mercoledì 30 gennaio 2019

Un ingegnere ha inventato il portachiavi lampeggiante che salva la vita ai pedoni


Flare è una torcia in miniatura arricchita da diverse sorgenti di luce. 

Riprendendo le luci a bordo delle biciclette – preziose per la visibilità di chi pedala nelle ore notturne – l’ingegnere Carmelo Fallauto ha messo a punto un portachiavi in miniatura che, acceso, diventa un lampeggiante per incrementare la sicurezza dei pedoni. 


Da chi cammina o staziona ai bordi della strada in attesa del bus, agli sportivi che si concedono una corsa serale, fino a chi si trova ad attraversare un incrocio, il dispositivo sarà utile a tutti: è elementare nell’uso, poiché è sufficiente tenere premuto un pulsante sulla parte anteriore per accendere la luce rossa o quella bianca (da 100 lumen), mentre in caso di necessità sul posteriore si può attivare un laser o raggi ultravioletti (sono tre le versioni disponibili).

 Con una batteria agli ioni di litio ricaricabile via Usb e la possibile aggiunta di accessori come braccialetti elastici, supporto per la bicicletta, anello e moschettone, Flare ha superato i 20mila euro prefissati nella raccolta fondi su Kickstarter e si può prenotare a 19 euro, con spedizione in programma a maggio.

 Fonte: wired.it

Dubai sfida Singapore per la piscina a sfioro più alta del mondo


Una nuotata a 200 metri sopra l’iconica palma di Dubai.

 Lo skyline dell’emirato presto si arricchirà di un nuovo grattacielo di 52 piani con una incredibile infinity pool al cinquantesimo piano. La Palm Tower sta sorgendo proprio di fronte all’isola artificiale di Palm Jumeirah, quella del Burj al- Arab, il grattacielo a forma di vela simbolo di Dubai.
 I primi 18 piani faranno parte dell’albergo St. Regis Dubai, gli altri saranno appartamenti e uffici. Ma la vera particolarità saranno le tre piscine che il resort gestirà sul tetto del grattacielo, inclusa una vertiginosa piscina a sfioro che circonderà il terzultimo piano della torre, con una vista a 360 gradi sulla costa.


La data di inaugurazione non è stata ancora rivelata, ma l’impresa ha tutti i numeri per far già parlare di se: ci vorranno 930 mila litri d’acqua per riempire la piscina di 775 metri quadrati che si troverà al cinquantesimo piano, pronta a guadagnarsi il record di piscina più alta del mondo, essendo una manciata di metri più su della famosa piscina del Marina Bay Sands di Singapore. 

 Al 51esimo piano del Palm Tower ci sarà un ristorante, mentre il 52esimo sarà un punto di osservazione sulla città - e sulla piscina - che sarà aperto a tutti i visitatori.

 L’intero progetto è stato ideato da Nakheel, a cui si deve la costruzione di alcune delle più grandi strutture per il tempo libero di Dubai tra cui le Dragon Towers e lo shopping mall l’Ibn Battuta. 

 Fonte: lastampa.it

lunedì 28 gennaio 2019

Le misteriose sfere di ferro che ricoprono lo Utah


Milioni di piccole sfere di ferro incastonate nella roccia o liberamente radunate in cavità del terreno.
 Queste incredibili formazioni si chiamano Moqui Marbles: si trovano in grandi quantità nella lande desertiche dello Utah, negli Stati Uniti occidentali, dove sono conosciute come pietre degli sciamani, ma incredibilmente anche a 57.590.630 chilometri dalla Terra, su Marte.

 La scoperta di sfere molto simili a quelle di Moqui, poi ribattezzate Martian Blueberries (mirtilli marziani), si deve alle immagini inviate sulla Terra dal rover Opportunity della Nasa.
 Una somiglianza stupefacente, per delle «pietre» considerate da sempre speciali.


Queste concrezioni di ferro hanno dimensioni che variano da due a dieci centimetri, con eccezioni anche decisamente più grandi. 
Non tutte sono perfettamente sferiche, ma nella maggior parte dei casi sembrano delle biglie con al loro interno un cuore di arenaria navajo, la sabbia rossa che da 180 a 190 milioni di anni fa ricopriva Utah, Arizona, Colorado, Wyoming, Idaho, Nevada e New Mexico. 

A fare da «scudo», e a conferire il colore nero, uno strato molto sottile di ematite, minerale del ferro. 

 Moqui è la parola con cui la tribù indiana Hopi chiamava i morti: leggenda vuole che gli spiriti degli antenati tornino di notte sulla Terra per giocare con queste sfere per poi lasciarle al mattino vicino ai loro parenti per rassicurarli.

 Sono conosciute con decine di nomi differenti, da Indian Balls a Navaho Cherries. 
Ma nonostante le credenze non hanno nulla di surreale e sono opera di Madre Natura.



Fonte: lastampa.it

venerdì 25 gennaio 2019

Arrivano le prime uova prodotte senza uccidere pulcini maschi


In Germania sono già in vendita nei supermercati delle catene Rewe e Panny. 
Si tratta delle uova – le prime al mondo – prodotte senza sacrificare alcun pulcino maschio.

 Già, perché negli allevamenti intensivi di galline ovaiole i pulcini di sesso maschile sono considerati un sottoprodotto: non depongono uova e allevarli per la carne è antieconomico. 
Dunque, appena nati, vengono tritati vivi e destinati alla produzione di mangime animale.


 L’azienda tedesca Seleggt ha però messo a punto una soluzione per evitare questa inutile – e crudele – mattanza che ogni anno, solo in Germania, causa la morte di oltre 47 milioni di pulcini maschi. 
 Le uova salva pulcino sono frutto di anni di studio.

 Come spiegato in un video dalla stessa azienda, il sistema permette di individuare il sesso del pulcino prima della schiusa delle uova. Tra l’ottavo e il decimo giorno di incubazione alle uova è praticato un microforo da dove viene estratto il liquido.
 Il sistema funziona un po’ come un test di gravidanza: se lo stick diventa rosso il pulcino sarà di sesso femminile. Se diventa blu, si tratterà di un maschio. 
In questo caso, l’uovo viene scartato e destinato alla produzione di mangime animale.
 Infine, vengono fatte schiudere solo le uova contenenti pulcini femmina. 

 E i costi? Secondo l’azienda, l’impiego di questo metodo costa, al consumatore finale, 1 o 2 centesimi di Euro in più a uovo.

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

giovedì 24 gennaio 2019

Isola di Pasqua, svelato il mistero dei Moai: segnalavano la presenza di acqua potabile


Uno dei misteri più affascinanti dell'Isola di Pasqua potrebbe essere vicino alla soluzione. 
Un nuovo studio ha rivelato che le celebri statue dei Moai furono costruite in prossima di fonti d'aqua dolce.

 A sostenerlo è un team di ricercatori guidati dall'antropologo Carl Lipo della Binghamton University, che ha studiato le potenziali relazioni tra luoghi di costruzione, orti agricoli, vicinanza al mare e fonti di acqua dolce, le tre risorse più importanti di Rapa Nui. L'isola è nota per la sua elaborata architettura rituale, in particolare per le sue numerose statue, i moai, e le piattaforme monumentali che le sostenevano, chiamate ahu. 
Da tempo, gli scienziati di tutto il mondo cercavano di capire il significato di questi emblematici volti e soprattutto il motivo della loro posizione in determinate località dell'isola, considerando anche il tempo e l'energia necessari per costruirli. 

 I risultati della nuova ricerca sembrano gettare nuova luce sul mistero e suggeriscono che le posizioni delle ahu sono dovute alla vicinanza alle limitate fonti d'acqua dell'isola. 


 "La questione della disponibilità di acqua (o della sua mancanza) è stata spesso menzionata dai ricercatori che lavorano a Rapa Nui/Isola di Pasqua", ha detto Lipo. 
"Quando abbiamo iniziato a esaminare i dettagli dell'idrologia, abbiamo iniziato a notare che l'accesso all'acqua dolce e la posizione delle statue erano strettamente collegati tra loro. 


 Quando gli scienziati della Binghamton University hanno iniziato a esaminare le aree intorno alle ahu, hanno scoperto che la loro posizione era esattamente collegata ai punti in cui emergeva la fresca acqua di falda.
 Più guardavano, più lo schema si ripeteva: i luoghi senza ahu e moai non mostravano acqua dolce mentre quelli in cui erano presenti indicavano vicine fonti di acqua potabile.
 Secondo Terry Hunt dell'Università dell'Arizona, la vicinanza dei monumenti all'acqua dolce dice molto sull'antica società isolana. 

 "I monumenti e le statue si trovano in luoghi con accesso a una risorsa fondamentale per gli isolani su base giornaliera, l' acqua fresca: in questo modo, i monumenti e le statue degli antenati divinizzati degli isolani riflettono generazioni di condivisione, centrata sull'acqua, ma anche cibo, famiglia e legami sociali". 

Nonostante le risorse limitate, gli isolani hanno avuto successo condividendo attività, conoscenze e risorse per oltre 500 anni fino a quando i contatti con gli europei ne hanno interrotto la vita con malattie straniere e scambi di schiavi.

 I ricercatori attualmente dispongono solo di dati completi sulla presenza di acqua dolce nella parte occidentale dell'isola e intendono effettuare un'indagine completa per continuare a testare la loro ipotesi sulla relazione tra ahu e acqua potabile. 

 Lo studio è stato pubblicato su PlosOne.

 Francesca Mancuso

Popcorn Bay: la Spiaggia di Fuerteventura con la Sabbia a forma di Pop-Corn


Le spiagge raccontano spesso la natura che le circonda, come i granelli di sabbia a forma di stella di Okinawa o le lucciole bioluminescenti della spiaggia Brava in Uruguay. 

Nell’isola di Fuerteventura, nei pressi della città di Corralejo, nelle Canarie, si trova una spiaggia la cui sabbia sembra essere fatta di freschissimi Pop Corn.
 Nel posto è conosciuta come “Popcorn Beach” o “Popcorn Bay”, e da lontano non è diversa da qualsiasi altra spiaggia dell’isola spagnola, ma quando ci si avvicina si osservano milioni di piccoli sassolini a forma di pop corn.
 Gli strani frammenti sono in realtà dei piccoli pezzi di corallo bianco giunti sino in riva. Questi si mescolano con le rocce vulcaniche e la sabbia nera della spiaggia, e il risultato è un mix fra popcorn e pepe nero.


Il fenomeno della spiaggia a popcorn non è nuovo, ma ultimamente sono stati diversi gli Instagrammers a pubblicare immagini divenute virali con in mano una manciata di coralli/popcorn. Nonostante sembrino identici all’alimento, la sabbia corallina non è ovviamente commestibile, ma fa un sicuro effetto nelle fotografie dei turisti dell’isola.


Fonte: vanillamagazine.it

mercoledì 23 gennaio 2019

E' spuntata in Turchia una nuova città arcobaleno


Un'altra città arcobaleno.
 L'invasione di colori questa volta sta trasformando Kusadasi, città turistica della costa occidentale del Mar Egeo, in Turchia. 
Il suo borgo è stato suddiviso in spicchi secondo precise gradazioni di colori, creando così sulla collina un arcobaleno visibile 365 giorni l'anno.
 I lavori saranno completati entro aprile. 

 La sbalorditiva trasformazione si potrà vedere anche dal mare, mentre si attracca al porto, e non mancherà di stupire i tanti turisti che scelgono questa meta per trascorrere le vacanze o che passano da qui in crociera o come punto di partenza per visitare la regione e le rovine classiche di Efeso.

 Kusadasi significa «isola degli uccelli», proprio perché è la via di accesso a Guvercinada, Pigeon Island, isoletta collegata alla terraferma da una stretta strada artificiale. Il suo turismo spesso si ferma al porto e al lungomare, dove si trovano gli hotel e i ristoranti. 
Ma ora questa trasformazione vuole portare i vacanzieri anche in «alto», nell'antico borgo decisamente trascurato, che ora si prepara a vivere una nuova vita grazie ai suoi incredibili colori.


Più di 400 case sono state totalmente pitturate nell'ambito del progetto «Let's color» promosso da AkzoNobel con l'intento di colorare il mondo e ridare nuova vita ai luoghi con vernice e pennelli, e l'aiuto di tutto la comunità.

 «Questo è un luogo cruciale per noi, visto che è il primo posto che i turisti vedono della Turchia quanto arrivano al porto», sostiene il sindaco Ozer Kayali.
 «È un panorama sorprendente, motivo per cui crediamo che questo progetto darà un grande contributo alla nostra comunità». 

 Fonte: lastampa.it

Ocean Cleanup, un guasto ferma il sistema per ripulire i mari


A pochi mesi dalla partenza, il Sistema 001 Wilson, un galleggiante a ferro di cavallo lungo 600 metri per la rimozione di materiale plastico accumulato nell’isola galleggiante più estesa del pianeta, mostra i primi segni di malfunzionamento. 
A diffondere la notizia è Boyan Slat, fondatore e amministratore delegato della Ocean Cleanup, compagnia olandese che dal 2013 si è lanciata nella sfida di liberare almeno in parte gli oceani dalle tonnellate di plastica che li invadono.

 Secondo quanto riportato dalla notizia rilasciata da Ocean Cleanup, il 29 dicembre sarebbe stato rilevato un guasto strutturale al Sistema Wilson. 

Slat parla del distaccamento di una sezione terminale del Sistema 001, lunga 18 metri, individuata dai membri del team.
 La causa della frattura potrebbe essere attribuita al forte stress localizzato cui il materiale è sottoposto, tuttavia ulteriori analisi faranno più chiarezza sulla questione.

 Il resto del Sistema, precisa Slat, permane in perfette condizioni, senza alcuna possibilità di girarsi su sé stesso o senza nessun tipo di danno né perdita di eventuali materiali che potrebbero danneggiare l’ambiente o mettere a rischio la sicurezza del personale o delle navi.


Il Sistema 001 Wilson, ideato dal giovanissimo inventore Boyan Slat, è diventato una realtà l’8 settembre del 2018, quando ha lasciato la baia di San Francisco per essere trasferito in corrispondenza del Great Pacific Garbage Patch (GPGP), l’isola di plastica del Pacifico tra Asia e Nord America.

 Dopo una serie di test durati settimane, volti a monitorare il comportamento del sistema in mare, il 16 ottobre Wilson ha finalmente raggiunto il sito stabilito per dare il via alla pulizia.
 Con una flotta di altri 60 sistemi identici a Wilson, l’ambizioso progetto della Ocean Cleanup potrebbe rimuovere il 50% della plastica dal Great Pacific Garbage Patch in soli 5 anni.
 Ma non finisce qui: entro il 2040 l’obiettivo di Slat è quello di eliminare il 90% dei materiali plastici galleggianti sugli oceani di tutto il mondo.

 Essendo le due estremità di Wilson punti di installazione di satelliti e dispositivi di navigazione, la decisione della compagnia in seguito all’accaduto è stata quella di trasportare il Sitema 001 fino al Porto di Honolulu per cercare una soluzione al danno e riprendere il largo quanto prima possibile.

 L’idea di Ocean Cleanup di trascorrere più tempo in mare in questa prima spedizione per raccogliere quanti più dati possibili sull’interazione tra il sistema e la plastica galleggiante, deve ora andare incontro ad un periodo di pausa che metterà alla prova le conoscenze e abilità degli esperti, ma non solo spiega Slat, «ci darà l’opportunità per apportare miglioramenti al sistema». 

 Non è di certo la prima sfida che la compagnia affronta né l’ultima a cui andrà incontro.
 Già dopo circa 6 settimane di permanenza di Wilson in mare, il sistema riportava un problema nella capacità di cattura della plastica. 
Wilson sembrava essere in grado di attrarre e concentrare la plastica, ma non di immagazzinarla per un suo successivo smaltimento.
 Secondo gli esperti una delle possibili cause era la velocità troppo ridotta del sistema che gli impediva di trattenere il materiale.
 Per ovviare a tale problema le due estremità furono allungate con l’aggiunta di ulteriori elementi in modo da incrementare la superficie esposta al vento e aumentare così la velocità del sistema, ma nemmeno questa soluzione sembrò funzionare.
 La nuova proposta fu quella di rimuovere gli annessi e focalizzarsi sulla cosiddetta locking line, ovvero la distanza che separa le due estremità del sistema. 
Purtroppo i test non durarono a lungo per studiarne gli effetti, proprio a causa del malfunzionamento registrato dopo alcune settimane che vede ora Wilson muoversi in direzione delle Hawaii rimorchiato dalla nave Maersk Launcher. 


 Non ci sono dubbi sul fatto che l’intero progetto sia di per sé un’idea sensazionale e innovativa con obiettivi concreti.
 Gli ostacoli sono molti e mettono a dura prova il team che tuttavia non si fa intimorire dagli inconvenienti.
 La determinazione di Ocean Cleanup nel dare un nuovo volto all’oceano è pronta ad affrontare qualsiasi difficoltà.



FONTE: RIVISTANATURA.COM

La raganella con l'artiglio delle Ande ecuadoriane


Questa bellezza dalla pelle cinerea punteggiata d'oro era rimasta finora inosservata, perfettamente camuffata tra i sassi e gli arbusti di fiume di una foresta andina.
 Finché non è stata scoperta e descritta, per la prima volta, da un gruppo di biologi dell'Università Cattolica dell'Ecuador, che l'hanno ribattezzata Hyloscirtus hillisi (in onore di David Hillis, uno scienziato statunitense che negli anni '80 ha largamente contribuito allo studio degli anfibi delle Ande).

 La nuova specie, che raggiunge i 6,5-7 cm di lunghezza, è stata trovata in una piccola foresta di una remota montagna tabulare della Cordillera del Cóndor, un'area praticamente inesplorata delle Ande orientali, raggiungibile solamente con due giorni di marcia a piedi su un versante scosceso.

 Curiosamente, presenta una sorta di artiglio alla base del prepollice, una sorta di dito nell'arto anteriore: la funzione di questo aculeo non è nota, ma potrebbe servire a scopo difensivo o nelle lotte tra maschi rivali.

Nonostante sia appena stata scoperta, la raganella è già a rischio estinzione. 
Si distribuisce infatti in un'area molto ridotta, vicino a un grande sito di scavi minerari gestito da una compagnia cinese.

 Di recente la Ong Amazon Conservation aveva documentato la distruzione dell'habitat in questa regione. 


Fonte: focus.it

lunedì 21 gennaio 2019

Le Hawaii hanno una nuova, straordinaria spiaggia nera


Si chiama Isaac Kepo’okalani Hale Beach Park ed è la nuova spiaggia nera creata sull’isola hawaiana di Pahoa dall’esplosione del vulcano Kilauea avvenuta nel 2018.

 Questa incredibile spiaggia lavica dai riflessi argentei che creano dei contrasti cromatici con il mare di spettacolare impatto, è forse l’unico ricordo positivo di quella terribile devastazione che ha distrutto gran parte dell’isola principale dell’arcipelago hawaiano. Danni per milioni di dollari, un’intera economia in ginocchio, case distrutte: sotto la cenere e i detriti, il tempo ha fatto emergere questo gioiello, frutto della furia eruttiva del vulcano.
 Ed è anche grazie a questa spiaggia che, in qualche modo, il turismo sull’isola è risorto.
 Un luogo magico, ambito da tutti i visitatori che giungono numerosi per ammirare quello che è giustamente considerato un vero capolavoro della natura.


Una bellezza selvaggia e incontaminata che ha fatto guadagnare a questa spiaggia un posto nella CNN Travel 2019, la classifica dei luoghi del mondo imperdibili. 

Anche se la Isaac Kepo’okalani Hale Beach Park non è l’unica grande spiaggia di sabbia nera creata dalla roccia lavica dell’eruzione di Kilauea, è sicuramente quella più affascinante e seducente.
 Le stesse autorità dell’isola la considerano una sorta di “benedizione”, un luogo speciale da cui ripartire e in cui creare nuovi ricordi ed emozioni positive, specie per la comunità autoctona che ha subito gli effetti più devastanti dell’eruzione.


Tra le dune disegnate dalla sabbia scurissima, sono stati creati quattro bacini termali naturali di acqua oceanica che presto saranno pronti per l’apertura al pubblico. 

Nel frattempo, chiunque abbia la fortuna di visitare questo luogo non potrà fare a meno di catturarne l’essenza in qualche scatto da collezionare tra i ricordi più belli.



Fonte: siviaggia.it

venerdì 18 gennaio 2019

Le 12 tombe a corridoio dei Sedici Regni


Un antico complesso di tombe è stato scoperto in un villaggio in Cina, nella provincia nordoccidentale dello Shaanxi.
 Risale all’epoca dei Sedici Regni (304-439 d.C.) e comprende 12 tombe a corridoio disposte su due file.
 All’interno vi erano numerose offerte funerarie, quali statuette di terracotta e monete di bronzo.


Le 12 tombe sono state scavate tra il 2017 e il 2018 nel villaggio di Leijia, all’interno della Xixian New Area, un nuovo grande distretto urbano in costruzione. 

Le tombe, disposte su due file, erano composte da una porta e un corridoio che conducevano alla camera con la sepoltura. 

«Sono state scoperte per la prima volta alcune usanze funerarie mai viste prima: per esempio, la posa di alcune pietre in una piccola fossa all’angolo della tomba, oppure diverse pietre quadrate sopra i piedi di alcuni individui», ha dichiarato Liu Daiyun, ricercatore dell’Istituto provinciale di Archeologia dello Shaanxi. 

 Nelle tombe erano presenti diverse offerte funerarie. 
La maggior parte sono di ceramica, come vasi, lampade e le statuette di guerrieri, animali e servi.
 Gli oggetti in bronzo comprendono invece specchi, sigilli, spille, braccialetti, campanelli e diverse monete.
 Tra queste, una rara moneta del regno degli Zhao Posteriori ha permesso la datazione delle tombe. 

Gli archeologi hanno anche trovato teschi di maialini in due tombe e una grande quantità di chicchi di miglio. 

«Basandoci sulla distribuzione delle tombe, è possibile che le tombe appartenessero a una singola famiglia», ha aggiunto Liu. «Effettueremo dei test del DNA per verificarlo».





Fonte: ilfattostorico.com

giovedì 17 gennaio 2019

Ritrovato in Guatemala un bagno di vapore Maya di 2500 anni fa perfettamente conservato


Pensavano fosse una tomba.
 E invece era qualcosa di decisamente più allettante. 

Gli archeologi polacchi hanno riportato alla luce nell'antica città Maya di Nakum, in Guatemala, un antico bagno di vapore scolpito nella roccia. 
Ha oltre 2500 anni. 
E qui, oltre all'antico rituale di benessere, si svolgevano anche cerimoniali religiosi.

 Quando è stata trovata la prima traccia, circa cinque anni fa, «pensavamo di avere a che fare con una tomba. Ma scoprendo gradualmente le parti successive abbiamo capito che si sbagliavamo e siamo giunti alla conclusione che si trattava in realtà di un bagno di vapore», ha spiegato Wieslaw Koszkul dall'Istituto di archeologia della Jagiellonian University di Cracovia, supervisore degli scavi.


Dal sito archeologico, situato nella regione del bacino di Peten, è riemerso prima un tunnel scavato nella roccia, da cui scorreva l'acqua in eccesso creata dal vapore, e dopo pochi metri, su entrambi i lati, le scale utilizzate per entrare nel bagno: una stanza rettangolare contornata da delle panche scavate nella roccia, dove ci si sedeva per godere del trattamento. 
 Di fronte all'ingresso, gli archeologi hanno trovato anche una nicchia ovale nel muro: un grande focolare usato per molto tempo, come testimonia uno spesso strato di fuliggine tutt'attorno. 
E nel canale di scarico, oltre alla cenere, sono stati rinvenuti anche frammenti di vasi - Nakum era la città delle ceramiche - e strumenti di ossidiana che potrebbero essere stati utilizzati dai Maya per rituali religiosi durante i bagni di vapore, per purificare corpo e anima. 

Il bagno si trova nella parte settentrionale dell'antica città di Nakum, ed è circondato da rovine di templi, piramidi e palazzi residenziali dello stesso periodo o successivi.

 E' stato probabilmente utilizzato per oltre quattrocento anni, dal 700 al 300 avanti Cristo dall'élite dell'epoca. 
E vista la sua completezza e ottima conservazione, questa scoperta Maya viene considerata «estremamente preziosa».

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 16 gennaio 2019

Scoperta la tomba di Cleopatra e Marco Antonio: la conferma dell'egittologo


Dopo migliaia di anni Cleopatra e Marco Antonio ancora insieme, seppelliti in un luogo sacro per l’antichità a circa 50 km da Alessandria d'Egitto.

 La scoperta è opera di Zahi Hawass, riconosciuto come uno dei massimi esperti di antichità egizie, ispettore di numerose spedizioni archeologiche e noto anche come divulgatore scientifico.

 Lo studioso ha tracciato il punto della situazione a Palermo lo scorso 12 gennaio. 

 Le prove? 
Abbiamo ancora solo l’annuncio del professore, da anni è impegnato in questi studi, che si è dichiarato sicuro di aver individuato il luogo nel quale i due amanti riposano insieme da millenni. 
Dunque a breve dovrebbero iniziare le ricerche per il disseppellimento delle tombe. 

 La morte della sovrana, avvenuta per suicidio nel 30 a.C., è sempre stata circondata di un'aura di leggenda, come d’altronde la sua figura stessa. 
E dunque le ricerche sulla sua tomba andavano avanti da molto tempo, recentemente concentrate proprio nella zona. 
 Stando alle parole di Hawass, la sepoltura sarebbe avvenuta a pochi metri dal tempio funerario di Taposiris Magna in un ambiente sotterraneo ma non molto profondo. 

Se, come si spera, gli scavi inizieranno presto, non mancherebbe dunque molto al vero e proprio ritrovamento, che si aggiungerebbe agli altri di questi ultimi mesi, tra i quali 8 mummie di 2500 anni fa e una di ben 4400 anni fa. 

 Roberta De Carolis

Scoperto in Gran Bretagna un cimitero romano con molti corpi decapitati


La recente scoperta di un cimitero romano in Inghilterra ha impressionato gli archeologi al lavoro a causa di uno strano particolare: molti corpi avevano la testa tagliata e messa fra le gambe.
 Dei cinquantadue scheletri scoperti nel cimitero, risalente al IV secolo dopo Cristo, ben 17 erano stati decapitati.

 Il motivo per il quale i cadaveri furono decapitati è completamente sconosciuto, ma Andy Peachey, archeologo impiegato presso lo scavo, afferma che: “sembra essere un attento rito funebre, che può essere associato a un particolare gruppo all’interno della popolazione locale“.


Gli archeologi hanno scoperto il misterioso cimitero a causa degli scavi preliminari per un complesso residenziale nei pressi di Great Whelnetham, nel Suffolk.

 La notizia non è giunta inaspettata, perché già dal 1964 gli archeologi erano a conoscenza di un insediamento romano nei pressi del villaggio, testimoniata da un forno per la terracotta, da monete e sepolture. 

 Quel che ha stupito gli archeologi è stata la decapitazione, avvenuta certamente post mortem, di così tanti cadaveri.

 Peachey prosegue: “Le incisioni attraverso il collo furono praticate post-mortem, realizzate con cura proprio dietro la mascella. Un’esecuzione mostrerebbe un taglio più basso, associato a una violenta forza d’urto, particolari che non si ravvisano negli scheletri rinvenuti“. 

 Le sepolture del cimitero, oltre ai 17 cadaveri decapitati, presentano anche altre anomalie. 
Di 52 scheletri soltanto 17 furono sepolti in posizione supina, o distesi sulla schiena. 
Gli altri vennero sepolti a faccia in giù, in posizione rannicchiata, oppure decapitati. 
Altro particolare curioso è che: quattro dei teschi decapitati erano accanto a scheletri di altre persone.


L’enigma di tante sepolture singolari è evidente, e porta gli studiosi ad avanzare diverse ipotesi.
 E’ infatti possibile che le decapitazioni post mortem fossero una pratica propria di un gruppo di persone che si trasferì nella zona, forse appartenenti a un gruppo di schiavi di altre zone dell’Impero Romano.
 Le decapitazioni potrebbero quindi essere legate ad alcune credenze pagane, che ritenevano che gli spiriti necessitassero di essere liberati per raggiungere l’aldilà, o anche che la testa fosse un contenitore dell’anima, una pratica vista nelle tribù celtiche preromane. 

 Purtroppo l’enigma potrebbe essere impossibile a svelarsi. Le sepolture non offrono indicazioni sul ruolo sociale dei defunti, e fatta eccezione per due pettini in osso di tipo romano nelle tombe non sono presenti artefatti che possano fornire indicazioni utili alla soluzione del mistero.


Oltre alla decapitazione rituale e alla strana posizione degli scheletri, il cimitero non era dissimile da tanti altri nei territori dell’impero.
 Le sepolture erano di uomini, donne e bambini, e probabilmente rispecchiano la demografia all’interno dell’insediamento.

 Fonte: vanillamagazine.it

martedì 15 gennaio 2019

Un supermicroscopio ha scoperto il segreto dei quadri di Rembrandt


Svelato dopo tre secoli l’ingrediente segreto della tecnica a impasto usata da Rembrandt per rendere tridimensionali i suoi dipinti: si tratta della plumbonacrite, un minerale ritrovato rarissime volte nei dipinti antichi. 

Lo hanno scoperto i ricercatori olandesi dell’Università tecnica di Delft e del Rijksmuseum di Amsterdam grazie al super microscopio europeo Esrf (European Synchrotron Radiation Facility), la struttura per la luce di sincrotrone di Grenoble.

 Lo studio, pubblicato sulla rivista Angewandte Chemie, aiuterà la conservazione e il restauro delle opere di quello che è considerato il più grande pittore dell’Età dell’oro olandese.
 La sua rivoluzione è stata proprio quella di dare tridimensionalità ai dipinti usando la tecnica dell’impasto, ovvero l’applicazione di uno spesso strato di pittura che, protrudendo dalla tela, riflette la luce dando la sensazione di poter quasi toccare la persona o l’oggetto ritratto.
 L’impasto veniva preparato con pigmenti presenti sul mercato nel XVII secolo, anche se la ricetta esatta non era stata finora ricostruita completamente.
 L’ingrediente mancante era proprio la plumbonacrite, trovata analizzando con la potente luce del sincrotrone tre opere di Rembrandt: il ‘Ritratto di Marten Soolmans’ conservato al Rijksmuseum, ‘Betsabea’ del Louvre e ‘Susanna’ del museo Mauritshuis. 

 “Non ci aspettavamo di ritrovare questa sostanza, è così insolita nelle opere dei grandi maestri”, afferma il coordinatore dello studio Victor Gonzalez. 
“Inoltre la nostra ricerca dimostra che la sua presenza non è accidentale o dovuta a contaminazione, ma il risultato di una sintesi fatta intenzionalmente”.

 Le indagini, però, non finiscono qui. “Pensiamo che Rembrandt possa avere usato anche altre ricette e questo – aggiunge la ricercatrice Annelies van Loon – è il motivo per cui analizzeremo campioni di altre opere realizzate da lui e da pittori della sua cerchia”. 

 Fonte: blueplanetheart.it

lunedì 14 gennaio 2019

A Londra è stata scoperta una ghiacciaia sotterranea del 18esimo secolo


A Londra è stata portata alla luce un’enorme Ice House sotterranea risalente al 1780. 
Costruita con mattoni rossi l’antica ghiacciaia sotterranea nascosta sotto le strade della city ha la forma di un uovo. 

Perfettamente conservata la ghiacciaia del 18esimo secolo è stata scoperta nei pressi di Regent’s Park durante dei lavori di ristrutturazione.

 La vecchia Ice House, il negozio del ghiaccio sotterraneo, era utilizzato dall’imprenditore e mercante William Leftwich.
 Leftwich importò 300 tonnellate di ghiaccio dai laghi della Norvegia negli anni Venti del 1800 per immagazzinarlo nella camera di raffreddamento londinese.


In quegli anni in assenza dell’elettricità per procurarsi cubetti di ghiaccio e tenerli congelati gli ingegneri londinesi costruirono questa ghiacciaia sotterranea.

 La “caverna del ghiaccio” sotterranea è stata utilizzata per conservare blocchi di ghiaccio per tutto l’anno, permettendo alle famiglie più ricche di impressionare i propri ospiti continuando a servire piatti ghiacciati anche durante i mesi più caldi dell’estate. Le ghiacciaie divennero popolari tra le élite del 1700, ma furono utilizzate anche dagli ospedali.
 Il ghiaccio conservato è stato infatti utilizzato anche per intorpidire i pazienti negli interventi chirurgici e per le pratiche dentistiche. Per la ristorazione la ghiacciaia era utilizzata invece per preservare il cibo. 

Jane Sidell, ispettrice di monumenti antichi, ha dichiarato: “La Regent’s Crescent Ice House è una scoperta spettacolare, si è conservata perfettamente e questo dimostra le grandi capacità ingegneristiche e costruttive già presenti alla fine del 18esimo secolo”.


Originariamente il ghiaccio veniva prelevato dagli stagni e dai canali locali, ma raramente veniva consumato direttamente a causa delle sue impurità.
 Nel diciannovesimo secolo, tuttavia, si sviluppò un commercio di ghiaccio oceanico che portò blocchi cristallini dai laghi della Norvegia ai porti britannici, da lì venivano portati nelle fabbriche di ghiaccio per la conservazione e imballati nella paglia per l’isolamento.

 Quando i frigoriferi entrarono in funzione alla fine del 1800, queste “Ice House” vennero piano piano abbandonate o utilizzate come magazzini. 

 Fonte: www.tpi.it

La fortezza tolemaica di Berenice a guardia del commercio di elefanti


Una missione archeologica polacca-americana sta scoprendo la mura fortificate di Berenice, un’antica città ellenistica sulla costa del Mar Rosso in Egitto. 
Vennero costruite 2.300 anni fa dai Tolomei, una dinastia di sovrani discendenti da uno dei generali di Alessandro Magno.
 Le mura proteggevano il porto di Berenice, utilizzato per commerciare oro, avorio e anche elefanti da guerra.


«La parte occidentale della fortezza – quella rivolta verso l’entroterra – era protetta da una doppia linea di mura, mentre a Est e a Nord ne era sufficiente una sola», scrivono gli archeologi Marek Woźniakand (Università di Varsavia) e Joanna Rądkowska (Accademia polacca delle scienze) sulla rivista Antiquity.
 «Agli angoli e in altri punti strategici erano state costruite delle torri quadrate».

 La parte più grande e fortificata di Berenice è un complesso grande circa 160 x 80 metri, che includeva tre grandi corti e diversi edifici. L’aspetto più impressionante è la sua architettura monumentale: «Era progettata così bene che proteggeva la città dalle sabbie del deserto», ha dichiarato Woźniak a Live Science.

 Presso la porta d’ingresso della fortezza, gli archeologi hanno trovato un pozzo scavato nella roccia, vasche per raccogliere l’acqua piovana, e una serie di canali di scolo.
 Secondo Woźniak e Rądkowska, il fatto che l’acqua piovana venisse raccolta suggerisce che Berenice avesse un clima più umido di oggi.
 Le due vasche più grandi potevano avere una capacità totale di oltre 17.000 litri.








Gli scavi vicino alle mura a Nord hanno invece portato al ritrovamento di una discarica, dove sono state trovate statuette di terracotta, monete e un pezzo del teschio di un elefante. 

«È interessante notare che le fortificazioni non vennero ritenute necessarie. 
Alcune furono smantellate dopo un brevissimo periodo di esistenza», ha detto Woźniak, aggiungendo che non è stata trovata alcuna prova di un attacco alla città.


Le fonti storiche indicano che Berenice faceva parte di una serie di porti costruiti lungo il Mar Rosso per agevolare la fornitura di elefanti da guerra all’esercito dei Tolomei.

 Nel 2014, una ricerca genetica aveva rivelato che i Tolomei probabilmente importavano i loro elefanti dall’Eritrea, nell’Africa orientale.

 Dopo che Roma conquistò l’Egitto nel 30 a.C., il commercio si espanse e il porto di Berenice diventò un importante centro commerciale.

 Dal I al VI secolo d.C., le testimonianze suggeriscono relazioni commerciali dalla Grecia e dall’Italia fino all’Arabia meridionale, all’India, alla penisola malese, all’Etiopia e all’Africa orientale. 

La città di Berenice venne fondata nel 275 a.C. da re Tolomeo II Filadelfo; tuttavia, nel 2015, il ritrovamento di due iscrizioni aveva provato che il precedente villaggio egizio potrebbe essere stato più importante di quello che si credeva.



Fonte: ilfattostorico.com

giovedì 10 gennaio 2019

I conflitti per la terra che causano l’80% delle morti della tigre dell’Amur


Il futuro della tigre dell’Amur si gioca sulla problematica convivenza tra l’uomo e il grande felino, entrambi in competizione per il proprio spazio: l’estrema Siberia orientale.

 Tra il 2000 e il 2016, infatti, 279 conflitti con l’uomo hanno causato la morte di 33 tigri, pari al 15% della popolazione totale. Oggi il numero di tigri siberiane è stimato in 500 individui e l’80% della mortalità è causata dall’uomo.

 In un territorio che pare sconfinato sembra strano che l’uomo e la tigre non riescano a trovate un equilibrio.
 Eppure, i dati dell’ultimo report WWF – Way of the tiger – mostrano proprio come la competizione con l’uomo insieme al taglio delle foreste sia il maggiore fattore di minaccia per la tigre dell’Amur.
 Gli abbattimenti legali e illegali dei boschi stanno riducendo sempre di più i vasti territori di cui la tigre dell’Amur ha bisogno per procacciarsi le prede. 
La diminuzione delle prede a causa della competizione con l’attività venatoria esercitata dalle comunità locali spinge la tigre a colpire il bestiame e questo porta il maestoso felino siberiano nel mirino dei cacciatori. 

 «I conflitti tra uomo e tigre dell’Amur sono la principale minaccia per questa sottospecie di tigre e sono la causa dell’80% delle morti – spiega il WWF –. Prevenire questi conflitti è una priorità per il futuro delle tigri dell’Amur, troppo spesso vittime di cacciatori e bracconieri».


Tra il 2000 e il 2017 i centri di riabilitazione sostenuti del WWF hanno ospitato 24 tigri. 
Di queste, 13 sono state rilasciate in natura dopo aver ricevuto le cure necessarie, 6 sono morte a causa delle ferite riportate prima del trasferimento, 3 sono rimaste in cattività e 2 sono ancora in ospitate nel centro Alekseevka.
 10 delle 13 tigri rilasciate sono state dotate di trasmettitori GPS: di queste 5 sono tuttora segnalate come vive, 2 sono state uccise mentre il destino di 3 è incerto perché potrebbero essersi liberate dal radiocollare. 

 FONTE: RIVISTANATURA.COM
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