sabato 30 marzo 2019

Karni Mata: l’incredibile tempio dei topi ai confini del Rajasthan


 Karni Mata, il tempio dei topi di Deshnok.
 Un luogo unico al mondo dove a essere venerati sono ratti. Migliaia e migliaia di topi scuri adorati e nutriti dai fedeli come divinità. 
 Obbligatorio per i coraggiosi occidentali che accettano di entrare, mettersi le calze e non girare a piedi nudi come fanno noncuranti i devoti indiani. 

All’interno i topi scorrazzano tra le mura del tempio e corrono veloci in mezzo alle gambe. 
Nella sacra cripta, in cui ci è vietato l’accesso, si arrampicano su spalle e braccia dei fedeli che in cambio offrono loro gustose polpette dolci, le stesse vendute a poche decine di rupie sui carretti fuori dal tempio.
 Ma i topi sono anche golosi di latte. 
Viene versato in larghi recipienti e loro si mettono ordinati sui bordi e succhiano con avidità.
 Una volta finito lasciano il posto ad altri.




Nell’India dei 33 milioni di divinità, ogni luogo di culto o tempietto votivo, nasconde un racconto e un rito. 

Qui la leggenda narra che un giorno Karni Mata chiese Yama il Dio della morte, di riportare in vita un bambino, figlio di un cantastorie. Il Dio rispose che non poteva farlo, perchè il bambino si era già reincarnato. 
Allora Karni Mata si infuriò e proclamò che da quel momento ogni cantastorie, dopo la morte, avrebbe abitato temporaneamente in un topo prima di reincarnarsi, privando così il Dio di queste anime. 


 La guida prima di entrare mette in guardia di altri due eventi che potrebbero capitare. 
Uno nefasto e uno di buon augurio.
 «Stare bene attenti di non calpestare, ne tantomeno ammazzare per sbaglio, un topo. Per i fedeli è segno di grande sventura e rischiate grosso». Perché secondo la tradizione, i sacerdoti di Karni Mata potrebbero chiedere al malcapitato di pagare in oro l’equivalente del peso della bestiola.

 Decisamente favorevole la seconda notizia.
 Riguarda il vero scopo per cui gli indiani si imbarcano in un viaggio al tempio, che può durare giorni.
 Si tratta dei rarissimi topi bianchi, albini, che si trovano in mezzo a migliaia di scuri. 
Ebbene. «Chi ne vede uno, anche per pochi secondi, si propizia le grazie della Dea attirando fortuna su lui e i suoi cari». 

 Karni Mata si trova a una trentina di chilometri da Bikaner, nella parte settentrionale del Rajasthan vicino al deserto che confina col Pakistan. Una città circondata da mura fortificate del XXIV secolo, centro strategico sulle rotte carovaniere. 

 Tratto da: viaggi.corriere.it

giovedì 28 marzo 2019

Questi bellissimi papaveri sono stati attributi ufficialmente a Van Gogh


Ora è ufficiale: questi bellissimi papaveri in vaso sono di Vincent Van Gogh!
 Il dipinto del 1886, conservato presso il Wadsworth Atheneum di Hartford, è stato appena riconosciuto ufficialmente come un Van Gogh dai ricercatori del Van Gogh Museum di Amsterdam.

 L’opera è nella collezione del museo del Connecticut dal 1957. 

È stata esaminata con tecniche moderne e digitali che ne hanno rivelato l‘autenticità, che era stata messa in discussione nel 1990 dallo storico dell'arte e dall'esperto di Van Gogh, Walter Feilchenfeldt. 
 Lo studioso aveva sollevato preoccupazioni su molti presunti Van Gogh in tutto il mondo, compreso il “vaso con papaveri”. 
Così per quasi 30 anni il capolavoro è rimasto nascosto in un magazzino.

 Molti anni dopo, grazie ai progressi della tecnologia e sulla conoscenza di Van Gogh, il museo ha deciso di rivisitare la domanda. E... sorpresa!Dopo averne analizzato la pittura, i materiali e lo stile, si è potuto concludere che si tratta effettivamente di un dipinto realizzato da Van Gogh.


L'opera d'arte, in effetti, si adatta stilisticamente ad altri dipinti floreali realizzati poco dopo il suo arrivo a Parigi. 

 "Vaso con papaveri" tornerà così in mostra già a partire dal 26 aprile. 

 La tela nasconde un’immagine nascosta sotto la natura morta. 
 Se si ruota di 180 gradi, infatti è possibile osservare il ritratto di un uomo di profilo.


Dopo 30 anni, è ora di tirare fuori questo capolavoro dal magazzino e donare un altro Van Gogh al mondo.

 Roberta Ragni

mercoledì 27 marzo 2019

Il Papiro di Edwin Smith: il 1° trattato di Chirurgia risale a 3.500 anni fa


L’anno era il 1862, il luogo era Luxor, “il più grande museo all’aperto del mondo”.
 L’Egitto già da decenni esercitava un fascino irresistibile per archeologi e avventurieri, per studiosi e semplici collezionisti d’antichità. 
Poteva capitare all’epoca che un prezioso papiro si trovasse confuso in mezzo ad altra mercanzia nel negozio di un qualche rigattiere.

 Proprio nella bottega di un certo Mustafà Aga, un signore americano appassionato di egittologia, Edwin Smith, comprò un papiro del quale non comprese fino in fondo la straordinaria importanza.

Il papiro risale all’incirca al 1500 a.C, quando la capitale dell’Egitto era Tebe e il paese attraversava una fase di transizione segnata da lotte intestine, invasioni di popoli non identificati, mentre sul trono sedevano faraoni “stranieri”.

 In quegli anni così turbolenti, almeno un paio di scriba compilarono, usando la scrittura ieratica (una sorta di corsivo dei geroglifici, usato nel quotidiano perché più semplice), un vero e proprio trattato di medicina. 

Il papiro di Edwin Smith non è però solo il più antico manuale di chirurgia conosciuto, o la dimostrazione delle approfondite conoscenze raggiunte in quel campo dagli antichi egizi, ma è molto di più. 
 Ciò che lo rende unico è proprio quello che manca rispetto ad altri papiri: è assolutamente scientifico, senza alcun riferimento a una qualsivoglia forma di magia (tranne per la presenza di un’unica formula scaramantica), sia nella diagnosi della malattia sia nella sua cura.
 Il particolare è curioso perché la scienza medica egiziana si basava parecchio sull’uso di amuleti, su riti magici e incantesimi, propiziati dai sacerdoti. 

 Invece, nel papiro di Edwin Smith non c’è nulla di tutto questo, solo l’esame di 48 traumi, con relativa anamnesi del paziente, diagnosi, cura e prognosi, che poteva essere favorevole, incerta o sfavorevole.
 Appare quindi ancor più sorprendente il fatto che gli scriba del XVI secolo probabilmente copiarono un documento molto più antico, risalente addirittura al 3000/2500 a.C.


 Il papiro è formato da 12 fogli, alcuni dei quali sono vergati fronte retro (ma il retro è successivo e appare più simile agli altri trattati di medicina/magia), poi si interrompe a metà di una riga.

 Non sapremo mai perché il papiro fu lasciato incompleto, ma quello che resta dimostra come gli egizi fossero in grado di riconoscere le malattie e di trattarle anche grazie all’uso della chirurgia.

 Si parla di ossa rotte che venivano immobilizzate con stecche, di suture e bendaggi, del miele usato per cicatrizzare le ferite, e così via.
 E sopratutto si parla del cervello, organo mai citato prima in un trattato medico, e del quale ne scriveranno nuovamente in alcuni studi dei medici greci, ma solo 2500 anni dopo.


Nel papiro di Edwin c’è una descrizione accurata della struttura cranica, della parte esterna del cervello, delle pulsazioni intracraniche e addirittura del fluido cerebrospinale.

 Stupefacente anche il collegamento del chirurgo fra lesioni cerebrali e difficoltà motorie.

 Oltre a questo, nel papiro si parla di spina dorsale, di cuore e vasi sanguigni, di muscoli e tendini, legamenti e nervi, il tutto descritto con termini scientifici, probabilmente neologismi mutuati da elementi della natura, ma anche da modi di dire usati nel quotidiano.


I 48 esempi descritti nel papiro riguardano ferite molto profonde riportate da uomini: si suppone quindi che il trattato fosse destinato a chirurghi che curavano soldati reduci da battaglie. 

 Il papiro di Edwin rappresenta una straordinaria testimonianza del grado di conoscenza raggiunto dagli antichi Egizi in campo medico, ma il suo moderno proprietario non lo seppe mai: anche se consapevole dell’importanza del trattato, non fu in grado di tradurlo. 
Nonostante questo lo tenne per sé fino alla sua morte, e poi lo lasciò in eredità alla figlia, che lo donò alla New York Historical Society, nel 1906.


Il papiro fu tradotto nel 1930 dal professor James Henry Breasted, che si avvalse della consulenza di un medico. 

Breasted produsse due sontuosi volumi: nel primo pubblicò ogni pagina del papiro con a fronte la traslitterazione in geroglifico, mentre nel secondo c’è la traduzione in inglese, con relativi commenti e un glossario. 

Oggi il papiro è conservato alla New York Academy of Medicine. 


Fonte:vanillamagazine.it

La donna che balla con gli squali


Ha vissuto sotto l’oceano oltre tre anni e mezzo della sua vita. Infila le braccia nella bocca degli squali senza timori, li accarezza e passa con loro le ore più felici della sua vita.
 Più che una subacquea di fama internazionale, Cristina Zenato è parte stessa dell’oceano. 

Classe 1970, nata e cresciuta nella foresta pluviale del Congo africano, Cristina aveva le idee chiare fin da bambina: a 8 anni decise che avrebbe lavorato con gli squali e sarebbe diventata una ranger subacquea. 

 Oggi vive alle Bahamas, il luogo che per primo le rivelò le meraviglie dell’oceano e le sussurrò tutte le sfumature di blu che avrebbero colorato il suo destino.

 «La prima volta che uno squalo mi si è adagiato sul grembo, sono riuscita ad accarezzarlo per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe e la sensazione di ascoltarla respirare», racconta la subacquea, il cui legame con queste creature diventa sempre più forte, immersione dopo immersione.


Nella casa di Cristina ci sono tre cani, molti libri e nemmeno una tv. 

Prima donna ad aver connesso una grotta d’acqua dolce, nell’entroterra, ad un «blue hole» nell’oceano delle Bahamas, Cristina ha portato il suo amore per questi animali anche al di fuori delle profondità: nel 2011, grazie alla collaborazione con le associazioni ambientaliste locali, è riuscita a ottenere l’approvazione della prima legge da parte del governo bahamense per la tutela completa di tutti gli squali. 

Guardare negli occhi queste creature considerate da molti pericolosi predatori è per la subacquea un’ispirazione quotidiana, un contatto emozionale complesso e variegato. 

«Ognuno di loro ha caratteristiche e peculiarità.
 Ci sono squali curiosi, giocherelloni e poi c’è Grandma, una gentile signora dai capelli grigi», scherza descrivendo una degli squali a cui è più legata.


Immergersi con questi animali può essere un’ottima formula per riscoprire se stessi e cercare di trovare un punto di equilibrio nella propria relazione con la natura: 
«Il mare non si lascia conquistare.
 In acqua non possiamo vedere o respirare autonomamente, non possediamo un riparo, non possiamo utilizzare nulla del mondo sottomarino a nostro vantaggio.
 L’uomo vorrebbe conquistare anche questo mondo e lo squalo rappresenta quindi un naturale antagonista, la viva rappresentazione delle sue paure», commenta.

 In questo mondo, solo apparentemente silenzioso, gli abissi ci sussurrano una verità quasi dimenticata: gli squali sono la perfezione, sono i dominatori del mare e siamo noi, ospiti non invitati, a doverci adattare al loro ambiente. 
«Parlo correntemente cinque lingue straniere — dice — ma è comunicando con gli squali che continuo a imparare.

 E non ho intenzione di smettere».


 Tratto da: www.corriere.it

martedì 26 marzo 2019

Villa Gravina di Palagonia: il mistero della “Villa dei Mostri” siciliana


A Bagheria, in Sicilia, esiste un luogo antico e misterioso.
 Siamo in quella che è da molti considerata la più originale ed enigmatica delle dimore: “Villa Gravina di Palagonia” ma tutti la conoscono come la “villa dei mostri”. 

Nata dalla scintilla di un moto creativo originale e profondo, la dimora che Salvador Dalì desiderava per i suoi periodi di villeggiatura in Sicilia sembra celare una metafora in divenire nel grembo di ogni sua particella.
 Qui, un viale silenzioso solletica la curiosità del passante invitandolo a procedere sotto lo sguardo attento di una solenne legione di statue dalle fattezze inconsuete e deformi. 
 Sono figure fantastiche, rappresentazioni antropomorfe, busti di uomini dal volto animalesco, musicisti caprini, nani barbuti, serpenti a più teste, rappresentazioni di dame e cavalieri, gnomi e molto altro ancora.






Sono loro i famosi “mostri” di villa Palagonia: i silenti osservatori posti a guardia dell’uomo, le terribili statue che a lungo hanno alimentato le fantasie su un’aura malevola infestante gli spazi di questo luogo.

 Realizzata nel 1715 per volere di Don Ferdinando Francesco Gravina Cruyllas Bonanni, V principe di Palagonia (su progetto dell’architetto del Senato di Palermo e “ingegnere militare” Tommaso Maria Napoli con la prestigiosa collaborazione dell’architetto Agatino Daidone), la villa deve la sua fama al nipote di quest’ultimo: il VII principe di Palagonia, Francesco Ferdinando Gravina e Alliata, (figlio di Ignazio Sebastiano Gravina e Lucchese).

 Se alcuni hanno definito Francesco Ferdinando II un innovatore, un precursore dell’arte surrealista, altri ne hanno invece insinuato la follia, valutando con stupefatto clamore la fortuna da egli spesa nel rifacimento della villa del nonno.


 Si diceva che fosse solito celarsi curioso dietro uno specchio per osservare e ascoltare i suoi ospiti. 
 Di lui Johann Wolfgang von Goethe disse: “Pettinato e intalcato, il cappello sottobraccio, vestito di seta, la spada al fianco, calzato elegantemente con scarpine ornate da borchie e pietre preziose. Così il vecchio incedeva con passo solenne e tranquillo; tutti gli occhi erano appuntati su di lui“. 


 Sotto la sua amministrazione, vennero realizzati i corpi bassi che circoscrivono la struttura, (destinati all’uso della servitù), ma fu soprattutto lui ad ideare la famosa corte di mostruose figure in pietra arenaria poste a cornice delle sue mura; da cui l’appellativo di “Villa dei Mostri”.




Ma perché una tale opera?
 Forse per la fisicità sgraziata del proprietario? 

 A parer di molti sarebbe stata questa la ragione della commissione della schiera di strane opere, quasi nel tentativo di esorcizzare un’apparenza turpe e disarmonica. 

 Nonostante le molte supposizioni, si dice che il principe possedesse un animo buono e una saggezza fine e preziosa (in realtà egli ricoprì anche cariche politiche prestigiose, essendo inoltre noto ed apprezzato per la sua grande generosità).


Famosa in tutta Europa per la singolarità delle sue forme, questa villa settecentesca ha ispirato fin dai primi albori l’interesse e la curiosa attenzione dei personaggi più illustri del mondo dell’arte e della cultura.
 Tutti gli ambienti erano dapprima votati a un’eleganza sopraffina e copiosa, ma pur sempre declinata nelle tinte di un’ispirazione bizzarra e singolare, e se per alcuni essa fu scrigno di un’arte selvaggia ed enigmatica, per altri come Goethe, l’impressione fu ben diversa.
 Per essa egli coniò il temine di stile “pallagonico”, a rappresentanza della stravaganza sibillina e grottesca che permeava ogni elemento della sua composizione.


 La particolarità di questo sito non si esaurisce nelle sue creature in pietra.
 Per dar sapientemente voce all’estro del singolare principe, una moltitudine copiosa di maestranze locali venne impiegata anche in quell’alternanza di interni ed esterni trapunti di elementi decorativi dallo stile altisonante e stravagante. 
 Tra questi, spicca per la sua sonora bellezza lo scalone a doppia rampa in prezioso marmo di Billiemi su cui troneggia il fastoso stemma principesco della famiglia Gravina. 

Al piano superiore si accede tramite un vano ellittico ove è possibile ammirare magnifici affreschi dedicati alle fatiche di Ercole; commissionati da Salvatore Gravina (fratellastro di Francesco Ferdinando II) in omaggio allo stile in voga a fine ‘700.


Ma soprattutto, a far parlare di sé è la “Galleria o Sala degli specchi” sul cui ingresso permane gloriosa la scritta “Specchiati in quei cristalli e nell’istessa magnificenza singolar, contempla di fralezza mortal l’imago espressa”. 


 Luogo che non contempla pari al mondo, qui un’installazione di specchi su cui vennero dipinti tratti di cielo e fantastici uccelli permetteva un gioco di riflessi ed ombre capace di enfatizzare, deformare e moltiplicare le immagini in ingresso; nella gloriosa e simbolica rappresentazione della vita e della morte allorquando la persona e il suo riflesso si avvicinavano o al contrario allontanavano dalla stanza; ciò affinché chiunque potesse cogliere nel proprio riflesso il senso della vanità e fragilità dell’uomo.


Oggi, larga parte del verde che circondava il sito è stato sacrificato nella spasmodica febbre edilizia che ha inglobato il suo imminente circondario.
 Così, delle duecento statue che facevano da corteccia al maestoso viale, su cui era solito arrampicarsi nei tempi dell’infanzia lo stesso Renato Guttuso, ne restano solo sessantadue.

 Per quella che il pittore definì “il luogo dei miei giochi da bambino”, egli realizzò inoltre ben tre opere: Il ratto – Villa Palagonia, Il portone murato e Spes contra Spem.


Acquistata da privati, la dimora su cui si dice alberghi ancora l’ombra del suo visionario principe è oggi parzialmente aperta al pubblico, e ogni piccolo contributo d’ingresso viene devoluto al costante mantenimento di una struttura tanto maestosa e misteriosa su cui pesano ormai 300 anni di vita. 

 E forse ciò che colpisce infine di più della villa stessa è il mistero del suo principe. 
Un mistero magistralmente racchiuso in piccoli dettagli, come in una chiesetta privata attigua l’abitazione. 
Qui un crocifisso su cui venne posta la miniatura di un uomo in ginocchio dalle fattezze simili il principe appare immerso in una preghiera di perdono a Dio per la società del suo tempo, per quella perdizione al lusso e all’apparenza a scapito dei valori.

 E sempre qui ecco ancora una peculiare statua.
 Essa rappresenta una donna bellissima ed elegante, su cui appaiono eppure degli inattesi e orribili vermi (simili a quelli post-mortem); un’altra metafora che mostra come il principe credesse fermamente che tutti, nonostante l’apparenza o lo stato sociale, siamo accomunati dallo stesso finale ed eguale destino.


 Fonte: vanillamagazine.it

lunedì 25 marzo 2019

Il lago Michigan si è trasformato un'incredibile distesa di ghiaccio appuntito


Uno spettacolo pungente.
 L'arrivo della primavera ha trasformato il lago Michigan in una distesa di appuntiti e lucenti frammenti di ghiaccio.
 Un incredibile fenomeno, visibile lungo il molo di South Haven, alla foce del fiume Black.


 Il lago Michigan è un lago di origine glaciale, uno dei cinque Grandi Laghi dell'America del Nord.
 Con i suoi 500 chilometri di lunghezza per 190 di larghezza, è il più grande specchio d'acqua interamente compreso nel territorio degli States e si stima che contenga un volume d'acqua pari a circa 4900 chilometri cubi.


 Le rigide temperature invernali hanno trasformato il lago Michigan in una tundra ghiacciata.
 Ma ora, con il riscaldamento graduale dell'acqua, il ghiaccio si sta spaccando in tanti pezzetti, creando un surreale spettacolo lungo le sue coste. 
E mentre il lago ghiacciato si scioglie, le onde sospingono i pezzi di ghiaccio rotto l'uno contro l'altro, creando una distesa di spuntoni scintillanti e incredibili motivi galleggianti.




A causa di un vortice polare, a gennaio il 56% del lago era completamente congelato: il freddo è stato più intenso dello scorso anno e questo sta contribuendo a creare questo affascinante fenomeno. 

Anche nelle zone in cui i banchi di ghiaccio non si sono ancora rotti, le lastre non sono abbastanza robuste per essere calpestate, quindi la Guardia Costiera ha dovuto diramare una allerta, chiedendo a tutti di non entrare in alcun modo nel lago, accontentandosi di scattare foto da riva.


 Fonte: lastampa.it

venerdì 22 marzo 2019

I resti di un naufragio sul Nilo potrebbero essere la prima prova che Erodoto non mentiva sulle barche egiziane


Una nave affondata trovata nel fiume Nilo, rimasta sul fondo indisturbata per oltre 2.500 anni, sta ora finalmente rivelando i suoi segreti. 
Gli scienziati pensano che la struttura di questa nave sia del tipo della cui esistenza si è dibattuto per secoli.


 Nel frammento 2.96 delle Storie di Erodoto, pubblicato intorno al 450 aC, lo storico dell’antica Grecia, che stava scrivendo del suo viaggio in Egitto, descrive un tipo di nave da carico del Nilo chiamata Baris.
 Secondo la sua interpretazione, sarebbe stata costruita come con dei mattoni, rivestiti di papiro e con un timone che passava attraverso un foro nella chiglia.

 Questo sistema di guida era stato visto in rappresentazioni e altri modelli nel periodo faraonico, ma fino ad ora non avevamo prove archeologiche certe della sua esistenza.


L’attenzione si è concentrata sulla nave 17, ritrovata nella città portuale ormai affondata di Thonis-Heracleion, vicino alla foce canopica del Nilo, datata al periodo tardo, 664-332 aC. 

Qui, i ricercatori hanno esplorato oltre 70 relitti, scoprendo innumerevoli artefatti che rivelano straordinari dettagli sull’antico centro commerciale e sulla sua cultura. 

Sebbene sia rimasta in acqua per almeno 2000 anni, la conservazione della nave 17 è stata eccezionale. 
Gli archeologi sono riusciti a scoprire il 70 per cento dello scafo. “E’ Quando abbiamo scoperto questo relitto che abbiamo realizzato che Erodoto aveva ragione”, ha detto a The Guardian l’ archeologo Damian Robinson del Centro di Oxford per l’archeologia marittima . La nave mostra, infatti, diversi elementi annotati da Erodoto. 
 “Le giunture del fasciame della nave 17 sono scaglionate in modo tale da conferire l’aspetto di ‘strisce di mattoni’, come descritto da Erodoto”, ha scritto l’archeologo Alexander Belov del Centro per gli studi egittologici dell’Accademia delle scienze russa in un Documento nel 2013
 “Il fasciame della Nave 17 è assemblato trasversalmente da tenoni straordinariamente lunghi che possono raggiungere 1,99 m di lunghezza e che passano fino a 11 stecche: questi tenoni corrispondono alle” puntate lunghe e ravvicinate “nella narrativa di Erodoto … Erodoto menziona anche la chiglia dei baris e la nave 17 ha una chiglia che è due volte più spessa del tavolato e dei progetti all’interno dello scafo. 

“ Ci sono alcune incongruenze però in quanto la nave che Erodoto descrive aveva tenoni più corti, che agivano come costole che tenevano insieme le assi di acacia dello scafo; e il Baris di Erodoto non aveva telai di rinforzo, mentre invece la nave 17 ne aveva diversi. 
Ma entrambe le incongruenze possono essere spiegate in quanto, se la nave 17, è lunga circa 27 metri, è più grande del Baris di Erodoto. “Erodoto descrive le barche come con costole interne lunghe, nessuno sapeva davvero cosa significasse … Quella struttura non è mai stata vista archeologicamente prima”, ha detto Robinson . 
“Poi abbiamo scoperto la modalità di costruzione su questa particolare barca è assolutamente quella che ci ha tramandato Erodoto”.


E, naturalmente, c’è quello splendido timone, che è infilato attraverso due fori nella poppa. Posizionati uno di fronte all’altro, questi fori sembrano aver permesso una guida migliore a seconda che la nave sia stata a pieno carico o vuota. 

Secondo questi risultati dettagliati, i ricercatori ritengono che la nave 17 sia così vicina alla descrizione di Erodoto che potrebbe essere stata costruita nello stesso cantiere navale.

 L’esplorazione di Belov della costruzione della nave è stata pubblicata in una monografia del Centro di Oxford per l’archeologia marittima, Ship 17: un baris di Thonis-Heracleion



Fonte: www.sciencealert.com

giovedì 21 marzo 2019

La Damnatio Memoriae


Letteralmente condanna della memoria, la “Damnatio Memoriae” nel diritto latino consisteva nella cancellazione della memoria di una persona e nella distruzione totale di qualsiasi traccia potesse tramandarla ai posteri. 
Era una pena particolarmente dura, riservata a coloro che venivano considerati ostili o nemici agli interessi di Roma.

 La Damnatio Memoriae, cancellava ogni traccia dell’esistenza di queste persone, salvaguardando in tal modo l’onore della città, la pena risultava ancora più aspra se si pensa quanto valore attribuiva la società dell’epoca all’orgoglio di essere cittadino romano. 
La scarsità di fonti storiche, specialmente in epoca più antica, favoriva in molte occasioni l’efficacia di questa punizione.


 A Roma questa pena veniva generalmente decisa e applicata dal Senato, e faceva parte di quelle sanzioni che potevano essere attribuite a personalità di spicco dell’Urbe.
 In primo luogo la Damnatio Memoriae prevedeva la “abolitio nominis”, ovvero la cancellazione del “praenomen” da tutte le iscrizioni, la distruzione di tutte le sue raffigurazioni, come pitture o statue, e il divieto di tramandare il suo “praenomen” in seno alla propria famiglia di appartenenza.


In alcune circostanze, dopo che il Senato approvava la sanzione, veniva eseguita la “rescissio actorum”, la rescissione degli atti, che consisteva nella completa distruzione di tutte le opere realizzate dal condannato nell’esercizio della propria carica, in quanto ritenuto un pessimo cittadino. 
Se tale sanzione veniva applicata qualora il condannato fosse ancora in vita, essa rappresentava una vera e propria morte civile. 

In età imperiale, tale punizione subì una degenerazione lenta ma inesorabile, che andò a colpire anche dopo la loro morte persino la memoria degli imperatori spodestati o uccisi.

 In questo caso la cancellazione delle effigi indesiderate poteva avvenire anche sulle monete già coniate e già in circolazione.

Vediamo ora alcuni tra i più illustri personaggi che nella storia di Roma subirono la “Damnatio Memoriae”. 
Tra gli imperatori, rigorosamente non in ordine cronologico, vale la pena ricordare Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo, Eliogabalo, Massenzio, Treboniano Gallo, Didio Giuliano, vi furono poi altri uomini e donne di spicco che subirono tale pena, come il braccio destro dell’imperatore Tiberio, Seiano, oppure la madre di Nerone, Agrippina, o ancora Geta, fratello di Caracalla che non esitò a farlo assassinare e a far si che se ne perdesse ogni traccia.


La pena si protrasse anche in epoca medievale, particolare è il caso di Papa Formoso (816 circa – Roma, 4 aprile 896). 

Egli di fatto subì un processo post mortem, conosciuto come il Sinodo del Cadavere, con l’accusa di sacrilegio e abuso di potere, il suo cadavere fu riesumato, vestito con abiti pontifici e posizionato sul trono della sala del concilio, dove il suo successore (anche se il vero successore di Papa Formoso fu Papa Bonifacio che guidò la chiesa per soli 15 giorni), Papa Stefano VI l’avrebbe processato.

 A rispondere alle domande poste venne nominato un diacono. 
Al termine di questa farsa, il defunto Papa venne riconosciuto colpevole, e dopo il taglio delle tre dita usate per impartire le benedizioni venne trascinato e gettato nelle acque del Tevere.



Fonte: romaeredidiunimpero

Africa, la misteriosa isola coperta di quarzo che gli scienziati non riescono a spiegarsi


L'isola di Anjouan si trova tra il Madagascar e la costa africana. Essa è composta di roccia ignea e vulcanica che proviene dalla crosta oceanica. 
Proprio per questa ragione gli esperti non riescono a spiegarsi il motivo per cui essa sia colma di quarzo, minerale che invece è tipico della crosta continentale.

 In parole povere, quel particolare genere di roccia non dovrebbe trovarsi lì.
 L'isola ne è letteralmente ricoperta, e c'è persino una montagna dell'atollo composta per metà di questo minerale.

 Ora una ricerca finanziata dalla National Geographic Society sta cercando di venire a capo del mistero.


Cornelia Class, un geochimico del Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University e membro del team, ha commentato:
 "Non sembra che il quarzo possa essersi formato da solo in un'isola come quella".


L'isola di Anjouan è una delle isole Comore.
 Ospita oltre 300.000 persone e si è formata dai resti di un vulcano a scudo. 
Questo, vomitando lava sul fondo dell'oceano, pian piano ha fatto affiorare l'isola. 
Per questo la presenza di quarzo, di origine continentale, è difficile da spiegare. 

 Già nel 1900 alcuni geologi riferirono di aver trovato alcune rocce non vulcaniche su Anjouan.
 Negli anni '80, poi, una squadra francese documentò alcuni affioramenti sparsi di quarzite. 
Nel 1991 la stessa dottoressa Class ha visto alcuni pezzi del minerale mentre lavorava alla sua ricerca di dottorato.

 Ancor più sorprendente è il fatto che, quando Class, con i colleghi Steven Goldstein del Lamont-Doherty Earth Observatory e Christophe Hemond dell'Université de Bretagne Occidentale in Francia, andarono su Anjouan nel viaggio finanziato dal National Geographic (nel settembre dello scorso anno), trovarono molta più quarzite di quanto si aspettassero. 

 Class e il suo team stanno ora riunendo i loro dati per mappare tutta la quarzite e comprenderne le dimensioni reali.

 In questo momento, l'esistenza della roccia in quest'isola rimane però inspiegabile.
 Gli esperti suppongono che, in qualche modo, la quarzite continentale finì nel bacino oceanico e fu sollevata insieme alle rocce vulcaniche da circa 4.000 metri sul fondo del mare.

 Fonte: blastingnews.com

mercoledì 20 marzo 2019

La Porta dell'inferno: l'incredibile filmato di un drone


Un drone ha catturato un filmato incredibile del cratere in fiamme di Darvaza, nel mezzo del deserto del Karakum, in Turkmenistan, per questo chiamato "The Door to Hell". 

 È nota come la porta dell'inferno.
 E' un enorme cratere situato in Turkmenistan che brucia da oltre 40 anni. 

Nuove spettacolari immagini arrivano grazie a un drone.
 Il fotografo Alessandro Belgiojoso ha filmato dall'alto questo luogo suggestivo, nel deserto del Karakum.

 

 Non si tratta di un cratere naturale ma nacque negli anni '70 a seguito di trivellazioni.
 Il cratere di Darvaza è un'anomalia geologica che brucia costantemente al punto da essere diventata una vera e propria attrazione turistica.

 A trovarlo fu un gruppo di geologi russi nel 1971 quando il terreno sotto le loro attrezzature di perforazione crollò creando l'attuale voragine.

 I geologi erano alla ricerca di gas naturale e ne trovarono una quantità talmente elevata da essere addirittura pericolosa. 
I gas nocivi minacciavano di danneggiare i villaggi vicini. 

Si decide allora di farlo bruciare. 
Da allora il cratere è in fiamme e non mostra segni di arresto.
 Con un un diametro di circa 70 metri e una profondità di 30, è pieno di fuoco e fango bollente ed emette enormi fiamme arancioni.



Da oltre 40 anni, il luogo è meta di pellegrinaggio da parte di appassionati e fotografi di tutto il mondo. 
L'ultimo è stato Alessandro Belgiojoso che ha regalato immagini davvero incredibili della porta dell'inferno: Il calore della Door of Hell può raggiungere fino a 1.000° C e non è affatto semplice né sicuro avvicinarsi.
 Per questo, Belgiojoso ha sfruttato un drone, capace di esaminare il cratere dall'alto.
 Le immagini aeree scattate sono davvero bellissime e il fotografo ha postato il video sulla sua pagina Instagram. 

 Le autorità però non amano la presenza massiccia di visitatori. L'ultima imponente visita risale al 2013 quando un gruppo di scienziati canadesi portò avanti una rischiosa spedizione guidata da George Kourounis, sceso addirittura dentro al cratere per 15 minuti. Lì, l'uomo trovo perfino dei batteri. 

 Un luogo che non finisce mai di regalare sorprese e immagini mozzafiato.



Francesca Mancuso

martedì 19 marzo 2019

Un fantastico ghiacciaio di sale dove prima c'era il Golfo Persico


Un ghiacciaio di sale, di 14 chilometri di diametro. 

Siamo sui monti Zagros e in nessun'altra parte del mondo è possibile vedere lo stesso spettacolo: qui il clorurio di sodio ha formato cupole e appuntite stalagmiti, creando uno spettacolo surreale.

 Siamo in Iran, sulla catena montuosa formata dalla collisione della placca euroasiatica con quella arabica. 
Qui nell'antichità esisteva un passo chiamato Porta persiana.
 Ma in pochi sanno che milioni di anni fa, gran parte di quest'area faceva parte del Golfo Persico. 
 Oggi i monti Zagros corrono parallelo alla costa iraniana e finiscono sullo stretto di Hormuz. 
Ma il golfo dell'oceano Indiano che oggi bagna le coste di Oman, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Iraq e Iran un tempo era molto più grande di come lo conosciamo. Inondava, infatti, vaste aree della penisola arabica nel sud e dell'Iran a ovest. E questo ghiacciaio salino ne è la prova.


Man mano che l'acqua evaporava e si ritirava, lasciava dietro di sé enormi quantità di sale. 
Sale che, con le piogge, si è accumulato nelle vallate, addensandosi strato dopo strato e creando, secolo dopo secolo, quest'incredibile spettacolo naturale.




A formare le «cupole» - ovvero i diapiri dalla tipica forma a cupola pianeggiante al centro e con i fianchi più o meno inclinati - è stato un fenomeno geologico in cui il sale si comporta come un fluido: il peso dei sedimenti spinge verso il basso sullo strato di sale, comportandone la risalita attraverso le rocce sovrastanti.
 E quando il composto chimico elettricamente neutro trova un passaggio, apre una breccia e si diffonde orizzontalmente, creando un ghiacciaio salino.


Solo nella parte meridionale dei monti Zagros ci sono più di 130 cupole di sale, doline carsiche e decine di cave, inclusa la grotta di sale più lunga al mondo, di 6,4 chilometri nel monte Namakdan. 

Fonte: lastampa.it

lunedì 18 marzo 2019

Superbloom: eccezionale fioritura nel deserto della California


Nuova insolita fioritura nei deserti della California.
 Considerati tra i luoghi più aridi del mondo, in realtà da qualche anno stanno sperimentando il cosiddetto " superbloom", una vera e propria esplosione di fiori e vegetazione splendida da vedere ma anche inquietante.


Anche a causa del clima che cambia, alcune delle zone più secche del pianeta stanno facendo i conti con improvvise ondate di pioggia, che cancellano lunghi periodi di siccità.
 Era successo già nel 2017 in California, quando il Carrizo Plain National Monument, arido e quasi senza vita, improvvisamente divenne un'enorme distesa di fiori colorati. 
 E sta accadendo di nuovo, questa volta all'Anza-Borrego Desert State Park, dove proprio in questi giorni è in corso una spettacolare e intensa fioritura dovuta alla presenza costante di piogge durante l'inverno. 
 Un vero e proprio evento se si considera che la zona è famosa per la siccità.

 Il parco è il più grande della California, con oltre 800 km di strade sterrate, 12 aree selvagge e chilometri di sentieri escursionistici. Qui un tempo i colori dominanti erano quelli della terra e delle basse colline ma oggi basta arrivare al parcheggio e al centro visitatori per notare una miriade di colori brillanti.






Fiori gialli, viola, rosa, bianchi e arancioni punteggiano il paesaggio.

 Il momento migliore per ammirarli è durante le prime ore del mattino visto che poi si chiudono col caldo pomeridiano. 

 Betsy Knaak, dell'Associazione di storia naturale del deserto di Anza-Borrego, ha detto alla NBC 7 che la fioritura di quest'anno ricorda il periodo di massimo splendore del fenomeno, negli anni '70 e '80: 
"È stata una stagione insolita, c'è stata pioggia abbondante ogni mese da ottobre. Abbiamo anche avuto un clima più fresco del normale per molto tempo". 


Knaak, che vive nel deserto di Anza-Borrego dal 1978, ha rivelato che il segreto per un "desert bloom" di successo, in gran parte, è dovuto a piogge regolari a novembre, seguite da tempeste invernali a dicembre e gennaio, e da qualche temporale a febbraio.
 Allo stesso tempo, le temperature devono rimanere miti.

 "Queste rare fioriture si verificano quando i livelli di precipitazioni nelle aree sono elevati, combinati con una siccità lunga anni che elimina le erbe e le erbe infestanti che assorbono i nutrienti.
 Queste condizioni fanno crescere i fiori selvatici.

 Si possono vedere colorati papaveri della California, verbena, enotera e gigli del deserto" si legge sul sito del Parco. 

 Se le condizioni meteorologiche persistono, è possibile che la fioritura di questo parco desertico possa durare fino ad aprile, un vero e proprio evento che si verifica raramente.
 Uno spettacolo per i fortunati che riusciranno ad ammirarlo dal vivo. 

 Francesca Mancuso
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