venerdì 27 novembre 2015

L'Uroplatus Phantasticus, il geco satanico dalla coda a foglia


Questa particolare specie appartenente al genere degli Uroplatus, comunemente detta “geco satanico dalla coda a foglia” vive tra le foreste del Madagascar, mimetizzata tra gli alberi.
 Le sue principali risorse evolutive sono, neanche a dirlo, la forma e il colore. Quando perfettamente immobile, infatti, si trasforma nella perfetta imitazione di una foglia secca, persino un po' mangiucchiata dai parassiti. 
Per questo passa intere giornate appeso a testa in giù, in attesa del momento giusto per balzare all’attacco. 
Se minacciato, si appiattisce sulla corteccia per nascondere la sua ombra e spalanca la bocca dall’interno rosso fuoco, con la precisa finalità di spaventare gli eventuali predatori.
 Il naturalista belga George Albert Boulenger (1858 – 1937) fu talmente colpito dall’avvistamento improvviso di questo animale che arrivò a considerarlo un prodotto della sua fantasia, attribuendogli il suffisso latino di phantasticus (immaginario).



Come tutti i suoi vicini biologici della famiglia gekkonidae, inclusi quelli che abitano la penisola italiana, il geco satanico è di abitudini notturne e si nutre prevalentemente di insetti, benché non disdegni occasionalmente di consumare nettare o frutta di vario tipo.
 Lui, però, a differenza dei cugini europei può raggiungere la rispettabile lunghezza di 15 cm circa, inclusa l’incredibile coda piatta e sfrangiata, un’elemento che lo accomuna agli altri gechi del suo ambiente naturale. 
In caso di necessità quest’ultima può essere abbandonata dall’animale, ricrescendo dopo qualche settimana.
 Questo geco presenta anche un’altra singolare caratteristica, un po' inquietante: il maggior numero di denti sottili ma tremendamente affilati.
 Dote che sfrutta ogni notte quando, al calare delle tenebre, inizia la sua famelica ricerca di grilli, falene o cavallette da fagocitare, voracemente, proprio come il piccolo drago cui tanto rassomiglia nell’aspetto.








Purtroppo, lo sfruttamento fuori controllo delle foreste tropicali, ambiente naturale dell’Uroplatus Phantasticus, e le difficoltà incontrate nell’allevarlo in cattività lo hanno reso una creatura a rischio d’estinzione.
 Il WWF l’ha classificato tra i 10 animali più ricercati al mondo dai collezionisti, ed avere un suo esemplare nel terrario costituisce un’ambizione di molti appassionati di erpetologia. 
Ciò purtroppo ne alimenta il commercio abusivo, pericolo ulteriore per la sua sopravvivenza. 

 Tratto da http://www.jacoporanieri.com/

Palmira: quel che resta della “sposa del deserto” dopo la distruzione dell’Isis


Palmira fu un vitale centro carovanico, tanto da essere soprannominata “La sposa del deserto” per i viaggiatori e i mercanti che attraversavano il deserto siriano, punto di passaggio tra Occidente e Oriente… una città bellissima grazie alla sua posizione strategica, lungo la cosiddetta “scorciatoia del deserto”; una via che conduceva dal Golfo Persico fino al Mediterraneo.
 Qui, fin da epoca lontanissima, sostavano le carovane che trasportavano merci dalla Mesopotamia, dall’India e perfino dalla Siria.
 Ma il nome Palmira è legato soprattutto ad una figura femminile: la regina Zenobia, moglie di Odenato, sovrano della città. 
Si trattava di una donna bellissima, molto ambiziosa che, dopo l’assassinio del marito, nel 267 d.C., prese il potere al posto del loro figlio Vabalathus. 
Roma rifiutò di riconoscere questo processo, anche perché Zenobia era sospettata di aver preso parte all’assassinio del marito. L’imperatore Valeriano, però, inviò un’armata per trovare un accordo con la regina.


Zenobia si scontrò con le truppe romane e le sconfisse; conducendo, poi, le sue legioni, contro la guarnigione di Bosra, allora capitale della provincia d’Arabia, invadendo con successo l’Egitto. Impossessatasi di tutta la Siria, di tutta la Palestina e di parte dell’Egitto, Zenobia (che sosteneva di discendere da Cleopatra) dichiarò indipendenza da Roma, coniando in Alessandria monete con impressa la sua immagine e quella del figlio, che assunse il titolo di Augusto (Imperatore).

 Aureliano, dopo aver sconfitto le truppe di Zenobia in Antiochia e a Homs nel 271 d.C., assediò Palmira. 
Zenobia venne mandata a Roma come trofeo nel 272 d.C., dove affrontò la parata di trionfo di Aureliano, legata in catene d’oro. Successivamente, liberata, sposò un sentore romano, vivendo i suoi giorni a Tivoli. 
Fu nel 634 d.C. che la città uscì dai libri di storia, cadendo nelle mani di un’armata guidata da Khaled Ibn-al-Walid. 
Nel 1751, il viaggiatore inglese R.Wood, riscoprendo i resti di questa città spettacolare, scrisse:
 “scoprimmo allora in un solo momento la più grande concentrazione di rovine, tutte di marmo bianco, che ci fosse mai capitato prima di vedere”. 
Poco più tardi, invece, un filoso francese, Costantin Francois, avventuratosi fino a Palmira “per interrogare i monumenti antichi sulla saggezza dei tempi perduti” arrivò ad affermare, lui stesso incredulo, che : 
“l’antichità nulla ci ha lasciato né in Italia né in Grecia che sia comparabile alla magnificenza delle rovine di Palmira”.


Dalla fine dell’800 in poi, grazie a pazienti lavori di ricerca e di restauro, dalla sabbia sono emersi spettacolari monumenti che hanno attraversato i secoli, resistendo a devastazioni e terremoti, costituendo un’area di 140 ettari, Patrimonio Unesco dal 1980. Stupendo il Tempio di Baal, edificio religioso dedicato al dio fenicio Baal, assimilato al greco Zeus, edificato nel I secolo d. C, consacrato tra il 32 e il 38; mentre il colonnato e i propilei sono stati innalzati alla fine del III secolo. 
Il recinto sacro, di forma quadrangolare, è molto ampio, misurando 205 X 210 metri, contornato da un alto muro di cinta esterno, affiancato da un portico sorretto da un doppio colonnato. 
Il tempio ha due nicchie, una rivolta a sud ed una a nord, contenente, quest’ultima, la triade di divinità di Palmira (Baal, Yarhibol (Sole) e Agribol (Luna)). 
Numerosi sono i bassorievi con immagini di frutta offerta al Dio e, in primo piano, una palma, simbolo di Palimira.

 La via colonnata inizia di fronte l’ingresso del Santuario di Baal ed il suo primo tratto si conclude con l’arco severiano, a 3 fornici. Le colonne presentano mensole su cui venivano poste delle statue, con carreggiata larga 11 metri, affiancata da due portici di 7 metri.
 A Palmira sorgevano le terme di Diocleziano, non mancavano un luogo d’incontro come l’agorà e un teatro romano, edificato nella seconda metà del II secolo, utilizzato per spettacoli, con una buona sonorizzazione che permetteva di sentire l’eco della propria voce se posti nel centro dello spazio che veniva occupato dall’orchestra. Sulla collina che domina il sito archeologico, il castello.

 L’Isis ha conquistato Palmira a maggio. 

Ad agosto inizia l’opera di distruzione iconoclasta.


Il 19 agosto l’orrore assoluto: i miliziani decapitano l’antico custode della città della regina Zenobia, l’82enne archeologo Khaled Assad. 
Poi, in rapida successione, il 23 agosto, l’Isis fa saltare in aria prima il tempio di Baal Shamin, poi il 30 è la volta del monumento icona di Palmira, il tempio di Bel.
 Il 5 settembre tocca alle tombe a torre di epoca romana e, il 5 ottobre, l’arco di trionfo viene fatto saltare in aria, ridotto in polvere dai miliziani.






Fonte: meteoweb.eu

L'antico ginko biloba perde le foglie e trasforma il prato in un manto dorato


Vanta tantissimi primati perché oltre a essere di una straordinaria bellezza, questo ginko biloba è uno dei più antichi al mondo, esiste infatti da 1400 anni.

 Proprio in questi giorni, questo ginko che cresce all’interno delle mura del tempio buddista di Gu Guanyin, nelle montagne Zhongnan Shan in Cina, ha attirato migliaia di turisti da tutto il mondo, curiosi di vedere uno spettacolo davvero sorprendente: perdendo le sue foglie colorate di giallo intenso, la pianta ha creato un prato dorato.

 A giudicare da queste immagini sembra proprio una perfetta rappresentazione dell’autunno.






Dominella Trunfio
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