martedì 10 febbraio 2015

È l’ora delle migrazioni, la natura dà spettacolo


In questo periodo dell’anno, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, miliardi di esseri viventi percorrono migliaia di chilometri per la loro sopravvivenza.
 Le migrazioni sono uno dei più grandi spettacoli della Natura, e per quanto siano state indagate e studiate, conservano ancora un alone di insondabile mistero.
 Lonely Planet ha pubblicato in un volumetto, «You Only Live Once» («Si vive solo una volta»), una mappa con le migrazioni più importanti della Terra, uno spettacolo che sfugge a chiunque viva in città, e che viene distrattamente sfiorato solo quando, passando da un canale all’altro della tv, si imbatte in un documentario.

  Tutti concordano nel dire che lo spostamento di animali più straordinario nella sua bellezza e tragicità è quello degli gnu, che dopo avere passato l’inverno a Sud della piana del Serengeti si muovono verso Nord ad aprile, percorrendo un grande cerchio in senso orario e seguendo la pioggia che fa crescere l’erba.
 Centinaia di migliaia di gnu si spostano insieme, seguiti da quasi altrettante zebre, gazzelle e da ogni tipo di predatore, pronto a cibarsi dei capi che restano isolati.
 A giugno arrivano ai guadi del Grumeti e del Mara, dove da giorni li attendono migliaia di coccodrilli e avvoltoi.
 Gli gnu si radunano sulla riva, poi il più coraggioso salta nel fiume, seguito da tutti gli altri in uno dei più crudeli spettacoli che la Natura possa offrire.

 Gli scienziati sono arrivati da tempo alla conclusione che i rischi delle migrazioni sono ampiamente compensati dai vantaggi. 
Nel corso del viaggio molti esemplari muoiono a causa della mancanza di cibo, di difficoltà nell’orientamento e dell’assalto dei predatori, tra i quali l’uomo è uno dei più efficienti. Ma, dopo avere lasciato i rifugi invernali del Sud, vale sempre la pena di percorrere migliaia di chilometri per raggiungere spazi liberi e ricchi di cibo al Nord, dove è possibile nidificare e riprodursi in una relativa sicurezza.






Le rondini partono dall’Africa Sub Sahariana volando per sei settimane e percorrendo circa 320 km al giorno, per allietare in aprile e marzo le serate di chi vive in campagna in Europa.
 In questo periodo, si levano in volo anche le oche «calve» indiane, i migratori che volano più in alto di tutti: superano la catena montuosa dell’Himalaya dirette alle pianure della Mongolia salendo a quasi 7000 metri, resistendo al gelo e alla mancanza di ossigeno grazie a una particolare tecnica di iperventilazione. 
 E chissà chi guida 500 mila caribù per quasi 1000 km verso la tundra artica che a maggio si riempirà di erba, con le femmine che partono per prime, per poter partorire nel luogo di destinazione, più ricco di cibo.


La più grande migrazione di mammiferi è quella dei pipistrelli del Congo: otto milioni di esemplari passano il confine con lo Zambia per distruggere i frutti di bosco e tutto il mango del parco di Kasanka. 

 Nessuno sa con precisione come gli animali riescano ad orientarsi nei lunghi viaggi.
 L’esempio delle tartarughe marine è il più stupefacente, perché percorrono più di 10 mila chilometri nel Pacifico, dirette alle coste della California, riuscendo a compensare la deriva causata dalle correnti meglio di qualunque esperto marinaio.
 Le tartarughe verdi che depongono le uova nell’isola di Ascensione nuotano dalla costa del Brasile «appena» per 2000 chilometri, ma un errore di soli 5 gradi nella rotta le porterebbe a 80 chilometri di distanza dall’obiettivo. 
Alcuni ricercatori hanno provato a immergerne una a decine di miglia a Nord dell’isola, e un’altra a Sud. 
Quella a Nord ha raggiunto Ascensione, quella a Sud ha girovagato per un po’ e poi è tornata in Brasile.
 Un mistero che nessuno è riuscito a districare.


La balena grigia comincia ora il suo viaggio di 18.000 km verso Nord, lasciando le acque calde del Messico per il Mare Artico, dove potrà consumare una tonnellata di plancton e molluschi al giorno; le megattere abbandonano il gelo dell’Antartide e si muovono sicure verso il Nord dell’Australia, cantando felici e stordendo i branchi di pesci con l’emissione di bolle d’aria.


Nello studio di Lonely Planet manca solo una specie migratoria, quella umana, che mai ha smesso di spostarsi in massa nel corso della Storia, correndo gli stessi rischi e subendo analoghe tragedie. Alla ricerca, proprio come tutti gli altri animali, di sicurezza per la prole, di cibo e di un posto migliore dove vivere.

Fonte: LaZampa.it

Gli enigmi della Terza Piramide di Giza, nota come "Piramide di Micerino"


Nei documentari e nei reportage è spesso trascurata, forse a causa delle sue dimensioni minori.
 Il suo nome ufficiale è “Piramide di Menkaure”, più nota in Italia col nome di Micerino (forma italianizzata del greco Mykerinos, forma in cui il nome compare nelle opere dello storico greco Erodoto).
 È la terza piramide del complesso di Giza ed è intrigante almeno quanto le sue sorelle giganti più conosciute.

 L’altezza totale della Piramide di Micerino è di 65,5 metri, i lati della base quadrata misurano 103,4 metri e il volume totale è pari a 250 mila m³, ovvero un decimo di quella di Cheope, e presentando la curiosa particolarità di blocchi molto più grandi di quella di Chefren. 
 In origine la piramide doveva essere tutta ricoperta dello spettacolare granito rosso di Assuan, le cui cave si trovano a circa 900 km di distanza.
 Il lato nord conserva parte del rivestimento, che però verso l’alto non risulta liscio dando così l’impressione di un lavoro non terminato. 
Ma perché è così piccola? 
 Alcuni, frettolosamente, affermano che forse non c’era abbastanza spazio a sinistra della Piana di Giza, o che, forse, il costo di costruzione era troppo alto.
 In realtà, come oggi si ritiene, le tre piramidi di Giza riproducono la configurazione delle tre stelle della cintura della Costellazione di Orione.
 La Piramide di Micerino corrisponderebbe alla posizione della stella Mintaka, apparentemente la più piccola delle tre. Quindi le ragioni sarebbero di tipo analogico.


Mintaka è la stella più occidentale della Cintura, in quanto Alnilam e Alnitak sono osservabili, rispettivamente, a poco meno di 2° e a poco meno di 4° a sud-est da essa.

Un altro aspetto davvero curioso che Micerino condivide con le altre due piramidi è il fatto che queste strutture, in realtà, sono costituite da otto lati invece di quattro. 
 Questo fenomeno è visibile solo dall’alto, durante l’alba e il tramonto degli equinozi di primavera e autunno, quando il sole proietta ombre sulle piramidi che rivelano la particolare conformazione a otto lati.


Perché i costruttori hanno progettato e realizzato una caratteristica così difficile da vedere? 
È stata semplicemente una sofisticata scelta estetica, oppure dietro c’è una ragione pratica a noi sconosciuta? 
 Infine, le pietre di granito che rivestono l’esterno della piramide di Micerino hanno delle curiose sporgenze, caratteristica riscontrata in alcuni siti archeologici dell’America precolombiana, in particolare a Cuzco, Perù, una delle città Inca più conosciute.


Sebbene non sia mai stato trovato nessuna mummia o cadavere, gli egittologi credono che le piramidi fossero luoghi di sepoltura per i faraoni egizi.
 Ma è davvero così?
 L’interno della piramide è molto complesso. 
Presenta un ingresso a nord a circa 4 metri d’altezza che conduce in un tunnel rivestito di granito rosa di circa 32 metri e con un’inclinazione di 26° ed un successivo grande corridoio di circa 13 metri di lunghezza, 4 metri di larghezza e 4 metri di altezza. Questo corridoio sbocca in una camera posta 6 metri sotto il livello del suolo che presenta una fossa nel pavimento che doveva accogliere un sarcofago e dalla quale parte un corridoio che conduce nel nulla.


Sconcertante la massiccia presenza del granito proveniente dalle lontane cave dell’Alto Egitto, pietra molto dura ed estremamente difficoltosa da lavorare. 
 Una caratteristica notata dagli studiosi è che i segni lasciati sulle pareti dagli attrezzi degli operai egizi indicano con certezza che il primo corridoio inferiore è stato scavato dall’interno verso l’esterno mentre il secondo, quello superiore esattamente dall’esterno verso l’interno.
 Dunque, sebbene piccola e poco valorizzata, la Piramide di Micerino solleva una serie di questioni pari a quelle delle sorelle maggiori, spingendoci a esplorare più profondamente la mentalità di chi ha fatto il lavoro, lo scopo dello sforzo e, soprattutto, il periodo di realizzazione. 

Fonte:http://www.ilnavigatorecurioso.it/
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