mercoledì 22 novembre 2017

Gli otri ingrassa-ghiri della Roma antica


Il ghiro è un roditore della famiglia dei Gliridae noto per i suoi lunghi periodi di ibernazione. 
Nell’ Antica Roma una particolare specie di ghiro chiamata “ghiro commestibile” (Glis glis o Myoxus glis) era considerata una prelibatezza culinaria destinata all’aristocrazia e veniva fatta ingrassare come qualunque altro animale da carne.

 La pratica di far ingrassare i ghiri commestibili sembra risalire a prima del II° secolo a.C. ed era considerata del tutto normale tra Romani, Galli ed Etruschi, alla stregua di allevare maiali per produrre carne. I ghiri commestibili, noti come glires in latino, dopo la cattura venivano ingabbiati in vasi di terracotta (chiamati glirarium o vivarium in doliis) e alimentati a noci, castagne e ghiande con il preciso scopo di farli ingrassare oltre i limiti del loro naturale aumento di peso per l’inverno.

 Il ghiro commestibile è considerato da millenni una delizia per il palato, tanto da costringere Roma ad emanare una legge nel II° secolo a.C. che prevedeva l’esplicito divieto di servire questo roditore ai banchetti (lo stesso valeva per molluschi rari e uccelli esotici). 
Col tempo nacquero vere e proprie fattorie di ghiri su piccola o larga scala, dove questi animali venivano allevati e fatti riprodurre allo scopo di avere una fornitura costante di ghiri senza doverli catturare in natura come la “povera gente” era costretta a fare ogni anno.


Il ghiro commestibile non è un grosso roditore, anche se è una delle specie di ghiro più grandi: può raggiungere i 20 centimetri di lunghezza (coda esclusa) e pesa mediamente 150 grammi, ma raddoppia il suo peso in prossimità della stagione invernale accumulando grasso per sopravvivere all’ ibernazione. 

Il ghiro è un erbivoro e si nutre di bacche, noci e frutta, ma si adatta a mangiare qualunque cosa in periodi di difficoltà compresi fiori, piccoli invertebrati e uova d’uccello. 
 Le abitudini del ghiro sono principalmente notturne e l’animale spende la maggior parte delle ore di luce rinchiuso nella sua tana, di solito un tronco d’albero cavo o un nido sottratto a qualche uccello. 

Sfruttando queste loro abitudini, i Romani idearono un sistema per ingrassare i ghiri che simulava una tana e rendeva relativamente semplice farli crescere fino a raggiungere un peso adatto alla vendita.

 I ghiri non allevati erano catturati durante l’autunno, periodo in cui aumentano enormemente di peso in vista della stagione fredda. Trovare e catturare vivo un ghiro non era affatto semplice: tendono a rimanere nascosti nella boscaglia, sono discreti arrampicatori d’alberi ed evitano aree prive di copertura o zone di transizione per rimanere nascosti il più possibile dai loro predatori naturali. 

Dopo la cattura, il ghiro veniva immediatamente intrappolato in un vaso di terracotta chiamato glirarium e specificamente progettato per ospitare questo roditore.


I gliraria erano vasi esternamente simili a quelli impiegati per la conservazione del cibo ma erano realizzati in modo tale da rendere l’interno del contenitore una tana ideale per un ghiro: i vasai praticavano fori per la ventilazione e creavano una piccola apertura per rifornire di cibo l’animale intrappolato senza dover aprire il vaso.
 Una serie di ripiani lungo il perimetro interno consentivano al ghiro di muoversi nella gabbia (una versione primitiva della “ruota per criceti”) mentre un coperchio li teneva quasi costantemente al buio. 

 Quando il ghiro raggiungeva il peso desiderato poteva essere estratto dalla gabbia, ucciso e cucinato.

 Il ghiro commestibile diventò una prelibatezza tra gli strati sociali più alti: alcuni proprietari terrieri dedicavano parte dei loro possedimenti all’allevamento di questi animali e li vendevano a caro prezzo ai cuochi dell’aristocrazia, che li preparavano come portata separata dal resto della selvaggina.
 Un ghiro ben pasciuto servito a tavola rappresentava spesso la portata più importante del banchetto ed era un chiaro indizio sulla ricchezza del padrone di casa.

 Non abbiamo dettagli su come i Romani catturassero i ghiri senza ucciderli; siamo però a conoscenza dei principali metodi di caccia utilizzati in Europa a partire dal XV° secolo, specialmente in zone come Slovenia e Ucraina.
 I metodi di cattura erano principalmente due: trappola a laccio e trappola a caduta.
 Le trappole a laccio venivano posizionate in prossimità di un vecchio albero cavo e lasciate attive fino al mattino successivo; le trappole a caduta potevano invece essere collocate lungo la pista abituale dell’animale nella speranza che, durante la notte, il ghiro restasse vittima dell’agguato. 

 Fonte: vitantica.net

martedì 21 novembre 2017

Scoperta in Arabia la prima raffigurazione di un cane; ha 8000 anni


Tredici cani ed un cacciatore intento a scoccare una freccia sono stati scoperti, in un’incisione, su una roccia in Arabia Saudita. 
Si tratta della prima raffigurazione di un cane e risale ad ottomila anni fa. 

La scoperta è stata realizzata da un team di ricercatori dell’Istituto tedesco Max Planck e pubblicata sulla rivista Journal of Anthropological Archaeology e su Science.

 Il rinvenimento ha un’importanza storica perché conferma come l’uomo abbia imparato ad addestrare i cani in epoca remota (due dei cani raffigurati erano legati ad un guinzaglio).


In realtà la datazione è tutt’altro che sicura, ma basata essenzialmente sullo stile della rappresentazione e dal tipo di usura dell’incisione. 

La raffigurazione dei cani conferma come la regione della Shuwaymis, in Arabia, fosse migliaia di anni fa fosse un luogo accogliente con piogge stagionali che alimentavano corsi d’acque ed una rigogliosa vegetazione.
 L’incisione, inoltre, sembra raffigurare una particolare razza, quella di Canaan, originaria dalle regioni del Medio Oriente.



Fonte: .scienzenotizie.it

Un accordo prematrimoniale di 4.000 anni fa


Argomenti come infertilità e maternità surrogata possono sembrare questioni moderne, ma sono forse sempre stati tema di discussione. Se ne trovano tracce persino su una tavoletta di argilla di 4.000 anni fa rinvenuta nel sito, protetto dall'Unesco, di Kültepe-Kanesh, nella provincia di Kayseri (Turchia centrale). 

  Kültepe ospitò un insediamento assiro tra il XXI e il XVIII secolo a.C.: da quando sono iniziati gli scavi moderni, nel 1948, vi sono state rinvenute oltre 25.000 tavolette cuneiformi. Questa, che ai caratteri accompagna piccole illustrazioni, è una sorta di accordo prematrimoniale tra un uomo e una donna, Laqipum e Hatala, che si giurano amore eterno condito da una buona dose di senso pratico. 

  Il contenuto della tavoletta, conservata presso il Museo archeologico di Istanbul, è descritto sulla rivista Gynecological Endocrinology.
 Come parte dell'accordo tra i due partner, il contratto cita la possibilità, per Laqipum, di ricorrere a una madre surrogata per i suoi eredi nel caso in cui la coppia non riesca a concepire un figlio entro i due anni dalle nozze. 
 In particolare si fa riferimento alle ierodule, le giovani schiave che amministravano il culto sacro nei templi, e che in alcune occasioni esercitavano una forma di "sacra prostituzione" (sacra perché in un contesto rituale) all'interno, o nei pressi, del tempio stesso. 
Per la schiava era prevista la possibilità di guadagnare la libertà, una volta donato alla coppia il primo, atteso figlio maschio.

 Nella cultura assira, tradizionalmente monogama, l'infertilità non era considerata una valida giustificazione al divorzio, e la possibilità di ricorrere a un'altra donna per concepire un figlio era considerata un modo per mantenere il legame matrimoniale anche in caso di difficoltà. 

Il testo infatti prosegue stabilendo per entrambi i contraenti, in caso di richiesta di divorzio, un'ammenda da corrispondere al coniuge: «Se Laqipum scegliesse di divorziare, dovrà pagarle 5 mine di argento, e se Hatala scegliesse di divorziare, dovrà pagare a lui 5 mine di argento. Testimoni: Masa, Ashurishtikal, Talia, Shupianika». 


Fonte: focus.it

lunedì 20 novembre 2017

Il Lago Sørvágsvatn nelle isole Faroe: un tuffo a precipizio nell’oceano


Il Lago Sørvágsvatn è noto per essere il più grande delle Isole Faroe; è situato sull’isola di Vágar e copre una superficie di 3,4 metri quadri, più di tre volte superiore a quella del secondo lago nazionale, il Fjallavatn, sempre collocato sull’isola di Vágar.
 Il lago si trova a 30 metri sopra il livello del mare, anche se l’effetto ottico di alcune foto può far sembrare che la distanza tra i due sia ben maggiore.
 Posizione e angolazione della macchina fotografica possono fare miracoli!


Il lago di per sè non rappresenta nulla di speciale, ma è la sua collocazione geografica a suscitare interesse.
 I 6 chilometri del lago Sørvágsvatn si estendono infatti a ridosso di un precipizio, che si getta nel Nord Atlantico da un’altezza compresa tra i 252 e i 376 metri.

 Il punto forse più spettacolare è dato dalla cascata naturale che scaturisce dalla roccia e che costituisce lo sbocco delle acque del lago in quelle dell’oceano.


Questo lago ha la peculiarità di aver assunto una doppia denominazione, a causa di un dibattito molto acceso presso la popolazione locale. 
Gli abitanti di Sørvágur sono infatti orgogliosi di affermare che è stato il loro paese a dare nome al lago, mentre gli abitanti di Miðvágur si riferiscono ad esso come Lago Leitisvatn, in virtù della regione Leiti, situata al di là della sponda opposta del bacino. Osservando la cartina geografica, può apparire strana la denominazione di Lago Sørvágsvatn, dato che il paese di Miðvágur è in realtà più vicino ad esso di quello di Sørvágur; la motivazione sta però nel fatto che l’insediamento di Miðvágur è avvenuto successivamente a quello di Sørvágur.

 Per tagliare la testa al toro ed evitare problematiche, gli abitanti dell’isola hanno molto diplomaticamente deciso di rifersi ad esso esmplicemente come a “Il lago”, perciò la confusione si crea solo quando sono altri connazionali della Faroe a dover usare un nome per il Lago Sørvágsvatn/Leitisvatn 

 Fonte: http://gizzeta.it

Nell'oceano Pacifico c'è una foresta marina dove le spugne sono dei fiori alieni


A cosa somigliano decidetelo voi.
 Non per niente queste spugne di vetro che abitano le profondità dell'atollo Johnston, nell'oceano Pacifico, si sono guadagnate il nome di ««Forest of the weird»», ovvero la Foresta delle assurdità. A ««scovarle»» questa estate è stato un team del Noaa, il National Oceanic and Atmospheric Administration, l'agenzia federale americana che si interessa di oceani e meteorologia.
 I ricercatori hanno inviato il robot Deep Discoverer a 2.300 metri di profondità, in acque oceaniche contaminate di plutonio, in cui furono condotti test nucleari. E lo scenario apparso davanti ai loro occhi li ha stupiti non poco.




Nessuno si sarebbe mai aspettato di trovare delle spugne con lo scheletro il silice, che ricorda appunto il vetro, dalle forme così bizzarre. 
Così inconsuete e diverse dalle loro simili che sembrano essere uscite da un cartone animato. 
Uno spettacolo definito dagli stessi ricercatori «alieno».
 Per la ambigua conformazione che hanno assunto le spugne, potrebbe quasi sembrare un giardino fiorito.
 Gli scheletri hanno infatti uno «stelo» che li tiene ancorati al fondale. Mentre il resto del corpo è concentrato al suo apice e tende a seguire l'andamento della corrente oceanica.


Serviranno ora altre ricerche per capire se spugne avvistate sono vive o morte, così come la loro età e la loro origine. 

Inutile nascondere che le forme così assurde e diverse dalle solite spugne presenti in altri mare facciano pensare a delle «mutazioni», dovute proprio all'inquinamento nucleare assorbito da queste creature.
 Non a caso l'accesso all'atollo Johnston è interdetto al pubblico. 

 Fonte: lastampa.it

venerdì 17 novembre 2017

Il Poūwa, il mega-cigno nero della leggenda Maori esisteva davvero


Confermerebbe un’antica leggenda Maori la (ri)scoperta di un mega-cigno nero in Nuova Zelanda. 

Qui, prima che queste zone più remote venissero colonizzate, viveva un cigno nero e veloce, estinto intorno al 13° secolo. 

 Ora, Nicolas Rawlence dell’Università di Otago e il suo team hanno usato tecniche genetiche per confermare l’esistenza di quello stesso mega-cigno.

 La presenza di un cigno neozelandese preistorico è da tempo controversa.
 Le leggende dei Maori parlano del Poūwa, una grande "creatura cigno" che uccide e mangia gli esseri umani.
 Fino ad oggi diverse erano le teorie che accostavano il mito alla realtà. 
Alcuni hanno ipotizzato che si potesse trattare dell'aquila del Haast : un uccello di enormi dimensioni e la forza, estinto circa 100 anni dopo l'arrivo dei Maori forse proprio a causa della caccia eccessiva e della perdita del proprio habitat naturale.
 Ma alcuni paleontologi hanno suggerito che questa figura potrebbe riferirsi al cigno nero australiano (Cygnus atratus), che a volte vola attraverso il mare di Tasman (o di Tasmania). E oggi, in nuovo studio, i ricercatori avrebbero confermato l’esistenza di un enorme aviario, un mega-cigno che si sarebbe estinto meno di due secoli dopo che i polinesiani colonizzarono la Nuova Zelanda nel 1280.


I ricercatori hanno confrontato il DNA di 47 cigni neri australiani e 39 antichi fossili di cigno scoperti in alcuni siti archeologici della Nuova Zelanda.
 Molti dei fossili provenivano dalle Isole Chatham, un arcipelago a circa 650 chilometri a est della Nuova Zelanda, sede proprio dei Maori.

 Le analisi effettuate suggeriscono che il mega-cigno si sarebbe “separato” dalla specie del C. atratus circa 1-2 milioni di anni fa. “Pensiamo che i cigni neri australiani abbiano volato in Nuova Zelanda in questo momento e poi si sono evoluti in una specie separata - il Poūwa”, spiega Rawlence.

 La squadra di scienziati è stata in grado di ricostruire l’aspetto generale del Poūwa confrontando le dimensioni e la forma dei crani, delle ali e delle gambe dei fossili con i moderni esemplari di C. atratus e hanno trovato che il Poūwa era circa il 20-30% più pesante dei cigni neri australiani e pesava fino a 10 chilogrammi. Il Pouwa aveva anche gambe più lunghe e ali più corte, suggerendo che non era in grado di volare e che i predatori erano grandi uccelli come le aquile.


I fossili mostrano che il Poūwa si è estinto intorno al 1450 d.C., meno di due secoli dopo che i polinesiani colonizzarono la Nuova Zelanda nel 1280. 
Poiché non c'erano cambiamenti climatici o ambientali in questo periodo, l’unica spiegazione logica è che siano stati gli esseri umani gli unici responsabili della loro scomparsa e, in più, le loro uova sarebbero state mangiate dai ratti che sono arrivati in Nuova Zelanda con i coloni polinesiani. 

Questi fattori, combinati con la distruzione degli habitat, avrebbero portato alla loro estinzione. 
 Un mega-cigno, quindi, che probabilmente si è evoluto dai cigni neri australiani. 
Se è così è davvero una sorprendete scoperta. 

 Germana Carillo

giovedì 16 novembre 2017

La rivalsa del pesce blob: non è brutto come pensiamo


Questa foto di "Mr Blobby" finisce spesso nelle collezioni di scatti delle creature più buffe del mondo animale.
 Ma la fama del pesce blob (Psychrolutes marcidus), un pesce abissale che vive nelle acque profonde di Australia meridionale, Tasmania e Nuova Zelanda, è in parte immeritata e causata dall'uscita dal suo habitat naturale: quando nuota nella sua casa oceanica, tra i 600 e i 1200 metri sotto alla superficie, questo animale non è flaccido e informe come lo vediamo.

 Lo scatto qui sopra è stato realizzato nel 2003 al largo della costa della Nuova Zelanda, durante una spedizione scientifica di un gruppo di biologi australiani (la New Zealand and Australia Norfolk Ridge - Lord Howe Rise Biodiversity Voyage, in breve: NORFANZ). 
Nel 2013 l'animale (in realtà, la foto) ha partecipato a una competizione per la creatura più brutta del mondo, sbaragliando la concorrenza e diventando così la mascotte della Ugly Animal Preservation Society. 

 Forse dovremmo togliergli il titolo: il suo aspetto "rilassato", da blob, come fosse sul punto di sciogliersi, è dovuto in realtà a un danno da decompressione. 
A meno che uno scienziato, o un pescatore, non lo costringa, il pesce blob non si avventura mai sopra alla cosiddetta twilight zone, quella zona che inizia a 200-300 metri di profondità, caratterizzata da alta pressione e oscurità.




Il suo corpo è quindi fatto per sopportare pressioni notevoli: ha ossa morbide e carni gelatinose che gli permettono di resistere alle sollecitazioni e controllare la galleggiabilità.
 Non ha nemmeno la vescica natatoria, un organo che consente ai pesci di adattare il peso specifico all'ambiente, riempiendosi di gas. Senza supporti strutturali a tenerlo insieme, quando è sottratto al suo habitat naturale il pesce è sottoposto a decompressione e si espande, trasformandosi in una massa informe.

 Da "normale" non è un campione di bellezza, ma, come si suol dire, c'è di peggio.

 Fonte: focus.it

L'incredibile mistero del lago russo scomparso nel nulla in pochi minuti


Un lago sparito nel nulla. 
Non una piccola pozza, ma una conca profonda venti metri colma d'acqua della città di Pivovarovo, in Russia, si è completamente prosciugata in pochi minuti. 
Un vero mistero idrogeologico, che si era già verificato altre due volte in passato, nel 1941 e nel 1967, e che ha lasciato tutti ancora una volta con la bocca aperta.


Lo strano fenomeno viene descritto in Russia come «La scomparsa dell'anno»: questo perché fino alla mattina del 12 ottobre scorso il lago Sakantsi si presentava come un qualsiasi altro giorno dell'anno, bello colmo. Poi alle 13,30 ha iniziato a svuotarsi, proprio come se qualcuno avesse tolto il tappo dello scarico.

 Sotto il lago, ad una profondità di 80 metri, scorre un fiume sotterraneo. Ed è proprio lì che l'acqua è confluita. Ma nessuno ha idea di come da un momento all'altro si siano aperti gli «scarichi», permettendo al grande specchio d'acqua di svuotarsi completamente, lasciando solo una distesa di fango e pesci.

 L'unica cosa che si sa è che il lago ha una origine carsica e si trova sopra a delle rocce calcaree che fanno facilmente passare l'acqua. Caratteristiche che spiegano come l'acqua sia scivolata via, ma non la causa scatenante.
 E non esclude che in futuro, proprio come già successo in passato, l'acqua riemerga dal sottosuolo ricreando il lago. 

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 15 novembre 2017

Il vulcano Licancabur e la sua romantica leggenda



 Il Licancabur è il vulcano per antonomasia, la sua forma è così perfetta da sembrare quasi un disegno all’orizzonte. 

Si trova in Sud America al confine tra Cile e Bolivia e attorno alla sua formazione ruota una romantica e triste leggenda. 
 Anche se non siete dei fotografi provetti, le probabilità che qui la foto vi riesca bene sono altissime, perché il Licancabur si trova tra i vulcani Juriques e Sairecabur ed è posto in prossimità della Laguna verde. 
Il paesaggio è quindi mozzafiato. 


Ma non solo, il suo cratere contiene perfino un lago e domina tutta la regione del Salar de Atacama, la prima ascesa al vulcano avvenne nel 1884 ad opera di Severo Titichoca, ma prima di quel momento c’era la leggenda che chi fosse salito sul vulcano sarebbe stato colpito dalla sfortuna e la montagna l’avrebbe punito. 

 Per fortuna, non è andata così, ma scalare i 5920 metri non è un’impresa facile, ci vogliono due giorni ed è sempre consigliabile non avventurarsi da soli.

 Ma c’è un’altra leggenda ancora più suggestiva che avvolge questa zona. 

Molti secoli fa in Cile, proprio qui al confine con la Bolivia, c’erano due fratelli, i vulcani Lascár e Licancabur.


I due erano inseparabili, ma entrambi un giorno si innamorarono della bella principessa Juriques.
 La donna lusingata, alla fine però scelse Licancabur. 
Il fratello Lascár cadde nello sconforto e pianse per giorni e giorni. Le sue lacrime di tristezza, sul terreno diedero vita a un grande lago salato.
 Attutito il dolore, la rabbia prese il sopravvento e Lascár iniziò a sputare fuoco e il calore prosciugò l’acqua del lago dando vita ad un immenso deserto.
 Quello che oggi è il Salar de Atacama.


Ma il fuoco e le pietre lanciate da Lascár finirono per colpire accidentalmente Juriques provocandone la morte.

 Licancabur rimase solo e infelice per tanto tempo, fino a quando non si innamorò nuovamente. 
Poco distante da lui viveva, infatti, una principessa straniera di nome Kimal che passava tutto il giorno ad ammirare il vulcano.
 Si innamorarono, ma i due non potevano spostarsi perché Kimal era una straniera. 
 La principessa pregò gli dei affinché concedesse ai due amanti di rimanere insieme almeno una volta l’anno.
 Le sue preghiere vennero esaudite e da quel giorno, il 21 dicembre, durante il solstizio d’inverno, l’ombra di Kimal si unisce a quella di Licancabur e i due innamorati possono stare insieme. 

 Dominella Trunfio

La “nave dei peccatori” riaffiora in California: da petroliera a bordello, s’inabissò nel 1937


Un relitto è riaffiorato sulle coste a largo di San Diego con il suo carico di ricordi e illusioni: la SS Montecarlo, già Old North State, meglio nota come “la nave dei peccatori”, si era inabissata il giorno di capodanno del 1937 per una tempesta.
 Il vascello, ormeggiato a 3 miglia dalla costa, in acque internazionali dove non valevano le leggi della California, andò alla deriva fino a incagliarsi nella baia di fronte a El Camino Tower, la spiaggia della cittadina di Coronado.
 Qui, 80 anni dopo, è riemersa grazie ad altre tempeste: quando l’oceano si è ritirato il relitto è riapparso in tutto il suo disfatto splendore.




La nave, fortificata con paratie di cemento armato, era stata commissionata dal presidente Wilson nel 1918: conclusasi la prima guerra mondiale, fu venduta a una compagnia petrolifera che ne fece un cargo. 

Nel 1932 altro passaggio di proprietà: i nuovo padroni, Ed Turner e Martin Schouwiler, la ribattezzeranno Monte Carlo, adibendola a casinò galleggiante e bordello.


Gioco d’azzardo e prostituzione, dunque, ma in tutta sicurezza: un servizio di navette avrebbe condotto schiere di clienti a 3 miglia dalla costa, in acque internazionali. 

Quando affondò nessuno poté reclamarne il relitto: portarla a riva avrebbe significato arresto immediato da parte della buoncostume per le note violazioni.

 Restò in fondo al mare lasciando che fiorisse una leggenda sui favolosi tesori – si parlava di milioni di dollari in orto e argento – di cui in effetti non c’è traccia, a parte gli spiccioli arraffati in sporadiche immersioni. 

 Fonte: blitzquotidiano.it

martedì 14 novembre 2017

Piume come filo interdentale: l'igiene dei macachi


Poche cose danno fastidio come i residui di cibo tra i denti: il macaco cinomolgo delle Isole Nicobare (Macaca fascicularis umbrosus), un arcipelago nell'Oceano indiano orientale, lo sa bene, e per questo ha imparato a ricavare strumenti non solo per ottenere cibo, ma anche per curare l'igiene orale.

 Il comportamento di una ventina di queste scimmie sull'isola di Gran Nicobar è stato seguito dai biologi del Sálim Ali Centre for Ornithology and Natural History di Coimbatore, India.


Molti degli alimenti preferiti di questi primati sono ricoperti di spine, peli, gusci o sporco.
 Per disfarsi degli involucri non edibili, i macachi ricorrono a una varietà di tecniche: lavano il cibo in pozzanghere o lo avvolgono all'interno di foglie secche che poi strofinano sull'alimento, per raschiarne via lo strato esterno. 
Usano inoltre foglie, rifiuti di carta o pezzi di plastica e stoffa per riuscire a tenere con le zampe il cibo tagliente o pungente.

 Come altre scimmie hanno imparato a rompere le noci di cocco scagliandole al suolo o contro la roccia e - comportamento inedito - a scuotere i cespugli per disturbare gli insetti al loro interno, e agguantare quelli che volano via.
 A pasto ultimato, è tempo di pulizie: 9 tra i 20 macachi osservati sono stati visti passarsi tra i denti l'equivalente del nostro filo interdentale dopo pasti diversi, e in punti diversi dell'isola. Per farlo hanno usato piume di uccelli, aghi degli alberi, fili d'erba, fibre di cocco, fili di nylon o metallici. 

 I macachi delle Nicobare sono la terza specie di scimmia in cui viene osservato il curioso comportamento.
 I macachi giapponesi sfruttano come filo interdentale il proprio lungo pelo, mentre quelli thailandesi ricorrono, per lo stesso scopo, ai capelli umani (il cebo barbuto in Brasile sa fabbricare, invece, gli "stuzzicadenti"). 

 Se la capacità di usare strumenti non è una novità nel mondo animale, quella di usare utensili diversi e di saperli adattare a uno scopo è sintomo di capacità di progettazione e di anticipazione: un esempio di intelligenza animale non da poco.

 

 Fonte: focus.it

lunedì 13 novembre 2017

Ecco svelata l’origine delle tegnùe, i coralli di Venezia


I fondali del Mar Adriatico non solo solo distese sabbiose.
 Nella parte nord occidentale, sotto le acque al largo di Chioggia, sorgono le tegnùe, conformazioni rocciose sommerse a oltre 20 metri di profondità. 
Composte da organismi incrostanti, ricordano con la loro struttura che si eleva dal fondale limoso-sabbioso una barriera corallina.
 Il nome, invece, deriva dal dialetto veneto. 

Le tegnùe sono così chiamate dai pescatori perché trattengono le reti calate in mare per la pesca. 
 Ma da dove arrivano questi coralli, così unici e peculiari? 
La risposta, fino ad oggi, era poco chiara. «I modelli genetici finora formulati per spiegare l’origine delle tegnùe non erano soddisfacenti, quindi abbiamo messo in campo competenze multidisciplinari», ha detto Luigi Tosi, autore dell’articolo pubblicato sulla rivista Scientific Reports e ricercatore dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Ismar-Cnr).

 Per scoprire l’origine di questi coralli veneziani ha collaborato un team composto da geologi, oceanografi, geofisici e biologi provenienti dall’Università di Padova, dall’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs), dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e dal Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (Conicet) in Argentina. 
Per cercare di svelare il mistero dell’origine delle tegnùe sono state compiute oltre 200 immersioni e campionature di rocce e sedimenti sciolti.
 Le ricerche sono poi continuate in laboratorio con analisi isotopiche, paleoambientali e di microscopia elettronica.






«Dalle ricerche è risultato che le tegnùe si sono sviluppate lungo le strutture morfologiche allungate e sinuose attribuite ad antichi canali fluviali, che erano presenti nella pianura durante l’ultimo periodo glaciale, vale a circa 20.000 anni fa», ha spiegato Sandra Donnici, geologa Ismar-Cnr.

 L’analisi di un campione roccioso, in particolare, si è rivelata fondamentale. 
Una “stele di Rosetta”, come l’ha definita Tosi.
 «Si tratta di un lastrone di sabbia cementata, che al suo interno presenta inglobati gusci di molluschi che hanno consentito di determinare età e caratteristiche del paleoambiente al momento della sua cementazione – ha raccontato il ricercatore –. Le successive analisi radiometriche al carbonio 14 hanno consentito di datare a circa 9mila anni fa l’arrivo del mare in questa parte dell’antica pianura pleistocenica e a 7mila anni fa la sua cementazione, sulla quale i primi organismi biocostruttori hanno cominciato ad attecchire». 

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

Kelingking Beach, la spiaggia a forma di dinosauro


Kelingking Beach è la spettacolare spiaggia a forma di dinosauro, situata a Nusa Penida, un’isola indonesiana a sud-est di Bali. Selvaggia e incontaminata, l’isola non è affatto una meta turistica, a differenza della vicina Lembongan, per questo è consigliata soprattutto a chi è a caccia di avventura e sogna di vivere in contatto con la natura. 

 L’area naturale si può raggiungere facilmente con i traghetti che partono da Sanur o da Padangbai e hanno un costo di 125.000 rupie. 
La traversata dura 45 minuti e una volta arrivati è possibile muoversi sull’isola utilizzando un motorino.

 Il primo luogo da raggiungere, una volta sbarcati, è senza dubbio Kelingking Beach. 
 Si tratta di una spiaggia di sabbia bianca che culmina con una scogliera a picco sul mare. 
Qui la natura è padrona di tutto e fra le rocce cresce una fitta vegetazione, che arriva quasi sino all’acqua azzurra.

 Per raggiungere la zona è necessario affrontate un lungo percorso a piedi, ma una volta arrivati ne vale davvero la pena.
 La maggior parte dei turisti si ferma poco prima di arrivare a Kelingking Beach, per ammirare la spiaggia dall’alto e scoprirne la forma curiosa.
 La scogliera infatti forma delle insenature che fanno sembrare questo lembo di terra un dinosauro che emerge dalle profondità del mare.


Non solo il T-Rex di Kelingking Beach, Nusa Penida custodisce tantissimi luoghi magici tutti da scoprire che raccontano il passato selvaggio dell’Indonesia. 
Il più famoso è Crystal Bay, una spiaggia in cui fare il bagno con i Mola Mola, i giganteschi pesci luna e raggiungere a nuoto un antico tempio.








Da non perdere Atuh Beach, in cui scoprire colori unici al mondo e una distesa di alghe, e Pura Goa Giri Putri, in cui indossare un sarong tradizionale e visitare un tempio induista costruito sotto terra e raggiungibile attraverso un tunnel.




Fonte: siviaggia.it

domenica 12 novembre 2017

Carnyx, il corno da battaglia celtico


Il carnyx era uno strumento a fiato di bronzo utilizzato dai Celti e dai Daci tra il 300 a.C. e il 200 d.C.
 La sua forma caratteristica a “S” allungata terminava con un’apertura superiore (campana) generalmente zoomorfa.

 Il carnyx era utilizzato in guerra e viene citato direttamente da Giulio Cesare e Diodoro Siculo: serviva non solo a incitare le truppe in battaglia o a intimidire l’avversario, ma probabilmente anche ad impartire ordini di assalto o ritirata. 
Le sue dimensioni lo portavano a stagliarsi ben oltre le teste dei combattenti e a risuonare su tutto il campo di battaglia.




Fino al 2004 esistevano solo frammenti di 5 carnyx provenienti da Scozia (l’esemplare più completo, solo la campana a forma di testa di cinghiale è sopravvissuta), Francia, Germania, Romania e Svizzera, ma nel settembre 2004 un gruppo di archeologi ha scoperto un deposito di oggetti metallici a Tintignac, Francia, risalente al I° secolo a.C.
 All’interno di questo deposito, che conteneva centinaia di pezzi di spade, lance dalla punta di ferro, scudi ed elmi, sono stati rinvenuti ben 7 carnyx, uno dei quali quasi completo. 
 Quattro dei carnyx avevano una campana a forma di cinghiale, il quinto sembra raffigurare una sorta di rettile mostruoso e i due rimanenti avevano una campana a forma d’uccello.

 A partire dagli anni ’90 del secolo scorso sono state creare diverse repliche basate su principalmente sul carnyx scozzese (il carnyx di Deskford) e su quelli di Tintignac.



Fonte: vitantica.net
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