mercoledì 23 gennaio 2019

E' spuntata in Turchia una nuova città arcobaleno


Un'altra città arcobaleno.
 L'invasione di colori questa volta sta trasformando Kusadasi, città turistica della costa occidentale del Mar Egeo, in Turchia. 
Il suo borgo è stato suddiviso in spicchi secondo precise gradazioni di colori, creando così sulla collina un arcobaleno visibile 365 giorni l'anno.
 I lavori saranno completati entro aprile. 

 La sbalorditiva trasformazione si potrà vedere anche dal mare, mentre si attracca al porto, e non mancherà di stupire i tanti turisti che scelgono questa meta per trascorrere le vacanze o che passano da qui in crociera o come punto di partenza per visitare la regione e le rovine classiche di Efeso.

 Kusadasi significa «isola degli uccelli», proprio perché è la via di accesso a Guvercinada, Pigeon Island, isoletta collegata alla terraferma da una stretta strada artificiale. Il suo turismo spesso si ferma al porto e al lungomare, dove si trovano gli hotel e i ristoranti. 
Ma ora questa trasformazione vuole portare i vacanzieri anche in «alto», nell'antico borgo decisamente trascurato, che ora si prepara a vivere una nuova vita grazie ai suoi incredibili colori.


Più di 400 case sono state totalmente pitturate nell'ambito del progetto «Let's color» promosso da AkzoNobel con l'intento di colorare il mondo e ridare nuova vita ai luoghi con vernice e pennelli, e l'aiuto di tutto la comunità.

 «Questo è un luogo cruciale per noi, visto che è il primo posto che i turisti vedono della Turchia quanto arrivano al porto», sostiene il sindaco Ozer Kayali.
 «È un panorama sorprendente, motivo per cui crediamo che questo progetto darà un grande contributo alla nostra comunità». 

 Fonte: lastampa.it

Ocean Cleanup, un guasto ferma il sistema per ripulire i mari


A pochi mesi dalla partenza, il Sistema 001 Wilson, un galleggiante a ferro di cavallo lungo 600 metri per la rimozione di materiale plastico accumulato nell’isola galleggiante più estesa del pianeta, mostra i primi segni di malfunzionamento. 
A diffondere la notizia è Boyan Slat, fondatore e amministratore delegato della Ocean Cleanup, compagnia olandese che dal 2013 si è lanciata nella sfida di liberare almeno in parte gli oceani dalle tonnellate di plastica che li invadono.

 Secondo quanto riportato dalla notizia rilasciata da Ocean Cleanup, il 29 dicembre sarebbe stato rilevato un guasto strutturale al Sistema Wilson. 

Slat parla del distaccamento di una sezione terminale del Sistema 001, lunga 18 metri, individuata dai membri del team.
 La causa della frattura potrebbe essere attribuita al forte stress localizzato cui il materiale è sottoposto, tuttavia ulteriori analisi faranno più chiarezza sulla questione.

 Il resto del Sistema, precisa Slat, permane in perfette condizioni, senza alcuna possibilità di girarsi su sé stesso o senza nessun tipo di danno né perdita di eventuali materiali che potrebbero danneggiare l’ambiente o mettere a rischio la sicurezza del personale o delle navi.


Il Sistema 001 Wilson, ideato dal giovanissimo inventore Boyan Slat, è diventato una realtà l’8 settembre del 2018, quando ha lasciato la baia di San Francisco per essere trasferito in corrispondenza del Great Pacific Garbage Patch (GPGP), l’isola di plastica del Pacifico tra Asia e Nord America.

 Dopo una serie di test durati settimane, volti a monitorare il comportamento del sistema in mare, il 16 ottobre Wilson ha finalmente raggiunto il sito stabilito per dare il via alla pulizia.
 Con una flotta di altri 60 sistemi identici a Wilson, l’ambizioso progetto della Ocean Cleanup potrebbe rimuovere il 50% della plastica dal Great Pacific Garbage Patch in soli 5 anni.
 Ma non finisce qui: entro il 2040 l’obiettivo di Slat è quello di eliminare il 90% dei materiali plastici galleggianti sugli oceani di tutto il mondo.

 Essendo le due estremità di Wilson punti di installazione di satelliti e dispositivi di navigazione, la decisione della compagnia in seguito all’accaduto è stata quella di trasportare il Sitema 001 fino al Porto di Honolulu per cercare una soluzione al danno e riprendere il largo quanto prima possibile.

 L’idea di Ocean Cleanup di trascorrere più tempo in mare in questa prima spedizione per raccogliere quanti più dati possibili sull’interazione tra il sistema e la plastica galleggiante, deve ora andare incontro ad un periodo di pausa che metterà alla prova le conoscenze e abilità degli esperti, ma non solo spiega Slat, «ci darà l’opportunità per apportare miglioramenti al sistema». 

 Non è di certo la prima sfida che la compagnia affronta né l’ultima a cui andrà incontro.
 Già dopo circa 6 settimane di permanenza di Wilson in mare, il sistema riportava un problema nella capacità di cattura della plastica. 
Wilson sembrava essere in grado di attrarre e concentrare la plastica, ma non di immagazzinarla per un suo successivo smaltimento.
 Secondo gli esperti una delle possibili cause era la velocità troppo ridotta del sistema che gli impediva di trattenere il materiale.
 Per ovviare a tale problema le due estremità furono allungate con l’aggiunta di ulteriori elementi in modo da incrementare la superficie esposta al vento e aumentare così la velocità del sistema, ma nemmeno questa soluzione sembrò funzionare.
 La nuova proposta fu quella di rimuovere gli annessi e focalizzarsi sulla cosiddetta locking line, ovvero la distanza che separa le due estremità del sistema. 
Purtroppo i test non durarono a lungo per studiarne gli effetti, proprio a causa del malfunzionamento registrato dopo alcune settimane che vede ora Wilson muoversi in direzione delle Hawaii rimorchiato dalla nave Maersk Launcher. 


 Non ci sono dubbi sul fatto che l’intero progetto sia di per sé un’idea sensazionale e innovativa con obiettivi concreti.
 Gli ostacoli sono molti e mettono a dura prova il team che tuttavia non si fa intimorire dagli inconvenienti.
 La determinazione di Ocean Cleanup nel dare un nuovo volto all’oceano è pronta ad affrontare qualsiasi difficoltà.



FONTE: RIVISTANATURA.COM

La raganella con l'artiglio delle Ande ecuadoriane


Questa bellezza dalla pelle cinerea punteggiata d'oro era rimasta finora inosservata, perfettamente camuffata tra i sassi e gli arbusti di fiume di una foresta andina.
 Finché non è stata scoperta e descritta, per la prima volta, da un gruppo di biologi dell'Università Cattolica dell'Ecuador, che l'hanno ribattezzata Hyloscirtus hillisi (in onore di David Hillis, uno scienziato statunitense che negli anni '80 ha largamente contribuito allo studio degli anfibi delle Ande).

 La nuova specie, che raggiunge i 6,5-7 cm di lunghezza, è stata trovata in una piccola foresta di una remota montagna tabulare della Cordillera del Cóndor, un'area praticamente inesplorata delle Ande orientali, raggiungibile solamente con due giorni di marcia a piedi su un versante scosceso.

 Curiosamente, presenta una sorta di artiglio alla base del prepollice, una sorta di dito nell'arto anteriore: la funzione di questo aculeo non è nota, ma potrebbe servire a scopo difensivo o nelle lotte tra maschi rivali.

Nonostante sia appena stata scoperta, la raganella è già a rischio estinzione. 
Si distribuisce infatti in un'area molto ridotta, vicino a un grande sito di scavi minerari gestito da una compagnia cinese.

 Di recente la Ong Amazon Conservation aveva documentato la distruzione dell'habitat in questa regione. 


Fonte: focus.it
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