sabato 22 marzo 2014

Crimea un lembo di terra ......purtroppo strategico per tutti

La Crimea venne ‘regalata’ all’Ucraina nel 1954 dall’allora leader sovietico Nikita Krusciov per celebrare i 300 anni dell’unione tra i due Paesi
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E oggi soffiano venti di guerra Kiev, 27 febbraio 2014 
Crimea al centro della crisi Ucraina-Russia.
Ma da dove arriva questa tensione? La Crimea venne ‘regalata’ all’Ucraina nel 1954 dall’allora leader sovietico Nikita Krusciov per celebrare i 300 anni dell’unione tra i due Paesi.
E la Russia sarebbe pronta oggi ad entrare in guerra per la Crimea, ha detto qualche giorno fa al Financial Times una fonte ufficiale di alto livello di Mosca.
“Se l’Ucraina si spacca - ha detto la fonte - scatenera’ una guerra. Perderanno subito la Crimea perché interverremo per proteggerla, esattamente come abbiamo fatto in Georgia”, quando nell’agosto 2008 le truppe russe invasero il Paese dopo un attacco lampo (fallito) delle forze georgiane in Ossezia del sud.
Ieri a Sinferopoli, la capitale della Repubblica autonoma, centinaia di ucraini russofoni si sono messi in coda - in presenza dei reporter stranieri - per arruolarsi nelle ‘brigate popolari’ per difendere la Crimea “se necessario”.
Oggi la Crimea è una penisola, appartenente all'Ucraina, sulla costa settentrionale del Mar Nero.
E' amministrata dall'omonima repubblica autonoma (ufficialmente Repubblica Autonoma di Crimea).
Conta 1 milione, 973mila 185 abitanti (fonte 2013).
Le lingue ufficiali di Crimea sono il russo, l'ucraino e la lingua tatara di Crimea.
Altre lingue parlate sono armeno, polacco e greco.
LE ORIGINI
I primi abitanti di Crimea dei quali si sono trovate tracce certe erano i Cimmeri che furono espulsi dagli Sciti nel VII secolo a.C., fra i loro antichi re si tramanda il nome di Tauri.
Nello stesso periodo i Greci vi fondarono diverse colonie: i Dori da Eraclea Pontica a Chersonesus e gli Ioni da Mileto a Teodosia e Panticapeo (città e porto del Regno del Bosforo Cimmerio). Durante i secoli successivi la Crimea venne invasa o occupata successivamente da Goti (250), Unni (376), Bulgari (V secolo), Khazari (VIII secolo), Rus' di Kiev (X-XI secolo), Bizantini (1016), Kipchaki (1050), e Mongoli (1237).
LA GUERRA DI CRIMEA
Combattuta tra il 1854 e il 1856, devastò il tessuto economico e sociale di Crimea e i Tatari che la abitavano furono costretti ad abbandonare la loro madrepatria non solo per le conseguenze della guerra ma anche per le persecuzioni e le confische di cui furono vittime.
I sopravvissuti al viaggio, alla fame e alle malattie si stabilirono nella Dobrugia, in Anatolia e in altri luoghi dell'Impero ottomano. Per la prima volta nella storia i tatari di Crimea divennero una minoranza nella loro terra, mentre la maggioranza di essi viveva la diaspora.
Alla fine il governo russo decise di fermare il processo, e l'agricoltura iniziò a soffrire a causa dell'abbandono delle terre fertili.
Durante la guerra civile russa la Repubblica Popolare di Crimea fu una roccaforte dell'Armata Bianca anti-bolscevica, proprio qui i Russi Bianchi guidati dal Generale Wrangel fecero la loro ultima resistenza contro l'Armata Rossa nel 1920.
La Crimea in seguito fu teatro di alcune delle più sanguinose battaglie della Seconda guerra mondiale.
I tedeschi soffrirono pesanti perdite cercando di avanzare attraverso l'istmo che collega la Crimea all'Ucraina continentale, a Perekop, nell'estate del 1941.
Quando i tedeschi riuscirono a irrompere, occuparono gran parte della Crimea, con l'eccezione della città di Sebastopoli.
La stessa resistette dall'ottobre 1941 fino al 4 luglio 1942, quando i tedeschi riuscirono infine a prenderla.
Nel 1944 Sebastopoli venne liberata dalle truppe sovietiche.
Il 18 maggio 1944 l'intera popolazione dei tatari di Crimea venne deportata con la forza dal governo sovietico di Stalin, come forma di punizione per la creazione del Wolgatatarische Legion, che aveva combattuto a fianco del Terzo Reich.
Il 21 maggio 1944, la pulizia etnica di Crimea era completata.
Si stima che il 46% dei deportati morì per la fame e le malattie.[senza fonte]
Nel 1967, i Tatari di Crimea vennero riabilitati, ma gli venne vietata la possibilità di tornare legalmente nella loro patria fino agli ultimi giorni dell'Unione Sovietica.
Il 29 gennaio 1942 era già stata deportata la minoranza italiana di Crimea formata a partire dal 1830 a seguito di un flusso migratorio proveniente soprattutto dalla Puglia.
Prima dell'avvento del comunismo la comunità contava circa 3.000 membri residenti soprattutto a Kerc, Feodosia e Simferopoli. Successivamente gli italiani si ridussero a circa 1.200 persone.
IL DOPOGUERRA E IL POST UNIONE SOVIETICA
La Repubblica Autonoma Socialista Sovietica di Crimea venne abolita nel 1945 e trasformata nell'Oblast di Crimea (provincia) della RSSF Russa).
Il 19 febbraio 1954, venne trasferita dal leader sovietico Nikita Krusciov alla RSS Ucraina come gesto per commemorare il 300esimo anniversario dei Trattato di Pereyaslav tra i cosacchi ucraini e la Russia.
Con il collasso dell'Unione Sovietica la Crimea è entrata a far parte dell'Ucraina, una soluzione osteggiata dalla gran parte della popolazione ormai di origine russa e causa di tensioni tra Russia e Ucraina.
Una delle ragioni della forte russificazione della penisola è da addebitare alle tante basi della Flotta del Mar Nero costruitevi dai russi.
Con la sconfitta elettorale delle forze politiche nazionaliste più radicali in Ucraina, la tensione si è lentamente allentata.
La Crimea proclamò l'autogoverno il 5 maggio 1992, ma in seguito accettò di rimanere all'interno dell'Ucraina come repubblica autonoma.
La città di Sebastopoli si trova all'interno della repubblica, ma gode di uno statuto di municipalità speciale in Ucraina.

Quei «tesori» che fanno gola a Putin Turismo, basi militari e vie dell’energia



KIEV — Da sola la Crimea non ci può stare.
Non ci sono sorgenti di acqua potabile, né centrali elettriche. Se il governo di Kiev decidesse di interrompere le forniture di gas, tre famiglie su quattro resterebbero al freddo e non potrebbero cucinare.
La penisola di Yalta e Sebastopoli dipende dal resto del Paese. Esiste anche una cifra che il ministero delle Finanze del nuovo governo ucraino usa come strumento di propaganda: 794 milioni di euro.
Sono i soldi che ogni anno la capitale passa alla Repubblica per ripianare il bilancio.
Spiccioli per Vladimir Putin? Forse no, visto che il bilancio russo è già in deficit per 6,5 miliardi di euro.
O forse sì, proprio perché quel miliardo scarso di spese ulteriori garantirebbe al Cremlino il pieno controllo della penisola.
Putin non pensa ai 6 milioni di turisti all’anno (su una popolazione di 2 milioni) e neanche ai vini pregiati di Yalta.
Cose che scaldano il cuore e rendono il 60% della ricchezza prodotta dal sistema locale.
Ma sono attività che bastano a mala pena per sopravvivere, risorse poco nutrienti: il reddito pro capite di un cittadino della Repubblica separatista è pari al 66% della media ucraina e all’80% di quella russa.
In realtà è inutile cercare un qualche tesoro nascosto nei dati e nelle statistiche ufficiali.
Non è certo per qualche filiera agroalimentare o per l’industria della villeggiatura che dal Cremlino è arrivato l’ordine di mostrare i kalashnikov.
L’importanza della Crimea è legata alla sua posizione.
In gioco non ci sono gli interessi della Russia di oggi, ma quelli di domani.
Militari, innanzitutto.
La base navale di Sebastopoli potrebbe essere potenziata fino a diventare l’avamposto russo più avanzato nel fianco orientale della Nato.
Sul Mar Nero si affacciano diversi partner dell’Alleanza atlantica: Romania, Bulgaria e, soprattutto, Turchia.
Altri analisti suggeriscono di seguire la scia del petrolio.
Al largo delle coste assolate, sono già attivi campi offshore per la produzione di gas.
I volumi sono ancora poco significativi, ma la potenzialità ha suscitato l’attenzione delle multinazionali, come le americane ExxonMobil e Chevron, l’olandese Royal Dutch Shell e persino la Petrochina.
Forse alla fine le esplorazioni non daranno risultati apprezzabili.
Ma può anche darsi il contrario e allora il ruolo di grande esportatore della Russia potrebbe uscirne ridimensionato.
A meno che le compagnie straniere non si trovino all’improvviso, grazie al referendum e ai soldati camuffati, a trattare con Mosca e non più con Kiev.
Quanto vale in termini economici questa scommessa?
Impossibile azzardare dei numeri, ma certo vale tanto.
Come pure potrebbe contare un’altra ipotesi, avanzata nei giorni scorsi dalla stampa inglese.
Putin starebbe addirittura meditando di deviare il percorso del nuovo oleodotto South Stream, facendolo passare attraverso la Crimea e l’Ucraina sud occidentale, anziché nella profondità del Mar Nero e da qui alla Bulgaria.
Risparmio stimato: più di 14 miliardi di euro.
Tutte queste spinte, queste ambizioni potrebbero trasformarsi in progetti di sviluppo multilaterali, con profitto per i diversi Paesi.
In fondo i rapporti tra Russia, Ucraina ed Europa si sono retti su uno schema di mutualità che ha funzionato per 23 anni, a cominciare naturalmente dall’energia.
Putin pensa che questo meccanismo si sia rotto con la rivoluzione di Maidan e con la cacciata del suo sodale e garante Viktor Yanukovich.
Ora cerca una rivincita anche economica in Crimea.

Giuseppe Sarcina

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