lunedì 16 dicembre 2013

Codacons denuncia la Boldrini per il volo di Stato in Sudafrica

16 dic – Il Codacons 

16 dic – Il Codacons ha inviato questa mattina un esposto alla Procura di Roma e alla Corte dei Conti contro la presidente della Camera Laura Boldrini “per la vicenda del volo di Stato in Sudafrica sul quale ha viaggiato anche il suo compagno”, in occasione della cerimonia di commemorazione di Nelson Mandela. Lo ha reso noto la stessa associazione di tutela dei diritti dei consumatori, ricordando di aver in passato già denunciato Clemente Mastella e Silvio Berlusconi per fatti analoghi.
Boldrini su volo di stato col fidanzato.
Lei risponde: su di me arretratezza sessista
“Non si comprende a che titolo – ha denunciato il Codacons- Boldrini abbia usufruito con il proprio compagno di un volo pagato dai cittadini e diretto ad un evento riservato a leader mondiali e capi di Stato.
Ed è necessario accertare se vi siano stati sperperi di risorse pubbliche a danno della collettività.
La Presidente della Camera Laura Boldrini, pur non rientrando in alcuna delle categorie Capo di Stato o di Governo, ha usufruito del volo di Stato per essere presente all’evento”.
E “la gravità della vicenda è esaltata dalla circostanza che la Boldrini, sembrerebbe aver portato con se oltre portavoce, al responsabile della comunicazione, alla consigliera per le relazioni internazionali, alla scorta anche il proprio compagno, il giornalista Vittorio Longhi”.
“Le risposte sul presunto sessismo fornite dal Presidente della Camera a chi in queste ore l’ha criticata – ha affermato il presidente del Codacons Carlo Rienzi – appaiono obiettivamente inaccettabili, soprattutto se si considera che in passato altri esponenti istituzionali di sesso maschile furono denunciati per situazioni assolutamente identiche
Ora si dovrà verificare se vi siano stati costi a carico della collettività legati alla presenza su un volo di Stato del compagno della Boldrini e, in tal caso, la Presidente della Camera e il suo fidanzato saranno chiamati a risarcire personalmente i cittadini”.

di Imola oggi.it
C'erano tutti o quasi i capi di stato del mondo teste coronate a rappresentare il loro popolo
Tra cui il Presidente Obama che regge un unione di stati come l'America c'era
Il nostro Presidente che regge ....... ah! l'Italia no! non c'era 1.

-1.ABBIAMO UN NUOVO CAPO DI STATO E NON LO SAPEVAMO: È LA BOLDRINI! NOSTRA SIGNORA DEI RIFUGIATI E IL FIDANZATO SONO ANDATI COL VOLO DI STATO AI FUNERALI DI MANDELA
- 2. SUL FALCON DELL’AERONAUTICA VERSO JOHANNESBURG, OLTRE A LETTA CON MOGLIE E STAFF, È SALITA ANCHE LA PRESIDENTE DELLA CAMERA CON IL COMPAGNO TIZIANO LONGHI
- 3. FANNO SAPERE CHE “NON C’È STATA NESSUNA SPESA IN PIÙ, NEANCHE DI PERNOTTAMENTO VISTO CHE SI È PARTITI E TORNATI DI NOTTE”. VERO, IL VOLO PARTIVA LO STESSO
- 4. MA UN CONTO È IMBUCARSI NEL VIAGGIO UFFICIALE DI LETTA, PER “ESSERCI” E TWITTARE EMOZIONATA UN PAIO DI FOTO DALLO STADIO. UN ALTRO È PORTARSI DIETRO ANCHE IL PORTAVOCE, IL RESPONSABILE DELLA COMUNICAZIONE, LA CONSIGLIERA PER LE RELAZIONI INTERNAZIONALI, LA SCORTA E PURE IL “FIRST BOYFRIEND” A SPESE DI PALAZZO CHIGI
- 5. MANCAVANO NAPOLITANO (CAPO DI STATO) E BONINO (MINISTRO DEGLI ESTERI). MA PER FORTUNA C’ERA LA TERZA CARICA (NON INVITATA) CHE SI È PORTATA DIETRO 7 PERSONE PER TWITTARE:
“TUTTO IL MONDO QUI PER IMPARARE DA MADIBA”. GRAZIE. 
LAURA

News Ilaria D'Amico www.vanityfair.it/IlariaD'Amico

Fiamme eterne, meraviglie naturali antiche e perpetue

Fuochi che divampano ininterrottamente e senza accennare a smettere: alcuni da qualche decennio, altri da millenni. Ma tutti capaci di attirare un nugolo di turisti in zone per lo più sconosciute.


La porta dell’inferno 

Derweze è un piccolo villaggio di 350 abitanti del Turkmenistan, nel deserto del Kara-Kum.
 È una regione ricca di gas naturali: nel 1971 un gruppo di geologi effettuava scavi nell’area, quando a un certo punto il terreno collassò su se stesso aprendo un cratere dai 50 ai 100 metri di diametro. 
Gli scienziati scoprirono così una caverna sotterranea ricca di metano.
 Per evitare la sua pericolosa dispersione nell’atmosfera (il metano è tra i principali gas serra, e può persistere nella cappa anche per 100 anni) i ricercatori decisero di dare alle fiamme la caverna, pensando che il gas si sarebbe esaurito nel giro di pochi giorni. 
Oggi è ancora lì che brucia: evidentemente gli artificieri avevano notevolmente sottovalutato l’enorme quantitativo di gas presente nel sottosuolo, ancora oggi ignorato. Si sa solo quello che si vede: un’enorme voragine infuocata che attira numerosi turisti in una zona remota e sconosciuta del paese asiatico.
 L’immenso spettacolo non poteva che creare nell’immaginario locale l’idea che quella fosse l’anticamera degli inferi.


Meno spettacolari, ma molto più antiche, sono le fiamme eterne del Monte Chimera, nella valle dell’Olimpo in Licia. 
Tutti questi nomi sono in realtà le antiche denominazione geografiche, così come riportate nei testi di storici come Plinio il Vecchio e Strabone. La Licia è un’antica regione della Turchia meridionale, Olimpo una sua città, e il Monte Chimera la zona geografica oggi identificata col nome di Yanartaş, che in turco significa roccia fiammeggiante. 
Qui, in un’area vasta 5 kmq bruciano dozzine di fiamme ininterrottamente da più di 2500 anni, a causa di giacimenti di metano sottostanti che sfogano in superficie prendendo fuoco spontaneamente. Quest’area era descritta dagli storici summenzionati, ma ancora più interessante il fatto che sembri derivare da questo luogo l’origine della chimera: l’essere mitologico miscuglio di più parti di animali (leone, capra, serpente e drago) che appare anche nell’Iliade mentre sputa vampe di fuoco dalla bocca. Il piccolo villaggio vicino di Çıralı, è uno dei centri della zona costiera della provincia di Adalia: attrezzata con vari resort, è il fulcro del turismo turco, grazie alle sue spiagge incontaminate.


Se pensate che dei fuochi che bruciano per due millenni e mezzo siano impressionanti, ricredetevi: perché quelli di Baba Gurgur divampano ininterrottamente da 4.000 anni, incarnando davvero il concetto di fiamma eterna. 
Siamo in Iraq, presso la città di Kirkuk, nel secondo giacimento di petrolio più grande del mondo: proprio al suo centro dei gas naturali erompono in superficie da crepe nelle rocce, producendo delle fiamme spontanee che vennero già descritte dallo storico greco Erodoto, e in seguito da Plutarco. 
Il sito ha una forte valenza sacrale per gli abitanti di Kirkuk, tanto che le donne curde vanno a pregarvi per chiedere di avere un figlio maschio: una tradizione probabilmente risalente ai tempi in cui si adorava il fuoco.


Spostiamoci sulla penisola dell’Absheron, nei pressi di Baku, la capitale dell’Azerbaigiàn: qui troviamo, sul lato di una collina, le fiamme di Yanar Dag.
 Ci troviamo in una zona ricca di gas naturali e soggetta a vari fenomeni geotermali, tra i quali quello dei vulcani di fango: coni che eruttano a intervalli dell’argilla mista ad acqua. Le fiamme sono invece perenni, e sembra che si siano originate accidentalmente quando un pastore diede fuoco ai gas nel 1950. Ma un fenomeno del genere fu già descritto da vari storici, tra i quali Marco Polo nei suoi racconti di viaggio. E oggi questo rogo perpetuo è capace di attirare i turisti della zona, e di ispirare gli artisti: in anni recenti a Yanar Dag sono state dedicate un’opera finlandese e una commedia teatrale franco canadese.

 Fonte : http://travel.fanpage.it/

Parole profetiche

Un arma micidiale....Il fuoco greco

Il fuoco greco (greco ὑγρόν πῦρ - hygrón pyr) era una miscela incendiaria usata dai Bizantini a partire dal VII secolo. per dar fuoco al naviglio avversario o a tutto quello che poteva essere aggredito dal fuoco.
L'espressione "fuoco greco" era utilizzata soprattutto dai popoli stranieri, poiché i bizantini, in realtà «romei», cioè romani dell'impero romano d'Oriente, lo chiamavano fuoco romano, fuoco artificiale o fuoco liquido.

La formula della miscela che componeva il "fuoco greco" era nota soltanto all'imperatore e a pochi artigiani specializzati ed era custodita tanto gelosamente che la legge puniva con la morte chiunque avesse divulgato ai nemici questo segreto.
Il fuoco greco - la cui invenzione si attribuisce a un greco originario della città di Eliopolis (oggi Baalbek in Libano), di nome Callinico - oggi si ritiene fosse una miscela di pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva
I primi due ingredienti provvedono alla combustione, mentre la calce viva non permette al composto di essere spento con l’acqua. L’acqua, infatti, al contatto con la calce viva si trasforma in idrossido di calcio che sprigiona un forte calore che va ad aumentare l’incendio in corso.
É stata una delle più terrificanti armi usate nel medioevo, ma la miscela degli ingredienti è andata persa con la morte dei suoi inventori.
Tale composto era contenuto in un grande otre di pelle o di terracotta (sìfones) collegato ad un tubo di rame, montato sui dromoni bizantini.
La miscela veniva spruzzata con la semplice pressione del piede sulle imbarcazioni nemiche oppure stipata dentro vasi di terracotta che venivano lanciati sul naviglio nemico tramite le petriere, simili a mortai di artiglieria. e di conseguenza le navi, realizzate in quel periodo in legno,  con lo  scafo impermeabilizzato tramite calafataggio e con velatura, sartie e drizze in fibre vegetali, anch'esse intrise di pece, erano destinate a sicura distruzione.
Lo storico Marco Greco ci fornisce una semplice ricetta di tale miscuglio e afferma che l'unico modo per spegnerlo era quello di usare urina, sabbia o aceto

Fu proprio l'utilizzo del fuoco greco che fece fallire il secondo assedio di Costantinopoli, condotto dagli Arabi musulmani fra il 717 e il 718.
Ma anche in altre occasioni l'arma fornì servigi essenziali a Costantinopoli e ad altre città dell'Impero bizantino per sfuggire ai loro assedianti.
A parte la formula originaria, il fuoco greco è stato utilizzato da diversi eserciti dando sempre un grosso contributo alla vittoria.
L’assedio di Costantinopoli del 717, da parte dei musulmani, fallì per l’uso del fuoco greco con il quale i bizantini devastarono il campo e le attrezzature militari arabe.
Durante le battaglie navali, piccole e veloci imbarcazioni con a bordo questi antenati dei lanciafiamme passavano in mezzo alle navi nemiche spruzzandole di fuoco greco. I contenitori potevano essere di grosse dimensioni, ma anche delle otri in pelle con un tubo di rame. 

Il colore violetto


Il violetto è da sempre il colore dell’ignoto, del mistero, dell’ultraterreno. 
In natura è presente in minerali come l'ametista, in fiori come la violetta (naturalmente!) e nell'arcobaleno, di cui costituisce l'arco più interno.
 A volte, sempre dalla parte interna dell'arcobaleno, si possono vedere i cosiddetti archi soprannumerari, sempre di colore violetto. Un fenomeno naturale estremamente raro è il “raggio violetto”, parente del più conosciuto “raggio verde” che si forma a volte con il sole basso sull’orizzonte.
 Molti fenomeni elettrici legati all’alta tensione sono caratterizzati dal colore violetto e blu-violetto: archi voltaici, fulmini, fuochi di Sant’Elmo.
 Il violetto è il colore visibile con la minore lunghezza d'onda (circa 380 nanometri). Dopo di esso entriamo nel regno degli ultravioletti. Può sembrare incredibile, ma non solo nel linguaggio comune ma anche nella stragrande maggioranza dei libri scientifici e sui colori il violetto viene confuso con il colore viola. 
 Viola e violetto, nonostante il nome e perfino l'aspetto simile sono due gemelli soltanto apparenti. Infatti la loro origine è molto diversa: il viola è il risultato dell'unione tra blu e rosso, in varie proporzioni, mentre il violetto è un colore a sé stante, e di fatto è un primario. Per fare un paragone musicale il viola è l'"accordo" risultante tra rosso e blu, mentre il violetto è una "nota" pura. 
Il viola è definito un colore "non spettrale", perché non è contenuto nello spettro della luce solare, e non è presente nell'arcobaleno, mentre il violetto, insieme a rosso, arancio, giallo, verde, blu fa parte dei colori spettrali e lo possiamo osservare negli arcobaleni.
Se siete pittori vi sarete probabilmente già accorti di un problema legato al violetto. Se volete dipingere con questo preciso colore dovrete necessariamente acquistare il colore violetto già pronto. Potete mescolare tutti i rossi e i blu esistenti che non otterrete mai il vero violetto ma solo una moltitudine di viola e di lilla. 
 Allo stesso modo nelle normali stampe in quadricromia, che impiegano i quattro inchiostri rosso magenta, blu cyan, giallo primario e nero (oltre al bianco, costituito dalla carta stessa) non può essere riprodotto il colore violetto. Si potrebbe riprodurre questo colore se nelle tipografie si affiancassero i quattro inchiostri tradizionali con quello violetto, aggiungendo un passaggio in più nel processo di stampa. In realtà, considerando la scarsa ricorrenza di questo colore nel mondo attorno a noi e la ridotta sensibilità dei recettori dei nostri occhi alle lunghezze d'onda più basse, un tale procedimento, anche se tecnicamente possibile, su vasta scala sarebbe estremamente inutile e antieconomico.


Per nostra fortuna, per una particolare proprietà dei colori, il viola riesce ad imitare abbastanza bene il colore violetto. E questo è quello che succede abitualmente nelle stampe a colori.
 Le macchine fotografiche, sia a pellicola che digitali, non possiedono elementi sensibili dedicati al violetto, dato che usano un sistema basato sui tre primari rosso, verde e blu.
  L'occhio umano stesso non possiede recettori specifici per il violetto, possedendo solo tre tipi di coni, ovvero quelli per il rosso, quelli per il verde e quelli sensibili per il blu. 
Ma la sensibilità dei vari recettori non ha dei confini netti: così i recettori per il blu, che sono quelli che ci interessano in questo discorso, hanno una certa sensibilità sia per il colore precedente dello spettro, cioè il verde, sia per il colore successivo, ovvero, per l'appunto, il violetto.

Il mitico Impero di Rama

Le scoperte degli ultimi decenni  dovrebbero indurci a rivedere le concezioni storiche che possediamo e la loro applicazione pratica alle epoche che si sono succedute.
Se gli Egizi secondo l'ortodossia sono stati gli iniziatori della scrittura, i Sumeri lo furono per il concetto di civiltà, ponendo una cesura storica tra il caos organizzativo precedente il 9.000 a.C. e la stabilità successiva a questa data.

La scienza dovrebbe rendere ufficiale la maggior antichità delle popolazioni sud-orientali del mondo: ebbene questa concezione è quella vigente oggi; la civiltà in quanto tale sembra essere apparsa decine di migliaia di anni prima rispetto al 9.000 a.C. e si sviluppò proprio in queste zone.
La spinta forte in tale direzione ha trovato la forza necessaria nelle scoperte di Moenjo Daro, Harappa, Kalibangan, Kot Diji e Lothal, città antichissime con planimetrie e piani regolatori degni di una capitale dei nostri giorni.
Le pianificazioni dei quartieri perfettamente squadrati e angolari, che dividevano con un senso logico la topografia della città, hanno indotto gli studiosi ad ipotizzare progetti urbanistici a monte della loro realizzazione; dunque una concezione urbanistica prima che uno sviluppo.

Gli impianti fognari e quelli potabili erano tenuti separati, entrambi coperti e questi ultimi fornivano acqua corrente nelle case per bagni e gabinetti.
Era in uso la scrittura, non ancora decifrata, nonché sigilli con cui ufficializzavano lettere e documenti; tali sigilli riportano effigi di animali a noi sconosciuti...
Questi era l'Impero di Rama, celebrato negli antichi scritti del Ramayana
Gli antichi piloti di Rama proteggevano i vimana in ambienti, hangar, denominati "griha"; il carburante utilizzato era di colore bianco giallognolo.
Se consideriamo che la tradizione indica l'Isola di Pasqua come avamposto di  Rama, non può non saltare agli occhi che la misteriosa scrittura trovata sui Mohai non ha riscontri sul pianeta, se non nelle antichissime e misteriose città di Harappa e Moen Jo Daro; probabilmente l'impero indiano e Atlantide utilizzavano l'Isola come scalo aereo per i commerci che si estendevano su tutto il Pacifico; ammesso e non concesso che Rapa-Nui fosse un'isola a quei tempi.

L'informazione più importante proveniente dai "Vaimanika Shastra" è la descrizione di un meccanismo che oggi definiremmo "motore vortex al mercurio".
All'interno di un sito messo on line su internet nel 1998 (autore Ed Fouche), si faceva riferimento ad un esperimento militare ad opera degli statunitensi inerente l'aereo TR-3B, ovvero il triangolo volante a motore vortex al mercurio assemblato nella zona S-4 della nota base aerea Area 51 situata nello Stato del Nevada.
Le caratteristiche di questo motore sono quelle di controbilanciare la massa gravitazionale permettendo al velivolo di alzarsi in volo e compiere movimenti e crociere a velocità parossistiche e ad altissima manovrabilità.

Ma cosa c'entrano i motori al mercurio ed Ermete, il dio messaggero dell'antichità?
Anzitutto il nome del dio (Mercurio) e la sua caratteristica di padrone del volo ingaggiato dagli dèi per portare notizie da una parte all'altra dell'aree e del pianeta e la stessa denominazione/funzionamento dei motori vortex,appunto, al mercurio riscaldato
.

Clendenon è infatti convinto che la struttura del vortex, descritta da Bharadwaaja, sia del tutto simile al simbolo del dio, ovvero il Caduceo, composto di due serpenti intrecciati che si snodano attorno ad un perno centrale il tutto corroborato da due ali sormontate da una sfera; egli si spinge ad ipotizzare che il Caduceo potesse essere un simbolo della scienza dell'aviazione in tempi remoti, solo successivamente utilizzata dalla scienza medica.

La colonna di Ashoka



In India a Nuova Delhi, nel cortile di un tempio, vi si trova da secoli una colonna di ferro che ha messo a dura prova la competenza degli studiosi.
Il popolo indiano fece uso dei metalli già nell'età del rame come testimoniano numerosi attrezzi rinvenuti, e divennero provetti artigiani e specializzati nella metallurgia.
Fra il 2.500 e il 4.000 a.C. venivano usati comunemente oro, argento rame bronzo e ferro.
Furono i primi a produrre zinco per uso commerciale.
Si racconta che venne forgiato un acciaio leggendario superiore anche a quello prodotto oggi, ma la tecnologia per produrlo sembra andata perduta nel tempo.
Molti avrebbero cercato di riprodurlo senza esito.
La colonna di ferro di Delhi misura sette metri di altezza, 42 centimetri di diametro alla base e 32 alla sua sommità, pesa circa sei tonnellate.
Viene considerata antica di quattromila anni, ma gli ornamenti sul suo apice ne determinano un età di 1500.
Non fu quindi eretta dal Re Ashoka, dal quale prese il nome, ma probabilmente dall'imperatore Candragupta II che regnò dal 380 al 413.
Rimane comunque il mistero che la circonda.
Nonostante il clima umido e i monsoni che caratterizzano il clima dell'India, il ferro del pilastro non presenta tracce di ossidazione.
Le analisi compiute dimostrano che non si tratta di ferro puro; la colonna contiene carbonio, fosforo, silicio, rame, nichel e uno strato esterno costituito dall'80 % di ossidi di ferro.
A tutt'oggi la nostra tecnologia non è capace di produrre ferro inalterabile nel tempo, se non in piccolissime quantità e a costi elevatissimi
Gli esperti dell'Istituto Indiano di Tecnologia (ITT) hanno dichiarato di aver finalmente risolto il mistero che si celava nel pilastro di ferro di Delhi.
La colonna di metallo purissimo risale verosimilmente a circa 1600 anni fa.
I metallurgisti dell'ITT di Kanpur hanno scoperto che un sottile strato di misawite, un composto costituito da ferro, ossigeno ed idrogeno, ha protetto la straordinaria colonna dalla ruggine e dalla corrosione degli agenti atmosferici.
La patina protettiva ha cominciato a formarsi all'incirca tre anni dopo la fusione del pilastro e, da allora, ha continuato ad incrementarsi.
Secondo R. Balasubramanian dell'ITT, dopo ben 1600 anni, ha raggiunto lo spessore di un ventesimo di millimetro.
In un rapporto, pubblicato dalla rivista scientifica ?Current Science', lo studioso sostiene che la misawite si è formata cataliticamente, grazie alla presenza di una grande quantità di fosforo nel ferro, nell'ordine dell'1% contro lo 0,05% del ferro moderno.
L'alto contenuto di fosforo è il risultato del peculiare processo di estrazione del ferro, usato dagli antichi indiani, che trasformava il minerale di ferro in acciaio, attraverso un unico passaggio, ovvero mescolandolo con della carbonella.
Le moderne fornaci, invece, impiegano il calcare al posto della carbonella e, con un processo di separazione, dividono le scorie fuse dalla ghisa, che viene poi trasformata in acciaio.
Nel processo moderno, la maggior parte del fosforo viene eliminata con le scorie.
Il pilastro, fu eretto da Kumara Gupta della dinastia omonima che governò l'India settentrionale nel 320-540 d.C.
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