sabato 29 novembre 2014

Auguri mamma Freedom !



In una riserva naturale olandese sabato sono nati tre gemelli di orso polare.
 Un evento molto raro, che tutto l’Ouwehands Dierenpark, situato nella città di Rhenen, 34 chilometri a sud est di Utrecht, sta festeggiando con entusiasmo. Ma anche con molto rispetto: i custodi, infatti, non si sono ancora avvicinati ai piccoli, per evitare di mettere di cattivo umore la madre, Freedom.
 La vita della nuova famiglia viene osservata da un circuito di telecamere che, però, non hanno ancora permesso di stabilire con certezza il sesso dei nascituri e il loro peso.
 Nel frattempo il parco ha assicurato che gli orsetti stanno bene e che Freedom è una mamma attenta e affettuosa.

venerdì 28 novembre 2014

La coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria è Patrimonio universale dell’Unesco


Pantelleria: i giardini arabi e dammùsi, i muri a secco e i terrazzamenti. E poi c'è l'inconfondibile vite dello Zibibbo, ora patrimonio dell'Unesco. 
La pratica agricola della "vite ad alberello" è stata infatti ammessa tra i beni culturali immateriali dell'Umanità.


La tradizionale pratica della coltivazione del vigneto ad alberello è trasmessa da generazioni tra le famiglie di viticoltori e agricoltori della meravigliosa isola mediterranea di Pantelleria. 
Circa 5mila residenti di questo fazzoletto di terra si dedicano ogni giorno alla coltivazione secondo metodi sostenibili.

 La tecnica ha diversi passaggi: il terreno viene dapprima livellato, poi vi si scavano delle buche profonde circa 20 centimetri dove saranno piantate le vigne.
 Il ramo principale della vite viene poi accuratamente tagliato per produrre sei rami e formare un vero e proprio cespuglio.
 Le uve vengono raccolte a mano dalla fine di luglio, tra riti e feste contadine.


"E' un atteso riconoscimento al lavoro di intere generazioni di agricoltori che hanno realizzato nel tempo un territorio unico ed inimitabile di una bellezza straordinaria ma capace anche di esprimere produzioni da primato conosciute ed apprezzate in tutto il mondo". 
E' quanto ha affermato il presidente nazionale della Coldiretti Roberto Moncalvo, nel commentare il via libera all'iscrizione della vite ad alberello di uve Zibibbo nella Lista dei Patrimoni Culturali dell'Umanità.
 La proposta avanzata dall'Italia, con un dossier coordinato dal professor Pier Luigi Petrillo con il supporto del comune di Pantelleria e degli agricoltori panteschi, è stata votata all'unanimità dai 161 paesi membri dell'Unesco durante la riunione del 24 novembre a Parigi. 
Soddisfatto è il ministro Maurizio Martina alle Politiche agricole, che dice : "È la prima volta che una pratica agricola consegue questo autorevole riconoscimento. La notizia mi riempie di orgoglio e di soddisfazione. Questa iscrizione rappresenta una svolta a livello internazionale, poiché finalmente anche i valori connessi all'agricoltura e al patrimonio rurale sono riconosciuti come parte integrante del più vasto patrimonio culturale dei popoli".


Germana Carillo

Alla scoperta delle origini delle maschere di Teotihuacan


Si riteneva che le incredibili maschere di pietra, reperti iconici dell'antica città messicana di Teotihuacan, fossero fatte di una pietra simile alla giada.
 Molti ricercatori hanno anche pensato che fossero state realizzate nel sito della metropoli precolombiana. Ma sembra invece che siano state prodotte in laboratori situati a grande distanza dalla città, ben più a sud. E sono di una pietra più morbida, come la serpentinite, e poi lucidate con quarzo.
 Il quarzo non non c'è nelle vicinanze di Teotihuacan, e questo rafforza l'idea che siano state prodotte lontano.

 "Quasi tutto ciò che è stato scritto sulla realizzazione delle maschere di Teotihuacan non è vero", spiega Jane Walsh, antropologa dello Smithsonian National Museum of Natural History a Washington, DC. 
 Grazie alla tecnologia moderna stanno venendo alla luce nuovi particolari sulla realizzazione di queste antiche e preziose maschere. 
Uno speciale microscopio elettronico a scansione è in grado di identificare gli atomi e i minerali che compongono la pietra, e rilevare i più minuscoli segni lasciati dagli artigiani che hanno le scolpite.
I risultati di questi studi sono stati presentati la scorsa settimana a Baltimora, al convegno annuale della American Vacuum Society – un'associazione di scienziati dei materiali – da Timothy Rose, un geologo dello Smithsonian.
 "Abbiamo esaminato circa 150 maschere di provenienza ben documentata presenti in diverse collezioni museali," dice Rose, che lavora con Walsh.


In quel gruppo di maschere, Rose ha trovato tre falsi, scoperti perché il microscopio ha mostrato segni rivelatori dell'uso di strumenti moderni. 
"Siamo contenti che siano così pochi", aggiunge. "E' importante disporre di questa tecnologia per sapere ciò che è autentico, perché per molte maschere, sia in musei che in collezioni private, non abbiamo una buona documentazione relativa alle loro origini." 
 Ma ci sono anche molte altre prove che Teotihuacan avesse collegamenti a lungo raggio, osserva Geoffrey Braswell, antropologo all'Università di California a San Diego, esperto della Mesoamerica. 
Nella città sono stati trovati anche altri oggetti d'importazione, ha scritto Braswell. 
Walsh e Rose, tuttavia, notano che gli autori delle maschere non sono stati rintracciati. 

 All'apice del suo potere, nella prima metà del primo millennio d.C., Teotihuacan - che si trovava poco più a nord dell'attuale Città del Messico - era la più grande città del Nuovo Mondo.
 Aveva più di 100.000 abitanti, alte piramidi, condomini a più piani, grandi viali e strutture cerimoniali. Al tempo, quella società dominava anche i Maya, che vivevano nella parte orientale di quello che oggi è il Messico meridionale e in Guatemala. Ma nel VII secolo d.C, la città crollò per ragioni ancora sconosciute e i suoi edifici furono saccheggiati.
 Oggi nelle collezioni museali di tutto il mondo sono conservate più di 600 maschere di pietra.
 Walsh dice che i ricercatori pensavano che fossero di giadeite, una pietra dura, ma nessuno aveva realmente analizzato la loro composizione.


L'ha fatto Rose, usando uno speciale microscopio elettronico a scansione.
 Di solito, per produrre immagini questi microscopi richiedono che i campioni siano rivestiti con particelle di carbonio od oro, ma questo non può essere fatto con reperti archeologici preziosi, perché li danneggerebbe. Ma Rose ha usato un microscopio ad alto vuoto, che circonda il campione di vapore acqueo.
 Il fascio del microscopio colpisce gli elettroni del vapore, che interagiscono con gli elettroni sulla superficie del campione, producendo un'immagine dettagliata. E anche una “firma” dagli atomi del campione.
 "Possiamo dire che tipi di atomi ci sono in qualsiasi materiale e, quindi, identificare qualsiasi minerale e roccia", dice. Le maschere si sono così rivelate composte da minerali come serpentinite, calcare e travertino, e non di giadeite.
 Sulla loro superficie gli scienziati hanno anche identificato duri grani di quarzo.
 Il quarzo è un buon abrasivo per la lucidatura della pietra; nei pressi di Teotihuacan non c'è, ma è presente a circa 150 chilometri più a sud, nello stato di Puebla.
 A Puebla, gli archeologi hanno trovato resti di laboratori utilizzati per realizzare oggetti in ceramica caratteristici di Teotihuacan. "Pensiamo che le maschere siano state prodotte da artigiani di Puebla. Sono state intagliate e lucidate lì, per essere poi portate nella città con un lungo viaggio", spiega Walsh.


Un'ulteriore conferma a questa ipotesi viene da un altro materiale trovato sulle maschere: esoscheletri di diatomee, una specie di alghe. 
"Hanno un aspetto che ricorda i bigodini", dice Rose.
 Questi scheletri formano un particolare tipo di terreno, un sedimento soffice in grado di dare un buon tocco finale alle maschere di pietra.
 Anche in questo caso, si tratta di un tipo di suolo presente a Puebla ma non nei pressi di Teotihuacan. 

 Poiché il microscopio elettronico a scansione rivela dettagli finissimi, fino a un micron di diametro, gli scienziati sono stati in grado di vedere i segni degli attrezzi degli artefici delle maschere. (Un micron è un milionesimo di metro.) E questo è un buon modo per distinguere le maschere antiche autentiche dai falsi moderni. "Un intagliatore precolombiano avrebbe utilizzato una punta di pietra con della sabbia per aiutare il taglio", dice Walsh. "Questo lascia un solco dritto sulla superficie della maschera." 
I falsari moderni – attirati dai 150-250.000 dollari che queste maschere possono far guadagnare in un'asta - usano frese rotanti, ben più veloci ma che lasciano un'impronta molto diversa. 
"Se ne può vedere la curvatura nei tagli", aggiunge l'antropologa. Le lame moderne, inoltre, sono tempestate di diamanti, che lasciano solchi paralleli rivelatori.
 E' rassicurante, dicono i ricercatori, che la maggior parte dei reperti dei musei sembra essere autentica. E guardando al futuro, quando con il proseguimento degli scavi di Teotihuacan verranno alla luce nuove maschere, è ancora più confortante sapere di avere a portata di mano uno strumento in grado di individuare eventuali frodi. 

Fonte : lescienze.it

mercoledì 26 novembre 2014


Samantha Cristoforetti: la prima spettacolare foto della Terra dallo spazio

È volata a bordo della Stazione Spaziale tra domenica e lunedì. E poco più di due giorni dopo il suo arrivo nello spazio, Samantha Cristoforetti ha già regalato una bellissima immagine della Terra vista da lontano.


Bella e fragile, come può apparire solo agli occhi di chi la osserva da una distanza di 400 km. 
A quell'altezza orbita la ISS.

 Ruotando attorno alla Terra ogni 90 minuti, la Stazione permette agli astronauti a bordo di ammirare qualcosa come 16 albe e altrettanti tramonti. Ma anche scorci come questo fotografato da Samantha Cristoforetti. 
“Ieri sera dopo cena: era completamente buio fuori dalla Cupola solo qualche minuto prima e dopo questo è apparso!” si legge sulla pagina Facebook di Samantha Cristoforetti.
 Nell'immagine sono visibili anche i pannelli fotovoltaici da cui la Stazione trae gran parte della propria energia. 

L'astronauta, la prima italiana ad andare nello spazio, rimarrà in volo quasi 6 mesi e siamo certi che ci regalerà altri scorci meravigliosi della magica sfera blu che ospita la vita. 

 Francesca Mancuso

Le torri segrete dell' Himalaya


Nel 1982, l’esploratore francese Michel Peissel era impegnato in una spedizione in Tibet, quando notò per la prima volta una serie di alte e misteriose torri di pietra a forma di stella che puntellavano le valli himalayane lungo il confine cinese. 
 Purtroppo, Peissel fu costretto ad interrompere la sua spedizione a causa di un incidente che gli provocò la frattura di entrambe le gambe, impedendogli di approfondire la sua scoperta.

 Molti anni più tardi, nel 1998, un’amica di Peissel, Frederique Darragon era in procinto di recarsi in Tibet per una ricerca sul leopardo delle nevi.
 Peissel le disse di essere sicuro di aver visto le torri, chiedendole di confermare la sua scoperta. 
 Frederique seguì le indicazioni di Peissel, riuscendo a trovare le torri e rimanendo così affascinata da queste che decise di abbandonare il progetto sul leopardo delle nevi per concentrarsi esclusivamente sulle torri. 
Il suo obiettivo era chiaro: tracciare tutte le torri della regione e scoprire la loro storia. 

 Come racconta The Wall Street Journal, la Darragon trascorse diversi mesi all’anno viaggiando in solitaria attraverso la Cina, spesso a piedi e in zone che ancora oggi sono raramente visitate dagli occidentali.
 Dopo tre anni di ricerche, finalmente la Darragon individuò le prime torri, mentre si trovava nei pressi di Danba.
 “Quando ho capito che né gli occidentali né i cinesi avevano studiato le torri e che praticamente non si sapeva nulla di esse, non ho potuto resistere e ho cominciato a cercare di risolvere il loro mistero”, scrive l’esploratrice in un resoconto pubblicato sul Journal of Cambridge Studies nel 2009.


Le torri, straordinarie per la loro architettura e il loro impatto sul paesaggio himalayano, sono alte in alcuni casi più di 60 metri e sono state costruite tra i 600 e i 1000 anni fa.
 Alcune di esse sono state inglobate in villaggi contadini; altre, invece si trovano in luoghi isolati anche a 3 mila metri di altitudine. Alcune torri sono state attualmente convertite in ricoveri per yak e pony, ma la maggior parte di esse è rimasta vuota. 
Le torri punteggiano quattro regioni (Qiangtang, Gyalrong, Miniak e Kongpo), coprendo un’area complessiva simile al Texas.


Le domande che assillano i ricercatori sono almeno due: chi le ha costruite e qual era il loro scopo originario?
 Peissel e Darragon hanno cercato di dare risposta a queste domande sfuggenti, ma il problema principale è che mancano fonti scritte. Infatti, le tribù che hanno vissuto nella regione per secoli parlano dialetti diversi e non hanno lingue scritte. 
“La gente di una valle non è in grado di comunicare con le persone della valle vicina!”, spiega la Darragon. 

 Tuttavia, nel corso dello studio, la Darragon ha fatto diverse scoperte sorprendenti.
 Alcune delle torri sono alte come i moderni edifici di 15 piani e sono in grado di resistere a violenti terremoti grazie alla loro particolare pianta a forma di stella, un dispositivo antisismico emulato anche dagli abitanti del posto per costruire le loro case. Inoltre, l’esploratrice ha scoperto che molti dei villaggi in cui si trovano le torri portano gli stessi nomi dei 18 regni descritti in alcune leggende ancestrali del luogo. 
Comunque, il materiale storico e tradizionale è davvero esiguo per avanzare ipotesi sul loro scopo originario.
 Darragon, con l’aiuto di altri ricercatori, ha istituito una fondazione in Cina con lo scopo di raccogliere fondi per lo studio delle torri. Inoltre, sta lavorando perché questi monumenti possano essere inseriti nel Patrimonio Mondiale dell’Unesco.
 “Le torri sono l’unica prova dell’esistenza di culture raffinate in queste terre molto lontane, e sono destinate a diventare un’attrazione turistica”, dice la Darragon. “Ma abbiamo bisogno di proteggerle in modo che la gente del posto ne possa beneficiare”. D’altronde, le torri potrebbero essere ancora in piedi tra 1000 anni…

 http://www.ilnavigatorecurioso.it/

Dentro il tunnel del San Gottardo : test di prova


Il tunnel è il cuore del collegamento tra il sud e il nord Europa ed è nell’ultima fase di costruzione.
 I test dei treni però sono già iniziati su una prima tratta di binari. 
 I passeggeri indossano giubbotti catarifrangenti e caschi di sicurezza. 
I loro sguardi fissano i monitor che pendono dal soffitto, con l'immagine del cruscotto di bordo: quando il tachimetro tocca i 220 km orari, scroscia l'applauso. E gradualmente il treno rallenta. 
Il viaggio è durato sì e no un quarto d'ora. Del resto, non si può chiedere di più su un tragitto di soli 15,7 km: tanto sono lunghi i binari del tratto Bodio-Faido, nella Svizzera italiana, dove la società Alptransit sta facendo i primi test per la "Galleria di base del San Gottardo", il tunnel ferroviario più lungo del mondo.


I 57 km di galleria, una volta aperti al traffico (il “giorno X” è previsto l'11 dicembre 2016), faranno accorciare di mezz'ora il tragitto Milano-Zurigo; dal 2019, quando sarà aperta la galleria di base del Monte Ceneri, il viaggio si ridurrà di un'altra mezz'ora. Basteranno 3 ore per collegare le due città, con una velocità massima di 250 km/h per i treni viaggiatori e di 160 km/h per i treni merci.


I test sulla linea, che proseguiranno fino a giugno, sono un assaggio di come funzionerà questo tunnel la cui costruzione ha impegnato centinaia di operai negli ultimi 18 anni. 

 Tratto da focus.it

Jellyfish Barge: la serra galleggiante off-grid che produce cibo


In un pianeta dove le risorse sono sempre più scarse, come verrà prodotto il cibo di cui le comunità hanno bisogno, dove reperiremo l’acqua necessaria e dove troveremo nuove aree destinate alle coltivazioni? 
Un team multidisciplinare di architetti e botanici propone una rivoluzionaria risposta a queste domande. 
Jellyfish Barge è una serra agricola galleggiante che produce cibo senza consumare suolo, acqua dolce e energia.
 Pensata per comunità vulnerabili alla scarsità di acqua e di cibo, la struttura è costruita con tecnologie semplici e con materiali riciclati e a basso costo. 
Il prototipo funzionante è installato dall’ottobre 2014, nel canale Navicelli, tra Pisa e Livorno.

 Jellyfish Barge è un’iniziativa della start-up Pnat, progettato da Antonio Girardi e Cristiana Favretto (Studiomobile), e sviluppato da un team multidisciplinare coordinato dal professor Stefano Mancuso dell’Università di Firenze, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (Linv).
 La struttura, costruita con materiali a basso costo, assemblati con tecnologie semplici e facilmente realizzabili, è composta da un basamento in legno di circa 70 mq che galleggia su dei fusti in plastica riciclati, e da una serra in vetro sorretta da una struttura reticolare.
 L’acqua dolce viene fornita da dei dissalatori solari disposti lungo il perimetro, ideati dallo scienziato ambientale Paolo Franceschetti. Questi sono in grado di produrre fino a 150 litri al giorno di acqua dolce e pulita da acqua salata, salmastra o inquinata.
 La distillazione solare è un fenomeno naturale: nei mari, l’energia del sole fa evaporare l’acqua, che poi ricade come acqua piovana. In Jellyfish Barge il sistema di dissalazione replica questo fenomeno naturale in piccola scala, risucchiando l’aria umida e facendola condensare in dei fusti a contatto con la superficie fredda del mare. 
La poca energia necessaria a far funzionare le ventole e le pompe viene fornita da sistemi che sfruttano le energie rinnovabili, integrati nella struttura.
 La serra incorpora un innovativo sistema di coltivazione idroponica. L’idroponia è una tecnica di coltivazione fuori terra che garantisce un risparmio di acqua fino al 70% rispetto alle culture tradizionali, grazie al riuso continuo dell’acqua.




Jellyfish Barge in più utilizza circa il 15% di acqua di mare che viene mescolata con l’acqua distillata, garantendo un’efficienza idrica ancora maggiore. 
Il complesso funzionamento del sistema colturale è garantito da un impianto di automazione con monitoraggio e controllo remoto.

 Jellyfish Barge è stata pensata per sostenere circa due nuclei familiari, quindi è appositamente di dimensioni contenute per rendere semplice e fattibile la sua costruzione anche in condizioni di ristrettezze economiche. 
È modulare, per cui un singolo elemento è completamente autonomo, mentre più serre affiancate possono garantire la sicurezza alimentare per un’intera comunità.
 La forma ottagonale della piattaforma consente di affiancare diversi moduli collegandoli con semplici basamenti galleggianti a base quadrata, che possono diventare mercati e luoghi di incontro di una piccola comunità sull’acqua. 

http://magazine.greenplanner.it

martedì 25 novembre 2014

Augustusburg a Brühl


Clemens Augustus, arcivescovo e principe elettore di Cologna, credeva che una posizione di privilegio all’interno della società avesse bisogno di una certa manifestazione esteriore che ne riflettesse l’importanza. 
Ciò spiega l’imponenza barocca del castello di Augustusburg che l’arcivescovo fece costruire a Bruhl insieme alla residenza di caccia, il castello di Falkenlust, entrambi immersi nella cornice di uno splendido parco. 
Castello e palazzina di caccia, insieme ai giardini a questi annessi, sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale dall’UNESCO e rappresentano uno dei complessi barocchi più importanti in Germania.


Durante la ricerca di uno sito adatto all’edificazione della nuova residenza, Clemens Augustus (1700 – 1761) rimase letteralmente conquistato dalla bellezza di Bruhl, in Renania, e dalla predisposizione di quel territorio all’esercizio della falconeria. L’arcivescovo non amava affatto la residenza di Bonn, già occupata dal suo predecessore, e soprattutto detestava svolgervi le attività di governo. 
Ciò che desiderava era una corte degna di un principe, dove potesse adempiere al ruolo di sovrano e, allo stesso tempo, dedicarsi alla sua passione per la campagna e la falconeria.


L’architetto Johann Conrad Schlaun progettò un castello prevedendo un fossato difensivo intorno alla struttura.
 Nel 1725 si diede il via alla costruzione dell’edificio, durante la quale si decide di includere parte delle rovine di un’antica fortezza. Dopo tre anni, la parte più consistente della residenza era pronta. Augustus incaricò l’architetto in servizio presso la corte bavarese, François de Cuvilliés, di realizzare la decorazione degli interni. Cuvilliés apportò dei cambiamenti considerevoli all’opera di Schlaun, poiché il piano artistico – architettonico che aveva intenzione di portare al termine presupponeva alcune modifiche all’edificio stesso.
 Scomparvero le torri e il fossato, e furono aggiunte due lunghe gallerie nell’ala occidentale.
 Solo la facciata est con le due ali progettate da Schlaun furono risparmiate.


Una volta varcata la soglia, il visitatore si trova subito di fronte a un vero capolavoro, una vera perla del Rococò: la splendida gradinata che Balthasar Neumann costruì tra il 1743 e il 1748 in onore del principe elettore.
Degno di nota sono anche il busto dorato di Clemens Augustus e le iniziali “CA” incise ovunque. Il soffitto affrescato che sovrasta le scale, una finta cupola a trompe – l’oeil, è opera di Carlo Carlone e rappresenta alcune scene che celebrano la grandezza del principe. Le due rampe di scale, poste ai lati di un ampio spazio, portano al primo piano dove si trovano gli appartamenti residenziali, nell’ala nord, e le stanze destinate all’attività di governo, nell’ala ovest.Queste sono splendidamente arricchite di stucchi, marmi, soffitti affrescati, enormi candelieri, arazzi, pezzi pregiati d’arredamento e pavimenti a parquet di estrema finezza. Ovunque fanno bella mostra di sé oggetti e particolari che dovevano ricreare un ambiente sontuoso, degno della presenza del principe.
Nell’ampia sala per i ricevimenti, l’arcivescovo viene celebrato dal dio Apollo e dalle Muse, e viene elevato al sommo della creazione.




Osservando gli splendidi giardini barocchi dalle forme simmetriche e geometriche, si ha l’impressione che, attraverso una grandiosa opera di razionalizzazione, l’uomo imprima ordine ed eleganza alla natura.
 Progettati da Dominique Girare, allievo del famoso architetto André Le Nòtre, furono riadattati nel XIX secolo al nuovo modello del giardino all’inglese, da Peter Josef Lenné, modello che rifletteva senz’altro il gusto imperante all’epoca. 
Tuttavia, in tempi recenti, sono stati restaurati e riportati alla loro originaria struttura rococò che risale al 1750 (solo i padiglioni estivi non sono stati ricostruiti).
 Il lungo viale nel giardino del castello di Augustusburg conduce direttamente a quello di Falkenlust.



Questo edificio, costruito da François de Cuvilliés tra il 1729 e il 1733, costituiva un ambiente più intimo e familiare rispetto all’imponente palazzo principale ed era perciò molto frequentato da Clemens Augustus. 
Qui poteva dedicarsi in tutta tranquillità alla falconeria, insieme ad amici e ospiti selezionati. 
Falkenlust era quindi un luogo dove ritirarsi e godere di una certa intimità, ma era anche la residenza ideale per organizzare e tenere le riunioni segrete.


Lo scalone nell’entrata è un piccolo tesoro artistico che vale la pena di vedere.
 I muri che lo sorreggono sono coperti da un mosaico di circa 10 000 ceramiche blu e bianche che raffigurano scene di falconeria, espressamente commissionate da Clemens Augustus per questo tipo di decorazione.
 Di notevole finezza artistica sono anche i pannelli laccati di fattura cinese, che si trovano nella piccola sala del Gabinetto.
 Non meno interessante è il Museo della Falconeria, situato in una delle ali laterali del castello.


Nel 1735, il principe elettore fece riadattare completamente l’antica chiesa conventuale dei Francescani, risalente al 1493. Per collegare l’edificio a navata singola con il palazzo, furono costruiti un oratorio a due piani e un coro tripartito.
 Splendidamente decorato, quest’ultimo è affiancato da cappelle laterali e archi a sesto acuto al di sotto di volte a costoloni.
 L’altare in stucco dall’effetto marmoreo è un capolavoro di balthazar Neumann (1745) e occupa tutta l’altezza del coro fino alla volta. 
Le sculture sono opera di Johann Wolfgang von der Auvera.


lunedì 24 novembre 2014


La rosa nera di Halfeti, Turchia


Cresce solo ed unicamente nel villaggio turco di Halfeti, solo d’estate ed in quantità minime. 
Non è una specie a parte, sono rose normali ma grazie a condizioni del suolo uniche ed al particolare Ph delle acque sotterranee si verifica questo fenomeno.

I segreti dei numeri famosi: da Chanel n° 5 al Boeing 747, perché si chiamano così


La storia della più nota highway statunitense che collega Chicago a Los Angeles è degna di nota. 
Fino ai primi del '900 le strade americane non avevano nome e spesso si chiamavano con il nome di uno sponsor (club automobilistici, imprese private e enti per il turismo). 
Nel 1917 il Wisconsin fu il primo stato a vietare la denominazione commerciale delle strade. 
Per sostituire questo sistema confuso, il Wisconsin creò un sistema numerico di definizione delle strade, presto adottato in tutti gli States.
 Qualche anno dopo sarà il Kentucky a chiedere che la sua statale sia la 66 (invece della 62 prevista) perché più facile da ricordare.
 Il 66 non fu solo memorizzabile, ma divenne anche... memorabile. Percorrere i suoi 3.860 km significa attraversare 8 Stati e 3 fusi orari. E viaggiare nel “sogno americano”. 
Questa strada ha segnato la storia degli Usa: migrazioni, l’industria dei trasporti, il boom economico del dopo guerra, l’epoca hippy.


Nel 1931 la Fiat su impulso del progettista Oreste Lardone produce il prototipo di un'auto 4 posti con propulsore bicilindrico di 500 cm³: è la 500 Topolino (per il muso somigliante a quello del fumetto Disney), che vedrà la luce solo 5 anni dopo e in seguito a una serie di modifiche.
 Nel 1957 arriva la "Nuova 500": il nome è in parte un omaggio alla vecchia Topolino, in parte sottintende alla cilindrata (479 cm³) e al prezzo: 479 mila lire (cioè 13 mensilità dello stipendio di un operaio).


Nel 1972 il CEPT (Conferenza Europea delle amministrazioni delle Poste e delle Telecomunicazioni) propone che tutte le nazioni europee si dotino di un unico numero per le emergenze, il 112. 
Nel 2004, l'Unione europea stabilisce che, entro il 2008, il 112 deve essere esteso a tutta l'UE. 

La scelta di questo numero, che in alcuni paesi è già legato a un servizio di emergenza, sarebbe di ordine pratico: per scongiurare l'uso di 3 cifre uguali, che in Gran Bretagna (999) è spesso causa di errori.
 In Italia il 112 in realtà nasce nel 1981 come numero per contattare i carabinieri, in alternativa al 113 a cui dal 1968 risponde la polizia di stato. Ma all'inizio il numero avrebbe dovuto essere un altro: il 212121.


Negli anni '40, la Boeing assegna a ogni tipo di aereo una serie di numeri diversa: 300 e 400 rappresentano gli aerei militari, 500 i motori a turbina, 600 i razzi e missili.
 Al trasporto pubblico resta così la serie 700. L'idea di usare un numero col 7 finale per definire ogni modello è una scelta di stile. E al Jumbo-jet, che inaugura i voli commerciali negli anni '70, toccherà il numero 747, per ordine di produzione.


Nonostante sia il primo profumo lanciato da Coco Chanel, è subito "5" perché la stilista sceglie come bouquet la boccetta numero 5 di essenza che le propone il chimico Ernest Beaux.
 Ma non è l'unico motivo: Chanel aveva con il 5 un rapporto fortunato, come ammetterà lei stessa in un'intervista.


La Porsche ha sempre marchiato le sue auto con le 3 cifre iniziali del progetto uscito dalla fabbrica (in ordine di apparizione). Quando nel 1964 la Porsche 911 fu presentata a Parigi, era contraddistinta dalla sigla 901. Ma la Peugeot fece valere un'esclusiva legale nell'uso delle sigle a tre numeri con lo zero in mezzo e così l'autovettura tedesca puntò sul 911. 
Numero e macchina entrarono presto nel mito


Chi è stato il primo a ricorrere alle liste di 10 cose per mettere in fila i concetti e presentarli al pubblico, che oggi va di molto di moda sul web? Gli autori del David Letterman Show, il più popolare talk show serale della tv americana.
 Lo fanno da circa 30 anni: una top ten comica in ogni puntata. 
 Ma il web potrebbe averla anche mutuata dai titoli dei libri best seller, a cominciare da "10 cose (divertenti) da fare prima di morire" di Suor Karol A. Jackowski, pubblicato nel 1989.

 Tratto da: http://www.focus.it/

Zeus, il gufo con gli occhiIl pieni di stelle


Ci sono storie che lasciano senza parole e fanno riflettere su quanto vario e bello sia il mondo, pur con tutte le difficoltà della vita di ogni giorno e delle varie malattie che possono colpire gli esseri viventi, siano esseri umani o non umani. 

Dalla California del Sud giunge una storia che sa di fiaba, ma è realtà. 
 Su una veranda di una casa in California del Sud, USA, una mattina è stato trovato un gufo.
 Il rapace notturno era ferito e una visita dal veterinario ha messo anche in evidenza che fosse non vedente: una tragedia per ogni essere vivente, senza dubbio, ma ancora più per un gufo che, animale che vive di notte, è ancora più debilitante perché oltre a non permettergli di voltare in pratica gli vieta anche di nutrirsi.

 In tutta questa situazione, le persone che l’hanno trovato sono state colpite da un particolare del gufo: i suoi occhi sembrava che avessero dentro il cielo stellato. 
Vari puntini bianchi su delle pupille di un blu intenso lasciano senza fiato al vederle: se fossimo in un’altra epoca, non esiteremmo a parlare di un messaggio degli dei a noi poveri umani che spesso ci crediamo padroni del mondo.
 Senza dubbio esisterà un nome scientifico per questa situazione , ma a volte è utile e salutare anche una lettura sapienziale della realtà che ci mostra il mondo con occhi nuovi, giusto per rimanere in tema.


Tenuta presente la sua impossibilità di vedere, il gufo è stato accolto presso il Wildlife Learning Center a Sylmar, in California (è il quartiere più a nord della città di Los Angeles, una volta nota per i tanti uliveti), dove è stato curato e guarito dalle ferite che aveva. 
Al gufo dagli occhi stellati è stato dato il nome di Zeus, il padre degli dei, e, soprattutto, il dio del cielo e del tuono.
 Nome che è particolarmente azzeccato, non trovate? 

 Fonte: La Zampa

Il Feng Shui

Il Feng Shui (espressione in lingua cinese che significa letteralmente “acqua e vento”) è un’antica disciplina orientale risalente a circa 5.000 anni fa, che consiste fondamentalmente nel disporre lo spazio, sia esso domestico o lavorativo, al fine di ottenere il benessere dell’individuo sia a livello psicofisico sia in altri ambiti quali quello affettivo, quello lavorativo e quello sociale.

 Il Feng Shui è nato e si è sviluppato in Cina; successivamente ha interessato altri Paesi orientali dopodiché ha iniziato a prendere velocemente piede in molti Paesi occidentali quali l’Inghilterra, gli Stati Uniti e, ormai da diversi anni, anche l’Italia.
 Con il passare del tempo, come spesso accade, i principi basilari della dottrina originale del Feng Shui sono stati gradualmente modificati, soprattutto nelle culture occidentali, nelle quali sono nati altri filoni come la New Age, che lo hanno trasformato in una moda e in un vero e proprio business. 
Molte sono le scuole e le linee di pensiero del Feng Shui, da quella della Forma a quella della Bussola e del Tempo, ma tutte hanno in comune il fine ultimo che è quello di migliorare la propria vita tramite l’organizzazione ottimale del proprio ambiente, partendo prima di tutto da quello di casa, che riveste un grandissimo ruolo nell’influenzare l’armonia del proprio stato fisico e mentale.

 

Inizialmente non esisteva una codifica scritta relativa alla disciplina Feng Shui la quale veniva tramandata esclusivamente per via orale da maestro ad allievo e soltanto a persone degne di riceverla, quindi destinata a un’élite molto ristretta.
 Successivamente il Taoismo si impadronì di queste tecniche ed è soltanto dal 600 d.C. che si hanno documenti scritti riportanti regole e osservazioni del Feng Shui.
 Gli insegnamenti vennero perfezionati nel tempo, soprattutto durante la storia delle grandi dinastie cinesi, ma non tutti apprezzarono i suoi fondamenti, tanto che il Feng Shui finì per essere osteggiato fortemente, con la distruzione di alcuni documenti e la redazione di testi falsi.
 Anche Mao Tse Tung non aveva in simpatia l’arte del Feng Shui e volle farla scomparire definitivamente dal Paese, costringendo i grandi maestri a esiliare all’estero, portando così questa disciplina verso l’occidente.

 

I principi basilari su cui si fonda il Feng Shui sono sintetizzati accuratamente nel suo stesso nome, ossia Feng (acqua) e Shui (vento), a rappresentare la quiete e il movimento; per certi versi viene richiamata la teoria degli opposti ovvero lo Yin e lo Yang, due concetti chiave del pensiero cinese e che per molte discipline nate nei Paesi orientali sono fondamentali per il mantenimento dell’armonia dell’universo.
 La peculiarità del Feng Shui è quella di applicare questi principi all’architettura e all’arredamento dei propri ambienti, selezionando accuratamente ogni singolo elemento che possa avere una certa influenza positiva sullo stato d’animo di una persona, prediligendo soprattutto la bioarchitettura, vale a dire l’architettura che utilizza esclusivamente materiali naturali. 

Tra gli aspetti più interessanti del Feng Shui meritano attenzione quelli legati alla forma e all’orientamento, su cui si basano due note scuole del Feng Shui, anche se è dalla loro fusione che si possono ottenere i benefici migliori.
 La scuola della Forma considera in primo luogo la conformazione geografica del territorio circostante il luogo in esame, la collocazione nello spazio e l’equilibrato inserimento nell’ambiente. Successivamente va valutata la forma degli oggetti che andranno a occupare l’interno dell’abitazione, così come il materiale di origine, sia esso legno, plastica, metallo ecc.
 Il cardine della scuola della Bussola sta invece nel considerare lo spazio dell’abitazione basandosi sul suo orientamento.
 Di fatto esistono 8 tipologie di abitazione che vengono orientate in base alle 8 direzioni cardinali; ognuna di esse, secondo il ciclo degli elementi (noto anche come Wu Xing), ha caratteristiche energetiche diverse. 

 Nel Feng Shui assumono moltissima importanza anche il concetto di energia (Ch’i, termine cinese che sta per energia vitale) e i canali attraverso i quali tale energia scorre. I canali energetici, secondo le discipline orientali, sono presenti nel corpo umano (sono i cosiddetti meridiani) e sono anche una rete fitta di linee che circondano il globo terrestre e attraverso le quali l’energia fluisce sotto forma di onde elettromagnetiche che esseri umani e le cose generano.
 Questo parallelismo fra meridiani del corpo umano e dell’ambiente vitale è così interpretabile: se è possibile agire sul proprio corpo (per esempio tramite l’agopuntura) ottenendo energia positiva è senz’altro plausibile che, operando sugli spazi di un’abitazione e sulle cose in essa presenti, sia possibile realizzare un determinato equilibrio in grado di armonizzare la propria esistenza.


La pulizia dello spazio è una pratica preliminare al Feng Shui; il suo scopo è quello di rendere l’ambiente libero da ogni forma di negatività e di ristagno energetico.
 La pulizia dello spazio costituisce una procedura tipica delle religioni di tutto il mondo, comune per esempio nel cristianesimo o nel buddismo, nelle quali viene utilizzato l’incenso per disinfettare e rigenerare l’ambiente.
 Per il Feng Shui è fondamentale l’eliminazione graduale di quelle che vengono definite tossine psichiche, che altro non sono che tutte quelle negatività che il tempo ha accumulato in uno specifico ambiente che arriva così a esserne saturo impedendo agli abitanti della casa di realizzare in modo concreto la propria armonia psicofisica.
 Queste tossine possono consistere in forti tensioni, malumori, ricordi spiacevoli che vanno ad accumularsi all’interno dell’abitazione, che le assorbe nelle proprie pareti, nel pavimento, nei mobili, negli angoli e nelle fessure.
 Le direttive del Feng Shui sono quelle di eseguire la pulizia dello spazio qualora sia ritenga necessario favorire la guarigione e il recupero da qualche patologia di carattere psicosomatico, procedere con la rimozione delle energie delle persone che sono vissute eventualmente in passato nell’abitazione in questione, combattere la stanchezza, la demotivazione, la noia e l’apatia e per rinnovare il flusso energetico dopo un periodo particolarmente stressante o deprimente. 

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La straordinaria casa arcobaleno di Kat O’Sullivan


Un'artista di New York ha trasformato una casa colonica costruita ben 170 anni fa in un arcobaleno di colori ricco di creatività.
 Si trova tra i boschi di High Falls, nello stato di New York.
 Dalle immagini ci fa pensare alla casetta di marzapane di Hansel e Gretel.


Kat O'Sullivan non si è lasciata scappare l'occasione di tramutare la vecchia casa colonica in qualcosa di divertente e originale, un vero e proprio paradiso arcobaleno. 
Ha acquistato la casa colonica nel 2009 insieme al compagno Mason Brown e ad un paio di amici creativi.
 Insieme hanno iniziato a dipingere a mano le sue superfici in pietra e legno e a trasformare una casa colonica che non sarebbe mai stata notata in un'attrazione multicolore visibile a chilometri di distanza. Le pareti bianche si sono tinte di viola, giallo, rosso e di altri colori vivaci.


L'artista ha iniziato a dipingere la vecchia casa colonica senza un piano preciso in mente. 
Da anni realizza abiti patchwork e nel dipingere ha preso spunto proprio da questo stile.
 Ha completato la propria opera in cinque anni con risultati straordinari.
 All'interno anche i soffitti sono colorati e decorati.
 Tra i mobili d'epoca si nascondono gli elettrodomestici tipici della vita di oggi.


O'Sullivan descrive la sua casa arcobaleno in costante aggiornamento come uno strano parcogiochi multicolore che ha tutte le potenzialità per diventare sempre più bizzarro. 

 Marta Albè
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