioni. 

L’architettura dei giardini comprende un solo edificio completo di tetto e pareti, l’abitazione in cui viveva James. 

Il senso di incompiutezza emanato dall’architettura dei giardini di Las Pozas si spiega con l’inventiva frenetica dell’artista inglese, ma anche con la sua volontà di non modificare in alcun modo la natura circostante: le immagini dei giardini rivelano, in effetti, la perfetta armonia tra la foresta e l’opera dell’uomo.














Nel suo desiderio di realizzare il giardino perfetto, James ci ha lasciato un’architettura di giardini frammentari, onirica e infinita: pare proprio che il giardino non abbia un inizio o una fine.

 Nel 2007 sono stati stanziati dei fondi per ripristinare Las Pozas e riportarla al suo antico splendore.



Da : viaggievacanze.com

lunedì 30 marzo 2015

Cristoforo Colombo riporta i fenomeni del "Triangolo delle Bermuda" sul suo diario


Ci sono posti nel mondo che sconcertano gli studiosi e gli scienziati da anni. 
Chi ha visitato questi siti misteriosi racconta di strane energie, sparizioni inspiegabili e fenomeni soprannaturali. 
 Forse il più famoso, o famigerato, dei posti misteriosi del mondo è il Triangolo delle Bermuda. 
Da decenni, questa striscia di oceano che si estende per quasi 1,3 milioni di chilometri quadrati tra Miami, Porto Rico e Bermuda, lascia perplessi scienziati, marinai esperti e perfino investigatori dell’esercito.
 Si racconta di aerei che scompaiono misteriosamente, avvistamenti di strane luci, navi ritrovate completamente vuote con l’equipaggio svanito nel nulla e molte altre stranezze che convergono tutte in questo angolo di oceano Atlantico.
 E’ un fenomeno complesso e ampiamente documentato.
 Ma che cosa ha causato la sparizione di navi e aerei senza lasciare traccia? 
Perché le strumentazioni hanno smesso di funzionare? 
 I documenti marittimi storici mostrano che i misteri del triangolo delle Bermuda sono molto più antichi di quanto si immagini.

 Fin dagli inizi delle esplorazioni oceaniche, i marinai hanno riportato strani avvistamenti. 
 Si può dire che la consapevolezza del triangolo delle Bermuda sia iniziata con Cristoforo Colombo, il quale, essendo un navigatore esoterico ed un bravo marinaio, teneva un diario di bordo molto accurato delle sue traversate verso il mondo nuovo.
 A quanto pare, appena Cristoforo Colombo entro nella zona di oceano conosciuta come il Triangolo delle Bermuda riportò problemi alla bussola.
 La notte seguente vide una grande sfera di fuoco inabissarsi nell’oceano. Inoltre Colombo riporta l’apparizione di strane luci e di curiosi fenomeni metereologici. 
 Queste testimonianze storiche rendono evidente il fatto che quello del Triangolo delle Bermuda non è solo un mito moderno o una leggenda metropolitana nata alle soglie del ventunesimo secolo. Questi fenomeni sono antichi almeno quanto i primi navigatori che si avventurarono in quella zona.


Circa quattrocentocinquanta anni dopo Cristoforo Colombo, il 5 dicembre 1945, l’esercito degli Stati uniti visse direttamente il più sconcertante mistero del Triangolo delle Bermuda.
 Alle due del pomeriggio, cinque bombardieri della marina statunitense decollarono da una base navale di Fort Lauderdale in Florida per una esercitazione di routine. Ma dopo appena due ore di volo, tutti e cinque gli aerei scomparvero all’improvviso. 
 Il mistero si infittì ulteriormente quando la marina inviò un aereo di soccorso e anch’esso scomparve.
 Sei aerei guidati da piloti esperti risultarono svaniti nel nulla. 
Tutti rimasero molto sconcertati. 
Nonostante ci si trovasse nell’epoca moderna con i radar e le radio, fu impossibile localizzare gli aerei scomparsi. 
 La domanda è: dove sono andati a finire? Sembrerebbe che i velivoli siano scomparsi dal nostro spazio-tempo per essere trasportati in qualche altro luogo, in qualche altro tempo o qualche altra dimensione. 
Questo è il grande mistero del triangolo della Bermuda.


Nel 1970, il pilota americano Bruce Gernon stava volando con suo padre ed un socio d’affari dalle Bahamas alla Florida. Gernon raccontò di aver visto una strana nube proprio davanti al suo aereo.
 Più si avvicinavano, più la nube assumeva la forma di un vortice a spirale. 
Questo il racconto di Gernon: “All’inizio il tunnel era enorme, ma poi cominciò a diventare rapidamente più piccolo.
 Quando entrammo nel tunnel successe una cosa incredibile: si formarono delle linee. Era come guardare nella canna di un fucile, perché le linee si avvolgevano lentamente a spirale in senso antiorario. 
 Incontrammo un’intensa elettricità. Vedevamo dei flash che andavano e venivano, e intorno eravamo circondati da una strana nebbia giallo-grigia, che io chiamo ‘nebbia elettrica’. 
Gli strumenti non funzionavano e allo stesso tempo provavamo una sensazione incredibile”
.

Gernon afferma che una volta usciti dalla nebbia chiamarono il controllo aereo di Miami, ma nessuno riuscì a trovare il loro aereo sullo schermo del radar. 
 “Circa tre minuti dopo, il controllore radar tornò alla radio tutto contento. Ci aveva individuato sopra Miami. Non riuscivamo a crederci perché eravamo in volo soltanto da trenta minuti, mentre avremmo dovuto metterci più di un’ora per giungere a destinazione”. 

 Si possono davvero verificare questi balzi di tempo e di spazio? 
È possibile che gli extraterrestri usino questi passaggi per raggiungere la Terra? 
Secondo la Teoria della Relatività di Einstein è possibile! 
 Secondo la teoria dello scienziato tedesco, è possibile curvare lo spazio utilizzando una spinta gravitazionale, fino a creare un passaggio nello spazio-tempo che permetta di percorrere grandi distanze in tempi minimi. 
 Dato che i tunnel gravitazionali, in teoria, si possono trovare in tutto l’universo, forse questi stessi passaggi si trovano in aree più piccole della terra.
 Se è così, forse sono gli strani livelli elettromagnetici la chiave per scovarli. 
 È possibile che il Triangolo delle Bermuda sia esattamente un passaggio interdimensionale usato dagli alieni e che questo portale funzioni in entrambi le direzioni.
 Questo spiegherebbe la sparizione degli aerei e delle navi, ma anche l’apparizione di oggetti UFO nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico.
 Se, come affermano i teorici degli Antichi Astronauti, i visitatori extraterresti lo usano per venire sulla Terra fin dall’antichità, forse un giorno potremo anche noi usare questa scorciatoia per andare da loro, e se davvero esiste un portale interdimensionale nel mare aperto del Triangolo delle Bermuda, forse ce ne sono altri sulla terra ferma come la “Porta degli dei” in Perù .

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

Pristimantis mutabilis, la rana mutante


Nelle profondità della foresta pluviale, in Ecuador, vive una rana piuttosto indecisa.
 Durante una camminata notturna, nel 2009, la scienziata Katherine Krynak vide un piccolo anfibio, ben mimetizzato e coperto di spine. Ma quando lo riportò indietro con sé per studiarlo, sospettando si trattasse di una nuova specie, si trovò invece davanti una bestiolina liscia e viscida. 
“Ero così arrabbiata con me stessa! Pensavo di aver preso la rana sbagliata”, spiega Krynak, che si trovava nella Reserva Las Gralarias per fare una ricerca sulle specie di anfibi che la abitano. Ma non aveva sbagliato rana.
 Inserito un piccolo pezzo di muschio nel contenitore in cui si trovava il piccolo anfibio, per creare un ambiente più confortevole prima di rilasciarlo in libertà, ha visto le spine ricomparire lentamente. 
“Sono rimasta scioccata. I vertebrati non fanno queste cose”, commenta la ricercatrice, che ha soprannominato la nuova specie rana “punk rocker”.


Ma ci sono voluti circa nove anni, per Krynak e i colleghi, in modo da raccogliere dati a sufficienza per provare che si trattava davvero di una nuova specie – e il primo vertebrato a noi noto in grado di cambiare pelle in questo modo. 
Ora la rana ha finalmente un nome come si deve: Pristimantis mutabilis, ovvero rana mutante della pioggia, come annuncia lo studio pubblicato sullo Zoological Journal of the Linnean Society.


Krynak è una dottoranda della Case Western Reserve University di Cleveland che studia gli anfibi: dopo il primo avvistamento della rana punk rocker non ne ha trovate altre per ben tre anni, fino al 2009. 
Il secondo animale in cui si è imbattuta era coperto di spine puntute, proprio come il primo. 
Spine che sono scomparse quando la ricercatrice ha dato un’occhiata più da vicino. 
Solo dopo averle viste comparire di nuovo Krynak ha capito che razza di scoperta avesse fatto.
 A quel punto il team è riuscito a fare un po’ di foto alla rana mutante, immortalandola ogni dieci secondi per svariati minuti, guardando le spine formarsi e lentamente scomparire di nuovo. Ancora non sappiamo come la rana riesca a dotarsene tanto rapidamente, o di cosa siano fatte. Gli scienziati sospettano che questa pelle tanto mutevole serva per mimetizzarsi: le spine, ad esempio, permettono alla rana di confondersi tra il muschio. 

Durante la ricerca Krynak e i colleghi hanno anche scoperto che una specie strettamente imparentata con P. mutabilis, la rana Pristimantis sobetes, è anche lei in grado di cambiare forma. 

www.nationalgeographic.it

Sulle tracce del Thunderbird, il leggendario 'Uccello del tuono'


Il Thunderbird (uccello del tuono) sarebbe un gigantesco rapace dall'incredibile forza e, probabilmente, la creatura più elusiva e leggendaria tra quelle dei miti americani.
 La leggenda dell'uccello di tuono è presente in tutto il Midwest americano, ed ha molte incarnazioni tra le tribù di nativi americani che abitavano e risiedono tuttora nella regione.

 Secondo il Committee for Skeptical Inquiry (CSI) la nazione Sioux, in particolare la tribù Sioux Brule della riserva Rosebud a sud-ovest del Dakota del Sud, tramanda una leggenda sull'uccello del tuono conosciuta come ‘Wakinyan Tanka’ o ‘Il Grande Uccello del Tuono’. 
 Per questa tribù, l'uccello del tuono non è un gigantesco rapace leggendario, bensì un gruppo di esseri immateriali che abitarono le Black Hills.
 Ricoperti di nubi, gli uomini uccello di tuono non hanno forma, ed i loro colori corrispondono ai quattro punti cardinali: l'uccello di tuono dell'ovest è nero, quello dell'est è giallo, quello del nord è rosso, e quello del sud bianco.
 Giganteschi e con quattro ali, hanno enormi artigli al posto dei piedi, ed un grande becco con denti affilati e appuntiti al posto del viso.


A differenza di altri racconti su enormi volatili, gli uccelli di tuono rappresentano l'integrità, e sono visti come guide e rappresentanti di cambiamento.
 Amano tutto ciò che è puro e pulito nel mondo.

 Secondo il CSI, «Di tanto in tanto un uomo santo riesce ad intravedere nei propri sogni uno Waikinyan, ma sempre solamente una parte di esso. Nessuno è mai in grado di vedere l'uccello di tuono per intero, nemmeno in una visione, perciò l'aspetto che pensiamo abbia l'uccello di tuono è messo insieme da molti sogni e visioni», ha affermato nel 1969 l'uomo di medicina della tribù Brule John ‘Fire’ Lame Deer. 

 La tribù Yaqui narra una storia diversa nel racconto ‘Otam Kawi’. Nelle loro leggende, un enorme rapace abitava le colline di Otam Kawi, ed era solito volare periodicamente alla ricerca di cibo, portando via con sé uomini, donne e bambini. 
Ciò divenne un problema di tale portata che la popolazione Yaqui aveva paura anche di organizzare feste e danze cerimoniali, nel timore che l'uccello potesse piombare giù e portare via con sé uno di loro.

 Una storia moderna che sembra supportare le leggende Yaqui proviene da una piccola città dell'Illinois chiamata Lawndale.
 Nel 1977 venne raccontata in uno speciale su Discovery Channel chiamato Into the Unknown.
 Il 25 luglio 1977, intorno alle 20:30, tre ragazzi stavano giocando a nascondino nel giardino dietro casa, quando stando a quel che si dice due enormi rapaci piombarono su di loro, mancando di poco uno dei ragazzi, Travis Goodwin. 
 Testimoni dell'attacco furono Ruth e Jake Lowe, che risposero alle urla del figlio in tempo per assistere al volo del rapace. 
Altri testimoni furono gli amici Betty e Jim Daniels, che erano intenti a ripulire il camper nel vialetto dei Lowe, e che risposero alle urla di aiuto.
 Anche il terzo ragazzo, Michael Thompson, assistette allo scontro e schivò gli uccelli nella loro prima picchiata. 
 Secondo il libro Monsters of Illinois: Mysterious Creatures in the Prairie State l'incidente venne riferito alla polizia locale e al Dipartimento Tutela Ambientale dell'Illinois nella vicina Springfield. 
All'epoca le autorità non presero seriamente il resoconto della signora Lowe. Tuttavia, a quanto pare l'Illinois nello specifico ha una storia passata ricca di enormi rapaci.
 Quando gli esploratori Jacque Marquette e Louis Joliet attraversarono l'area nel 1673, annotarono nei loro diari un'immagine scolpita a circa 15 metri d'altezza su un dirupo calcareo nelle vicinanze del punto di confluenza dei fiumi Illinois e Mississippi. Tale uccello divenne noto come ‘Uccello Piasa’.

Secondo una leggenda della tribù Illini riportata sul sito internet del Dipartimento delle Risorse Naturali dell'Illinois, l'uccello Piasa era un uccello squamato con una forma che racchiudeva le sembianze di mammiferi, uccelli, rettili e pesci. 
La leggenda narra che il rapace minacciasse costantemente la tribù Illini, fino a quando il suo capo Ouatoga uccise la bestia con frecce avvelenate. 
Ciò si verificò ‘molte lune’ prima che gli uomini bianchi esplorassero l'area.
 Il rilievo originale che Marquette e Joliet videro fu successivamente dipinto e spostato varie volte. 
Una ricostruzione del dipinto originale si erge in quanto luogo storico ad Alton, Illinois, sulla Great River Road dove Marquette e Joliet videro l'originale per la prima volta.

 Fonte: http://epochtimes.it

Lanciare un aereo di carta non è un gioco da ragazzi


Sembra un gioco da ragazzini, eppure lanciare un aereo di carta nasconde molta scienza. Tanto che fu "Scientific American" nel 1967 a organizzare la 1st International Paper Airplane Competition, la prima competizione internazionale di aerei di carta. 

 Gli anni sessanta sono stati probabilmente uno dei momenti più importanti nella storia dell'aviazione. 
Ma se da una parte la realizzazione degli aerei supersonici (la costruzione anglo-francese del Concorde, quella russa del Tupolev Tu-144 e il progetto mai terminato del Boeing 2707), e naturalmente la corsa allo spazio, portarono a progressi in campo scientifico, dall'altra resero la scienza ancor più distante dalla gente comune. E fu proprio nel tentativo di ricucire questo rapporto che "Scientific American scelse di organizzare un evento in grado di riavvicinare il pubblico alla scienza: una gara per la quale non serviva una laurea scientifica, ma solo un foglio di carta e tanta fantasia, perché in fondo tutti almeno una volta hanno fatto un aeroplanino con un foglio di carta.

 Negli ultimi 50 anni le gare di aerei di carta non sono mancate, ma è dal 2006 che, grazie a Red Bull, le competizioni sono tornate alla ribalta.
 L'azienda austriaca, che da anni sponsorizza eventi legati al settore aeronautico (dal Red Bull Air Race fino all'impresa che è valsa a Felix Baumgartner il record del salto più alto in caduta libera), ha raccolto metaforicamente il testimone lasciato dalla rivista americana (anche il trofeo è simile a quello degli anni sessanta) e ha organizzato quest'anno la quarta edizione di Red Bull Paper Wings (le finali si disputeranno a Salisburgo l'8 e il 9 maggio), che vede impegnati migliaia di partecipanti in oltre 80 paesi. 
 Dalla prima edizione, voluta da "Scientific American", a quella attuale, targata Red Bull, le tre categorie di gara (volo più lungo, maggiore permanenza in aria e volo acrobatico) e lo spirito della competizione sono rimasti invariati, ma le prestazioni degli aerei di carta sono notevolmente migliorate, passando dai quasi 28 metri del vincitore della gara di volo più lungo del 1967, ai 50,37 metri del vincitore del 2012.


I motivi di tale incremento possono essere attribuiti in buona parte a una maggiore diffusione della conoscenza scientifica.
 Infatti, sebbene la creatività sia la caratteristica dominante nella maggior parte dei modelli, a qualificarsi per le finali sono di solito quelli balistici, fatti a punta di freccia (dart), e quelli simili ad alianti (glider), più adatti a planare grazie alle loro larghe ali. Questi modelli sono progettati per sfruttare al meglio i principi base della fisica, in particolare le quattro forze agenti sui velivoli: peso, spinta, portanza e resistenza.


Nonostante le vere origini degli aerei di carta siano ancora discusse (in Cina, 2000 anni fa, con gli aquiloni, oppure con i modelli descritti da Leonardo da Vinci?), la paternità di quelli che conosciamo oggi viene di solito riconosciuta a George Cayley, ingegnere e pioniere dell'aeronautica, che agli inizi del XIX secolo identificò le forze aerodinamiche che agiscono sugli oggetti in volo e costruì il primo aliante controllato dall'uomo. 

Fu proprio per testare il suo aliante che Cayley, un secolo prima dei fratelli Wright, costruì alcuni modelli di carta simili ai glider utilizzati ancora oggi, aggiudicandosi il titolo di padre degli aerei di carta. 
 Questo non implica che la vittoria sia solo alla portata di ingeneri o fisici, ma dimostra quanto la componente scientifica sia importante in gare del genere.
 "Avere nozioni di aerodinamica e di meccanica del volo può essere un aiuto importante, quando si desidera raggiungere risultati di punta", conferma Lorenzo Trainelli, docente di Progetto di velivoli al Politecnico di Milano e giudice per le qualificazioni milanesi di Red Bull Paper Wings 2015. "Però non basta, in quanto è sempre necessario un processo di aggiustamento e ottimizzazione, sia del velivolo (anche di singoli dettagli), sia della tecnica di lancio". 

Durante le qualificazioni di queste competizioni si vedono spesso aerei del tipo dart, con limitata capacità di generare portanza, che vengono lanciati con un angolatura di 45° e possono superare i 30 metri di distanza in base alla forza del lanciatore.
 Il record attuale è invece detenuto da un aereo veleggiatore, che ha come caratteristica quella di planare a lungo. "Per ottenere questa planata servono delle ali più importanti di quelle dei balistici, e molto più estese delle punte di freccia che abbiamo visto in gara", sottolinea Trainelli riferendosi alla qualificazione svoltasi a Milano il 18 marzo.


In confronto a 50 anni fa oggi chiunque voglia fare un aereo di carta da gara ha un alleato in più: Internet. 
È infatti possibile reperire in rete ogni tipo di informazione di carattere tecnico che spieghi come realizzare un aereo da competizione. 
Ci sono poi moltissimi video tutorial che spiegano passo passo cosa fare (la stessa Red Bull consigliava ai meno pratici di prendere spunto dalle guide online), compresi quelli dei campioni degli ultimi anni, come quello di John Collins, che dal 2012 detiene il record di distanza percorsa da un aereo di carta, 69,14 metri. 
 Un record frutto della ricerca scientifica ma non solo, come ci ha spiegato Lorenzo Trainelli: "Gli attuali detentori del primato di distanza, sono il progettista John Collins e il lanciatore Joe Ayoob. Il primo ha lavorato quattro anni per migliorare il suo progetto dal punto di vista della forma, del materiale e della tecnica di lancio.
 È stato il secondo che però ha reso possibile l'exploit, essendo un prestante ex-quarterback di una squadra di football americano di alto livello".

 Anche se meno spettacolare delle altre, la gara di permanenza in volo mostra le capacità dei partecipanti di sfruttare l'aerodinamica (l'attuale record è di 27,6 secondi ed è stato realizzato con un glider).
 "La chiave principale - sostiene Trainelli - sta nella capacità di sostentazione, anche e soprattutto a bassa velocità.
 Lo insegnano gli alianti: per stare in volo a lungo bisogna avere un'elevata efficienza aerodinamica, e questa si ottiene con ali non troppo corte e di geometria adeguata". 

 Il discorso, quindi, sembra chiaro: per competere ad alti livelli bisogna prima di tutto scegliere a quale gara partecipare (visto che ogni gara richiede un tipo di aereo con caratteristiche diverse), poi costruire un modellino che sfrutti al massimo le forze aerodinamiche, e per ultimo trovare la migliore tecnica di lancio possibile.


Chiunque abbia lanciato o visto lanciare un aereo di carta, sa però che esiste un passo in più, una pratica, quantomeno bizzarra, utilizzata da molte persone pochi istanti prima di lanciare un aereo di carta: alitare sulla punta del modellino (l'ha fatto quasi la metà dei partecipanti alle qualificazioni di Roma e Milano per Red Bull Paper Wings 2015).
 Un'abitudine questa che non ha nulla a che fare con l'aerodinamica, diventata di uso comune ma a cui nessuno sa dare una spiegazione, se non da un punto di vista scaramantico. 
Come molti dei partecipanti infatti, anche Trainelli non sa dare un'origine a questa pratica, spiegando invece che un discorso diverso, dal punto di vista scientifico, sarebbe leccare la punta dell'aereo, che in questo modo diventerebbe più pesante sulla punta: un po' come si fa con i proiettili di carta delle cerbottane.

 Fonte: lescienze.it

venerdì 27 marzo 2015

L’Uomo di Altamura era un Neanderthal, il Dna lo conferma


L’analisi del Dna conferma che l’uomo di Altamura era un Neanderthal, vissuto circa 150 mila anni fa: è quanto mostrano i primi dati che arrivano dallo studio del materiale genetico estratto dal fossile. 
Pubblicata sulla rivista Journal of Human Evolution, la ricerca è coordinata dal paleoantropologo Giorgio Manzi dell’università Sapienza di Roma e dall’antropologo David Caramelli dell’università di Firenze.
 È il Dna più antico per un Neanderthal e potrà aiutare a ricostruire l’evoluzione umana in Europa prima dell’arrivo dell’uomo moderno, ossia il Sapiens, ha spiegato Manzi.

 Conosciuto come ‘uomo di Altamura’, il fossile è stato scoperto nel 1993 nella grotta di Lamalunga, vicino ad Altamura (in provincia di Bari). 
Appartiene a un uomo che precipitò 150 mila anni fa in un pozzo naturale dove morì di stenti.
 È l’unico scheletro completo di un Neanderthal mai scoperto ed è ricoperto di un rivestimento calcareo di stalattiti che lo ha protetto fino ai giorni nostri.

 ”Le analisi del Dna – spiega Manzi – sono appena cominciate ma ci danno già informazioni importanti, per esempio confermano che l’uomo di Altamura è un Neanderthal molto arcaico e questo spiega alcune caratteristiche dello scheletro: come le strutture ossee della faccia tipica dei Neanderthal, a differenza del cranio più arcaico”
.

L’uomo di Altamura, prosegue, ”rappresenta una formidabile ricchezza per il territorio dell’Alta Murgia, un tesoro da valorizzare grazie agli studi che si faranno sui resti”. 
C’è molto da conoscere da un simile reperto umano: il Dna potrebbe svelare anche il ritratto di questo uomo preistorico. 
”La speranza per il prossimo futuro – sottolinea – è che questo scheletro fossile possa rappresentare il fulcro di una combinazione virtuosa fra ricerca scientifica, tutela del patrimonio e sua piena valorizzazione”.

 Al gruppo di ricerca partecipano fra gli altri, gli archeologi Carmine Collina e Marcello Piperno della Sapienza e il genetista Guido Barbujani dell’università di Ferrara e dell’università di Firenze. 

www.ansa.it

La "cascata sottomarina" davanti all'Isola di Mauritius


Qualcosa di molto strano sta forse accadendo davanti a Mauritius, una delle perle dell'Oceano Indiano, a quasi 2 mila chilometri dall'Africa. 
 Il basso fondale sabbioso al largo della punta sudoccidentale dell'isola sembra aprirsi in uno squarcio, che lascia precipitare l'acqua cristallina verso una voragine blu scuro. 
Che si tratti di una cascata sottomarina o di qualche altro insolito fenomeno geologico?


Niente di tutto ciò.
 Si tratta, come è facile immaginare, di un'illusione ottica favorita dalla prospettiva aerea di questi scatti.
 A creare l'effetto tridimensionale di un salto d'acqua sottomarino sono i depositi di sabbia e fango creati dall'acqua della risacca. L'ampia gamma di colori dell'oceano e del fondale completa lo scherzo fotografico.


Basta infatti osservare la punta sudovest dell'isola da un'altra angolazione per veder sparire l'ipnotica illusione.
 L'idea di una cascata sottomarina rimane però, molto affascinante, come tutto ciò che riguarda il mondo - ancora poco conosciuto - degli oceani.


La penisola di Le Morne Brabant, questo il nome del promontorio, ospita un blocco di roccia basaltica alto 556 metri da cui si gode di una splendida vista.
 L'altura e la laguna circostante sono, dal 2003, Patrimonio dell'Umanità tutelato dall'Unesco, e non solo per il valore paesaggistico.
 In alcune grotte di questa collina, protetta dalla vegetazione e un tempo praticamente inaccessibile, si rifugiarono, nel 1800, piccole comunità di schiavi fuggiaschi (Mauritius fu infatti, fino al XIX secolo, uno dei centri nevralgici per lo smistamento di schiavi africani).
 Si racconta che nel 1835, quando la schiavitù fu abolita per legge sull'isola, una pattuglia di poliziotti si recò sull'altura per dire agli schiavi che erano liberi e che questi, non avendo capito il messaggio, si gettarono in mare per non perdere di nuovo la libertà, morendo per l'impatto.

 Da allora il colle è simbolo della lotta contro la schiavitù e della difesa dei diritti umani. 

Tratto da: focus.it

Lo scoiattolo volante siberiano: l'animale piu' carino del mondo


Se ci fosse un premio per la creatura più carina e dolce del mondo, lo scoiattolo volante siberiano avrebbe certamente la possibilità di vincerlo. 
Questo abitante degli alberi dagli occhioni languidi e giganti potrebbero provenire direttamente da un film Disney.

 Completano il quadro, oltre ai grandi occhi scuri, il manto candido, le adorabili zampette e il musetto espressivo.
 Sì, lo scoiattolo volante siberiano (Pteromys volans Linnaeus, 1758) è uno degli animali più carini che esistano, tanto da essere diventato una mascotte locale dell'Isola di Hokkaido, in Giappone, uno dei luoghi in cui vive.
 Qui appare sulle carte ricaricabili di biglietti della ferrovia regionale. 
Originario delle regioni settentrionali dell'Eurasia, è un animale nordico, come spiega Wikipedia. 
In Europa vive in Finlandia, Estonia, Lettonia e nei boschi della Russia settentrionale. Vive anche in Cina e Corea, oltre alla già citata Hokkaido. è completamente notturno e per questo ha occhi molto grandi, tondi e neri, che gli permettono di vedere di notte.




Come vola? 
Una membrana di pelle, morbida ed estensibile, unisce i fianchi agli arti anteriori, fino ai gomiti, e agli arti posteriori, fino alle caviglie.
 Questa consente loro di planare lentamente, con una traiettoria poco inclinata.
 È anche capace di cambiare direzione mentre è in volo e di effettuare voli ascendenti seguendo le correnti d'aria.


Lo scoiattolo siberiano volante è stato dichiarato in pericolo di estinzione per via della perdita del suo habitat.

 Roberta Ragni

giovedì 26 marzo 2015

Bengalese o gatto bengal , un gatto travestito da leopardo


Il gatto bengala è il primo gatto ad essere nato dall’incrocio di un gatto domestico con un felino selvatico, il gatto leopardo: per questo motivo viene definito come il più selvaggio tra i gatti domestici; anche il suo aspetto richiama la sua origine selvatica. 

Nel 1973 il dottor Centerwall tentò di immunizzare i gatti domestici dalla leucemia felina e proprio per questo motivo realizzò l’incrocio tra il gatto domestico e il gatto leopardo dell’Asia.
 L’esperimento fallì ma nacque questa nuova e particolare razza.
 Il Bengala fu riconosciuta come razza nel 1991.

 E’ un gatto dolce e affettuoso, molto attivo ed intelligente.
 Ha bisogno di tanto spazio per giocare e dar sfogo alla sua grande energia.
 Accetta senza problemi di convivere con altri animali, anche con cani. 
Nel corso degli anni si è appurato che il carattere del Bengala è dolce, leale, intelligente e molto affettuoso: insomma è un ottimo gatto da tenere in casa. 
Nonostante questo, però, il gatto Bengala non ha perso completamente quell’istinto da predatore: si arrampica spesso, ama stare in alto e osservare, adora cacciare. 
In ogni caso, se vengono abituati fin da piccoli alla vita in appartamento, non danno nessun problema. 
Come già detto, si adatta bene alla vita in appartamento, a patto che abbia i suoi spazi e che non gli siano imposti troppi divieti. Richiede pochissime cure: solo nel periodo della muta del pelo è necessario spazzolarlo almeno una volta al giorno per rimuovere i peli morti, utilizzando preferibilmente una spazzola o un panno di daino inumidito.





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