sabato 15 marzo 2014

La tratta degli schiavi

Tutto ebbe inizio a partire dall’inizio del ‘500, e precisamente nel momento in cui stati europei quali Spagna e Portogallo avevano urgente bisogno di manodopera a basso costo nelle proprie colonie, trovando nel popolo africano un’immensa risorsa.
 In poco tempo negrieri spagnoli, portoghesi e olandesi si organizzarono e avviarono il trasporto e la vendita di intere popolazioni africane negli ancora vergini territori d’oltreoceano. Questa tratta degli schiavi fu chiamata “tratta atlantica” ed ebbe preponderante carattere “razziale”: ne furono vittime soltanto i Neri dell’Africa, al punto di rendere il termine “negro” sinonimo di schiavo nella lingua francese del XVIII secolo.
 Questa “deriva razziale” dello schiavismo ha portato al trasferimento di una ingente popolazione africana sul continente americano.


Il commercio di schiavi tra l'Africa e l'America crebbe a ritmi vertiginosi nel corso del 1700. Già nel 1400, alcuni avventurieri europei, avevano cominciato ad attaccare i villaggi sulla costa occidentale dell'Africa e rapire la popolazione, ma fino alla seconda metà del 1600, l'esportazione degli schiavi non era ancora diventata un commercio organizzato. 
 Gli europei erano impegnati a coltivare le nuove colonie e la necessità di forza lavoro da parte dei proprietari delle piantagioni sembrava inesauribile.
 Nel 1600, due milioni di schiavi vennero spediti in Nord e Sud America e nel 1700 il numero si triplicò. 
Da allora, gli esseri umani furono di gran lunga la più numerosa ed importante merce africana esportata. Ovunque, lungo la costa occidentale dell'Africa, i capi tribali e i mercanti fecero del loro meglio per soddisfare la domanda.
 I prigionieri di guerra venivano venduti al mercante bianco di schiavi, mentre bambini ed adulti venivano brutalmente rapiti alle loro famiglie e portati nei porti di sbarco.
 Prima della partenza, gli schiavi venivano marchiati con un ferro rovente, in modo che si potesse riconoscere a chi appartenevano, e aspettavano il loro destino in prigioni sporche e affollate.


Il viaggio attraverso l'Atlantico durava 5-6 settimane, trascorse dagli schiavi nelle stive senza ventilazione né luce. 
Quando il sole splendeva, il caldo era insopportabile e il tanfo delle persone nude sedute sui propri escrementi e il vomito, era soffocante. 
 Durante il viaggio, agli schiavi venivano date solo modeste quantità di cibo e bevande, poiché i capitani preferivano dar spazio al prezioso carico umano piuttosto che ad approvvigionamenti sufficienti di cibo e acqua. D'altra parte, era nel loro stesso interesse finanziario che morissero durante il viaggio meno schiavi possibile (gli schiavi, infatti, che cercavano di lasciarsi morire, erano nutriti a forza). L'equipaggio disponeva di uno strumento speciale, uno "speculum orum", con cui si forzava la bocca degli schiavi e si alimentava chi si rifiutava di mangiare. 
Virus e batteri prosperavano nella stiva, e molti schiavi morivano di dissenteria e vaiolo durante il viaggio. 
 Al minimo segno di malattia, gli schiavi erano gettati nell'oceano, poiché i comandanti temevano il propagarsi di infezioni. 
Quando le navi si avvicinavano alla costa americana, gli schiavi erano sottoposti ad una pulizia completa. Venivano lavati, rasati e rifocillati; ai più vecchi si tingevano di nero i capelli, in modo da farli apparire al meglio in visione della successiva fase di vendita.


Quando gli schiavi sbarcavano nel nuovo mondo, erano venduti in un'asta o in un cosiddetto "scramble", una sorta di gara.
 Nelle aste gli schiavi erano costretti a stare su un podio dove tutti potevano vederli e, successivamente, erano venduti al miglior offerente. I giovani uomini erano i più richiesti, mentre i bambini e le donne erano molto economici. 
 Prima che la compravendita giungesse a termine, gli schiavi dovevano subire un esame umiliante, nel quale gli acquirenti interessati spremevano, toccavano e posavano le dita ovunque sui loro corpi, genitali compresi; agli schiavi venivano anche rigirare le labbra, come si fa con i cavalli. 
 Nessuno dei 645.000 africani costretti a raggiungere il Nord America nel 1600 e 1700 aveva la minima possibilità di decidere del proprio destino. 
Le famiglie venivano sparse ai quattro venti, e gli schiavi non potevano che sperare di essere venduti ad un proprietario umano, ma il più delle volte rischiavano di trovarsi con un tiranno che li avrebbe tormentati per tutta la loro esistenza.
 Non importava quale fosse la destinazione, gli schiavi avrebbero avuto una vita di duro lavoro.
 La maggior parte di loro fu destinata al lavoro nei campi, lavorando senza sosta da molto prima dell'alba fin dopo il tramonto.
 Non c'erano letti, quindi passavano la notte sul pavimento sopra misere coperte e dormivano fianco a fianco in capannoni, dormitori o capanne di piccole dimensioni. 
 Ogni mese, in genere, agli adulti venivano dati 4 kg di carne e 35 kg di farina di mais.
 Non esistevano razioni fisse per i bambini, che dovevano nutrirsi di porridge da un grande trogolo. Quelli che sono abbastanza forti da spingere via gli altri hanno più cibo, mentre i più piccoli restano con la fame e un paiolo vuoto.


Gli schiavi non avevano diritti, e anche se nel Nord America le leggi che disciplinavano la materia variavano da colonia e colonia, si applicavano in generale le stesse regole.
 L'obiettivo era lo stesso: tenere gli schiavi sotto controllo.
 Il proprietario poteva fare quello che voleva con i suoi schiavi, anche quando si trattava delle punizioni da infliggere. 
 Le leggi impedivano agli schiavi di lasciare la piantagione senza il permesso del proprietario; non era consentito riunirsi in grandi gruppi né essere istruiti. 
Ogni uomo bianco che insegnava ad uno schiavo a leggere o scivere rischiava una multa; un uomo nero che insegnava ad altri, rischiava la prigione e molte frustate.
 La punizione per la partecipazione a rivolte organizzate o per aver infranto le leggi schiaviste, era molto severa. Si andava dalla fustigazione alla mutilazione, fino alla prigione e alla morte. 
Gli schiavi erano frustati anche per la più piccola delle offese e rischiavano il taglio di un orecchio o la mano per altre infrazioni. Non importava a quale genere di crudeltà erano soggetti, non potevano fare assolutamente nulla.
 Gli africani erano fuorilegge e non potevano intraprendere azioni legali né testimoniare contro i bianchi, e in molti casi, l'omicidio di uno schiavo non era neppure considerato un crimine , né dai tribunali né dalla società. 
I testimoni oculari neri non venivano nemmeno ascoltati e solo se un uomo bianco acconsentiva a testimoniare, era possibile istruire un processo.
 Una vita nera non valeva molto: un modo di dire tra i bianchi recitava così: "costa mezzo centesimo uccidere un negro, e un altro mezzo seppellirlo". 
Molti schiavi cercavano di fuggire dalle piantagioni, ma i proprietari non lasciavano andare facilmente i loro bene e affliggevano manifesti delle persone scomparse, mettendo sui fuggitivi una taglia che andava come ricompensa a chi li catturava. 
 Alcuni uomini bianchi si guadagnavano da vivere catturando gli schiavi fuggitivi, e anche parecchi anni dopo la fuga, gli schiavi rischiavano di essere ricercati e catturati. 
Se presi, li aspettava una pena severa. Gli schiavi rischiavano di vedersi tagliare il piede, allo scopo di prevenire nuovi tentativi di fuga.
Ad alcuni veniva versato del catrame sulla testa per poi darlo alle fiamme. Altri venivano castrati o frustati così duramente che le spalle diventavano brandelli di carne. Alcuni proprietari marchiavano a fuoco il viso o la mano dello schiavo con la lettera "R" per "runaway".


Già alla fine del 1700 gruppi religiosi e politici - sia in Europa, sia in Nord America - iniziarono a criticare il trattamento disumano riservato alla popolazione nera. 
Gli oppositori della schiavitù fecero progressi quando, nel 1776, le 13 colonie britanniche adottarono la Dichiarazione di Indipendenza, nella quale le colonie si dichiaravano Stati liberi ed indipendenti. 
 La dichiarazione affermava anche che tutti gli uomini nascono uguali e liberi. 
Essi ritenevano che la schiavitù fosse moralmente sbagliata e un reato contro la dignità umana della gente di colore. 

Per contro, i proprietari di schiavi sostenevano che la schiavitù avesse un effetto civilizzante e che gli africani erano inadatti ad essere liberi. 
 Il Sud e il Nord si trovarono profondamente in disaccordo sull'abolizione della schiavitù. Il Vermont fu il primo stato ad abolirla, nel 1777; il resto degli Stati seguì l'esempio nei decenni successivi. 
Nel 1808 fu vietata l'importazione di schiavi negli Stati Uniti, ma non la schiavitù stessa.
 Nel Sud erano in gioco forti interessi economici, poiché gli stessi proprietari delle piantagioni dipendevano dagli schiavi: se la tratta degli schiavi fosse giunta al capolinea, il rischio era la rovina. 

Così, mentre i neri degli Stati del Nord vennero lasciati liberi, nel Sud accade l'esatto opposto. Qui la popolazione schiava cresceva costantemente perché erano più gli schiavi che nascevano di quelli che morivano.
 Nel 1800 negli Stati Uniti c'erano all'incirca 1 milione di schiavi, ma nel 1860 si era arrivati a 4 milioni, solo nel Sud, ossia 1/3 della popolazione.
 I proprietari di schiavi, cinicamente, cercavano di aumentare il numero di persone come se si trattasse di bestiame. 
 Molti altri Paesi avevano già liberato i loro schiavi da tempo, ma negli Stati Uniti il sistema era così profondamente radicato che ci volle una sanguinosa guerra civile per abolire la schiavitù. 

La guerra iniziò nel 1861, e quando si concluse 4 anni più tarsi (con la vittoria degli Stati del Nord), il presidente Abramo Lincoln fece un emendamento alla Costituzione, rendendo illegale la schiavitù in tutti gli Stati Uniti. 
Nel dicembre 1865 l'emendamento fu adottato appieno, e un capitolo molto buio della storia americana, volse finalmente al termine. 

La rivoluzione, con la solenne dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, abolì formalmente la schiavitù, anche se il turpe commercio continuò indisturbato per decenni, con una sola differenza: che essendo vietato e clandestino, fece salire il prezzo della "merce". 
 Gli ultimi paesi a spezzare le catene degli schivi furono il Brasile e Cuba, nel 1888. 
Nel 1926, dopo la prima guerra mondiale, la società delle nazioni deliberò ufficialmente la fine della tratta e dello schiavismo in tutto il mondo.

Le Rock Islands Micronesia

Tra i patrimoni naturali dell'umanità che l'Unesco ha inserito di recente nella propria lista troviamo Le Rock Islands situate in Micronesia  con particolare riferimento alla laguna meridionale, conosciuta anche come Southern Lagoon
Esse si trovano a circa 500 chilometri ad Est delle Filippine.



La Micronesia è una regione dell'Oceania che conserva patrimoni naturali di elevato valore.
La Rock Islands Southern Lagoon si estende su una superficie di 100.200 ettari e comprende 445 isole disabitate di origine vulcanica.
Dalle immagini scattate dall'alto possiamo ammirare meravigliose lagune turchesi. 



Il sito racchiude un sistema di barriere con oltre 385 specie di coralli e numerose tipologie di habitat naturali.
Le isole della laguna ospitano una grande varietà di piante, uccelli e creature marine, con almeno 13 specie di squalo.



Troviamo inoltre la più elevata concentrazione di laghi marini, cioè distese d'acqua separate dal mare da barriere di terra.
Si tratta della caratteristica principale di queste isole, fondamentale per permettere la sopravvivenza di numerose specie animali e vegetali.
E' il luogo a più alta concentrazione di laghi marini del mondo.



Nei tempi antichi le Rock Islands erano abitate da piccole comunità, come testimoniano i resti dei villaggi di pietra, i luoghi di sepoltura e i ritrovamenti legati all'arte rupestre. Tra il 17esimo e il 18esimo secolo avvenne un vero e proprio abbandono dei villaggi per via delle conseguenze dei cambiamenti climatici, a causa dell'aumento della popolazione e dei relativi problemi di sussistenza per una società che lotta per sopravvivere in un ambiente marino marginale.



Ora le isole abbandonate rappresentano un esempio eccezionale del modo di vivere delle piccole comunità insulari nate più di 3000 anni fa e della loro dipendenza dalle risorse marine.
I siti archeologici e culturali si trovano soprattutto in due gruppi insulari - Ulong e Negmelis, e su tre isole - Ngeruktabel, Ngeanges, e Chomedokl. 



L'Unesco indica la Rock Islands Southern Lagoon tra i patrimoni ambientali da salvaguardare con ogni mezzo.
Si tratta di un vero e proprio paradiso della biodiversità che rischia di essere minacciato dai cambiamenti climatici e dall'inquinamento, oltre che dall'impatto antropico.
Gran parte delle specie marine delle acque circostanti si trova in via d'estinzione, con particolare riferimento a coralli, squali e mante. Negli ultimi anni è stato adottato un piano di gestione e di protezione a lungo termine, per evitare gli impatti negativi del turismo sulle isole e per mantenere le restrizioni di accesso alle zone più vulnerabili.
L'Unesco si prepara a compiere ulteriori passi avanti per lo sviluppo sostenibile delle piccole isole.
Negli ultimi anni è stato adottato un piano di gestione e di protezione a lungo termine, per evitare gli impatti negativi del turismo sulle isole e per mantenere le restrizioni di accesso alle zone più vulnerabili.
L'Unesco si prepara a compiere ulteriori passi avanti per lo sviluppo sostenibile delle piccole isole.

Uno spaccato di realtà



Se poi in TV trasmettono le partite ........cessa anche il mugugno davanti al PC

Il surrealismo di René Magritte (1898-1967)


Il pittore belga René Magritte (1898-1967) è tra i pittori surrealisti più originali e famosi.
 Dopo aver studiato all’Accademia di Bruxelles, i suoi inizi di pittore si muovono nell’ambito delle avanguardie del Novecento, assimilando influenze dal cubismo e dal futurismo. 
Secondo quando egli stesso ha scritto, la svolta surrealista avvenne dopo aver visto il quadro di De Chirico «Canto d’amore», dove sul lato di un edificio sono accostati la testa enorme di una statua greca e un gigantesco guanto di lattice. 
Nel 1926 prese contatto con Breton, capo del movimento surrealista, e l’anno successivo si trasferì a Parigi, per restarvi tre anni. 
Dopo di che la sua vita artistica si è svolta interamente in Belgio.


Magritte è l’artista surrealista che, più di ogni altro, gioca con gli spostamenti del senso, utilizzando sia gli accostamenti inconsueti, sia le deformazioni irreali. 
Ciò che invece è del tutto estraneo al suo metodo è l’automatismo psichico, in quanto egli, con la sua pittura, non per vuole far emergere l’inconscio dell’uomo ma vuole svelare i lati misteriosi dell’universo.
 Ed è proprio su questo punto che la sua poetica conserva lati molto affini con quelli della Metafisica.


I suoi quadri sono realizzati in uno stile da illustratore, di evidenza quasi infantile. 
Volutamente le sue immagini conservano un aspetto "pittorico", senza alcuna ricerca di illusionismo fotografico. 
Già in ciò si avverte una delle costanti poetiche di Magritte: l’insanabile distanza che separa la realtà dalla rappresentazione. E spesso il suo surrealismo nasce proprio dalla confusione che egli opera tra i due termini.
 È il caso del quadro «Ceci n’est pas une pipe», dove una riproduzione perfetta di una pipa è accompagnata dalla scritta "questa non è una pipa".
 L’iniziale mistero di una simile incongruenza va ovviamente sciolto nella constatazione che un quadro, anche se rappresenta una pipa, è qualcosa di molto diverso da una pipa reale.


In altri quadri Magritte gioca con il rapporto tra immagine naturalistica e realtà, proponendo immagini dove il quadro nel quadro ha lo stesso identico aspetto della realtà che rappresenta, al punto da confondersi con esso.


Di notevole suggestione poetica sono anche i suoi accostamenti o le sue metamorfosi. 
Combina, nel medesimo quadro, cieli diurni e paesaggi notturni. Accosta, sospesi nel cielo, una nuvola ed un enorme masso di pietra. 
Trasforma gli animali in foglie o in pietra.


Il suo surrealismo è dunque uno sguardo molto lucido e sveglio sulla realtà che lo circonda, dove non trovano spazio né il sogno né le pulsioni inconsce.
 L’unico desiderio che la sua pittura manifesta è quello di "sentire il silenzio del mondo", come egli stesso scrisse. 
In ciò quindi il surrealismo di Magritte si colloca agli antipodi di quello di Dalí, mancandovi qualsiasi esasperazione onirica o egocentrica.

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