mercoledì 8 marzo 2017

Ipazia d'Alessandria, simbolo della libertà di pensiero e dell'indipendenza della donna


Ipazia d’Alessandria (in latino Hypatia), scienziata e filosofa greca, è ancora oggi un simbolo della libertà di pensiero, a 1600 anni dalla sua uccisione per mano di fanatici religiosi. 

Nata fra il 355 e il 370 (c’è incertezza sulla data esatta) presso Alessandria d’Egitto, fu una importantissima matematica, filosofa ed astronoma. 
 Figlia del noto filosofo Teone, studiò fin da giovanissima nella enorme biblioteca d’Alessandria, e ben presto fu a capo della Scuola Alessandrina. 
Donna di enorme cultura, di lei non sono rimasti scritti probabilmente a causa di uno dei tanti incendi che distrusse la biblioteca (c’è incertezza fra gli storici ma la distruzione della Biblioteca Alessandrina potrebbe essere avvenuta proprio durante la vita di Ipazia, nel 400). 

Nonostante l’assenza di suoi scritti, altri filosofi del tempo ne parlano come una delle menti più avanzate esistenti allora.
 Arrivò a formulare anche ipotesi sul movimento della Terra, ed è molto probabile che cercò di superare la teoria tolemaica secondo la quale la Terra era al centro dell’universo. 

Ipazia viene ricordata anche come inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio, strumento con il quale si può misurare il diverso peso specifico dei liquidi. 
In filosofia aderì alla scuola neoplatonica, anche se secondo le fonti storiche lo fece in modo originale ed eclettico, e non si convertì mai al cristianesimo (uno degli elementi che la condannò a morte). Oltre a tradurre e divulgare molti classici greci (è grazie a lei ed al padre se le opere di Euclide, Archimede e Diofanto presero la via dell’Oriente tornado poi in Occidente moltissimi secoli dopo), insegnò e divulgò fra i suoi discepoli le conoscenze matematiche, astronomiche e filosofiche all’interno del Museo di Alessandria, che a quel tempo era la più importante istituzione culturale esistente.

In un clima di fanatismo, di ripudio della cultura e della scienza in nome della crescente religione cristiana, Ipazia venne trucidata nel marzo del 415, lapidata in una chiesa da una folla di fanatici. 

Il suo nome è tornato famoso durante l’Illuminismo, quando molti autori hanno iniziato a ricordarne la sua libertà di pensiero e l’alto livello a cui erano giunti i suoi studi. 
Da allora viene ricordata come un simbolo della libertà di pensiero e dell’indipendenza della donna, oltre che come martire del paganesimo e in generale del dogmatismo fondamentalista.

 Al suo nome è dedicato il Centro Internazionale Donne e Scienza, creato nel 2004 dall’UNESCO a Torino per sostenere lo studio, la ricerca e la formazione in particolare delle donne scienziate del Mediterraneo. 
Il suo essere donna infatti, in un clima di fanatismo religioso, fu un aggravante per la sua posizione di persona di libero pensiero. 
La religione cristiana in espansione non accettava che la donna potesse avere ruoli importanti nella società, men che meno una posizione libera come quella sua, capace di aprire le menti e di non inchinarsi a nessun dogma. Inoltre in un clima in cui si imponeva alle donne di girare con velo e di restare chiuse in casa in posizione di subordinazione all’uomo, non poteva essere accettato che una donna formulasse ipotesi sul funzionamento del cosmo intero.


Su Ipazia sono stati scritti molti libri e nel 2009 è stato girato un film-colossal del regista spagnolo Alejandro Amenábar, “Agorà”. Dopo pressioni da parte di gruppi di cittadini sui social network (oltre 10mila firme) e da parte del giornale La Stampa, il film è finalmente uscito a fine 2010 anche in Italia.
 In un primo momento infatti nessuno si era voluto prendere carico della sua distribuzione nei cinema. Fatto che alcuni hanno interpretato come una resistenza ad accettare la rappresentazione di un’immagine negativa della religione cristiana, che purtroppo in quegli anni (e pure nei secoli a venire), motivò crociate contro il sapere e contro la libertà di pensiero.

 Una storia, quella di Ipazia, che dovrebbe far riflettere su come i dogmi in generale, di tipo religioso ma anche ideologico, siano stati troppe volte nella storia nemici della libertà di pensiero e della sete di conoscenza del genere umano, oltre che fonte di assurde discriminazioni del genere femminile.

 Fonte: http://www.meteoweb.eu

La leggenda della Cascata delle sette sorelle intrappolate fra i fiordi della Norvegia


Sette spose per un solo pretendente. 
Dalle pareti del Geirangerfjord, uno dei fiordi più spettacolari della Norvegia, scendono tante cascate che portano l’acqua dei ghiacciai. La più spettacolare è sicuramente la Cascata delle sette sorelle, suddivisa, proprio come dice il nome, in sette scivoli d’acqua sulla roccia.
 E il nome di questa sontuosa opera della natura non poteva che essere legata ad una leggenda:
 le sette sorelle erano così belle e simili l’una all’altra da aver stregato un solo uomo.
 Un principe che si trovava a passare da quei fiordi e che trovò rifugio in un podere dove vivevano un padre con sette bellissime figlie.
 Abbagliato da tanta bellezza, il principe decise di sposarne una, la più bella: sfortunatamente però, ogni giorno al risveglio dopo una notte di bagordi non riusciva più a riconoscere la sua prescelta.


Passarono gli anni e le sorelle, prese dalla disperazione di essere rimaste nubili ad attendere il principe, diventarono inconsolabili. Così generavano tante lacrime da formare dei rivoli d’acqua sempre più tumultuosi, tanto da arrivare a fondo valle. 
E per punizione, essendo la causa di tanto dolore, il principe pretendente fu trasformato pure lui in una cascata – la Cascata del pretendente, che si trova proprio di fronte a quella delle sette sorelle – ma a forma di bottiglia, a simboleggiare tutto l’alcol che aveva bevuto per annebbiare la sua memoria.
 La sua «ingordigia» è stata così punita con la legge del contrappasso dantesco: rimanere «a bocca asciutta» a contemplare per sempre la bellezza delle sette sorelle, senza essere degnato di uno solo sguardo.


Il Geirangerfjord è entrato a far parte della lista dei beni patrimonio dell’umanità dell’Unesco. E basta guardarlo per capirne il perché. La sua maestosità non ha eguali ed è reso unico proprio dalle tante cascatelle d’acqua che lo lambiscono, mettendo in bella mostra tutta la forza della natura. 
 Stare al cospetto di questo fiordo viene descritto essere come qualcosa di magico. Soprattutto se c’è il sole: la luce crea tanti arcobaleni. 
E al tramonto le sette sorelle sembrano brillare, creando una meravigliosa dispersione cromatica. Facile capire perché il Pretendente se ne sia perdutamente innamorato. 

 Fonte: lastampa.it
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