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mercoledì 13 maggio 2015
Le origini della fiera
La fiera, dal Medioevo a oggi, è un incontro a cadenza regolare in cui gli operatori economici hanno l’occasione di incontrarsi e conoscersi. Per esibire e scambiare prodotti, soprattutto, ma anche per conoscere nuovi mercati e Paesi, per scambiare cultura e idee. Nell’Europa del X secolo, la fiera è stata al contempo sintomo e motore di una trasformazione economica nella quale merci, moneta e credito iniziavano a intessere un forte legame, con importanti ricadute sulla società.
In una fiera medievale accadeva di tutto, anche perché il pubblico era dei più vari.
Le fiere, spiega Elisa Occhipinti, docente di Storia Medievale dell’Università degli Studi di Milano, «si affermarono con l’appoggio della Chiesa e avevano luogo originariamente nei pressi della cattedrale, poi fuori le mura».
All’interno della fiera si assisteva a spettacoli e gare e l’affluenza era favorita anche dal fatto che spesso erano organizzate in occasione di feste religiose.
«Spesso - prosegue la storica - si concedevano esenzioni dai pedaggi relativi al trasporto delle merci, la liberazione degli arrestati per debito e si autorizzava lo svolgimento di giochi altrove proibiti.»
Gli scambi su ampia scala fecero affluire moneta anche in zone periferiche e introdussero il concetto di credito con i suoi strumenti. In città cominciarono ad affluire merci estranee all’ambito urbano e le collettività che ospitavano le fiere (spesso proprio le città) godettero di un generale incremento del reddito e di alcuni privilegi.
Lo Stato assoluto, infatti, aveva tutto l'interesse nel favorire lo svolgersi di questi appuntamenti stagionali (per esempio con l'esenzione dai dazi), perché attraverso l'aumento della ricchezza dei sudditi e l'unificazione territoriale il mercato consolidava il potere del sovrano
Il commercio e la Chiesa durante la fiera andavano a braccetto, tanto che i mercanti, molto mal visti nell'Alto Medioevo, iniziarono ad essere accettati «e spesso ospitati anche in luoghi precedentemente riservati ai pellegrini», racconta Occhipinti.
Non solo, «durante le fiere erano spesso reperibili reliquie di santi, per lo più provenienti dall’area mediorientale, portate da ecclesiastici e in particolare da monaci», aggiunge la storica.
Tra il 1200 e il 1300 secolo le fiere più importanti furono quelle di Champagne e delle Fiandre meridionali.
Erano quelli che oggi chiameremmo eventi internazionali: attiravano mercanti da tutta Europa, in particolare italiani e provenzali.
Alberto Grohman, docente di Storia economica all’Università di Perugia, spiega che all’epoca «tutto il variegato mondo del commercio europeo s’incontrava in questi raduni, che sono stati definiti la “casa di cambio dell’intera Europa”» ("cambi" sono le attività bancarie, per esempio relative alle lettere di credito).
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Nel 1400 questi due fulcri fieristici furono soppiantati da Ginevra e Lione, mentre un salto epocale, secondo lo storico, si è verificato «dopo la scoperta delle Americhe e l'importazione in Europa dei metalli preziosi dal nuovo continente, che portarono alla ribalta per circa un secolo le fiere spagnole di Medina del Campo e di Medina di Rio Seco, specializzate nel commercio di monete e di cambi».
Nel 1600 fu Lipsia a ospitare le fiere più importanti, tanto che «per contenere i suoi commerci per ben tre volte dovette ampliare la sua cerchia muraria», afferma Grohman.
Ma dal 1800 la fiera perse gradualmente la sua importanza. Il declino della fiera a livello internazionale ha contribuito all’affermarsi delle esposizioni universali, ci ha spiegato Grohman: «il sistema industriale rese molto più utile che in passato l'esposizione di novità produttive, di nuovi macchinari, di campioni di beni ottenibili grazie al modo di produzione industriale».
In continuità con la fiera tradizionale, anche Expo è uno spazio dove gli operatori economici possono sondare il terreno del mercato esponendo i loro nuovi prodotti.
Dalla sua prima volta, nel 1851 l'Expo è stata lo specchio dei suoi tempi e ha riflettuto da un lato le necessità commerciali e dall'altro i progressi tecnologici e scientifici delle varie epoche.
Secondo Grohman l’esposizione universale consente ancora agli operatori economici di farsi un’idea dei bisogni del mercato, «comprendere fino a qual punto un prodotto può avere un mercato di larga scala e mettere a confronto prodotti ed economie molto distanti tra loro».
Siamo lontani, però, dalle grandi esposizioni del 1800: «la diffusa informatizzazione e la velocità derivante dei collegamenti sta facendo calare la funzione e lo scopo delle grandi esposizioni universali, che spesso si sono settorializzate», conclude Grohman. Può darsi però che grandi temi come "Nutrire il pianeta - Energia per la vita" possano fare da calamita per nuove idee, e rivitalizzare il concetto di esposizione universale: vedremo se Expo Milano 2015 sarà stata capace di raccogliere l'eredità della fiera medievale.
Fonte: focus.it
martedì 27 maggio 2014
lunedì 26 maggio 2014
Spalloni, derivati e traslochi fantasma così dall' Italia sono spariti 500 miliardi

Il tesoretto italiano nei forzieri dei paradisi fiscali ammonta secondo le stime più attendibili a circa 500 miliardi di euro.
Una cifra pari al 40% del debito pubblico nazionale, più del doppio del Pil svizzero, il quadruplo di quello di Hong Kong.
Ma come ha fatto questo fiume di denaro a fuggire dal Belpaese?
Il silenzio, in questo mondo, è più che mai d' oro.
Ma grazie a tre diversi incontri con altrettanti banchieri attivi nel campo - coperti da un rigoroso anonimato - abbiamo provato a ricostruire le mille strade e i tanti rivoli di questo immenso (e ininterrotto) esodo di capitali.
Contatto ed espatrio.
Chi si muove per primo importa poco. Spesso è il cliente. Ma ormai le grandi banche internazionali fanno anche da sé, con un porta a porta discreto mirato sulle categorie più "sensibili": imprenditori, commercianti e liberi professionisti in prima fila. La legge, in teoria, è chiara.
Chi porta all' estero più di 12.500 euro deve segnalare nel quadro Rw della dichiarazione dei redditi tutti i suoi beni oltrefrontiera.
Ma è tutt' altro che un ostacolo insormontabile. «Quando un cliente arriva nei nostri salotti - spiega una delle tre fonti - è convinto di imbarcarsi in una sorta di spy-story ad alto tasso di rischio e di brividi». L' iter al contrario è asettico, quasi banale. «Lui deve solo metterci a disposizione la liquidità da trasferire - racconta il banchiere - al resto pensiamo noi».
L' organizzazione è oliata a puntino da una pratica lunga quattro decenni. E viaggia su tanti percorsi paralleli. Se il denaro è "pulito" e deve solo espatriare senza dare nell' occhio il lavoro è semplice. Basta spostarlo sotto mentite spoglie.
Chi dispone di società all' estero, ad esempio, realizza un acquisto fittizio oltrefrontiera, oppure ne sovradimensiona uno reale. A chi è meno organizzato pensa la banca:
«Si aprono operazioni finanziarie, derivati o equity swap, che generano una forte perdita in Italia e un guadagno offshore».
Il segno più e quello meno però fanno capo alla stessa persona. Che sposta così i suoi sudati risparmi fuori dal radar dell' erario. Se il denaro è frutto di "nero" (e quindi non depositabile in un conto italiano per non squadernarlo sotto il naso del fisco) c' è un problema più serio: va trasportato oltrefrontiera.
Come? Come si faceva una volta. Con gli spalloni. «L' unica differenza è che i soldi non passano più il confine sui sentieri di montagna, nelle bricolle dei contrabbandieri, ma in classiche valigette a bordo di macchine o camion».
Guidati da "padroncini" «che nel giro conosciamo tutti». Il prezzo di queste operazioni è sempre più abbordabile. «Una volta si pagava una commissione, la tariffa dell' intermediario o dello spallone, quello che rischia di più curando il passaggio del confine». Ma oggi siamo in clima di saldi. «Il trasporto, fisico o meno, lo offriamo noi - spiegano gli esperti -.
Paghiamo volentieri pur di conquistare la gestione di questi soldi...». Destinazioni e vantaggi. La Svizzera resta il paese più appetito dagli esportatori di capitali tricolori.
Nel caso dello scudo fiscale - quello che ha rimpatriato quasi 80 miliardi dai paradisi fiscali nel 2001-2003 - più del 40% di questo gruzzolo è arrivato dalla Confederazione mentre solo l' 1%, per dare un' idea, è riapparso dal Liechtenstein. «I motivi sono chiari - concordano i banchieri -.
Il primo è geografico. La Svizzera è dietro l' angolo. Poi c' è l' appeal del segreto bancario». Nel senso che a Berna e dintorni i soldi perdono l' identità. «La banca conosce il nome del titolare dei conti - spiegano -.
Chiediamo i dati anagrafici perchè aderiamo alle normative Gafi antiriciclaggio. Ma poi li teniamo rigorosamente per noi». Certo, esistono le rogatorie internazionali per alcuni reati, come si è visto da Tangentopoli ai furbetti. Ma per problemi di evasione fiscale (in Svizzera come in tutti i paradisi) le autorità non "dialogano" con stati esteri. «Capirà, è uno dei segreti del nostro successo...». E chi vuole proprio sparire del tutto? «Allora consigliamo Singapore o Panama, dove i conti sono cifrati al 100%».
In queste oasi offshore si può arrivare direttamente. Ma molti transitano prima a Berna con una triangolazione che cancella il fastidioso cruccio dell' euroritenuta, quella tassazione al 15% degli interessi obbligazionari (ma solo quelli...) accettata da Berna, Montecarlo, Lussemburgo e Liechtenstein in cambio dell' ok Ue al segreto bancario.
«Nei paradisi più esotici l' unica traccia è il recapito dell' interlocutore, spesso un anonimo indirizzo "civetta" sul taccuino dell' intermediario».
Il cambio di residenza. Se non si vuole esportare il capitale, l' altra soluzione per schermare patrimoni è quella di esportare il contribuente. Cambiando residenza. L' hanno fatto, senza troppa fortuna, Valentino Rossi, Ornella Muti e Giancarlo Fisichella. Colti dal fisco con le mani nel sacco.
Ma oltre a loro, con risultati per ora migliori, l' hanno fatto migliaia di altri italiani. Trasferendosi soprattutto in Svizzera (dove i Paperoni forfettizzano ad personam le tasse con i Cantoni) o a Montecarlo, dove i redditi di persone fisiche sono esentasse.
La pratica, spiega un nostro interlocutore, è semplice. «Si va in Comune e ci si cancella dall' anagrafe della popolazione residente per trasferirsi quella degli italiani residenti all' estero».
Poi si va al nuovo domicilio (spesso è richiesto in loco l' acquisto di un' abitazione) e si comunica in ambasciata con il nuovo contratto. I rischi? Se si risiede davvero in loco, non c' è problema. Se, come accade spesso, si vive in realtà in Italia, le cose si complicano. L' agenzia delle Entrate, in questo campo, ha più margini di manovra. Con i paesi più aperti allo scambio di informazioni - come la Gran Bretagna nel caso di Rossi - parte l' accertamento con l' onere a carico del fisco di dimostrare la residenza reale del contribuente. Per Svizzera, Montecarlo e le nazioni nella "black list" fiscale (tutti i paesi offshore) l' onere si ribalta.
Le Finanze avviano l' accertamento e poi tocca all' espatriato provare di risiedere davvero oltrefrontiera. Un indirizzo non basta. Bisogna dimostrare che lì vivono i familiari, vanno a scuola i figli, lì si va dal barbiere e si butta ogni giorno la pattumiera.
Altrimenti, com' è successo a tanti - da Tomba alla Loren fino a Pavarotti - il braccio di ferro (ogni tanto accade persino questo) lo vince il fisco.
ETTORE LIVINI
lunedì 19 maggio 2014
Guardare nel passato apre una finestra nel presente e mostra il baratro del futuro

I responsabili del potere economico provengono quasi tutti dallo stesso mondo, lo stesso giro sociale.
Condividono la stessa visione di ciò che dovrebbe essere il futuro mondo ideale.
E’ quindi naturale che si mettano d’accordo e sincronizzino le loro azioni verso degli obbiettivi comuni, inducendo a delle situazioni economiche favorevoli alla realizzazione dei loro obbiettivi, come ad esempio: indebolimento degli Stati e del potere politico, deregolamentazione, privatizzazione dei servizi pubblici, disimpegno totale degli Stati dall’economia, compresi i settori dell’educazione, della ricerca e, tra breve, dell’esercito e della polizia, destinati a diventare dei settori sfruttabili da ditte private.
I responsabili delle organizzazioni che esercitano il potere non sono eletti, e il pubblico non viene informato sulle loro decisioni.
Il margine d’azione viene sempre più ridotto da accordi economici internazionali per i quali i cittadini non sono stati né consultati, né informati.
Tutti questi trattati elaborati negli ultimi 10 anni (Gatt, Omc, Ami, Ntm, Nafta) hanno un unico scopo: trasferire il potere degli Stati verso organizzazioni non elette, tramite un processo chiamato “mondializzazione”.
Quando una montagna di debiti viene accumulata, i governi sono costretti alla privatizzazione e allo smantellamento dei servizi pubblici.
Più un governo è sotto il controllo dei “Padroni del Mondo”, più fa aumentare i debiti del suo paese.
I cittadini continuano a votare, ma il loro voto è privo di senso. Votano per dei responsabili che non hanno più un potere reale.
Ed è senz’altro perché non c’è più nulla da decidere.
(Libre)
sabato 17 maggio 2014
I meccanismi della truffa dei derivati bancari
Il fatto che la gente normale, negli USA e negli altri paesi industrializzati, non si sia riversata in strada per linciare gli alti papaveri delle banche centrali e i loro complici di Wall Street o delle altre piazze bancarie è una chiara dimostrazione di quanto sono stati abili i gruppi finanziari a infinocchiare e confondere le masse.
Sono stati fatti sparire miliardi di dollari, ma ben pochi alti responsabili hanno sollecitato indagini sul crimine.
Banchieri di primissimo piano, legali, esperti finanziari, legislatori e politici di tutte le tendenze hanno perpetrato frodi massicce, ma nessuno di loro pagherà per questi crimini.
In cambio, il ragazzino che ruba un paio di dollari di merce nel negozio all'angolo viene sbattuto in carcere per cinque anni o più, malmenato e umiliato durante la detenzione.
Non c'è pietà per delinquenti di questa sorta, quali che siano state le circostanze che li hanno spinti a commettere un così grave misfatto. I vari Bernanke, Geithner, Paulson, Larry Summer e i loro degni compari nella Goldman Sachs, JP Morgan, Citigroup, Merrill Lynch, Bear Sterns, Lehman Brothers, Fannie Mae, Freddie Mac o nelle corrispondenti banche europee, godono di una totale immunità e possono continuare a distruggere e saccheggiare l'economia globale.
Se gli analisti finanziari e i commentatori onesti non semplificheranno analisi e spiegazioni, in modo da permettere a più gente di capire come sono state portate avanti le frodi, sono fermamente convinto che la situazione attuale non cambierà e che il saccheggio continuerà.
Quest'articolo è un tentativo di spiegare con parole semplici la massiccia frode bancaria, e spero di riuscirci.
ALCUNI CONCETTI FONDAMENTALI
L'attività bancaria è un'attività estremamente lucrativa, e il responsabile della vostra banca locale lavora duro per fornire un servizio e ottenere profitti accettabili per i suoi dipendenti.
Ho trascorso oltre 20 dei miei 34 anni come avvocato a formare i banchieri alle loro operazioni quotidiane, e li ho sempre considerati seri e affidabili. È molto raro che uno qualsiasi dei settore di attività bancaria registri perdite; direi che il 98% fornisce alla sede centrale un flusso costante di profitti.
La rete dei vari settori costituisce un efficace sistema di pagamenti per il commercio e per le nostre esigenze di tutti i giorni.
Non ho niente da dire contro le agenzie bancarie locali, anche se funzionano col principio della riserva frazionaria.
L'articolo si propone di illustrare le frodi perpetrate dalle elite finanziarie delle sedi centrali delle banche e dalle banche "troppo grandi per fallire", che hanno profittato delle scappatoie concesse dal sistema, con la complicità dei banchieri centrali e dei legislatori. Per capire le scappatoie del sistema bisogna prima capire come funziona il sistema bancario, e in particolare il principio della riserva frazionaria adottato dalle banche in tutto il mondo.
E il modo migliore per arrivarci è quello d'imparare alcuni termini fondamentali.
1.0 Capitale della banca
1.01 La legge impone alla banca di avere a disposizione una percentuale minima di capitale. In parole povere, ci devono essere sufficienti "attivi" da compensare le passività.
1.02 Perché "attivi" è tra virgolette? Perché nel mondo delle banche il termine ha un significato alquanto diverso da quello normale.
1.03 Lo stato patrimoniale e la forza di una banca dipendono dal rapporto capitale/impieghi espresso in percentuale.
1.04 Nel 1988 la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea (Svizzera) definì uno standard internazionale (Basilea I) per valutare il rapporto capitale/impieghi e stabilì che il capitale totale avrebbe dovuto essere pari ad almeno l'8% degli attivi totali ponderati al rischio.
Per capire come è stata perpetrata la frode non bisogna dimenticare che nel 1988 il rapporto era stato fissato all'8%.
2.0 Attivi ponderati al rischio
2.01 Nel precedente paragrafo ho inquadrato tra virgolette il termine "attivi" perché nel mondo delle banche gli "attivi" vengono calcolati in modo diverso da come si fa nel mondo reale.
2.02 Come vedremo più avanti, questa è una delle cause della confusione e dei malintesi che imperano tra tanti analisti e nel pubblico a proposito della riserva frazionaria bancaria. Ed è anche la chiave che spiega come i banchieri hanno potuto perpetrare la truffa.
2.03 Come vengono trattati e classificati gli "attivi" bancari?
Bisogna tenere ben presente che la classificazione degli attivi bancari ha lo scopo di determinare il rapporto di capitale (così come definito negli accordi Basilea I, e i successivi Basilea II e Basilea III).
2.04 Non tutti gli attivi bancari vengono trattati allo stesso modo.
Perché?
2.05 I banchieri hanno avuto la geniale idea di classificare gli "attivi" in base al loro "rischio". Da qui il termine attivi ponderati al rischio!
In sintesi, se un "attivo" presenta pochi rischi sarà necessaria una minore riserva di capitale.
2.07 Si noti, per inciso, che ai fini della contabilità bancaria i prestiti vengono considerati "attivi", concetto piuttosto incomprensibile per una persona normale, che considera invece "attivi" contanti, risparmi, proprietà (case, fattorie), azioni e titoli di stato. Si tratta di un'ulteriore motivo di confusione quando si parla di "attivi bancari".
2.08 Dalla tabella si deduce che il "rischio 0" non richiede riserve di capitale e che gli "attivi" molto rischiosi richiedono invece la riserva di capitale più elevata. In base agli accordi di Basilea, i titoli ordinari rappresentano la forma più alta/migliore per assorbire le perdite.
2.09 Il fatto che gli accordi di Basilea prevedano due categorie di capitale non fa che aggiungere confusione.
3.0 Tier 1 (Capitale di primo livello) e Tier 2 (Capitale di secondo livello)
3.01 Il capitale di primo livello si riferisce al valore di carico (valore contabile) del capitale sociale della banca e degli utili non distribuiti [la BRI lo definisce come capitale costituito da riserve, azioni ordinarie e loro immediati equivalenti. NdT]. Il capitale di primo livello dev'essere almeno pari al 4% degli attivi totali ponderati al rischio. Il capitale di secondo livello si riferisce alle riserve per perdite su crediti (capitale accantonato per il caso di crediti impagati e conseguenti perdite per la banca) e debiti subordinati [la BRI lo definisce come capitale costituito da capitale diverso da quello di primo livello: inferiore, cioè debiti a lunga scadenza, e superiore, cioè beni rivalutati ma non ancora inseriti nel capitale azionario. NdT] [1].
3.02 Il capitale totale corrisponde dunque al totale di Tier1 + Tier2, così come definiti dagli accordi di Basilea. Il capitale totale deve essere almeno pari all'8% degli attivi totali ponderati al rischio.
Per chi volesse approfondire il sito è: http://www.courtfool.info/it_La_banca_spiegata_La_truffa_dei_derivati.htm
mercoledì 30 aprile 2014
Avanti tutta con l’euroscetticismo. In Gran Bretagna l’UKIP di Farage primo partito
Ci siamo sinceramente e onestamente rotti le scatole di questa Europa e di questo detestabile europeismo, posticcio e ipocrita, con il quale i partiti cosiddetti tradizionali (di destra e di sinistra) hanno svenduto la sovranità dei paesi europei a un sistema euroburocratico e finanziario di impronta germanocentrica, che nulla ha a che vedere con l’Europa intesa come popolo europeo. Ecco perché oggi – a ridosso delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo – riscuotono grandi consensi i partiti euroscettici e quelli che predicano l’uscita se non proprio dall’Europa (UKIP), quanto meno dall’euro.
La questione politica è assai complessa e coinvolge sia aspetti economici che sociali.
La recessione economica, la sostanziale abolizione delle barriere che favoriscono l’immigrazione clandestina, il trattato di Schengen, il cronico difetto di legittimazione popolare dei vertici europei, le assurde politiche di austerità che hanno piegato molti paesi europei (tra cui l’Italia, ma in particolar modo la Grecia), la costante erosione della sovranità nazionale, tutti questi elementi hanno reso l’Europa più un peso insopportabile, che un’occasione di progresso comune.
L’Europa è miseramente fallita.
E’ solo un’oligarchia di poteri e interessi che niente ha a che vedere con i popoli europei.
I vincoli assurdi nei quali i paesi della vecchia Europa sono costretti, vincoli che hanno costretto gli Stati nazionali a politiche economiche austere e recessive, sono diventati l’ottimo humus nel quale gli euroscettici hanno prolificato e dal quale rivendicano il legittimo diritto a dire una verità incontestabile:
quest’Europa è morta, è fallita, è da cancellare.
Si ritorni agli Stati nazionali, all’indipendenza sovrana e monetaria. Basta con una moneta straniera, con una BCE che non risponde a nessuno, con una Commissione Europea non eletta dai cittadini. (ricordate le parole di Attalì?), "Attali: "Una piccola pandemia permetterà di instaurare un Governo Mondiale!"
Basta con un’entità sovranazionale che non persegue il bene dei ma solo gli interessi di una ristretta casta di lobbisti finanziari.
Ecco perché Nigel Farage e il suo partito l’UKIP, in Gran Bretagna (nazione che non è mai stata particolarmente innamorata dell’Europa), oggi rischiano di fare il botto (il partito si attesta al 31%, davanti ai laburisti e ai conservatori).
E così pure Marine Le Pen in Francia con il Front National. Entrambi questi partiti hanno abilmente interpretato la stanchezza dei loro rispettivi concittadini, e la loro delusione per le suicide politiche dei loro governi.
Discorso a parte, purtroppo, merita l’Italia, dove l’europeismo è diventata una religione istituzionale talmente ortodossa e conservatrice, che persino i partiti che si proclamano euroscettici lo sono in modo estremamente moderato e ambiguo.
In ogni caso, l’euroscetticismo e la voglia di uscire dall’euro è un vento di novità nell’acqua stagnante della religione europeista.
La verità è che l’Europa - e non mi stanco di ripeterlo – non è più un progetto di unificazione dei popoli, ma è solo un progetto di sistematica distruzione della cultura e dell’identità europea.
E forse – e dico forse – sarebbe stato meglio che il progetto europeo si fosse fermato al libero scambio di merci e servizi.
Al vecchio e ragionevole MEC.
venerdì 25 aprile 2014
EURO SI O NO
Ormai sempre più persone iniziano a sostenere che bisogna uscire dall'euro.
Pian piano sta crollando quel muro di gomma che è stato innalzato dai dogmi della nuova disciplina feudale monetarista che da sempre sostiene in maniera molto miope e radicata, che un'eventuale uscita dall'euro comporterebbe il collasso assoluto, facendo leva su del vergognoso e criminale terrorismo psicologico.
Anche le più rigide cattedre accademiche si spaccano in due.
Chi vede l'euro come un buon progetto, ma mal strutturato (o un buon progetto con un'Italia mal strutturata internamente) e chi invece vede nel progetto euro un progetto sempre ben strutturato, ma non per i bene dei paesi europei, ma per il bene di un cartello oligarchico di speculatori dell'alta finanza che hanno tutto l'interesse a distruggere nazioni come la nostra per incrementare i loro affari.
Si evince da entrambe le posizione che l'euro non è certo un vantaggio per noi
Dinanzi a ciò bisogna fare una breve considerazione: e informare su cosa significhi realmente uscire dall'euro ritornando ad una moneta sovrana.
Anche da parte di molti anti-euro c'è una confusione abissale su tale tema.
Nessuno dice che se oggi usciamo dall'euro e ritorniamo a battere moneta, domani la crisi finisce e l'Italia ritorna ad essere il paese delle meraviglie.
Sarebbe sciocco pensarlo e stupido sostenerlo.
Innanzitutto uscire dall'euro non è così semplice come si crede e richiederà l'intervento di un gruppo di esperti qualificati in grado di guidare l'Italia fuori da questo incubo economico.
Molti pensano che abbandonare l’Eurozona e ritornare alla Lira significhi semplicemente dire all'Ue che noi oggi molliamo l'euro e che da domani torniamo a battere una nostra moneta sovrana.
Non è così.
Uscire dall'euro significa rompere drasticamente gli obblighi italiani firmati e ratificati dai traditori della Patria che hanno consegnato "legalmente" e "giuridicamente" la nostra penisola all'Europa dei tecnocrati dell'eurozona.
Sul discorso del cambio, come ha detto l'economista Borghi pochi giorni fa in tv, basterebbe fare un passaggio concordato di 1 a 1. Ciò non comporterebbe grandi cambiamenti sotto quel punto di vista.
Per questo riguarda il resto, uscire dall'eurozona significherà fare default in euro togliendo la capacità all'Italia di ottenere qualsiasi tipo di prestito in euro. Il debito che avevamo in euro verrà riconvertito in nuove lire che inizialmente grazie al default varranno molto poco, portando il debito ad un drastico aumento.
La Germania inizierà i ricatti sul piano commerciale, molti ritireranno i propri investimenti e via dicendo.
Successivamente bisognerà rinegoziare i crediti con i privati convincendoli a prendere ciò che passa il convento; e anche in quella situazione non sarà una passeggiata.
Le banche italiane ne risentiranno trascinandosi dietro quelle europee e tanto altro.
Quindi chi come me sostiene che bisogna uscire dall'euro, deve sapere che tale scelta avrà delle conseguenze sull'economia italiana non indifferenti (ma pur sempre meno dannose delle politiche di austerità).
Successivamente però, cosa succede? Innanzitutto chi dice che con una nuova valuta non saremo più in grado di acquistare materie prime, deve sapere che le materie prime sono acquistabili con qualsiasi valuta al mondo. E normalmente in dollari.
Chi invece sostiene che ritornando alla lira saremo divorati dall'inflazione, documenta di non conoscere l'inflazione perché:
1° Il pericolo inflattivo in una moneta sovrana è facilmente controllabile mediante la tassazione e altre 1000 manovre.
2° la svalutazione non c'entra nulla con l'inflazione
3° l'inflazione può nascere da shock esogeni o dovuti alla domanda. La moneta sovrana non c'entra nulla con l'inflazione, se questa viene utilizzata con criterio.
A parte questo, successivamente succederà che i mercati, non essendo legati ad alcuna corrente morale e ideologica, capiranno che l’Italia avrà di nuovo una sua moneta sovrana e che quindi avrà recuperato la capacità di poter garantire pagamenti puntuali sui propri Titoli di Stato senza bisogno di dipendere da nessuno.
Il debito italiano che si era mutato in lire e che era salito alle stelle non conterà più, visto che saremo sempre in grado di onorarlo.
I creditori scottati dal precedente default, sapranno che non ci sarà più alcun rischio nell'investire sulle nuove Lire, visto che saranno sempre onorate.
Ciò riporterà la fiducia dei mercati portando i tassi delle nuove lire a scendere drasticamente ridando ossigeno all'economia italiana che da anni veniva soffocata dall'eurozona.
Di conseguenza gli stessi mercati vedranno che l'Italia, grazie alla sua nuova lira sovrana, sarà ritornata a spendere a deficit che non è mai stato un male per una nazione sovrana, anzi, il contrario; proprio come non è mai stato un male il debito pubblico.
Tale condizione riporterà la capacità dell'Italia di investire per nuove infrastrutture, per il patrimonio artistico, per la modernizzazione, per la sanità, per l'istruzione, per la creazione di posti di lavoro per i disoccupati etc, incentivando di nuovo anche la capacità di investire, produrre, risparmiare e via dicendo, riportando denaro nelle riserve delle ex banche che erano state bastonate. Vedendo tutto ciò, i mercati, che non sono stupidi, inizieranno a guardare la nostra penisola con grande interesse, portandoli a voler investire su di noi comprando nuovi titoli che, con la nuova lira, saranno sempre onorati.
Quindi chi sostiene che uscire dall'euro non è possibile, deve sapere che uscire dall'euro si può; e chi sostiene che bisogna uscire dall'euro, deve sapere che tale scelta avrà delle ripercussioni a breve termine.
Un breve periodo in cui bisognerà "stringere la cinghia"; ma questa volta NON per il bene dell'europa delle banche, ma per il bene dell'Italia, ritornando ad essere il paese che nonostante l'uscita della 2° guerra mondiale è diventata dal nulla la 4° potenza economica al mondo.
mercoledì 26 marzo 2014
Se un operaio con la sua paga italiana decidesse un giorno di comprarsi una mega villa a Miami .......come lo chiamereste???

Alla domanda di #DariaBignardi il #ministro Roberta Pinotti ha risposto così:
21.22 “I cacciabombardieri servono perché potrebbe succedere che qualcuno decide di sparare un missile per distruggere.
Spero che non lo decida mai nessuno, ma non viviamo in un mondo in cui non ci siano rischi in questo senso.
Lei ha citato prima la Crimea, ma non solo.
Chi si poteva aspettare una tragedia come quella delle Torri Gemelle?
Di fronte a una preoccupazione io penso che sia il caso di valutare, pensando magari di ridimensionare il numero degli F35.
Non c’è nulla di indispensabile, sto chiedendo:
“Ci sono dei rischi o delle minacce?
Come ci si potrebbe difendere?
C’è qualcuno che ci minaccia?” sulla base di questo si decide se serve più intelligence e così via
Io penso che più di tagliare, sia importante non spendere.
In questo momento i pagamenti sono bloccati.”

Mi scuso per la lungaggine di questo post. che spero leggiate fino in fondo, se non altro perchè contiene tante notizie su questi veivoli che qualsiasi mente sana si rifiuterebbe di comprare
Es. comprereste una macchina senza motore e senza impianti elettrici ed elettronici?
Una macchina con i vetri neri su tutti i lati escluso quello davanti? o che appena accendete il motore si è consumato tutto il vostro stipendio?
Se poi leggete tutto l'articolo scoprirete altre facezie !
Cosa è l'F-35? L'F-35 Lighting (fulmine) è un caccia di quinta generazione, l'unico concepito dopo la fine della Guerra Fredda.
È stato disegnato per essere invisibile ai radar e operare in rete con altri sistemi d'arma.
La velocità massima sarà di circa 1,6 volte quella del suono e potrà manovrare con carichi di gravità pari a 9,9 volte la gravità terrestre. I comandi sono tutti su schermi digitali con comandi touch.
A cosa serve?
È un aereo d'attacco al suolo, con un sistema di sensori avanzatissimo che dovrebbe permettergli di compiere qualunque missione.
È armato con un cannone da 25 millimetri e due stive ventrali per trasportare bombe o missili.
Può inoltre essere dotato di cinque piloni per armi e altri due per missili alle estremità delle ali. Il tutto per un carico bellico di 8100 chili di bombe e missili.
La versione F-35 B sarà in grado di decollare verticalmente dalle navi?
Sarà l'unico aereo disponibile con questa caratteristica?
Chi lo produce?
Il progetto è in mano alla Lockheed Martin, il colosso statunitense degli armamenti.
I paesi che hanno aderito al programma chiamato inizialmente Joint Strike Fighter hanno ottenuto una partecipazione allo sviluppo proporzionale all'investimento.
La Gran Bretagna è partner di primo livello, con circa 2,5 miliardi di dollari, con un ruolo chiave dell'industria Bae.
L'Italia è partner di secondo livello, con una spesa prevista di circa un miliardo di dollari, assieme all'Olanda, circa 800 milioni.
Nel terzo livello sono inclusi Canada, Australia, Norvegia e Danimarca.
Quanto costa il programma?
La stima iniziale era di 40 miliardi di dollari, in massima parte a carico degli Usa, le ultime previsioni calcolano un costo di sviluppo superiore a 56 miliardi.
Gli Stati Uniti contavano di acquistarne in futuro 2400 con una spesa di 200 miliardi di dollari.
Il piano iniziale prevedeva di costruirne 3100 includendo i paesi partner e altri compratori come Turchia, Singapore, Israele e Giappone, ma molti hanno già ridotto le previsioni.
E la politica di tagli al budget della difesa voluta dalla presidenza Obama potrebbe far calare anche gli ordini statunitensi.
A che punto è il progetto?
Il primo F-35 ha volato il 15 dicembre 2006.
I voli operativi d'addestramento sono cominciati nello scorso gennaio.
Finora le forze armate americane ne hanno ricevuti 69 ma tutti dovranno essere aggiornati nei prossimi anni per diventare pienamente operativi.
Che problemi sono emersi?
Contrariamente ai velivoli del passato, non ci sono stati prototipi su cui perfezionare la progettazione.
Per ridurre tempi e costi, il velivolo è stato testato virtualmente con elaboratori elettronici.
Ma i problemi non sono mancati e il programma ha accumulato ritardi importanti.
Il software per le versioni operative, da cui dipendono tutte le attività, è ancora in fase di sviluppo: non sarà pronto prima di due anni.
Forti difficoltà anche nella progettazione del casco, uno dei punti chiave del sistema F-35, che permetterà di visualizzare i dati di volo e puntare l'armamento tramite gli occhi del pilota.
Quali sono le critiche tecniche al progetto?
I piloti collaudatori, tutti americani o britannici, hanno criticato soprattutto la scarsa visibilità posteriore: non si vedono avversari alle spalle.
Un problema che dovrebbe essere risolto dai sensori tv che coprono il velivolo come una sfera.
Critiche anche al sistema anti-incendio e alla protezione contro i fulmini. Alcuni piloti hanno messo in dubbio anche la capacità di sopravvivere ai tiri della contraerea.
Ma di che materiale è fatto? .......certo hanno qualche problemino hahahahhh
La Marina statunitense ha contestato dimensioni e prestazioni della versione imbarcata.
Nel settembre 2012 il Pentagono, stanco per ritardi e inconvenienti, è intervenuto con durezza contro la Lockheed, chiedendo risposte rapide e "commissariando" lo sviluppo del programma.
Quanto costano gli F35?
Il prezzo di ognuno dei primissimi esemplari è cresciuto fino a 207 milioni di dollari contro gli 89 milioni preventivati dalla Lockheed. Nel 2010 la stima era di 133 milioni.
Oggi il prezzo dovrebbe essere di circa 120 milioni ma il Pentagono insiste perché venga ridotto sotto i cento.
La Lockheed sostiene che nel 2018 un F-35 verrà 67 milioni di dollari, motore incluso.
Si ritiene che ogni ora di volo verrà a costare circa 25 mila dollari.
Il problema sarà la spesa per l'aggiornamento.
Come in un sistema informatico, ogni velivolo dovrà ricevere un pacchetto di software e componenti per arrivare alla versione definitiva.
Il cui prezzo non è ancora stato ipotizzato.
Quanto costerà tenerli in servizio?
Le stime per la vita operativa, ossia il prezzo di ricambi, manutenzioni e aggiornamenti tecnici, dell'intera flotta di F-35 statunitensi per i prossimi 50 anni sono di 1510 miliardi di dollari, pari a 618 milioni per ogni aereo.
Altri paesi come la Norvegia credono invece che per ogni singolo velivolo si spenderanno 769 milioni di dollari.
La Marina americana reputa questi costi superiori di 442 miliardi rispetto alle previsioni.
Il Pentagono ha minacciato che se queste stime non verranno ridotte toglierà alla Lockheed il controllo delle forniture di ricambi. Chi ha deciso l'impegno dell'Italia?
Il primo memorandum è stato firmato dal ministro della Difesa Beniamo Andreatta del governo Prodi nel 1998 con un investimento limitato a 10 milioni di dollari. La decisione di entrare nel programma di sviluppo con la spesa di un miliardo di dollari è stata presa dal governo Berlusconi nel 2002.
Gli accordi operativi per la produzione e la costruzione della fabbrica italiana di assemblaggio sono opera del governo Prodi nel febbraio 2007 e nell'aprile 2008.
Cosa significa la partecipazione italiana? Con la scelta di entrare nel programma F-35 l'Italia ha rinunciato ai grandi programmi di collaborazione aeronautica europea, come il Tornado – realizzato negli anni '70 con Germania e Gran Bretagna – e nel decennio successivo l'Eurofighter Typhoon, progettato dagli stessi paesi assieme alla Spagna.
Una scelta che conferma la linea inaugurata dal governo Berlusconi nel 2002 rinunciando al programma di un aereo da trasporto militare europeo in favore del Lockheed C130J.
Perchè l'Italia ha scelto l'F-35? La decisione è stata stata sostenuta soprattutto dai militari, con il sostegno di un partito trasversale nel centrodestra e nel centrosinistra.
Per la Marina è una scelta obbligata: è il solo aereo a decollo verticale sul mercato e quindi l'unico che può operare dalle nostre piccole portaerei Garibaldi e Cavour.
L'Aeronautica ritiene che si tratti del migliore velivolo disponibile per le missioni d'attacco.
C'erano alternative all'F-35?
Alenia (Finmeccanica) ha offerto una variante da attacco al suolo del caccia intercettore Eurofighter Typhoon, già in servizio con le nostre forze armate.
Una prospettiva respinta dall'Aeronautica perché l'Eurofighter un velivolo di vecchia generazione e avrebbe avuto costi comunque alti. Inoltre già oggi la prima serie in servizio dell'Eurofighter è così diversa dalle ultime due da avere pochi elementi in comune. Piuttosto che spendere per aggiornarla, l'Aeronautica intende toglierla dai reparti.
Quanti ne comprerà l'Italia?
Nel 2009 il governo aveva deciso l'acquisto di 131 F-35 con un costo stimato di 12,9 miliardi di euro.
L'anno scorso sono stati ridotti a 90: 60 nella versione A e 30 nella versione B a decollo verticale (15 per l'Aeronautica e 15 per la Marina).
L'assemblaggio del primo comincerà a luglio: l'ingresso in servizio è previsto per il 2015 nel 32mo stormo di Amendola (Foggia). L'ultimo dovrebbe arrivare nel 2027.
Cosa sostituiranno? Con i 90 F-35 l'Italia rimpiazzerà tutti i cacciabombardieri Tornado e Amx dell'Aeronautica e gli Harrier a decollo verticale della Marina.
Attualmente si tratta di circa 140 aerei ancora in servizio operativo: ciascuno ha costi di gestione molto più alti di quelli previsti per l'F-35. Quanti ordini ha firmato l'Italia? Finora gli ordini firmati riguardano solo 3 aerei del lotto di produzione sesto, mentre l'Italia si prepara a firmare il contratto per altri tre del settimo lotto. Nell'immediato futuro ne sono previsti quattro dell'ottavo lotto. Quanto deve pagare l'Italia per i primi caccia? Secondo il sito specializzato Analisi Difesa, l'Italia deve versare entro poche settimane 396,4 milioni di euro per il pagamento dei primi tre F-35 ordinati.
Entro fine anno è previsto il pagamento di altri 516 milioni di euro. Questa cifra comprenderà gli altri tre F-35 di cui si prevede l'ordinazione e stock di ricambi per velivoli e motori.
Il sito ritiene che il costo per ognuno di questi primi F-35 sarà di 154 milioni di euro.
L'Italia può uscire dal programma?
Il nostro paese non è formalmente vincolato ad altri acquisti.
Uscire dal programma significherebbe perdere i fondi investiti nello sviluppo e soprattutto quelli spesi per costruire l'impianto di assemblaggio italiano: una cifra globale vicina ai due miliardi di euro.
Resterebbe il problema di trovare un rimpiazzo per la flotta di cacciabombardieri, usati dal 1991 nelle operazioni internazionali in Iraq, Bosnia, Kosovo, Libia ed Afghanistan.
Perché l'Italia ha scelto di costruire una fabbrica per gli F-35? L'Italia è l'unico partner europeo che ha deciso di costruire un impianto per assemblare gli F-35 utilizzando componenti prodotte altrove.
La fabbrica chiamata Faco è stata completata nella base militare di Cameri (Novara) a spese del governo.
Il costo è stimato dalla rivista Aviation Week in un miliardo di dollari.
Lo stabilimento è stato realizzato ipotizzando la costruzione di 250 F-35, inclusi 131 per l'Italia e 85 per l'Olanda.
Solo con questi numeri si rientrerà dell'investimento.
Ma l'Italia li ha già ridotti a 90 e l'Olanda ha ritardato l'acquisto in attesa che siano pronte le versioni operative mentre pensa di limitare l'ordine a soli 50.
Eventuali altri compratori invece dovranno trovare più conveniente far assemblare gli F-35 nell'impianto piemontese e non dalla Lockheed.
Quanto lavoro creerà in Italia?
Le forze armate ritengono che si potranno creare 10 mila posti di lavoro e ci sarà una ricaduta per le aziende italiane pari a 18,6 miliardi di dollari.
Queste stime si basano però su una produzione a Cameri di 250 velivoli e sulla prospettiva che altri acquirenti dell'F-35, ad esempio la Turchia e Israele, affidino allo stabilimento piemontese la manutenzione dei loro caccia.
Al momento non ci sono accordi firmati.
Lockheed invece ha prospettato una ricaduta per l'Italia pari a 9 miliardi di dollari, senza calcolare l'attività di supporto e manutenzione, più altri quattro miliardi di dollari da assegnare.
Le ricadute occupazionali per l'Italia sono garantite? Contrariamente ai programmi del passato, per l'F-35 non ci sono accordi scritti che garantiscono all'Italia un carico di lavoro in cambio dell'acquisto degli aerei.
Lockheed ha assegnato all'Alenia la produzione di parte delle ali ma ogni fornitura deve rispondere a requisiti di qualità e convenienza.
I vertici della Difesa ritengono che questo obbligherà Alenia a uscire dal mercato protetto dei vecchi contratti e la spingerà ad essere più competitiva.
Il rischio è che le nostre aziende si trovino a lavorare in perdita o rinunciare ai contratti per effetto della concorrenza americana o di altri produttori.
Quali altre aziende italiane sono coinvolte?
Oltre ad Alenia, Selex, Aerea, Secondo Mona e Sirio Panel stanno producendo componenti dell'F-35 per conto di Lockheed.
Quali sono i vantaggi tecnologici per l'Italia?
Gran parte degli esperti ritengono che siano limitati.
Gli ingegneri italiani che hanno partecipato alla progettazione sono pochi e hanno avuto un ruolo marginale.
Il Pentagono ha riconosciuto che gran parte delle informazioni tecniche sono state tenute segrete anche ai paesi partner.
L'attività nello stabilimento di Cameri sarà essenzialmente di assemblaggio, senza sviluppo di tecnologie autonome.
Gli aerei italiani saranno al livello di quegli americani?
Il programma prevede versioni di software diversi tra gli F-35 per gli Stati Uniti e quelli destinati agli altri paesi.
Poiché la progettazione del software non è ancora stata completata, è difficile stabilire quali saranno le differenze e le limitazioni operative: il pacchetto destinato anche all'Italia sarà pronto solo nel 2016.
Ma sulla nostra Cavour, in servizio già da anni?
Cosa significa questo in termini di costi e di fermo in cantiere? Certo non sarebbe la prima volta, il ponte della Cavour l’hanno già dovuto rifare pochi mesi dopo che la nave ammiraglia della nostra Marina era entrata in servizio.
Il rivestimento andava in frantumi con rischi per le operazioni di volo.
L’hanno dovuto rivestire di nuovo con una sostanza più resistente. E con quali costi non si sa.
Manovre di atterraggio degli F35
Questo tipo di manovra consiste nell’avvicinarsi alla nave riducendo la velocità a 35 nodi (circa 65 chilometri l’ora), toccare piuttosto rudemente il ponte di volo e poi frenare disperatamente per fermarsi in circa 400 piedi, più o meno 120 metri.
Chessaramai!
Pare invece che qualcosa sarà perché, non solo bisogna riaddestrare tutti i piloti per fare questa manovra (pilotare a 65 chilometri l’ora un aereo che, senza carichi e carburante, pesa una quindicina di tonnellate mentre sta cercando si posarsi su una nave in movimento, è più un exploit da videogame che una manovra fatta da qualcuno sano di mente), ma soprattutto bisogna ridisegnare il ponte di volo e riscrivere una parte del software dell’aereo.
Dice infatti lo stesso rapporto britannico: “La tecnologia (quella dell’atterraggio Srvl, ndr) non è attualmente testata e richiede la riprogettazione del ponte di volo e del software dell’aereo”.
E non sarà pronta comunque prima del 2020.
Ma i primi F-35B italiani dovrebbero (tra molte virgolette) entrare in servizio nel 2015.
Nel frattempo? Resta da sperare che non sia umido o non faccia caldo.
Perché il problema non si presenta solo quando l’aereo ha tonnellate di bombe a bordo.
Il rapporto cita come esempio il missile aria-aria Meteor che pesa solo 185 chili ma che costa 2,1 milioni di sterline (2,4 milioni di euro).
Anche questo dovrebbe essere sganciato in mare per atterrare.
Due milioni e mezzo ai pesci, letteralmente.
Per non parlare del carburante.
Insomma, non resta che pregare che il protocollo di Kyoto funzioni. Se il clima continua a cambiare ai ritmi attuali, persino nell’Artico tra un po’ farà caldo e umido.
E allora, bye bye F-35.
lunedì 24 marzo 2014
sabato 22 marzo 2014
Crimea un lembo di terra ......purtroppo strategico per tutti
La Crimea venne ‘regalata’ all’Ucraina nel 1954 dall’allora leader sovietico Nikita Krusciov per celebrare i 300 anni dell’unione tra i due Paesi
.

E oggi soffiano venti di guerra Kiev, 27 febbraio 2014
Crimea al centro della crisi Ucraina-Russia.
Ma da dove arriva questa tensione? La Crimea venne ‘regalata’ all’Ucraina nel 1954 dall’allora leader sovietico Nikita Krusciov per celebrare i 300 anni dell’unione tra i due Paesi.
E la Russia sarebbe pronta oggi ad entrare in guerra per la Crimea, ha detto qualche giorno fa al Financial Times una fonte ufficiale di alto livello di Mosca.
“Se l’Ucraina si spacca - ha detto la fonte - scatenera’ una guerra. Perderanno subito la Crimea perché interverremo per proteggerla, esattamente come abbiamo fatto in Georgia”, quando nell’agosto 2008 le truppe russe invasero il Paese dopo un attacco lampo (fallito) delle forze georgiane in Ossezia del sud.
Ieri a Sinferopoli, la capitale della Repubblica autonoma, centinaia di ucraini russofoni si sono messi in coda - in presenza dei reporter stranieri - per arruolarsi nelle ‘brigate popolari’ per difendere la Crimea “se necessario”.
Oggi la Crimea è una penisola, appartenente all'Ucraina, sulla costa settentrionale del Mar Nero.
E' amministrata dall'omonima repubblica autonoma (ufficialmente Repubblica Autonoma di Crimea).
Conta 1 milione, 973mila 185 abitanti (fonte 2013).
Le lingue ufficiali di Crimea sono il russo, l'ucraino e la lingua tatara di Crimea.
Altre lingue parlate sono armeno, polacco e greco.
LE ORIGINI
I primi abitanti di Crimea dei quali si sono trovate tracce certe erano i Cimmeri che furono espulsi dagli Sciti nel VII secolo a.C., fra i loro antichi re si tramanda il nome di Tauri.
Nello stesso periodo i Greci vi fondarono diverse colonie: i Dori da Eraclea Pontica a Chersonesus e gli Ioni da Mileto a Teodosia e Panticapeo (città e porto del Regno del Bosforo Cimmerio). Durante i secoli successivi la Crimea venne invasa o occupata successivamente da Goti (250), Unni (376), Bulgari (V secolo), Khazari (VIII secolo), Rus' di Kiev (X-XI secolo), Bizantini (1016), Kipchaki (1050), e Mongoli (1237).
LA GUERRA DI CRIMEA
Combattuta tra il 1854 e il 1856, devastò il tessuto economico e sociale di Crimea e i Tatari che la abitavano furono costretti ad abbandonare la loro madrepatria non solo per le conseguenze della guerra ma anche per le persecuzioni e le confische di cui furono vittime.
I sopravvissuti al viaggio, alla fame e alle malattie si stabilirono nella Dobrugia, in Anatolia e in altri luoghi dell'Impero ottomano. Per la prima volta nella storia i tatari di Crimea divennero una minoranza nella loro terra, mentre la maggioranza di essi viveva la diaspora.
Alla fine il governo russo decise di fermare il processo, e l'agricoltura iniziò a soffrire a causa dell'abbandono delle terre fertili.
Durante la guerra civile russa la Repubblica Popolare di Crimea fu una roccaforte dell'Armata Bianca anti-bolscevica, proprio qui i Russi Bianchi guidati dal Generale Wrangel fecero la loro ultima resistenza contro l'Armata Rossa nel 1920.
La Crimea in seguito fu teatro di alcune delle più sanguinose battaglie della Seconda guerra mondiale.
I tedeschi soffrirono pesanti perdite cercando di avanzare attraverso l'istmo che collega la Crimea all'Ucraina continentale, a Perekop, nell'estate del 1941.
Quando i tedeschi riuscirono a irrompere, occuparono gran parte della Crimea, con l'eccezione della città di Sebastopoli.
La stessa resistette dall'ottobre 1941 fino al 4 luglio 1942, quando i tedeschi riuscirono infine a prenderla.
Nel 1944 Sebastopoli venne liberata dalle truppe sovietiche.
Il 18 maggio 1944 l'intera popolazione dei tatari di Crimea venne deportata con la forza dal governo sovietico di Stalin, come forma di punizione per la creazione del Wolgatatarische Legion, che aveva combattuto a fianco del Terzo Reich.
Il 21 maggio 1944, la pulizia etnica di Crimea era completata.
Si stima che il 46% dei deportati morì per la fame e le malattie.[senza fonte]
Nel 1967, i Tatari di Crimea vennero riabilitati, ma gli venne vietata la possibilità di tornare legalmente nella loro patria fino agli ultimi giorni dell'Unione Sovietica.
Il 29 gennaio 1942 era già stata deportata la minoranza italiana di Crimea formata a partire dal 1830 a seguito di un flusso migratorio proveniente soprattutto dalla Puglia.
Prima dell'avvento del comunismo la comunità contava circa 3.000 membri residenti soprattutto a Kerc, Feodosia e Simferopoli. Successivamente gli italiani si ridussero a circa 1.200 persone.
IL DOPOGUERRA E IL POST UNIONE SOVIETICA
La Repubblica Autonoma Socialista Sovietica di Crimea venne abolita nel 1945 e trasformata nell'Oblast di Crimea (provincia) della RSSF Russa).
Il 19 febbraio 1954, venne trasferita dal leader sovietico Nikita Krusciov alla RSS Ucraina come gesto per commemorare il 300esimo anniversario dei Trattato di Pereyaslav tra i cosacchi ucraini e la Russia.
Con il collasso dell'Unione Sovietica la Crimea è entrata a far parte dell'Ucraina, una soluzione osteggiata dalla gran parte della popolazione ormai di origine russa e causa di tensioni tra Russia e Ucraina.
Una delle ragioni della forte russificazione della penisola è da addebitare alle tante basi della Flotta del Mar Nero costruitevi dai russi.
Con la sconfitta elettorale delle forze politiche nazionaliste più radicali in Ucraina, la tensione si è lentamente allentata.
La Crimea proclamò l'autogoverno il 5 maggio 1992, ma in seguito accettò di rimanere all'interno dell'Ucraina come repubblica autonoma.
La città di Sebastopoli si trova all'interno della repubblica, ma gode di uno statuto di municipalità speciale in Ucraina.
Quei «tesori» che fanno gola a Putin Turismo, basi militari e vie dell’energia

KIEV — Da sola la Crimea non ci può stare.
Non ci sono sorgenti di acqua potabile, né centrali elettriche. Se il governo di Kiev decidesse di interrompere le forniture di gas, tre famiglie su quattro resterebbero al freddo e non potrebbero cucinare.
La penisola di Yalta e Sebastopoli dipende dal resto del Paese. Esiste anche una cifra che il ministero delle Finanze del nuovo governo ucraino usa come strumento di propaganda: 794 milioni di euro.
Sono i soldi che ogni anno la capitale passa alla Repubblica per ripianare il bilancio.
Spiccioli per Vladimir Putin? Forse no, visto che il bilancio russo è già in deficit per 6,5 miliardi di euro.
O forse sì, proprio perché quel miliardo scarso di spese ulteriori garantirebbe al Cremlino il pieno controllo della penisola.
Putin non pensa ai 6 milioni di turisti all’anno (su una popolazione di 2 milioni) e neanche ai vini pregiati di Yalta.
Cose che scaldano il cuore e rendono il 60% della ricchezza prodotta dal sistema locale.
Ma sono attività che bastano a mala pena per sopravvivere, risorse poco nutrienti: il reddito pro capite di un cittadino della Repubblica separatista è pari al 66% della media ucraina e all’80% di quella russa.
In realtà è inutile cercare un qualche tesoro nascosto nei dati e nelle statistiche ufficiali.
Non è certo per qualche filiera agroalimentare o per l’industria della villeggiatura che dal Cremlino è arrivato l’ordine di mostrare i kalashnikov.
L’importanza della Crimea è legata alla sua posizione.
In gioco non ci sono gli interessi della Russia di oggi, ma quelli di domani.
Militari, innanzitutto.
La base navale di Sebastopoli potrebbe essere potenziata fino a diventare l’avamposto russo più avanzato nel fianco orientale della Nato.
Sul Mar Nero si affacciano diversi partner dell’Alleanza atlantica: Romania, Bulgaria e, soprattutto, Turchia.
Altri analisti suggeriscono di seguire la scia del petrolio.
Al largo delle coste assolate, sono già attivi campi offshore per la produzione di gas.
I volumi sono ancora poco significativi, ma la potenzialità ha suscitato l’attenzione delle multinazionali, come le americane ExxonMobil e Chevron, l’olandese Royal Dutch Shell e persino la Petrochina.
Forse alla fine le esplorazioni non daranno risultati apprezzabili.
Ma può anche darsi il contrario e allora il ruolo di grande esportatore della Russia potrebbe uscirne ridimensionato.
A meno che le compagnie straniere non si trovino all’improvviso, grazie al referendum e ai soldati camuffati, a trattare con Mosca e non più con Kiev.
Quanto vale in termini economici questa scommessa?
Impossibile azzardare dei numeri, ma certo vale tanto.
Come pure potrebbe contare un’altra ipotesi, avanzata nei giorni scorsi dalla stampa inglese.
Putin starebbe addirittura meditando di deviare il percorso del nuovo oleodotto South Stream, facendolo passare attraverso la Crimea e l’Ucraina sud occidentale, anziché nella profondità del Mar Nero e da qui alla Bulgaria.
Risparmio stimato: più di 14 miliardi di euro.
Tutte queste spinte, queste ambizioni potrebbero trasformarsi in progetti di sviluppo multilaterali, con profitto per i diversi Paesi.
In fondo i rapporti tra Russia, Ucraina ed Europa si sono retti su uno schema di mutualità che ha funzionato per 23 anni, a cominciare naturalmente dall’energia.
Putin pensa che questo meccanismo si sia rotto con la rivoluzione di Maidan e con la cacciata del suo sodale e garante Viktor Yanukovich.
Ora cerca una rivincita anche economica in Crimea.
Giuseppe Sarcina
.
E oggi soffiano venti di guerra Kiev, 27 febbraio 2014
Crimea al centro della crisi Ucraina-Russia.
Ma da dove arriva questa tensione? La Crimea venne ‘regalata’ all’Ucraina nel 1954 dall’allora leader sovietico Nikita Krusciov per celebrare i 300 anni dell’unione tra i due Paesi.
E la Russia sarebbe pronta oggi ad entrare in guerra per la Crimea, ha detto qualche giorno fa al Financial Times una fonte ufficiale di alto livello di Mosca.
“Se l’Ucraina si spacca - ha detto la fonte - scatenera’ una guerra. Perderanno subito la Crimea perché interverremo per proteggerla, esattamente come abbiamo fatto in Georgia”, quando nell’agosto 2008 le truppe russe invasero il Paese dopo un attacco lampo (fallito) delle forze georgiane in Ossezia del sud.
Ieri a Sinferopoli, la capitale della Repubblica autonoma, centinaia di ucraini russofoni si sono messi in coda - in presenza dei reporter stranieri - per arruolarsi nelle ‘brigate popolari’ per difendere la Crimea “se necessario”.
Oggi la Crimea è una penisola, appartenente all'Ucraina, sulla costa settentrionale del Mar Nero.
E' amministrata dall'omonima repubblica autonoma (ufficialmente Repubblica Autonoma di Crimea).
Conta 1 milione, 973mila 185 abitanti (fonte 2013).
Le lingue ufficiali di Crimea sono il russo, l'ucraino e la lingua tatara di Crimea.
Altre lingue parlate sono armeno, polacco e greco.
LE ORIGINI
I primi abitanti di Crimea dei quali si sono trovate tracce certe erano i Cimmeri che furono espulsi dagli Sciti nel VII secolo a.C., fra i loro antichi re si tramanda il nome di Tauri.
Nello stesso periodo i Greci vi fondarono diverse colonie: i Dori da Eraclea Pontica a Chersonesus e gli Ioni da Mileto a Teodosia e Panticapeo (città e porto del Regno del Bosforo Cimmerio). Durante i secoli successivi la Crimea venne invasa o occupata successivamente da Goti (250), Unni (376), Bulgari (V secolo), Khazari (VIII secolo), Rus' di Kiev (X-XI secolo), Bizantini (1016), Kipchaki (1050), e Mongoli (1237).
LA GUERRA DI CRIMEA
Combattuta tra il 1854 e il 1856, devastò il tessuto economico e sociale di Crimea e i Tatari che la abitavano furono costretti ad abbandonare la loro madrepatria non solo per le conseguenze della guerra ma anche per le persecuzioni e le confische di cui furono vittime.
I sopravvissuti al viaggio, alla fame e alle malattie si stabilirono nella Dobrugia, in Anatolia e in altri luoghi dell'Impero ottomano. Per la prima volta nella storia i tatari di Crimea divennero una minoranza nella loro terra, mentre la maggioranza di essi viveva la diaspora.
Alla fine il governo russo decise di fermare il processo, e l'agricoltura iniziò a soffrire a causa dell'abbandono delle terre fertili.
Durante la guerra civile russa la Repubblica Popolare di Crimea fu una roccaforte dell'Armata Bianca anti-bolscevica, proprio qui i Russi Bianchi guidati dal Generale Wrangel fecero la loro ultima resistenza contro l'Armata Rossa nel 1920.
La Crimea in seguito fu teatro di alcune delle più sanguinose battaglie della Seconda guerra mondiale.
I tedeschi soffrirono pesanti perdite cercando di avanzare attraverso l'istmo che collega la Crimea all'Ucraina continentale, a Perekop, nell'estate del 1941.
Quando i tedeschi riuscirono a irrompere, occuparono gran parte della Crimea, con l'eccezione della città di Sebastopoli.
La stessa resistette dall'ottobre 1941 fino al 4 luglio 1942, quando i tedeschi riuscirono infine a prenderla.
Nel 1944 Sebastopoli venne liberata dalle truppe sovietiche.
Il 18 maggio 1944 l'intera popolazione dei tatari di Crimea venne deportata con la forza dal governo sovietico di Stalin, come forma di punizione per la creazione del Wolgatatarische Legion, che aveva combattuto a fianco del Terzo Reich.
Il 21 maggio 1944, la pulizia etnica di Crimea era completata.
Si stima che il 46% dei deportati morì per la fame e le malattie.[senza fonte]
Nel 1967, i Tatari di Crimea vennero riabilitati, ma gli venne vietata la possibilità di tornare legalmente nella loro patria fino agli ultimi giorni dell'Unione Sovietica.
Il 29 gennaio 1942 era già stata deportata la minoranza italiana di Crimea formata a partire dal 1830 a seguito di un flusso migratorio proveniente soprattutto dalla Puglia.
Prima dell'avvento del comunismo la comunità contava circa 3.000 membri residenti soprattutto a Kerc, Feodosia e Simferopoli. Successivamente gli italiani si ridussero a circa 1.200 persone.
IL DOPOGUERRA E IL POST UNIONE SOVIETICA
La Repubblica Autonoma Socialista Sovietica di Crimea venne abolita nel 1945 e trasformata nell'Oblast di Crimea (provincia) della RSSF Russa).
Il 19 febbraio 1954, venne trasferita dal leader sovietico Nikita Krusciov alla RSS Ucraina come gesto per commemorare il 300esimo anniversario dei Trattato di Pereyaslav tra i cosacchi ucraini e la Russia.
Con il collasso dell'Unione Sovietica la Crimea è entrata a far parte dell'Ucraina, una soluzione osteggiata dalla gran parte della popolazione ormai di origine russa e causa di tensioni tra Russia e Ucraina.
Una delle ragioni della forte russificazione della penisola è da addebitare alle tante basi della Flotta del Mar Nero costruitevi dai russi.
Con la sconfitta elettorale delle forze politiche nazionaliste più radicali in Ucraina, la tensione si è lentamente allentata.
La Crimea proclamò l'autogoverno il 5 maggio 1992, ma in seguito accettò di rimanere all'interno dell'Ucraina come repubblica autonoma.
La città di Sebastopoli si trova all'interno della repubblica, ma gode di uno statuto di municipalità speciale in Ucraina.
Quei «tesori» che fanno gola a Putin Turismo, basi militari e vie dell’energia

KIEV — Da sola la Crimea non ci può stare.
Non ci sono sorgenti di acqua potabile, né centrali elettriche. Se il governo di Kiev decidesse di interrompere le forniture di gas, tre famiglie su quattro resterebbero al freddo e non potrebbero cucinare.
La penisola di Yalta e Sebastopoli dipende dal resto del Paese. Esiste anche una cifra che il ministero delle Finanze del nuovo governo ucraino usa come strumento di propaganda: 794 milioni di euro.
Sono i soldi che ogni anno la capitale passa alla Repubblica per ripianare il bilancio.
Spiccioli per Vladimir Putin? Forse no, visto che il bilancio russo è già in deficit per 6,5 miliardi di euro.
O forse sì, proprio perché quel miliardo scarso di spese ulteriori garantirebbe al Cremlino il pieno controllo della penisola.
Putin non pensa ai 6 milioni di turisti all’anno (su una popolazione di 2 milioni) e neanche ai vini pregiati di Yalta.
Cose che scaldano il cuore e rendono il 60% della ricchezza prodotta dal sistema locale.
Ma sono attività che bastano a mala pena per sopravvivere, risorse poco nutrienti: il reddito pro capite di un cittadino della Repubblica separatista è pari al 66% della media ucraina e all’80% di quella russa.
In realtà è inutile cercare un qualche tesoro nascosto nei dati e nelle statistiche ufficiali.
Non è certo per qualche filiera agroalimentare o per l’industria della villeggiatura che dal Cremlino è arrivato l’ordine di mostrare i kalashnikov.
L’importanza della Crimea è legata alla sua posizione.
In gioco non ci sono gli interessi della Russia di oggi, ma quelli di domani.
Militari, innanzitutto.
La base navale di Sebastopoli potrebbe essere potenziata fino a diventare l’avamposto russo più avanzato nel fianco orientale della Nato.
Sul Mar Nero si affacciano diversi partner dell’Alleanza atlantica: Romania, Bulgaria e, soprattutto, Turchia.
Altri analisti suggeriscono di seguire la scia del petrolio.
Al largo delle coste assolate, sono già attivi campi offshore per la produzione di gas.
I volumi sono ancora poco significativi, ma la potenzialità ha suscitato l’attenzione delle multinazionali, come le americane ExxonMobil e Chevron, l’olandese Royal Dutch Shell e persino la Petrochina.
Forse alla fine le esplorazioni non daranno risultati apprezzabili.
Ma può anche darsi il contrario e allora il ruolo di grande esportatore della Russia potrebbe uscirne ridimensionato.
A meno che le compagnie straniere non si trovino all’improvviso, grazie al referendum e ai soldati camuffati, a trattare con Mosca e non più con Kiev.
Quanto vale in termini economici questa scommessa?
Impossibile azzardare dei numeri, ma certo vale tanto.
Come pure potrebbe contare un’altra ipotesi, avanzata nei giorni scorsi dalla stampa inglese.
Putin starebbe addirittura meditando di deviare il percorso del nuovo oleodotto South Stream, facendolo passare attraverso la Crimea e l’Ucraina sud occidentale, anziché nella profondità del Mar Nero e da qui alla Bulgaria.
Risparmio stimato: più di 14 miliardi di euro.
Tutte queste spinte, queste ambizioni potrebbero trasformarsi in progetti di sviluppo multilaterali, con profitto per i diversi Paesi.
In fondo i rapporti tra Russia, Ucraina ed Europa si sono retti su uno schema di mutualità che ha funzionato per 23 anni, a cominciare naturalmente dall’energia.
Putin pensa che questo meccanismo si sia rotto con la rivoluzione di Maidan e con la cacciata del suo sodale e garante Viktor Yanukovich.
Ora cerca una rivincita anche economica in Crimea.
Giuseppe Sarcina
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