venerdì 26 maggio 2017

La misteriosa fortezza di Castel del Monte


Castel del Monte con la sua imponente struttura è un geniale esempio di architettura medievale che si trova a circa 60 chilometri da Bari, a 18 da Andria, in Puglia.
 Dal 1996, Castel del Monte è uno dei 49 siti italiani, inseriti nella World Heritage List dell’Unesco, grazie al suo valore artistico, paesaggistico e culturale.

 Costruito da Federico II di Svevia nel XIII secolo, il Castello domina il tratto delle Murge occidentali grazie alla sua massiccia struttura ottagonale. Seppur predomini l’architettura medievale, in realtà esso unisce diversi elementi stilistici, ci sono ad esempio le torri gotiche, i fregi interni in stile classico, i leoni dal taglio romanico e perfino mosaici che richiamano l’arte islamica.

 Castel del Monte è stato costruito nel 1240 ed era proprio la sede permanente della corte di Federico II, re del Regno di Sicilia dall’età di tre anni.
 Tutto il castello ruota attorno alla sua figura a tratti molto misteriosa.




Il fascino misterioso di Castel del Monte è dato dal suo rigore matematico che ruota appunto attorno ai numeri. 
La planimetria ottagonale è studiata in modo tale che crea particolari simmetrie di luce durante il solstizio e l’equinozio. 
 Una sorta di simbolismo che appassiona studiosi e turisti provenienti da tutto il mondo. 

Anche l’impianto militare è un enigma perché manca degli elementi che caratterizzano la maggior parte dei monumenti militari del periodo come le mura di cinta, il fossato e le stalle.


E poi c’è questo numero otto che ritorna sempre. 
Otto sono i lati della pianta, otto le sale del piano terra e del primo piano a pianta trapezoidale disposte in modo da formare un ottagono e otto sono le imponenti torri, ovviamente a pianta ottagonale, disposte su ognuno degli otto spigoli.
 Nel cortile interno probabilmente era presente una vasca anch’essa ottagonale.

 “Il cortile,come tutto l'edificio, dal contrasto cromatico derivante dall'utilizzo di breccia corallina, pietra calcarea e marmi; un tempo erano presenti anche antiche sculture, di cui restano solo la lastra raffigurante il Corteo dei cavalieri ed un Frammento di figura antropomorfa” si legge sul sito ufficiale.

 Le sedici sale, otto per ciascun piano, hanno forma trapezoidale e sono state coperte con un'ingegnosa soluzione: lo spazio è ripartito, in una campata centrale quadrata coperta a crocièra costolonata, ovvero con semicolonne in brèccia corallina a pianterreno e pilastri trilobati di marmo a quello superiore, mentre i residui spazi triangolari sono coperti da volte a botte decorate da elementi antropomorfi o zoomorfi. 
 I due piani sono collegati da tre scale a chiocciola, ma sicuramente è il corredo scultoreo ad affascinare di più grazie a tessere musive, piastrelle maiolicate, paste vitree e dipinti murali.







Dominella Trunfio

giovedì 25 maggio 2017

La leggenda del grande masso sospeso in Birmania


La Roccia d’Oro è situata in Birmania ed è uno dei luoghi naturalistici più incredibili al mondo.
 Famosa per la sua posizione completamente instabile, in equilibrio da quasi 2500 anni su un dirupo in cima al monte Kyaikto, questa roccia ha resistito nel tempo a venti e terremoti, che sono molto frequenti in questa regione, attirando ogni anno un numero sempre maggiore di turisti e viaggiatori.


Non è un caso però se questo masso ha mantenuto intatto il suo equilibrio: si tramanda infatti una leggenda che spiega il perché di questo fenomeno del tutto particolare e, a tratti, soprannaturale.

 Secondo la leggenda, questo equilibrio dipende da un sottile capello di Buddha, senza il quale la pietra scivolerebbe dal dirupo immediatamente. 

Originariamente di aspetto comune, oggi la roccia è chiamata dorata per le innumerevoli foglie d’oro che, negli anni, i fedeli hanno deciso di incollare sulla sua superficie: oggi infatti il grande masso risulta essere completamente dorato, brillando con la luce del sole.




Per godersi a pieno l’esperienza di visita di questo luogo fuori dal mondo, è consigliabile raggiungere la cima del monte a piedi, per chi ne fosse impossibilitato però c’è l’opportunità di essere accompagnati dai ragazzi locali, per la modesta cifra di circa 8 dollari, ed intrattenersi fino allo scendere del sole. 

 Turisti curiosi ed increduli, fedeli che pregano con intensa devozione e abitanti del luogo sono accomunati dallo stesso senso di meraviglia davanti a questa roccia. In particolare, davanti allo spettacolo del tramonto che si infrange con i suoi colori sul masso, le persone rimangono sbigottite da tutta questa bellezza. 
I riflessi dorati infatti rendono questa location ancora più magica, spingendo sempre più persone ogni anno a visitare questo autentico tempio di Buddha.


I cittadini del posto credono fermamente in questa leggenda, considerandola anche una risorsa importantissima di sostentamento per un paesino piccolo e dotato di ben poche attrazioni turistiche. Alcuni turisti invece, arrivano increduli, certi di trovare qualcosa di molto diverso da quello che hanno letto sulle guide turistiche, ma quando raggiungono la roccia non possono fare altro che constatare la reale immensità di questo paesaggio unico e straordinario.

 Fonte: http://siviaggia.it

mercoledì 24 maggio 2017

A Deir el-Bahari scoperte 56 giare con materiali per l’imbalsamazione


La missione archeologica spagnola-egiziana (che vede la collaborazione del Middle Kingdom Theban Project, l’Università di Alcala, il Ministero delle Antichità e l’Ispettorato di Luqsor) che lavora nella necropoli di Deir el-Bahari alla TT 315, la tomba di Ipi, ha riscoperto ben 56 giare contenenti materiali di imbalsamazione destinati per la mummificazione del vizir Ipi, supervisore di Tebe e personaggio di élite alla corte di Amenemhat I, sovrano fondatore della XII dinastia che regnò tra il 1994 e il 1964 a.C.

 Questa nuova scoperta è avvenuta durante i lavori di pulizia del cortile esterno della tomba di Ipi, precisamente all’interno di una camera ausiliaria situata nell’angolo nord-est.
 Anche questa volta si tratta di una riscoperta, in quanto i vasi erano già stati precedentemente individuati dall’egittologo americano Herbert Winlock tra il 1921 e il 1922 ed erano stati ricollocati dalla missione statunitense in una fossa di un metro e mezzo di profondità a pochi metri dall’ingresso della sepoltura.

 Si tratta della più grande collezione di materiale per l’imbalsamazione mai trovata finora risalente al Medio Regno. Il dottor Antonio Morales, direttore della missione spagnola, ha comunicato che il deposito dei materiali di mummificazione utilizzati per Ipi comprende metri e metri di bende impregnate di resine, oli e natron, residui biologici (come coaguli di sangue),diversi teli e lenzuola di lino lunghe anche quattro metri, rotoli di tessuto per ampi bendaggi, diversi tipi di stoffe, stracci, vari bendaggi di sei metri di lunghezza, nonché un sudario utilizzato per coprire il corpo di Ipi, uno scialle frangiato lungo 10 metri e piccole strisce destinate ad avvolgere le dita delle mani e dei piedi del visir.
 I vasi contengono inoltre diverse decine di sacchetti di natron (il tipo di sale usato nei procedimenti di essiccazione dei corpi da imbalsamare), i quali erano stati depositati nelle parti interne del corpo del visir, ed altri contenenti olii, sabbie e altre sostanze: un totale di 300 sacchetti circa tra sei e i dieci centimetri di diametro legati con bende lino.
 Tra i pezzi della collezione ritrovata ci sono anche dei grandi vasi di argilla del Nilo e marna, alcuni con sigilli, altri con segni ed iscrizioni in ieratico, tappi per vasi e un raschietto.








Nonostante siano trascorsi più di 4.000 anni non è affatto svanito il potere delle esalazioni delle sostanze utilizzate: il natron pizzica e fa quasi lacrimare gli occhi degli archeologi nonostante guanti e maschere di protezione, le resine e gli aromi utilizzati emanano ancora le loro fragranze. 

L’idea che dopo migliaia di anni sia possibile percepire nitidamente un odore molto profumato, come una sorta di incenso, ha dell’incredibile; di certo una bellissima sensazione, ricca di fascino e di romanticismo, una percezione che catapulta direttamente a quegli istanti in cui si stavano compiendo i riti che avrebbero impedito la decomposizione del corpo di Ipi e garantito la sua conservazione per l’eternità. 

 Salima Ikram, la famosa egittologa dell’Università Americana del Cairo che collabora con il progetto, ha identificato tra le decine di metri di tessuto intrecciato quello che sembra essere il cuore mummificato (quindi accuratamente trattato) di Ipi; una pratica sconosciuta che senza dubbio merita ulteriori indagini, in quanto il cuore solitamente veniva lasciato al suo posto nel corpo del defunto.

 L’identificazione dei materiali contenuti all’interno delle giare sarà di grande importanza per comprendere sia le tecniche di mummificazione utilizzate durante i primi anni del Medio Regno che il tipo di oggetti, strumenti e sostanze coinvolti nel processo di imbalsamazione, in quanto la tecnica di mummificazione in questo periodo non è ancora così chiara oltre al fatto che non era ancora così raffinata ed evoluta come nel Nuovo Regno, periodo in cui raggiunse il suo culmine. 

Le lunghe strisce di lino imbevute di natron e sangue saranno analizzate con gli strumenti di nuova tecnologia di cui dispone il team. Da questo studio emergeranno dati importantissimi che permetteranno di conoscere tanti aspetti ancora sconosciuti di questa pratica.

 L’opera di pulizia del cortile che ha permesso questa riscoperta era parte del progetto di studio archeologico ed epigrafico delle tombe di Henenu (TT 313) e di Ipi (TT 315), della camera funeraria e del sarcofago di Harhotep (CG 28023), nonché di conservazione e pubblicazione di questi ed altri monumenti tebani.

 Fonte: mediterraneoantico.it

lunedì 22 maggio 2017

Un sacrificio umano sotto il palazzo reale di Wolseong in Corea


Per la prima volta in un sito coreano sono state trovate tracce di un sacrificio umano rituale. 
Due scheletri risalenti al V secolo sono stati scoperti sotto le mura del Wolseong, o Castello della Luna, a Gyeongju in Corea del Sud, la capitale dell’antico regno di Silla. 
 «Questa è la prima prova archeologica delle storie sui sacrifici umani utilizzati per le fondamenta di edifici, barriere o mura», ha dichiarato Choi Moon-Jung, portavoce dell’Istituto Nazionale di Ricerca del Patrimonio Culturale di Gyeongju.
 La sepoltura di vittime ancora in vita insieme ai loro sovrani defunti, con l’obiettivo di servirli nell’aldilà, è ben nota nelle antiche culture coreane.


Come furono messe a morte le vittime di Wolseong non è ancora chiaro e bisognerà condurre ulteriori ricerche, ma non sembrano essere state seppellite vive.
 «A giudicare dal fatto che non ci sono segni di resistenza, devono essere stati inumati da incoscienti o da morti”, ha dichiarato il ricercatore Park Yoon-Jung. 
«Il folklore indica che gli uomini venivano sacrificati per appagare gli dèi e per supplicarli che gli edifici in costruzione durassero a lungo».

 I due scheletri sono stati rinvenuti fianco a fianco sotto l’angolo occidentale della mura del castello: uno era rivolto verso l’alto, l’altro con viso e le braccia leggermente verso il primo individuo. 

Silla fu uno dei tre regni emersi nella penisola coreana nel primo millennio, il quale riuscì alla fine a conquistare gli altri due e a unificare il territorio nel 668.
 In seguito si frammentò in tre ulteriori piccoli stati, denominati Tre Regni Posteriori, e nel 935 fu sottomesso dalla dinastia dei Koryŏ.

 I manufatti del periodo Silla comprendono alcuni dei tesori culturali più preziosi della Corea e i siti storici di Gyeongju sono una delle principali attrazioni turistiche.


Attualmente sono in corso d’esecuzione l’esame del DNA e altri test sui resti per determinare le caratteristiche fisiche, lo stato di salute, la dieta e altri attributi genetici.

 Tra i reperti scavati vi sono tavolette di legno con iscrizioni, e statuette animali e umane del VI secolo, tra cui una con turbante e vestiti simili a quelli indossati nell’antica civiltà centro-asiatica di Sogdiana.

 Fonte: ilfattostorico.com

venerdì 19 maggio 2017

Le coccinelle ripiegano le ali come origami


Quando una coccinella si prepara a spiccare il volo, l'effetto è spesso a sorpresa: l'insetto dalla forma apparentemente compatta si trasforma rapidamente in un oggetto volante dalle grandi ali dispiegate. 
Ma come fanno questi animali a riporre le proprie estremità in così poco spazio? Semplice: le ripiegano come fossero fogli per origami. 
L'effetto è stato studiato - non a caso - da un ricercatore giapponese.


Le coccinelle hanno lunghe ali che tengono ripiegate sotto l'elitra, un'ala anteriore sclerificata (indurita) dai colori sgargianti, che funziona da "custodia".

 Kazuya Saito, ricercatore dell'Università di Tokyo, ha realizzato con una resina polimerizzata a raggi UV (simile ad alcuni smalti per unghie semipermanenti) una custodia prostetica per ali trasparente che ha applicato a una coccinella sotto anestesia.
 Così è stato possibile osservare "in diretta" i processi di dispiegamento e ripiegamento delle ali.
 Queste sono provviste di venature che servono da guida per la piegatura quando la fase di volo è finita. 
A riposo, le lunghe ali giacciono piegate con una configurazione "a Z".
 Quando serve, si dispiegano in modo elastico, fornendo una spinta aggiuntiva per il volo.




«Di solito le strutture trasformabili richiedono molte componenti come giunture o parti rigide.
 Le coccinelle utilizzano invece la flessibilità e il comportamento elastico per compiere trasformazioni complesse a partire da strutture molto semplici» spiega Saito. 

Il meccanismo potrà aiutare a realizzare pannelli solari pieghevoli e salva spazio, ali estraibili per veicoli compatti o semplicemente ombrelli più efficienti. 

 Fonte: .focus.it

giovedì 18 maggio 2017

Scoperta una catacomba con 17 mummie nel sito di Tuna el-Gebel, in Egitto.


Gli archeologi hanno scoperto una catacomba sotterranea con numerosi corridoi pieni di mummie, in un antico cimitero nel sito di Tuna el-Gebel, in Egitto.
 Nella catacomba si può entrare solo attraverso uno stretto condotto che conduce sottoterra. 

«È la prima necropoli umana trovata nel centro dell’Egitto con un tale numero di mummie», ha detto Salah al-Khouli, professore all’università del Cairo e direttore della missione archeologica. «Potrebbe indicare la presenza di una necropoli molto più grande». Questo gruppo di “mummie non reali”, un dedalo di corridoi sotterranei, ospitava “17 mummie e un certo numero di sarcofagi” scolpiti nella pietra o con l’argilla.


Si tratta del primo ritrovamento nell’area dopo la scoperta di una necropoli di animali da parte dell’archeologo Sami Gabra, tra il 1931 e il 1954.

 Le prime ricerche erano cominciate un anno fa coi rilevamenti radar nella zona adiacente a quella necropoli.
 I dati indicavano una serie di pozzi funerari, che hanno poi portato ai corridoi e alle mummie.
 Finora ne sono state trovate 17 insieme ad alcuni sarcofagi, due dei quali sono in argilla e a forma antropoide, mentre gli altri sono di pietra.
 Al-Khouli dice che uno dei sarcofagi in argilla è in buone condizioni, l’altro è invece parzialmente danneggiato.


Gli archeologi hanno anche scoperto “bare per animali” e “due papiri scritti in demotico”, una forma di scrittura geroglifica semplificata, utilizzata dalle ultime dinastie egizie fino all’epoca romana.
 Le mummie potrebbero risalire al Periodo tardo (712-332 a.C.) ma secondo il portavoce del ministero Nevin al-Aref potrebbero anche essere datate al periodo tolemaico (332-30 a.C.). 
 «È una scoperta che risale al periodo greco-romano», ha detto Mohamed Hamza, a capo degli scavi archeologici per conto dell’Università del Cairo, che parla di una scoperta “senza precedenti”. 
Precisa che il sito archeologico di Tuna el-Gebel custodisce alcune vestigia di quest’epoca, “tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C.”. Inoltre, il Ministero ha anche annunciato la scoperta in un sito vicino di “costruzioni funerarie romane in argilla, nelle quali sono state trovate monete, lampade e altri oggetti domestici”.

 Fonte: ilfattostorico.com

L’isola di Henderson è il luogo più inquinato del Pianeta


Il punto del Pianeta più inquinato dalla plastica è una piccola isola corallina del sud dell’Oceano Pacifico. Henderson, territorio annesso alla colonia delle isole Pitcairn, è letteralmente sommersa dalla plastica.
 A dirlo è uno studio condotto dai ricercatori dell’University of Tasmania da cui emerge che sull’isola sono presenti 37.7 milioni di pezzi di plastica. 
«L’isola di Henderson è l’esempio concreto di come i rifiuti contaminino l’intero Pianeta – ha detto la dottoressa Jennifer Lavers – Secondo le nostre stime, ogni giorno qui si depositano 3.570 pezzi di plastica».


Ma come ha fatto tanta plastica a finire in un luogo così remoto? L’isola corallina di Henderson, infatti, dista oltre 5mila chilometri dai centri abitati. 
La “colpa” è delle correnti oceaniche che, con la loro rotazione, depositano tutta la plastica finita in mare su quest’isola. 

«Anche i luoghi più remoti del Pianeta non possono salvarsi dall’inquinamento; ogni anno sono circa 300 milioni le tonnellate di plastica che non vengono riciclate e queste, troppo spesso, finiscono in mare con danni incalcolabili per la flora e la fauna», ha concluso la Lavers.






L’isola di Henderson misura 9,6 km di lunghezza e 5,1 di larghezza e copre un’area di 37,3 chilometri quadrati.
 Nel 1988 è stata aggiunta alla lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, per via delle sue spiagge incontaminate (!), della ricca fauna e della sua barriera corallina. 

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

martedì 16 maggio 2017

"YInMn", una nuova tonalità di blu


Nel 2009 Mas Subramanian, chimico della Oregon State University, fece parlare di sé per la scoperta della prima nuova tonalità di blu in 200 anni. 
Il pigmento, chiamato YInMn in virtù della sua composizione chimica (un mix di ossidi di ittrio, indio e manganese), fu ottenuto quasi per errore mescolando i tre elementi in un forno.
 Il risultato di quell'errore è una bella sfumatura brillante che presto sarà a disposizione di tutti. 
La Crayola ha infatti deciso di produrre matite colorate di questa tinta entro la fine del 2017.


«Il colore è parte dello spettro, tecnicamente non si può scoprire. Si può però scoprire un materiale che è di un determinato colore», precisa Subramanian. 
L'ultimo pigmento blu prima del 2009 era stato trovato dal fisico francese Louis Jacques Thenard, scopritore del blu cobalto, nel 1802.

 Essendo ottenuto ad alte temperature il blu YInMn è un composto molto stabile. Non reagisce e non cambia se scaldato, raffreddato o mischiato con acqua o sostanze acide.
 È considerato un pigmento inorganico complesso, nel senso che non esiste in natura - come il blu oltremare, che deriva dai lapislazzuli - ma è ottenuto da un mix di metalli combinati a ossigeno.
 Ora se ne sta testando la tossicità (il cobalto per esempio è tossico, se ingerito in grandi quantità). Ottenuta l'approvazione della Food and Drug Administration, si potrà procedere alla produzione. 

 Fonte: focus.it

lunedì 15 maggio 2017

Le mani giganti che emergono dal canale di Venezia sono un messaggio importante


I cambiamenti climatici minacciano gravemente Venezia che entro il secolo potrebbe davvero essere a rischio.
 Grosse mani sorreggono uno dei palazzi storici della città lagunare, il Ca' Sagredo Hotel, una scultura suggestiva che sembra racchiudere tutto questo. 
 A realizzarla per l'edizione 2017 della Biennale è stato l'artista Lorenzo Quinn (figlio dell'attore Anthony) che ha appena completato l'installazione della monumentale scultura chiamata non a caso “Support”.
 Due imponenti mani alte tra gli 8 e i 9 metri sorreggono simbolicamente il palazzo Ca' Sagredo.




Perché le mani?
 Esse sono le stesse che da una parte sostengono ma dall'altra distruggono il pianeta.
 Support è stata realizzata non a caso a Venezia, come spiega Quinn. Una città gravemente minacciata dai cambiamenti climatici come molti altri siti Patrimonio mondiale dell'umanità. 
 “Spero che la mia arte permetta di focalizzare l'attenzione su una calamità globale che ci troviamo a fronteggiare” spiega. 
“Venezia è la capitale d'arte del mondo durante la Biennale ma la città è minacciata e necessita del nostro aiuto e della nostra protezione” 

 “Iniziative come quella di Quinn valorizzano Venezia, e soprattutto suscitano l’orgoglio di chi la abita” ha detto il sindaco di Venezia Brugnaro. 
“Con Support Quinn ci parla dell’opportunità concreta di raggiungere un maggior equilibrio col nostro pianeta, in termini economici, ambientali e sociali”. 

 Francesca Mancuso

venerdì 12 maggio 2017

Grasse, la capitale mondiale del profumo


Una goccia di Chanel n°5″ era tutto ciò che indossava Marylin Monroe per dormire. 
Una confessione che aiutò ad accrescere la leggenda del profumo più esclusivo della casa francese. 
Ma il segreto del suo successo è lontano dal letto di “Tentazione bionda”. Fu il profumiere Ernest Beaux incaricato di soddisfare i desideri di Coco Chanel: “Voglio un profumo da donna, dall’odore di donna”. 
Per raggiungere questo obiettivo si recò a Grasse, la terra promessa dei profumieri.


In questa città provenzale si concentra la maggior parte della produzione mondiale di profumi, nonostante le sue strade medievali e le palazzine barocche ricordino più un villaggio che un centro industriale.
 Le ragioni sono storiche: è una tradizione di oltre tre secoli e, nonostante alcune tecniche siano cambiate, il suo “savoir faire” continua a essere lo stesso. 

Inizialmente si specializzarono in guanti profumati, un trucco amato dai nobili per eliminare lo sgradevole odore di cuoio, compresa Caterina de’ Medici. Ma a partire dal XVII secolo si dedicarono completamente all’arte della profumeria.
 Attualmente, oltre 10000 persone vivono di questa arte e circa 60 fabbriche muovono oltre la metà dell’industria del profumo in Francia.




Il profumo esce dalle fabbriche e riempie i giardini in cui si coltivano i fiori che, successivamente, riempiranno i flaconi di design delle grandi marche come Chanel o Dior. 
Il gelsomino, la lavanda, la rosa di maggio, le mimose… Un’ampia varietà di fiori, coltivati in grandi quantità, poiché sono necessari centinaia di chili di petali per fare un solo chilo di essenza. 
Il microclima di Grasse, tra le Alpi Marittime e il vicino Mar Mediterraneo, rende possibili questi colorati raccolti.




I giardini del Museo Internazionale della Profumeria sono una piccola dimostrazione del “paesaggio olfattivo” della regione. 
Nei suoi due ettari si trovano dalle prime piante utilizzate per i profumi del XVI secolo, come l’arancio selvatico o le lavande, fino alla rosa centifolia, più piccola ma più profumata di quella comune. All’interno del museo viene rappresentata la storia del profumo dall’Antichità fino ai nostri giorni.


Non è l’unico edificio dedicato all’arte dei profumi. 
Anche Fragonard, Molinard e Gallimard, tre delle storiche aziende della città, aprono le loro porte ai visitatori affinché possano osservare i laboratori in cui gli alchimisti del profumo preparano le loro magie.
 La prima rende omaggio al figlio più illustre di Grasse, Jean-Honoré Fragonard, pittore rococò del XVIII secolo, i cui quadri possono essere ammirati nella sua casa-museo e nella cattedrale di Notre Dame du Puy. In quest’ultima sono presenti anche tre Rubens originali. 
L’arte, nel senso più ampio del termine, è percepibile ovunque. Nelle chiese, nei giardini, nelle fabbriche di profumo e nei vicini castelli, come quello della Colle Noire, acquistato nel 1951 da Christian Dior e in cui avrebbe desiderato stabilire “la sua vera casa”. 
Ognuno, con la sua essenza, riesce a dare a questo angolo della Costa Azzurra una fragranza unica.

 Fonte: passenger6a

giovedì 11 maggio 2017

La Lingua dei Troll, un impressionante trampolino nel vuoto fra i fiordi norvegesi


Benvenuti sulla Lingua dei troll. 

Trolltunga è una roccia sporgente sospesa a 700 metri sul lago artificiale di Ringedalsvatnet, in Norvegia. 
Qui siamo a 1100 metri d'altitudine, proprio sopra al villaggio di Skjeggedal e migliaia di impavidi ogni estate sfidano le vertigini per raggiungere uno dei luoghi più panoramici e suggestivi del Nord Europa. 

 La scogliera si è formata durante l'era glaciale, circa 10 mila anni fa, ed è accessibile agli escursionisti solo da metà giugno a metà settembre.
 Per raggiungerla e affacciarsi da questa incredibile roccia è necessaria una scarpinata di ben cinque ore - e altrettante per il ritorno - lungo una lussureggiante vegetazione ricca di cascate e cime ripide.
 Inutile dire negli anni Trolltunga sia diventata una meta ambitissima per selfie impressionanti, su un trampolino a strapiombo nel vuoto. 






Qui non c'è nessuna ringhiera.
 Per non danneggiare la naturale bellezza della scogliera si è scelto di non installare alcun dispositivo di sicurezza: chi si affaccia dal Trolltunga lo fa a suo rischio e pericolo.
 Esistono solo alcuni piccoli ganci metallici come punto d'appoggio per salire in arrampicata sino alla roccia reale.
 Un'impresa da brivido, non certo da tutti. 

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 10 maggio 2017

La stanza segreta di Michelangelo


Nel 1975, Paolo Dal Poggetto, allora direttore del Museo delle Cappelle Medicee, a Firenze, scoprì per caso un tesoro rimasto nascosto fin dal Rinascimento.


Esplorando i locali per cercare di aprire un nuovo passaggio per i turisti, Dal Poggetto e i suoi colleghi trovarono una botola nascosta sotto un armadio nei pressi della Sagrestia Nuova, la cappella della basilica di San Lorenzo progettata proprio da Michelangelo per ospitare le tombe dei Medici, signori della città.
 Sotto la botola c’erano gradini di pietra che portavano a una stanza oblunga, piena di carbone, che a prima vista sembrava poco più che un magazzino di risulta.
 Ma sulle pareti Dal Poggetto e gli altri studiosi scoprirono disegni a gesso e a carboncino attribuibili addirittura a Michelangelo.

 La stanza è chiusa al pubblico, ma di recente il fotografo di National Geographic Paolo Woods ha ottenuto la rara autorizzazione di fotografarla.






I disegni sono oggi visibili perché dopo aver scoperto la stanza, Dal Poggetto prese le sue precauzioni.
 Sotto la sua direzione, una squadra di esperti lavorò meticolosamente per settimane per rimuovere con delicatezza l’intonaco dalle pareti.
 Alla fine tornarono alla luce decine di disegni, molti dei quali ricordano alcuni capolavori di Michelangelo, tra cui una statua marmorea che adorna la tomba di Giuliano de’ Medici, collocata proprio nella Sagrestia Nuova.

 Dal Poggetto concluse che nel 1530 l’artista si era rifugiato nella stanza segreta per un paio di mesi.
 Il motivo? Tre anni prima una rivolta popolare aveva spodestato i Medici, costringendoli all’esilio; Michelangelo, che pure era stato uno degli artisti protetti dalla famiglia, l’aveva tradita, schierandosi con i ribelli. 
Ma ora i Medici erano tornati, e a 55 anni l’artista era in pericolo di vita. 
“Naturalmente aveva paura”, spiega Monica Bietti, attuale direttrice del Museo delle Cappelle Medicee , “così decise di restare nascosto nella stanza”.
 Bietti ipotizza che Michelangelo approfittò delle settimane di auto-prigionia per tracciare una sorta di inventario della sua vita e della sua arte. 
I disegni sul muro rappresentano sia opere che intendeva concludere sia capolavori che aveva già completato da tempo, come un dettaglio del David (finito nel 1504) e alcune figure della volta della Cappella Sistina (completata nel 1512). 
 “Era un genio, che poteva fare qui? Solo disegnare”, prosegue la studiosa.

 Come per tutte le opere d’arte non firmate, è impossibile attribuire i disegni con assoluta certezza. Secondo la grande maggioranza degli studiosi, alcuni degli schizzi sono troppo amatoriali per essere di Michelangelo. 
Sugli altri, il dibattito resta aperto. 
 Ad esempio William Wallace, docente della Washington University di St. Louis ed esperto di Michelangelo, è scettico. Secondo lui, Michelangelo era un personaggio troppo importante per rinchiudersi in un seminterrato; di sicuro poteva rifugiarsi da qualcun altro dei suoi mecenati. 
Wallace ritiene che i disegni fossero stati completati in un periodo precedente, prima del 1530, durante la costruzione della Sagrestia Nuova. 
Probabilmente la stanzetta serviva da luogo di riposo per Michelangelo e i suoi tanti assistenti impegnati nei lavori.


 Fonte: www.nationalgeographic.it
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