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giovedì 5 ottobre 2023

Gobekli Tepe, uno dei luoghi più misteriosi e antichi del mondo


 Nel sud-est della Turchia, sulla cima di un altopiano calcareo chiamato Gobekli Tepe, negli anni Novanta l’archeologo tedesco Klaus Schmidt scoprì più di 20 recinti di pietra circolari, il più grande dei quali era di ben 20 metri di diametro, un cerchio di pietra con al centro due pilastri riccamente intagliati alti 5,5 metri.

I pilastri di pietra scolpita, figure umane stilizzate con le mani giunte e cinture di pelle di volpe, pesavano fino a 10 tonnellate.

Le strutture, risalenti a circa 11.500 anni, rappresentano le più antiche costruzioni monumentali conosciute dell’umanità.

Gli strumenti di pietra e altri manufatti che Schmidt e il suo team trovarono nel sito hanno mostrato che i recinti circolari erano stati edificati da cacciatori-raccoglitori che si sarebbero uniti 11.500 anni fa per scolpire i pilastri a forma di T di Gobekli Tepe con strumenti di pietra, usando come cava la roccia calcarea della collina sotto i loro piedi, abbastanza morbida da lavorare con la selce e altri strumenti di legno disponibili all’epoca.

Il sito, sosteneva Schmidt, era un centro rituale, forse una sorta di complesso di sepoltura o di culto, piuttosto che un insediamento.

Gli archeologi avevano a lungo pensato che i rituali complessi e la religione organizzata fossero “lussi” sviluppati dalla società dopo aver iniziato ad addomesticare animali e a coltivare, una transizione nota come Neolitico.

Gobekli Tepe, invece, ha capovolto quella linea temporale.

Gli strumenti in pietra del sito, supportati da datazioni al radiocarbonio, lo collocano infatti saldamente nell’era pre-neolitica


Più di 25 anni dopo i primi scavi, non esistevano ancora prove della presenza di piante o animali domestici: Schmidt riteneva che nessuno abitasse nel sito a tempo pieno e lo chiamò “cattedrale su una collina”.

Sotto la direzione del successore di Schmidt, Lee Clare, un team dell’Istituto Archeologico Tedesco ha poi scavato diverse trincee “a buco di serratura” fino al substrato roccioso del sito, molti metri sotto i pavimenti dei grandi edifici.

Ciò che Clare e i suoi colleghi hanno scoperto potrebbe riscrivere ancora una volta la preistoria.

Gli scavi hanno “a sorpresa” rivelato prove di case e insediamenti durante tutto l’anno, suggerendo che Gobekli Tepe non fosse un tempio isolato visitato in occasioni speciali bensì un fiorente villaggio con imponenti edifici al centro.

Il team ha anche identificato una grande cisterna e canali per la raccolta dell’acqua piovana, fondamentali in un insediamento sulla cima di una montagna arida, e migliaia di strumenti di macinazione per la lavorazione del grano, la cottura del porridge e la produzione della birra: un insediamento a tutti gli effetti con un’occupazione permanente.


Clare e i colleghi pensano così che Gobekli Tepe sia stato un tentativo di cacciatori-raccoglitori di aggrapparsi al loro stile di vita in via di estinzione mentre il mondo intorno a loro stava cambiando.
Prove dalla regione circostante mostrano infatti che le persone in altri siti stavano sperimentando la coltivazione e l’allevamento, una tendenza alla quale la gente di “Belly Hill” avrebbe cercato di resistere.

Clare sostiene inoltre che le incisioni rupestri del sito siano un indizio importante.
Sculture elaborate di volpi, leopardi, serpenti e avvoltoi che coprono i pilastri e le pareti di Gobekli Tepe “non sono animali che vedi tutti i giorni“, ha dichiarato. “Sono più che semplici immagini, sono narrazioni, che sono molto importanti per tenere insieme i gruppi e creare un’identità condivisa“.

Negli ultimi cinque anni, la cima della montagna alla periferia di Urfa è stata nuovamente ridisegnata.

Oggi strade, parcheggi e un centro visitatori accolgono viaggiatori da tutto il mondo.

Il Museo archeologico e del mosaico di Şanlıurfa, costruito nel 2015 nel centro di Urfa, è uno dei più notevoli musei della Turchia: conserva una replica in scala reale del recinto più grande del sito e dei suoi imponenti pilastri a T, permettendo ai visitatori di avere un’idea dei pilastri monumentali ed esaminare da vicino le loro sculture.

Nel 2018, Gobekli Tepe è stato dichiarato Patrimonio UNESCO e i funzionari del turismo turco hanno nominato il 2019 “Anno di Gobekli Tepe”, rendendo l’antico sito il volto della campagna nazionale di promozione turistica.

Gobekli Tepe, costruito 6.000 anni prima di Stonehengecustodisce ancora nel mistero il significato esatto delle sue incisioni e il mondo in cui un tempo abitavano le persone.

Ogni nuova scoperta promette di cambiare ciò che ora sappiamo sul sito e sulla storia della civiltà umana.

E il suo fascino si fa sempre più ammaliante.

Fonte: siviaggia.

sabato 20 novembre 2021

Questa straordinaria coppa romana cambia colore in base a come viene colpita dalla luce


 L'incredibile Coppa di Licurgo è un manufatto di epoca romana, risalente al IV secolo.

 La coppa diatreta (che consiste di un contenitore interno e di una gabbia o un guscio decorativo esterno che si distacca dal corpo della coppa) è costruita con vetro dicroico.

 Questo tipo di vetro ha delle proprietà ottiche molto particolari.

La coppa di Licurgo, infatti, cambia colore in base al modo in cui la luce la colpisce: è di un rosso sangue quando è illuminata da dietro, e verde quando è illuminata frontalmente.

 La coppa di Licurgo è l'unico oggetto romano integro completamente costituito da questo tipo di vetro, e mostra una serie di figure tra cui il mitico Licurgo, re di Tracia.

 Secondo la mitologia, Licurgo cercò di uccidere Ambrosia, seguace di Dioniso (Bacco per i Romani). Ambrosia venne trasformata in un vitigno, che si attorcigliò intorno a Licurgo fino ad ucciderlo. Il vaso ritrae proprio questa scena, oltre a Dioniso e a Pan che si fanno beffe del destino del re.



L'incredibile effetto dicroico fu realizzato inserendo nel vetro alcune nanoparticelle di oro e argento

In realtà non è ben chiaro quale processo fu utilizzato, e c'è chi pensa che in realtà non lo sapessero neanche i fabbricatori della coppa. Forse, anzi, l'effetto può essere stato prodotto accidentalmente, con la contaminazione non intenzionale del vetro con nanoparticelle di oro e di argento.

 Le particelle hanno dimensioni minuscole, di circa 70 nanometri, e sono visibili soltanto con un microscopio elettronico a trasmissione.

Fonte: fattistrani.it


mercoledì 11 novembre 2020

La Donna Ragno di Teotihuacan: l’enigma che circonda una misteriosa divinità mesoamericana


 Con uno sguardo imperscrutabile guarda fisso avanti sé, senza curarsi di ciò che la circonda. 

Una divinità misteriosa e un po’ inquietante che non vuole svelare i suoi segreti: è la Donna Ragno di Teotihuacan.

Raffigurata in molti affreschi scoperti nei primi decenni del ‘900 a Teotihuacan, rappresenta un enigma non ancora risolto e che forse rimarrà tale per sempre, uno dei tanti che circonda ancora la città.

Il nome Teotihuacan, che si può tradurre come “Città degli dei”, è stato dato alla città dagli Aztechi nel 1400, quando la scoprirono, ormai misteriosamente abbandonata dai suoi abitanti già da diversi secoli.

Sono domande alle quali non c’è ancora risposta, anche se qualcosa si sa: Teotihuacan era uno dei centri abitati più importanti del Messico centrale, capace di accogliere 200.000 persone, in case a più piani divise in appartamenti. 

Se questa stima è corretta, solo sei o sette città nel mondo, all’epoca (tra il 350 e il 650 dopo Cristo), erano più grandi.


Non nasce dall’oggi al domani Teotihuacan, che dall’arrivo dei primi coloni, intorno al 400 a.C, impiega all’incirca quattro secoli per prendere la forma di una metropoli. 

A renderla grande furono forse gli abitanti di Cuicuilco – un importante centro dove sorgevano palazzi e piramidi, distrutto da un’eruzione vulcanica intorno al 150 d.C. – migrati a Teotihuacan, dove ancora vivevano solo sei piccole comunità.

 Secondo alcuni studiosi, furono proprio questi nuovi arrivati a dare impulso allo sviluppo architettonico della città, con il contributo di altre popolazioni, tra le quali ci sarebbero i Maya, gli Zapotechi e i Mixtechi. 

Altre teorie suggeriscono che Teotihuacan sia stata costruita dai Totonachi oppure dai Toltechi (anche se antiche fonti azteche negano quest’ultima ipotesi, ormai quasi del tutto abbandonata).


L’unica cosa certa, è che Teotihuacan prosperò per diversi secoli, fino all’incirca al 750 d.C, quando un evento violento, forse una guerra civile o una rivolta, segnarono, se non la sua fine, almeno il suo inarrestabile declino. 

Fino all’arrivo degli Aztechi, che identificarono Teotihuacan come il luogo dove gli dei avevano dato inizio alla creazione del mondo. Ecco perché usarono quel nome, che nella lingua Nahuati può significare “luogo di nascita degli dei”, oppure “luogo di coloro che hanno la strada degli dei”.

Oggi Teotihuacan è uno dei siti archeologici più conosciuti del Messico, famoso per le sue imponenti costruzioni: la Piramide del Sole, la Piramide della Luna e il Tempio del Serpente Piumato, collegati fra loro dal Viale dei Morti, lungo il quale sorgevano delle tombe, o più probabilmente, le case della nobiltà.


La riscoperta di Teotihuacan, pur se iniziata alla fine dell’800, diventa sistematica dopo la metà del ‘900, ma nonostante sia uno dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, corre oggi dei rischi, dovuti all’urbanizzazione incontrollata.

Tra i manufatti che possono svelare qualcosa della cultura di quel popolo semi-sconosciuto, sicuramente occupano un posto di rilievo i tanti murales che testimoniano un’abilità pittorica paragonata talvolta a quella degli artisti rinascimentali italiani.

La comprensione di quei murales non è però facile, soprattutto perché gli abitanti di Teotihuacan non hanno lasciato niente scritto, e in parte perché molti di quegli affreschi furono rimossi, negli anni ’60, per essere portati illegalmente negli Stati Uniti, senza nemmeno tenere traccia di dove fossero in origine. 

Solo nel 1976 i murales sono tornati in Messico e da allora è stato avviato un progetto per scoprire da dove erano stati rimossi, e quali tecniche fossero state usate per realizzarli.


Due divinità sono spesso raffigurate: il Dio della Tempesta, che nel pantheon azteco si può identificare con Tlaloc, e la Grande Dea, che invece sembra non avere un posto nella religione degli aztechi.

La misteriosa figura, scoperta per la prima volta nel 1942 nel complesso di Tepantilla (case destinate a personaggi d’alto rango), fu soprannominata nel 1983 “la Donna Ragno di Teotihuacan”, dall’archeologo Karl Taube, un appellativo che ha soppiantato il più generico “Grande Dea” usato fino ad allora.

 Comunque la si voglia chiamare, quella divinità sembra essere un’esclusiva di Teotihuacan, associata a un ragno per quel gioiello che scende dal naso, simile alle “zanne” degli aracnidi.

La Grande Dea viene rappresentata frontalmente, sempre con quel nasello dotato di zanne e un copricapo piumato.

 Qualche studioso vede nella Donna Ragno una dea legata alla terra e alla fertilità, per le braccia che spesso stillano acqua o portano doni a quei piccoli uomini che, in un murale in particolare, quasi galleggiano sotto la sua immagine.

 Sono forse gli abitanti di Teotihuacan, e in questo caso la dea assumerebbe la funzione di protettrice della città, o forse sono defunti che si trovano nell’aldilà. 

Se così fosse, la Donna Ragno sarebbe una dea degli inferi, un’ipotesi confortata dagli animali da cui è spesso circondata: ragni, gufi, giaguari, creature della notte, legate a tutto ciò che è oscuro e nascosto.



Altre ipotesi tolgono un po’ di fascino alla Donna Ragno: secondo lo storico dell’arte Zoltán Paulinyi la Grande Dea non è mai esistita, ma le sue raffigurazioni rappresentano divinità diverse.

Più suggestiva l’ipotesi di Elisa C. Mandell, storica dell’arte, che vede nella Grande Dea una figura di genere misto, maschile e femminile insieme: “Esiste una storia di identità di genere misto all’interno delle popolazioni mesoamericane e, considerando che la Dea proviene da Teotihuacan, i modelli occidentali di binario di genere non dovrebbero essere imposti a figure non occidentali. Inoltre, non ci sono caratteristiche sessuali esplicite mostrate nella Grande Dea, quindi il suo sesso non può essere dedotto”.

Tutte queste ipotesi, e altre ancora, non possono che alimentare il mistero sulla Grande Dea, anziché svelare l’enigma sulla sua figura. E forse sta proprio in questo il suo fascino: le infinite pieghe del tempo e della storia continuano a conservare i loro segreti, nonostante gli sforzi degli esseri umani moderni, ormai troppo lontani dalle loro origini.

Fonte: vanillamagazine.it


mercoledì 3 luglio 2019

Il mistero dei ‘crannog’, isole artificiali in Scozia, Galles e Irlanda costruite più di 5.500 anni fa


Nel lontano passato della storia delle isole britanniche alcune popolazioni costruirono artificialmente delle vere e proprie isole, il cui significato è un mistero.

 In tutta la Scozia (dove vi è la maggiore concentrazione), l’Irlanda e il Galles le fondamenta di centinaia di isole artificiali sono ancora visibili ai nostri giorni.
 Sono chiamate “crannog” e vennero costruite tanto, tanto tempo fa, in gelide acque di fiumi, laghi e insenature marine.

 Da sempre gli archeologi si sono chiesti quando vennero costruite, ma la soluzione al problema non è mai stata approfondita e generalmente si accettava che le basi furono gettate attorno all’800 avanti Cristo.


Negli ultimi anni però sono state trovate prove che le retrodatano di molti secoli, se non millenni e recentemente uno studio da poco pubblicato su Antiquity conferma che – in realtà – le isole sono migliaia di anni più vecchie di quanto di è sempre pensato. 

Usando la datazione al carbonio di reperti di quattro siti delle Western Isles della Scozia, i ricercatori hanno potuto stabilire che tali crannog risalgono addirittura a 3.640-3.360 anni prima di Cristo, il che vuol dire che gruppi di uomini si ingegnarono nel costruire tali isole artificiali circa 5.500 anni fa, ancor prima che si edificasse Stonehenge.

 Spiega Fraser Sturt della Southampton University e autore della ricerca: “Queste crannog rappresentano uno sforzo monumentale realizzato migliaia di anni fa il cui scopo fu di costruire mini-isole accumulando nel letto di fiumi e laghi tonnellate e tonnellate di rocce”.


L’idea che tali isole artificiali fossero molto antiche venne già avanzata negli anni Ottanta da Eilan Domhnuill, ma per almeno vent’anni non sono state trovate prove a sostegno dell’ipotesi.

 Le cose sono cambiate nel 2012 quando il subacqueo della Royal Navy Chris Murray, che abitava sull’Isola scozzese di Lewis, rimase affascinato da alcuni crannog che si trova nelle acque di Loch Arnish.
 Immergendosi in prossimità di uno di essi Murray fece una scoperta del tutto inaspettata: attorno all’isola trovò una collezione di vasi Neolitici notevolmente ben conservati.

 Questo fece partire una ricerca a tappeto guidata da Sturt e nel giro di poco tempo vennero identificati decine di crannog che prima non erano stati visti.
 Immergendosi in loro prossimità i ricercatori hanno portato in superficie oltre 200 vasi in ceramica neolitica, prove che le isole erano abitate fin da allora.

 “Le indagini e gli scavi di questi siti hanno dimostrato, per la prima volta, che i crannog erano una caratteristica diffusa del Neolitico e che potevano essere luoghi speciali”, ha scritto il ricercatore.


Le ricerche hanno permesso anche di affermare definitivamente che tali isole sono artificiali e non create dalla natura, in quanto risultano formate dall’accumulo di massi di varie dimensioni opportunamente impilati.

 In un sito, quello di Loch Bhorgastail, sono stati messi in luce anche delle strutture in legno ai bordi del crannog, le quali, molto probabilmente, servivano per aumentare la stabilità dell’isola.

 Lo studio ha poi scoperto che alcuni crannog erano collegati alla terraferma attraverso strade, altri invece non lo erano e dunque erano raggiungibili solo con barche oppure attraverso ponti di legno ora andati distrutti.

 E’ possibile che su alcune isole vennero costruite delle case in legno, ma oggi, se così fu, non rimane più alcuna testimonianza.


Al momento tuttavia nessuno sa dire quale fosse il significato e gli scopi di tali strutture.
 Ma data la mole di lavoro che fu necessaria per crearle – progettate con pietre che pesano anche 250 chilogrammi – è chiaro che devono avere avuto una importanza unica per la comunità preistorica che un tempo abitava queste aree misteriose. 
Non è da escludere che sulle isole si celebrassero feste importanti o fossero usate in rituali mortuari. 

 Fonte: businessinsider.com

venerdì 7 giugno 2019

Pietre di Ica: cosa sono e che origine hanno le misteriose incisioni?


Si tratta di oltre 15 mila pietre di andesite, una roccia ricca di silicati tipica delle Ande, che furono collezionate dal medico Javier Cabrera Darquea a Ica, in Perù.
 Cabrera ricevette la prima pietra incisa come regalo di compleanno nel 1961. 

Molte di queste pietre recano incisioni che mostrano uomini e dinosauri, ma anche attrezzi che qualcuno assimila a telescopi, bizzarre macchine volanti e strumenti per pratiche chirurgiche assolutamente avanzate per l'epoca.






Molti scienziati le hanno studiate, e la maggior parte di essi fa risalire le pietre a 12mila anni fa (informazione che si ricaverebbe dallo stato di ossidazione delle superfici incise): per quanto riguarda le incisioni, si ritiene che si tratti semplicemente di falsi, realizzati anche alla buona, usando trapani da dentista. 
A che scopo? 
Rivenderli come souvenir ai turisti (e uno dei produttori avrebbe anche confessato). 


 C’è però anche un filone minoritario che crede alla misteriosa veridicità di queste pietre.
 I membri di una spedizione archeologica spagnola ha infatti affermato di aver trovato alcune di queste pietre non al mercato nero, ma in un contesto di scavo, e di averle datate attorno a 100 mila anni fa.

 Un po' di mistero, dunque, almeno per adesso rimane... 


 Fonte: focus.it

giovedì 30 maggio 2019

La Sardegna e il popolo di Shardana, tra miti e ipotesi archeologiche


Tra le molte popolazioni mitiche proliferate in Italia in ogni tempo, si può forse inserire anche quella degli Shardana. 
 Di loro tutto è supposizione, tutto è mitizzato, niente certo o molto poco.
 In più, a quel poco che sappiamo di reale, sono stati aggiunti nel susseguirsi delle epoche altre teorie, resoconti di racconti pseudo –fantastici, testimonianze ritrovate presso altri popoli molto più conosciuti e documentati; insomma degli Shardana si sa poco ma si immagina molto …

 Tra le tante storie non documentate della loro origine c’è anche quella che furono uniti come popolo in Sardegna da Shard, anch’essa figura più che mitologica che alcuni addirittura presentano come un fratello di Ercole. 
 Eracle o Ercole è stato nell’antichità effettivamente molto presente come culto e (pare) anche personalmente nell’Italia meridionale, ce ne sono notevoli tracce documentate anche presso il popolo dei Sanniti , ma che avesse un fratello di nome Shard, quindi figlio di Alcmena, oltre al noto Ificle, non c’è n’è in verità traccia nella mitologia romana e greca o precedente.


Un’altra ipotesi nasce dagli scritti del I° secolo a.c. di Sallustio, secondo cui Sard sarebbe stato un figlio di Ercole venuto dalla Lidia con molti uomini per abitare in Sardegna, ma dalla mitologia classica non risulta che l’eroe greco abbia avuto figli con questo nome. 
Più mitologicamente corretta potrebbe essere invece l’affermazione di Diodoro Siculo quando scriveva che Ercole inviò il nipote Iolao e i suoi figli in Sardegna per fondare una colonia dopo aver portato a termine le dodici fatiche, tesi confermata anche da scritti Pseudo Aristotele.

 C’è di vero che la figura di Sard o Sardo, chiunque sia stato, è in ogni caso rimasta presente nella mitologia sarda al pari di un Dio che cambiò addirittura il nome dell’isola da Ichnusa a Sardegna. Puntualizzato questo, possiamo procedere all’analisi dei vari misteri che accompagnano gli Shardana, come ad esempio la forma degli elmi e delle imbarcazioni, così simili a quelli vichinghi, ma anche qui subito ci imbattiamo in una curiosità inspiegabile, perchè l’archeologia ha in realtà dimostrato che i tanto famosi elmi vichinghi con corna non esistevano o non venivano usati in battaglia, non ne sono mai stati trovati e sono presenti in pochissime illustrazioni. 

L’uso di questi elmi era forse riservato solo alle cerimonie, ne esistevano invece, (e questo è documentato) di questa fattura sulla testa dei guerrieri Shardana e sono moltissime le statuine in bronzo di varie misure ritrovate in Sardegna con queste vestigia guerriere. In verità di elmi cornuti se ne sono trovati in Italia anche in Liguria e presso i Sanniti stanziali nel Molise e Abruzzo.

 La tipica spada, lo scudo rotondo con dentro le altre spade, l’elmo con corna sormontato da un ovale o un cerchio, tipici dei guerrieri sardi, possono bastare per far identificare il popolo Shardana con quello sardo della civiltà nuragica?


L’archeologia egiziana ha riportato alla luce iscrizioni, documenti, graffiti in cui i guerrieri Shardana erano raffigurati in ogni dettaglio della loro tenuta guerriera e in effetti era molto simile a quella dei bronzetti ritrovati in Sardegna. 

Famosi per la loro combattività, gli Shardana sembra che amassero molto scorrazzare nel Mare Mediterraneo in cerca di popoli da razziare e perfino gli allora potentissimi imperi egiziani ne fecero le spese più volte.

 I primi scritti che lo testimoniano si trovano in documenti della XVIII° dinastia egizia del 1350 a.c., ma anche nei testi ugaritici ritrovati in Siria dove appunto la città di Ugarit fu distrutta da questi “popoli del mare”. 
Tra loro si fa preciso riferimento agli Šrdn/Srdn-w, descritti come pirati e mercenari.


Ramses II° nel 1278, poi il figlio Meremphta, poi Ramses III° sconfissero invasioni e saccheggi dei “popoli del mare” e pare che ogni volta arruolassero nelle proprie file i valorosi guerrieri Shardana catturati; nel 1274 alla battaglia di Qadesh, questi guerrieri fecero addirittura parte della guardia personale del faraone.

 Quando poi i “popoli del mare” sconfissero Ramses III° , acquisirono il possesso di parte del territorio di Palestina dove si insediarono. 
E’ certo che anche gli Shardana vi si stabilirono, non si parla invece, presso gli Egizi, della loro provenienza dalla Sardegna. 


 A questo punto si potrebbe anche citare la versione, invero molto improbabile, secondo la quale il popolo Shardana, venuto chissà da dove e posta base in suolo palestinese, sarebbe stato guidato da un certo Shardan (che dovrebbe essere tradotto come “salvato dalle acque”) verso la libertà quando, dopo essere entrato a far parte delle tribù presenti in Palestina, si sarebbe ritrovato sotto il dominio dei faraoni. 

Questo racconto che ricorda molto la storia di Mosè, è stato spesso accostato ad ogni popolazione mitica che si rispetti come altri già conosciuti che vedremo poi, gli Shardana non fanno eccezione e sono stati anche loro ricoperti di miti già sfruttati e narrati per altri popoli.


Al contrario, l’ipotesi archeologica che il popolo degli Shardana sia originario della Sardegna è recente e si basa soprattutto sulla possibile sovrapposizione delle rappresentazioni dei guerrieri nei graffiti egizi pervenute a noi e la gran quantità di sculture di varie misure in bronzo trovate in Sardegna.

 Se questo corrispondesse a verità ci sarebbe stata una popolazione che centinaia di anni prima del X°secolo a.c., partendo dalla Sardegna, avrebbe costruito un impero marinaro nel Mediterraneo con basi dall’Asia minore alle coste della Spagna, all’Africa settentrionale, alla costa tirrenica. 

 E’ documentato che furono espertissimi navigatori e combattenti di mare, dotati di navi molto ben progettate per il loro tempo. 
Tra le piccole sculture in bronzo pervenuteci, ce ne sono molte ispirate a soggetti di navi che poi si sono rivelate anche lampade votive. 
La forma ricorda molto quella dei “Drakkar” vichinghi, con la prua adorna di testa animale dalle lunghe corna, ma presenta invece un albero che ha sulla sommità uno stravagante disco con delle corna, certo inadatto a sostenere vele. 

L’assiduità di questa rappresentazione tenderebbe ad escludere che questa particolarità sia dovuta all’uso eventuale di lampada e rafforzerebbe l’idea che effettivamente le navi avessero qualcosa che ancora oggi resta un mistero.


A questo punto le teorie archeologiche più ardite si spingono oltre la fantasia e si arriva a congetturare che gli Shardana, abilissimi navigatori, si fossero spinti oltre le “Colonne d’Ercole” e abbiano risalito le coste europee fino alla penisola scandinava dove, i loro elmi adorni di corna sarebbero rimasti così impressi nella mitologia dei popoli autoctoni fino a diventare l’effige dei valorosi guerrieri vichinghi. 

Quindi, gli Shardana, dopo essere stati i portatori di uno stile di vita guerriero efferatamente predatore, sarebbero ridiscesi diffondendosi in Europa, per poi scomparire a poco a poco mescolandosi con le popolazioni dei vari luoghi, rimanendo presenti alla fine solo nell’isola di Shardana , ovvero in Sardegna.
 Ma la provenienza autoctona sarda degli Shardana è comunque tutta da provare, sembra infatti stridere il confronto con altri reperti di età nuragica che dimostrano usi e costumi molto diversi. 

L’innegabile corrispondenza di vestiario nelle rappresentazioni bronzee però tende a scartare l’ipotesi che non ci sia stata una congruenza, così si è ipotizzato che gli Shardana potessero essere un popolo proveniente dal Mediterraneo orientale insediatosi in Sardegna nel XIII° secolo a.c., chissà per quale motivo, forse in fuga da una rovina o più probabilmente per muovere guerra all’ Egitto e infine stanziatosi dove già era presente la popolazione nuragica.

 In questo caso non sarebbe stata la Sardegna a dare nome al questo popolo, ma il popolo Shardana a dare il nome di Sardegna alla sua nuova patria ed anche gli scritti e parte dei miti già citati troverebbero corrispondenza.


E’ certo che nel 929 a.c., il dominio dei popoli del mare, di cui non è ancora chiara la parte riservata agli Shardana, era ben esteso in tutto il Mediterraneo, ma si narra che proprio in quell’anno iniziò il suo declino, in realtà rovinoso e fulmineo.

 Fonti non accreditate recitano che il vulcano sottomarino Marsili situato a 140 km a nord della Sicilia e a circa 150 km ad ovest della Calabria, esplose causando uno tsunami che sommerse parte della Sardegna e delle coste italiane, il popolo Shardana ne fu distrutto, e non raggiunse più l’espansione precedente.
 Si è addirittura avanzata l’ipotesi che il mito di Atlantide sia nato da quell’evento. 


 Mitologia, congetture, ipotesi sono talmente legate a questo popolo che se ne potrebbe parlare per giorni, ma la verità è forse percepibile, oppure si può arrivare almeno a scartare le ipotesi più fantasiose, con il buon senso e la ricerca. 
E’ infatti poco probabile che il vulcano Marsili abbia avuto una tale eruttiva prorompenza: situato a grandissima profondità, non avrebbe mai potuto provocare un cataclisma del genere, allora come oggi. 
E’ probabile quindi che il regno dei popoli del mare,(di cui facevano parte anche gli Shardana pervenuti chissà da dove fino in Sardegna), sia finito perché fagocitato dalle altre popolazioni autoctone e dal crescente dominio greco nel Mediterraneo.


 E’ però un dato di fatto che la Sardegna attorno al X° secolo a.c. abbia conosciuto una civiltà molto sviluppata e intensa, prova ne sono anche le grandi sculture nuragiche dette “Giganti di Mont’e Prama” antecedenti ai bronzi, tra le più antiche sculture a tutto tondo rinvenute nell’area mediterranea dopo quelle egizie. 

 Fonte: mcarte.altervista.org

martedì 21 maggio 2019

Manoscritto Voynich: è stato davvero decifrato il codice più misterioso della storia?


Sembra sia stato finalmente decifrato il 'codice' del testo più misterioso del mondo, il manoscritto Voynich.

 Il documento, che risale alla metà del '400, è scritto in una lingua romanza molto antica ed estinta, ed è una sorta di enciclopedia illustrata realizzata da un gruppo di monache domenicane per Maria di Castiglia, all'epoca regina di Aragona.


 Nell'impresa di scorprirne le chiavi di lettura sarebbe riuscito Gerard Cheshire, ricercatore dell'università britannica di Bristol, che ha pubblicato il risultato della sua ricerca sulla rivista "Romance Studies".
 Dalla ricerca emerge che il manoscritto sarebbe un compendio di rimedi erboristici, bagni terapeutici e letture astrologiche riguardanti questioni di cuore, di mente e di riproduzione, secondo le credenze del periodo. 

"Quando ho realizzato l'entità del risultato, sia in termini di importanza linguistica che di rivelazioni sulle origini e il contenuto del testo mi sono sentito incredulo ed eccitato", ha detto Cheshire. 


Conservato nell'università americana di Yale, il manoscritto prende il nome dall'antiquario polacco Wilfrid Voynich che lo acquistò nel 1912, anno in cui il suo luogo di origine, il Castello Aragonese di Ischia, è stato acquistato da privati.
 E' stato mostrato per la prima volta al pubblico nel 1915 e da allora le sue intriganti illustrazioni e i simboli sconosciuti hanno catturato l'immaginazione degli studiosi di tutto il mondo.






Il documento contiene anche una bellissima mappa che racconta la straordinaria missione di salvataggio via nave, guidata dalla regina Maria, per salvare i sopravvissuti di un'eruzione vulcanica vicino all'isola di Vulcano, nel 1444.


Secondo Cheshire, a rendere così affascinante il manoscritto è l'uso di una lingua estinta che ha preceduto le lingue romanze moderne, delle quali fa parte l'italiano, e che era utilizzata nel linguaggio quotidiano, ma non in quello scritto: il suo alfabeto combina simboli familiari ad altri insoliti, usa le lettere come punteggiatura ed è costellato di abbreviazioni di parole latine.


Ma la sua versione non convince tutti, in primis Lisa Fagin Davis, direttrice della Medieval Academy of America che spiega: 

 “Come la maggior parte delle interpretazioni sul manoscritto Voynich, anche questa versione è ambiziosa: Cheshire inizia teorizzando che cosa potrebbe significare una particolare serie di segni, di solito per via della prossimità di una parola con un’immagine che crede di potere interpretare.
 Poi consulta il maggior numero possibile di dizionari medievali di lingue romanze fino a quando trova una parola che sembra adattarsi alla sua teoria.
 In seguito sostiene che la sua teoria è corretta, visto che ha trovato una parola in una lingua romanza che ben si adatta alle sue ipotesi. Le sue traduzioni da ciò che è essenzialmente una farneticazione, un amalgama di più lingue, sono ambizioni più che traduzioni vere e proprie”, scrive la studiosa che smonta poi anche l’ipotesi di una lingua protoromanza: “L’argomento di fondo di tutto questo, cioè che ci sia una cosa come una “lingua protoromanza” – è completamente priva di prove e in contrasto con la paleolinguistica. Infine, la sua associazione di particolari segni con determinate lettere dell’alfabeto latino è ugualmente priva di prove.
 Il suo lavoro non è mai stato analizzato da altri suoi studiosi indipendenti e alla pari”.

 Fonte:repubblica.it
           greenme.it

martedì 14 maggio 2019

La cittadella fortificata di Milazzo: storia , leggende e curiosità


Se è forse normale che nei luoghi dove le dominazioni e le stratificazioni storiche si susseguono l'una dopo l'altra, abbondino anche leggende e misteri, è vero anche che Milazzo raccoglie racconti sepolti in epoche lontane e gesta di eroi recenti.
 Una città che sa cosa vuol dire legarsi alle proprie tradizioni, rispettarle e tramandarle negli anni per farsi custode di un'identità precisa.


La città fortificata di Milazzo, comunemente nota come 'il Castello', sorge sui luoghi dei primitivi insediamenti greci, romani, bizantini, musulmani, ma i primi documenti risalgono al periodo normanno (XI-XII sec.) quando viene edificato il Mastio. 

Federico II di Svevia Hohenstaufen (XIII sec.) grazie all'ingegno di Riccardo da Lentini, amplia la fortificazione attorno al Mastio. Dopo un breve periodo sotto la dominazione Angioina, subentrano gli Aragonesi; sotto Alfonso il Magnanimo il castello viene ristrutturato e alla fine del '400 per volontà di Ferdinando il Cattolico, viene costruita la 'Cinta aragonese', che ingloba la struttura federiciana. 

Si ritiene che nei primi decenni del 1500 inizino i lavori per la costruzione della 'Cinta spagnola', struttura che include il vecchio abitato medievale che in quest'area si era sviluppato nel corso dei secoli e che è in parte visibile negli scavi all'interno. 

Tra il '600 e il '700, qui erano presenti vari edifici civili come il Palazzo dei Giurati situato di fronte al Duomo Vecchio. 

Nel 1860 dopo la conquista di Garibaldi, l'esercito borbonico abbandona il presidio che aveva nel castello.
 Dal 1880 al 1959 la struttura viene adibita a carcere. 

Dopo un lungo periodo di abbandono e incuria, tra il 1991 e il 2002, e tra il 2008 e il 2010, il complesso è stato oggetto di due importanti restauri. 


 Tra le leggende più antiche c'è quella che risale al secondo poema epico di Omero, l'Odissea. 
Sembra, infatti, che i racconti omerici, che parlano di Polifemo e della cattura di Ulisse dopo il nubifragio, collochino la grotta del ciclope proprio a Milazzo: Polifemo governava gli armenti del dio Sole nella terra detta Chersoneso d'oro, Aurea Chersonesus, cantata dai greci come terra bella, fertile e dal clima ideale. 

Poco importa che gli studiosi siano meno convinti, e che questa terra dei Ciclopi sia a volte collocata vicino ad Aci Trezza, altre volte presso le isole Egadi, altre ancora sulle rovine della città antica di Erice, il fatto è che a Milazzo, sotto la Rocca e il Castello, c'è una spelonca veramente grande tanto da ospitare un gigante come Polifemo, tanto da essere stata sede di un locale famoso negli anni Settanta e tanto da essere ora abbandonata e non visitabile.


Se il fantasma di Polifemo ancora stenta a mostrarsi, sembra che quello del Castello compaia nelle "serate buie e tempestose". 

Si tramanda che una ragazza dovesse prendere i voti, ma si fosse innamorata di un soldato. 
Venne scoperta insieme all'amato e costretta a entrare in un convento di clausura, ma questo non bastò a fermare il loro amore. L'epilogo di questa storia non poteva che essere tragico: gli amanti furono sorpresi insieme anche dopo la clausura, la ragazza subì una punizione infernale, poiché venne murata viva all'interno del Monastero.
 Tuttavia dei suoi resti non si ebbe notizia fino al 1928 quando venne ritrovato un cadavere da alcuni detenuti (il castello è stato anche un carcere per molti anni). 
Analizzato, si scoprì che non era il cadavere di una donna, ma quello di un soldato disertore irlandese. 

E se il fantasma di questa giovane donna si aggirasse ancora per farci scoprire dove si trovano le sue spoglie?


C'è qualcuno o "qualcosa" che da anni scruta l'orizzonte verso Oriente.

 Lungo le mura medievali si stagliano due occhi realizzati in pietra lavica: alcuni invece riconoscono uno scarabeo con le sue ali e le sue antenne.
 La simpatica decorazione è davvero singolare poiché ad oggi non si conosce la sua funzione. 

Alcuni lo vedono come una sentinella, altri come semplice decorazione, altri come simbolo di rinascita o di imbattibilità.

 Negli ultimi anni qualche studioso milazzese ha pensato di legare le ali dello scarabeo a dei quadranti solari e ne sta osservando e registrando "il comportamento" rispetto alla luce solare. 

Vedremo dove porterà quest'affascinante interpretazione, intanto continuiamo a fantasticare. 

 Fonte: travel.fanpage
            etnaportal.it
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