mercoledì 28 settembre 2016

Il segreto dei pasti "light" delle balene


I più grandi animali marini si nutrono di creature spesso più piccole di una graffetta: come fanno a sostentarsi? 
Un nuovo studio dell'università di Stanford (California) pubblicato su Current Biology offre uno spaccato più che mai dettagliato sulle abitudini di pasto delle balenottere.

 I sensori di pressione, gli accelerometri e i registratori di suoni sono usati nello studio dei cetacei da almeno 15 anni. 
Questi strumenti tracciano i movimenti delle balene in tre dimensioni, ma non sempre sono affidabili nel cogliere i dettagli. Un gruppo di biologi della Hopkins Marine Station ha unito ai comuni sensori di movimento alcune telecamere "a dorso di balena", in modo da avere una visione in soggettiva dei pasti. 
Con questi strumenti sono state taggate balene di Sudafrica, Patagonia e coste est ed ovest degli Stati Uniti.
 Si è così scoperto che particolari adattamenti anatomici permettono alle balenottere di ingurgitare in pochi secondi un volume d'acqua e di prede superiore a quello del loro stesso corpo. 
Per una balenottera azzurra (Balaenoptera musculus) ciò si traduce nell'ingestione di una quantità d'acqua pari a quella di una piscina o di un tipico scuolabus.


Ma le fauci devono aprirsi al momento giusto, perché la mole di materiale che entra rallenta notevolmente gli animali, provocando, insieme alla fatica per l'immersione anche a 300 metri di profondità, un enorme dispendio energetico.
 Così le balene che si nutrono di krill aprono la bocca quando si trovano alla velocità massima (che per la balenottera azzurra è di 4 metri al secondo) e la richiudono una volta tornate a velocità normale.
 Quelle che mangiano piccoli pesci, come la megattera (Megaptera novaeangliae), cambiano il timing e sprecano più energie per compensare la velocità di fuga dei pesci.
 Ma spesso i loro pasti sono anche più appaganti e calorici. 

 Lo studio servirà a perfezionare le strategie di conservazione di questi animali, minacciati dalla scomparsa delle loro fonti di cibo primarie. 

Fonte: focus.it

Storia della lavorazione del vetro di Murano


Sembra che le origini del vetro di Murano siano antichissime, alcuni scavi archeologici fanno risalire i primi reperti al settimo secolo a.C.
 L’arte vetraia si è però sviluppata molto più tardi.
 Se consideriamo il primo documento scritto che relaziona riguardo una donazione di artefatti di vetro, risale al 982.
 Fu grazie a tale ritrovamento che si è deciso che da lì doveva partire la storia di questa particolare attività economica, importantissima per lo sviluppo di Venezia, ed è proprio in base a questa specifica data che si sono celebrati nel 1982, i mille anni della presenza dell’arte del vetro di Murano.
 Proprio a Murano infatti si erano sviluppate le fornaci, che pian piano, dal XII secolo circa, si erano conformate in una vera è propria attività manifatturiera. 
All’inizio le botteghe erano tutte concentrate lungo il Rio dei Vetrai, dove ancora oggi si possono visitare i laboratori più antichi, e se alcune fornaci erano presenti anche nel centro storico di Venezia, per evitare eventuali incendi, ci fu una legge speciale della Repubblica a trasferire tutta la attività del vetro e dei suoi laboratori sull’isola.






Le tecniche di lavorazione, molte delle quali si utilizzano ancora oggi, si svilupparono nella seconda metà del XIII secolo, 
Venezia fu privilegiata rispetto ad altre località europee che si dedicavano a questa forma di artigianato poiché vantava stretti rapporti commerciali con il vicino oriente e sembra proprio che Fenici, Siriani ed Egiziani, già da molto prima conoscevano la lavorazione di questo pregiato materiale, così che i Veneziani hanno avuto l’opportunità di apprendere le tecniche antiche da loro utilizzate per poi sintetizzarle con le loro proprie conoscenze.
 Nei due secoli successivi le tecniche hanno subito una veloce evoluzione, che hanno permesso di ottenere un particolare vetro lavorato di incredibile purezza. 
Sembra che sia stato proprio questo il giusto mix, tra tradizione ed evoluzione, a conferire alla produzione vetraia muranese quella particolarità che tutto il mondo ammira ancora oggi, come gli apprezzatissimi lampadari di Murano.


Questo incredibile successo che si consolidò in Europa nel sedicesimo secolo, grazie alle tecniche sempre più affinate ed allo sviluppo della materia prima che permise di perfezionare ed impreziosire gli artefatti dei maestri muranesi, si espanse anche oltre oceano.
 I vetrai veneziani sono infatti arrivati sino in Virginia, in vari documenti della Virginia Company of London si fa riferimento alla presenza di italiani, citati come “Itallyans” che, riconosciuti maestri specializzati nella produzione di vetri soffiati, erano stati chiamati per aprire e dirigere una fornace in loco. 
Sembra che il progetto non abbia potuto svilupparsi, forse per difficoltà tecnica di svolgere quest’arte tanto pregiata, forse per le epidemie ed anche per le rappresaglie degli indiani che al tempo erano molto frequenti.






Attualmente le tecniche di lavorazione del vetro di Murano si sono perfezionate a tal punto da dover riconoscere ai vetrai muranesi il titolo di veri artisti contemporanei, proprio per essersi dedicati a seguire con il proprio artigianato le correnti più importanti dell’arte contemporanea, senza per questo non avvalorare nei loro artefatti la millenaria tradizione che fa ancora oggi del vetro di Murano un materiale unico ed inimitabile, ma soprattutto molto pregiato.


 Fonte: gizzeta.it
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