mercoledì 27 febbraio 2013

Peru': scoperta una porta segreta a Machu Pichu

Potrebbe essere una delle scoperte più notevoli realizzate nel famoso sito archeologico di Machu Pichu, ma la burocrazia sta mettendo i bastoni tra le ruote agli archeologi. Per più di quindici anni, Thierry Jamin, un archeologo e esploratore francese, ha vagato per la giungle del sud del Perù in ogni possibile direzione, alla ricerca di indizi sulla civiltà Inca nella foresta amazzoni e della leggendaria città di Paititi, una città perduta dell'epoca pre-inca, che si dice essere esistita ad est delle Ande, nascosta da qualche parte nella foresta pluviale. Nel corso di diverse esplorazioni nella giungla di Madre de Dios, l'avventuriero francese ha studiato le misteriose piramidi di Paratoari, conosciute anche come Piramidi di Pantiacolla, 12 monticcioli di circa 150 metri di altezza, individuate per la prima volta dai satelliti della NASA negli anni Settanta. La stessa spedizione è stata occasione anche per uno studio approfondito delle incisioni rupestri di Pusharo, segni incisi nella roccia considerati dagli esperti come i più importanti dell'Amazzonica. Dopo la scoperta di una trentina di siti archeologici a nordi di Cuzco, rinvenuti tra il 2009 e il 2011, che comprendono numerose fortezze, sepolture cerimoniali e centri urbani composte da centinaia di edifici e strade, Thierry Jamin ha intrapreso l'esplorazione di Machu Picchu. Alcuni mesi fa, nel corso dello studio del sito, Jamin e il suo team hanno fatto quella che pensano sia una scoperta archeologica più straordinaria dai tempi della scoperta della antica città Inca ad opera di Hiram Bingham nel 1911. La scoperta è avvenuta grazie ad una segnalazione di un ingegnere francese, David Crespy. Nel 2010, mentre era in visita a Machu Pichu, Crespy notò la presenza di uno strano rifugio situato nel cuore della città, in fondo a uno degli edifici principali. L'ingegnere non ebbe dubbi: stata guardano una porta, una sorta di ingresso sigillato dagli Incas. Nel mese di agosto 2011, lesse per caso un articolo sul quotidiano francese Le Figaro che parlava di Thierry Jamin e il suo lavoro in Sud America. Immediatamente decise di contattare l'esploratore francese. Thierry ascoltò con attenzione il resoconto di Crespy, decidendo di voler verificare la storia andando direttamente sul posto. Accompagnato da un gruppo di archeologi dell'Ufficio Regionale della Cultura di Cusco, l'archeologo riusci a visitare il sito per diverse volte. Le sue conclusioni preliminari furono inequivocabili: si trattava di un ingresso in una camera sconosciuta di Machu Pichu, che gli Incas avevano bloccato per una qualche ragione ignota. (Scoperta una camera segreta a Puma Punko). Tra l'altro, Thierry si rese conto che il sito somigliava stranamente ai luoghi di sepoltura che lui e suoi compagni avevano individuato nelle valli di Lacco e Chunchusmayo. La posizione della “porta” al centro di uno degli edifici principali della città, e che domina l'intera area urbana, ha portato Thierry a ipotizzare che possa trattarsi di una sepoltura di primaria importanza. Le tradizioni inca e alcune cronache, come quella di Juan de Betanzos, sostengono che Pachacutec, l'imperatore considerato come il fondatore dell'Impero inca, sia sepolto proprio a Machu Pichu. E' possibile che il recinto funerario sia proprio il sepolcro dove riposa la mummia del nono sovrano del Tawantinsuyu (Impero Inca). Fino ad oggi, nessuna mummia della stirpe degli imperatori inca è mai stata trovata. Sarebbe una scoperta senza precedenti. Al fine di confermare l'esistenza della cavità nel seminterrato del palazzo, a dicembre del 2011, Thierry e il suo team hanno presentato una richiesta ufficiale al Ministero della Cultura di Lima per effettuare delle indagini geofisiche con l'aiuto di strumenti per la risonanza elettromagnetica. Nell'aprile del 2012 il ministero ha dato il via libera agli archeologi. Le indagini effettuate tra il 9 e il 12 aprile, non solo hanno confermato la presenza di una stanza sotterranea, ma addirittura di diversi ambienti! Appena dietro il famoso ingresso, è stata rilevata quella che sembra essere una scala. Le risonanze hanno mostrato l'esistenza di due percorsi che sembrano portare alle varie aree del sotterraneo, tra cui una principale di forma quadrata. Inoltre, il georadar ha rilevato una grande quantità di depositi di metallo, presumibilmente oro e argento. Infine, l'uso di telecamere endoscopiche conferma l'ipotesi che i blocchi di pietra disposti all'ingresso dell'edificio hanno la sola funzione di nascondere e proteggere il passaggio e non a sostenere le strutture edilizie come si è sempre pensato. Ampi spazi vuoti lasciano ipotizzare l'esistenza di un misterioso corridoio. Thierry Jamin e il suo team non avevano torto. Si tratta di una porta chiusa dagli Incas per nascondere qualcosa di molto importante. Questo è forse il principale tesoro archeologico di Machu Picchu. ( gli archeologi entrano per la prima volta nella toma maya di Palenque ). Tutto sembrava andare per il meglio e Thierry e il suo team si stavano preparando per il passo successivo: l'apertura dell'ingresso sigillato dagli Incas più di cinque secoli fa. Il 22 maggio 2012, Thierry ha presentato una richiesta alle autorità peruviane per un nuovo progetto di ricerca archeologica (con scavo) per procedere con l'apertura delle camere. Ma con una risposta arrivata il 5 novembre del 2012, il Ministero della Cultura di Lima, questa volte ha dato picche! Evidentemente, la posta in gioco è molto alta. Si parla di una delle scoperte più importanti per l'archeologia del Sud America e non si fa fatica ad immaginare le pressioni degli archeologi locali che temono di farsi soffiare la scoperta da un europeo. Inoltre, si parla di grosse quantità di oro e di argento, fatto che ha spinto i funzionari governativi ad una riflessione più prolungata. Ma Thierry Jamin, da buon esploratore, non si è perso d'animo e il 5 dicembre 2012 ha presentato una nuova richiesta alle autorità peruviane, invitandole a riconsiderare la loro decisione. A questo punto, non possiamo fare altro che attendere!

Anche gli Harem subiscono la crisi

L'entusiasmo


L’entusiamo è il principale terreno da cui nascono le idee

Gli etruschi erano italiani


Gli etruschi non provenivano dall’Oriente come si è creduto fino ad oggi, ma erano italianissimi e alcune tracce del loro DNA sono ancora presenti nelle popolazioni moderne che oggi abitano nel Casentino e nella zona di Volterra. È quanto emerge da un recente studio pubblicato su Plos One a firma di Guido Barbujani dell’Università di Ferrara e David Caramelli dell’Università di Firenze, in collaborazione con l’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano. 

 I ricercatori sono riusciti ad estrarre tracce di DNA da campioni ossei vecchi più di 2000 anni, scoprendo che il patrimonio genetico delle antiche popolazioni della toscana variava notevolmente da un villaggio all’altro, anche se le comunità erano separate tra loro da pochi chilometri. Non solo: Barbujani e i suoi colleghi hanno evidenziato una continuità biologica tra gli etruschi e una minoranza delle popolazioni contemporanee che oggi abitano in quelle zone. 
Gli scienziati hanno inoltre confrontato i campioni genetici con altri provenienti dall’Asia e hanno scoperto che gli unici contatti tra gli antichi etruschi e le comunità dell’Anatolia - la moderna Turchia-  risalgono all’epoca preistorica, archiviando così definitivamente la teoria secondo la quale questa popolazione sarebbe giunta in Italia solo nell’ VIII secolo a.C.

 Questo importante risultato è stato ottenuto grazie a nuove tecniche di sequenziamento genetico, che hanno permesso per la prima volta di estrarre DNA utilizzabile da reperti vecchi più 2000 anni. In questi campioni infatti il codice genetico risulta essere molto degradato dal fattore tempo e la quantità di materiale informativo che contiene è molto bassa, compresa tra l’1 e il 5% del totale


Fonte: Focus.it

Alla romana

La "nave fantasma"



Una “nave fantasma” si aggira per l’Oceano Atlantico, alla deriva verso le coste irlandesi. A bordo non c’è nessuno. Neppure un marinaio. Solo ratti, come riportano alcuni media britannici. Si tratta della MV Lyubov Orlova, una vecchia nave da crociera russa. Priva d’equipaggio, senza trasmettitore che possa segnalarne la posizione, si è trasformata nella «nave fantasma».
La Lyubov Orlova, dal nome di una star del cinema russo degli anni Trenta, è un’ex nave da crociera lunga circa 100 metri, con una stazza di oltre 4200 tonnellate ed è dotata di una prua rompighiaccio. E’ stata varata nel 1976 e per anni ha prestato servizio sotto bandiera sovietica e poi russa. La massima capacità è di 110 passeggeri e 70 membri di quipaggio ma, della presenza umana a bordo, ormai non rimane che un flebile ricordo.
Prima di vagare alla deriva per l'oceano, la Orlova è stata sequestrata dalle autorità canadesi nel 2010 a seguito dei problemi finanziari della società armatrice e, per due anni, è rimasta placidamente ancorata nel posto di St. Jhon’s, Canada.
E’ stata poi venduta come rottame ad una compagnia che doveva occuparti della sua demolizione e nel gennaio 2013 un rimorchiatore avrebbe dovuto trasferire il vascello a Santo Domingo dove si sarebbero occupati del suo smantellamento. Ma qualcosa è andato storto: un guasto misterioso ha spinto all'abbandono nave e causato il blocco della strumentazione di bordo. 
Le note ufficiali dicono che il cavo di traino si è spezzato e il rimorchiatore ha preferito lasciare che la nave cominciasse la sua deriva nelle acque dell'Oceano Atlantico. Le autorità canadesi l’hanno recuperata giusto perché non andasse a sbattere contro una piattaforma petrolifera, ma una volta che la Lyubov Orlova è finita in acque internazionali, se ne sono sostanzialmente lavate le mani, lasciandola di nuovo alla deriva. Ora è polemica tra Europa e Canada per la responsabilità del natante e la soluzione del problema.
Da allora la Lyubov Orlova è in navigazione solitaria, abbandonata da tutti in quanto da possibilità di lucro, si è trasformata in un dispendioso problema da risolvere. Le autorità di Dublino si stanno preparando ad affrontare l’emergenza dovuta alla minaccia che la nave sappresenta lungo la rotta atlantica dove, non essendo rintracciabile e non emanando alcun segnale, potrebbe portare a pericolose conseguenze.
Una delle opzioni prese in considerazione dalle autorità, sarebbe di cannoneggiarla e colarla a picco come già accaduto lo scorso anno, ad opera della marina militare statunitense, che affondò un peschereccio alla deriva in seguito allo tsunami in Giappone.
Tuttavia, secondo quanto riferito dall’associazione ambientalista francese Robin des Bois, la Lyubov Orlova rappresenta una "minaccia imminente per l'ambiente. Nell’eventualità di una collisione, di un naufragio o di un’avaria, la Lyubov Orlova libererà immediatamente o nel medio termine un’ingente quantità di idrocarburi e altre sostanze inquinanti, oltre all’amianto, al mercurio delle vecchie luci al neon e a tutti gli altri rifiuti non biodegradabili a bordo della nave".
mondotemporeale.net

Straordinari animali del mare

Grandi meno di un'unghia o come un piede, dalla forma schiacciata o a salsicciotto, ma, soprattutto, coloratissimi: i nudibranchi (Nudibranchia), molluschi dal corpo morbido e flessibile appartenenti alla famiglia delle lumache di mare, sono tantissimi e dalle fattezze più svariate.
Si calcola ve ne siano oltre 3 mila specie conosciute, ma se ne individuano di nuove quasi ogni giorno.
Sono conosciuti come gli "arlecchini" degli abissi: i loro colori sgargianti, spesso abbinati a una certa tossicità, servono a tenere alla larga i predatori, avvertendoli dell'eventuale pericolo.
Balla balla ballerina Il loro curioso nome deriva da deriva dal latino nudus (nudo) e della parola greca brankhia (branchie), e significa con le branchie nude: la maggior parte di queste creature ha infatti ciuffi di branchie e antenne posizionate all'esterno, sul dorso.
Praticamente ciechi - i loro occhi percepiscono infatti a malapena il buio e la luce - i nudibranchi esplorano il mondo circostante attraverso un insieme di recettori posizionati sul capo, chiamati rinofori.
Nella foto, una ballerina spagnola (Hexabranchus sanguineus): se disturbato, questo nudibranchio si allontana con movimenti sinuosi dati dalla contrazione dei muscoli dorso ventrali, muovendo il mantello di colore rossastro come fosse una gonna da flamenco
 Lungo fino a 60 centimetri, è tra i nudibranchi più grossi del mondo e uno dei pochi in grado di nuotare: gli altri sono in genere bentonici, vivono cioè in stretta simbiosi con i fondali marini. Riciclatori di veleno La maggior parte dei nudibranchi misura dai 3 millimetri ai 30 centimetri circa, e predilige i bassi e caldi fondali tropicali.
Queste creature sono carnivore e si nutrono di piccoli molluschi, crostacei, pesci morti, spugne, coralli e persino altri nudibranchi
Alcuni di essi sono in grado di assimilare le sostanze velenose e i tentacoli urticanti presenti nelle prede e usarli a loro volta quando attaccati dai predatori (pesci, tartarughe, stelle marine, granchi). Un'esistenza fugace La vita di queste creature dura poco, quasi sempre meno di un anno e, talvolta, anche meno di un mese.
Per questo è particolarmente difficili studiarle, anche se gli scienziati sono interessati ad alcuni meccanismi chimici che questi animali mettono in moto nelle situazioni di autodifesa e durante l'accoppiamento.
© Jeffrey L. Rotman/Corbis Accoppiamenti bizzarri I nudibranchi sono ermafroditi simultanei:
hanno cioè organi riproduttivi sia maschili, sia femminili e possono dare o ricevere sperma a seconda dei casi. Inoltre, alcuni di essi sono in grado di perdere il pene subito dopo l'accoppiamento e di farselo ricrescere nel giro di 24 ore (leggi qui per capire come fanno): una caratteristica unica tra tutti gli esseri viventi finora conosciuti. Nella foto, l'accoppiamento convulso tra due nudibranchi del genere Thuridilla. Guardami, sono qui! Un nudibranchio del genere Flabellina, comune anche nel Mar Mediterraneo fino ai 50 metri di profondità.
Se alcuni nudibranchi, come questo, spaventano gli aggressori con i colori brillanti del loro mantello, altri optano per una strategia più discreta e si mimetizzano con il fondale marino in cui vivono. Mutilati a fin di bene
Ma il pene non è l'unica parte del corpo che queste creature possono "perdere".
Alcune specie di nudibranchio sono in grado di abbandonare una parte del mantello per distrarre i predatori con i colori sgargianti e scappare via indisturbati (una strategia difensiva chiamata autotomia).
Un po' come fanno le lucertole con la coda, o alcuni granchi con le chele.

Entro il 2050 la terra verrà soffocata dalla plastica

Immaginate gli enormi camion per la nettezza urbana disposti in una fila ordinata l’uno dopo l’altro: se all’interno dei loro comparti si mettesse tutta la plastica che sarà presente sulla superficie del Pianeta entro il 2050, servirebbero 3 milioni di veicoli, la cui lunga coda potrebbe fare il giro della terra circa 800 volte. Non poco per un materiale che, benché venga trattato praticamente come tutti gli altri rifiuti solidi urbani e senza particolari o specifiche attenzioni, continua ad essere prodotto (il più delle volte in omaggio al dio dello spreco) e ad accumularsi in ogni angolo del globo. La dispersione della plastica nell’ambiente è capace di provocare danni serissimi all’ambiente, con l’aggravante dei tempi di distruzione estremamente lunghi che necessita questo materiale: basti pensare che tra un secolo, i nostri discendenti si ritroveranno tra i piedi ancora i nostri accendini e le nostre bottiglie, quasi completamente integri; e lo sanno bene anche le acque marine, dove sempre più sono le creature che rischiano la vita a causa dei micro-rifiuti che vengono spesso inavvertitamente ingeriti. Insomma, è lecito parlare già di emergenza-plastica? Di fatto sì se si considera che, tra meno di quarant’anni, avremo a che fare con circa 33 miliardi di tonnellate di rifiuti non biodegradabili, distribuite lungo tutta la superficie della Terra. Questa è la conclusione a cui sono giunti i ricercatori della University of California di Davis che, in un articolo di Nature, mettono in guardia contro una situazione che potrebbe diventare ingestibile nel giro di pochissimo tempo e che dovrebbe spingere le autorità di ciascun singolo Paese ad iniziare a classificare la plastica come rifiuto dannoso e pericoloso: un’iniziativa che andrebbe coniugata ad una serie di politiche atte a contenere, ad esempio, la produzione della plastica per fare in modo che entro il 2050 le tonnellate di rifiuti siano “soltanto” 4 miliardi, anziché 33; e che, soprattutto, dovrebbe prevedere investimenti e ricerche per scoprire materiali più moderni, adatti alla contemporaneità e, al tempo stesso, non totalmente distruttivi dell’ambiente.
Fonte : fanpage.it

L'arte nel cappuccino

Il conclave

In seguito alle dimissioni di Papa Benedetto XVI, presto si terranno le elezioni per scegliere colui che dovrà prenderne il posto e diventare il Sommo Pontefice della Chiesa cattolica.
Ma come si elegge un Papa?
Iniziamo dagli elettori: hanno diritto al voto 117 cardinali (in realtà stavolta saranno meno, a causa di alcune defezioni. 62 di loro provengono dall’Europa e di questi 28 sono italiani.
L’elezione del Papa è definita Conclave e si tiene nella Cappella Sistina, dove ai cardinali non è permesso portarsi né cellulare né PC e neppure giornali quotidiani.
Questo perché i grandi elettori devono essere inavvicinabili (Conclave viene dal latino cum- clave, ovvero “chiuso a chiave”).
E le fasi di voto?
Si possono ridurre a sette 1) Il primo voto è previsto nel pomeriggio del primo giorno di Conclave
(i cardinali possono votare al massimo 4 volte in un giorno).
2) Ogni cardinale scrive un nome su una scheda rettangolare.
3) Tre cardinali prescelti fanno da scrutatori e si accertano che tutti i cardinali abbiano votato.
4) Gli scrutatori leggono i nomi dei cardinali votati.
5) Per eleggere il Papa servono i voti dei 2/3 dei cardinali.
6) Se un cardinale riceve minimo i 2/3 dei voti, il Collegio dei Cardinali gli chiede dunque se egli accetta di diventare Papa.
7) Le schede dove si vota vengono bruciate in una stufa (ogni due votazioni.  A seconda del colore del fumo che esce dal comignolo, i fedeli sapranno se il Papa è stato eletto o meno.
La fumata nera è un no, mentre la fumata bianca è un sì.
Quando non si raggiunge un accordo, nella stufa vengono aggiunti paglia e trucioli umidi: il fumo che esce dal camino della Cappella Sistina è dunque denso e scuro; se invece un candidato ottiene la maggioranza dei voti, vengono bruciate soltanto le schede e il fumo è chiaro. 
Il colore del fumo serve così ad annunciare ai fedeli in attesa l'esito della votazione, dal momento che l'annuncio ufficiale avviene molto dopo l'avvenuta elezione, circa un'ora. 

Quando il Papa viene eletto, il cardinale proto diacono lo presenta ai fedeli dalla finestra della Loggia delle benedizioni di San Pietro, dopo aver pronunciato la formula: “Habemus Papam“.
Solo allora il nuovo Pontefice si mostra alla folla e le impartisce la benedizione Urbi et Orbi. L'uso del conclave, il luogo chiuso a chiave (cum-clave) dove si riuniscono i cardinali, risale all'elezione di Onorio III, avvenuta a Perugia nel 1216: i Perugini, stanchi di aspettare le decisioni dei cardinali, pensarono di rinchiuderli obbligandoli così a una rapida decisione.

Il pittore di 100.000 anni fa e la sua bottega

Centomila anni fa, in una grotta in Sud Africa, un uomo sfregava un pezzo di ematite, allo scopo di ridurlo in tante piccole schegge, al di sopra di una placca di quarzite; dopodiché, aiutandosi con un sasso in funzione di pestello, polverizzava le schegge; ne veniva fuori una sostanza rossa o gialla che, all’interno di una grossa conchiglia, veniva mescolata prima con del midollo osseo di animale reso fluido dal calore e, poi, con l’acqua. Infine, il prodotto veniva conservato, coprendo il tutto con una pietra. Non è difficile immaginare questo homo sapiens al lavoro, in quella che familiarmente è stata immediatamente ribattezzata la “bottega” o il “laboratorio” più antico della storia: questo perché la sabbia, che ha coperto queste due vere e proprie “cassette degli attrezzi” dell’artigiano, ha preservato perfettamente tutti i particolari necessari alla lavorazione dei pigmenti. Non è, infatti la prima volta, che gli studiosi incappano in pezzi di ocra e alcuni rinvenimenti sono datati ancora prima di quelli della grotta di Blombos; ma la visione d’insieme di tutti gli strumenti, inclusi i contenitori mai comparsi prima d’ora in nessun altro sito, è stata assolutamente una gran sorpresa per quanti hanno partecipato agli agli scavi. I reperti venuti alla luce, scoperti nel 2008 e descritti dai ricercatori sulla rivista Science, sarebbero la testimonianza di un momento di snodo fondamentale nell’ambito dello sviluppo evolutivo nell’uomo primitivo di capacità tecniche, in cui, come sottolineano gli autori, «l’abilità concettuale di reperire, combinare e conservare sostanze» allo scopo di migliorare le proprie tecniche o di utilizzarle nel contesto di pratiche sociali rivelerebbe un livello complesso delle facoltà cognitive. Ma a cosa servivano mai questi colori? La risposta non si può avere con sicurezza confermata dalla scienza. Tuttavia, è abbastanza facile immaginare che questi uomini come noi, seppur di centomila anni fa, ricorressero al colore per coprire delle superfici, allo scopo di proteggerle ma anche, più semplicemente, di decorarle magari con motivi astratti o naturalistici; a parer degli scienziati, coordinati dal professor Christopher Henshilwood dell’università di Witwatersrand a Johannesburg, anche nella preparazione delle pelli di animali, per preservarne l’integrità, o, magari, proprio per ornare, vanitosamente, i propri corpi. (fonte ANSA)

SILENCE KILLS THE DIGNITY

Uno dei brogli più comuni in un paese che si definisce democratico

Elezioni, il giallo delle matite copiative "Si possono cancellare con una gomma" ROMA - Era successo alle politiche; si è ripetuto quest'anno.
In almeno tre casi i segni lasciati dalle matite consegnate agli elettori non sono indelebili.
Al Viminale giurano che siano copiative ma alcuni elettori sardi hanno riscontrato che così non è:
"La croce si cancella con una normale gomma".
L'esposto l'anno scorso era partito da Genova e Milano: altre matite ma lo stesso risultato.
E stamane la conferma che poco è cambiato dall'aprile 2008. "Sono andato a votare al seggio 101 presso la scuola elementare di Li Punti, frazione di Sassari", racconta a Repubblica.it Paolo Cocco.
"Ricordavo quello che era successo alle politiche scorse a Genova.
Così mi sono messo una gomma in tasca e sono entrato in cabina. Prima ho fatto un segno su un normale pezzo di carta che avevo recuperato dalla scrivania di casa.
Ho fatto una croce e ho provato a cancellare.
Tutto vero: il segno se n'è andato senza lasciare traccia.
Ho denunciato la cosa al presidente del seggio che mi ha convinto a rifare l'esperimento su un angolo della scheda, tanto per capire se la matita era copiativa solo sulla carta del ministero.
Ma anche sulla scheda il risultato non è cambiato: i segni della matita possono essere cancellati.
E' scritto tutto nel verbale che ho sottoscritto davanti al presidente del seggio".
E' successo anche in altri due seggi sardi, nelle sezioni elettorali 420 di Cagliari e nella numero 25 di Quartu Sant'Elena.
Paola Lebbiu, 70enne di Cagliari, ha redatto un dettagliato verbale insieme al presidente del seggio allestito nella scuola elementare Foscolo del capoluogo: "E' tutto scritto lì: il segno che ho fatto su un pezzo di carta, la gomma portata da casa per l'esperimento e la scomparsa dellla croce.
E' stato avvertito anche l'ufficio elettorale del comune e domani presenterò un esposto in Procura.
Identica storia è capitata ai miei parenti che hanno votato a Quartu.
A loro hanno detto che le matite sono state sostituite".
Data per scontata la buona fede dei presidenti dei seggi e degli scrutatori, con matite del genere è evidente la possibilità di modificare i voti sulle schede. Per questo, da che l'Italia 60 anni fa è diventata Repubblica, le matite sono, o dovrebbero essere, copiative, lasciare segni durevoli nel tempo.
Invece... L'anno scorso la questione fu sollevata dalla segretaria del seggio 295 di Genova: "Non credevo ai miei occhi - disse Flavia Scaletta - ma i segni con quelle matite si potevano cancellare".
Allora fu interessato anche il Prefetto della città, Annamaria Cancellieri, che dopo aver verificato con il Viminale, concluse convinta che "le matite sono state testate dal Provveditorato generale dello Stato, collaudate dai laboratori scientifici e sono tutte incancellabili".
Eppure segnalazioni di simili disguidi giunsero anche da un seggio a Milano 2. Di fronte all'ultimo caso, l'ufficio stampa del ministero dell'Interno assicura: "Controlleremo".
Sarà necessario. Le matite contestate a Genova un anno fa erano siglate 2005; quella consegnata all'elettore di Sassari 1981, e alla pensionata di Cagliari 1999.
Anni diversi ma difetto uguale.

di Bruno Persano
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