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lunedì 22 febbraio 2021

Il più antico strumento a fiato del mondo è una conchiglia di 18.000 anni fa


 Non era solo una conchiglia, ma uno strumento a fiato, il più antico del mondo: quasi 90 anni dopo la sua scoperta, un grande guscio di lumaca, ritrovato nella Grotta di Marsoulas, nei Pirenei, è stato identificato come strumento musicale da un team multidisciplinare di CNRS, Muséum de Toulouse, Université Toulouse e Musée du quai Branly (Francia). Ha suonato infatti di nuovo dopo 18.000 anni.

La grotta Marsoulas, al confine tra Haute-Garonne e Ariège, è la prima grotta decorata scoperta nei Pirenei, il cui ritrovamento risale al 1897. Testimonia l’inizio nella regione del Magdeliano, l’ultima cultura del Paleolitico superiore europeo, alla fine dell’ultimo massimo glaciale.

Durante un inventario del materiale derivante dagli scavi archeologici, conservato in gran parte nel Muséum de Toulouse, gli scienziati hanno esaminato una grande conchiglia della specie Charonia lampas, mollusco gasteropode marino appartenente alla famiglia Charoniidae.

Il guscio era già noto per essere stato nel Neolitico parte di corredi ornamentali, come ciondolo di collane, ma nel 1931 questo in particolare non fu oggetto di attenzione. 
80 anni dopo, però, i ricercatori hanno ipotizzato potesse essere uno strumento musicale.
La punta del guscio infatti era spezzata, formando un’apertura di 3,5 cm di diametro, e, poiché questa parte è la più dura del guscio, la rottura non poteva essere accidentale. Inoltre, all’altra estremità, l’apertura della conchiglia mostrava anche tracce di ritocco. Tutto molto “umano” per essere casuale.
I paleontologi hanno dunque condotto una serie di approfondimenti: una tomografia ha rivelato un’ulteriore perforazione di una delle prime curve e la conchiglia è decorata con un pigmento rosso (ematite) caratteristico della grotta di Marsoulas, che denota il suo status di oggetto simbolico.

E non finisce qui.

Gli scienziati erano convinti fosse stata usata come strumento a fiato, per cui hanno chiesto ad un musicista esperto di corno di usarla analogamente. E, sì, il guscio ha prodotto tre suoni vicini alle note, Do, Do Diesis e Re.

Poiché l’apertura è irregolare e ricoperta da un rivestimento organico, i ricercatori presumono che vi fosse attaccata una punta, come nel caso di conchiglie più recenti delle collezioni del Musée du quai Branly. 

Le stampe 3D della conchiglia permetteranno probabilmente di verificare questa ipotesi, cercando di riprodurre altre note.

Come confermato dalla prima datazione al carbonio-14 della grotta, eseguita su un pezzo di carbone e un frammento di osso d’orso, la grotta ha 18.000 anni: questo fa della conchiglia di Marsoulas il più antico strumento a fiato di questo tipo.

 Prima, infatti, solo i flauti erano stati scoperti in Europa in contesti più antichi del Paleolitico superiore, e le conchiglie trovate fuori dall’Europa sono molto più recenti.

La scoperta non è solo un “pezzo in più” dell’antica cultura magdaleniana: la conchiglia rafforza infatti l’idea che tra i Pirenei e la costa atlantica ci fossero degli scambi commerciali/culturali, a più di 200 chilometri di distanza.



giovedì 7 gennaio 2021

Il permafrost della Siberia regala un fossile di rinoceronte di 20.000 anni fa perfettamente conservato

Circa 20.000 anni fa, un giovane rinoceronte lanoso iniziò la sua giornata come di consueto nella regione ghiacciata che oggi corrisponde alla Siberia settentrionale.
 Mentre era alla ricerca di cibo, probabilmente qualcosa andò storto per il giovane animale, che annegò nel fiume Tirekhtyakh. 
Favorite dallo scioglimento del permafrost a causa della tendenza in aumento delle temperature, vengono scoperte creature estinte, come questo rinoceronte, che fanno luce su ere preistoriche sconosciute. 
Il permafrost è uno strato di suolo permanentemente ghiacciato e che si trova in tale stato da un lungo periodo di tempo, a volte diverse migliaia di anni.


L’antica carcassa è stata scoperta da un contadino locale in Yakuzia (Siberia), nell’agosto 2020, circa 15.000 anni dopo il periodo in cui si ritiene che i rinoceronti lanosi si siano estinti.
 Il fossile è stato trovato con una pellicciazoccoli e organi interni completamente intatti, che forniscono agli scienziati un pezzo del puzzle fondamentale su anatomia, comportamenti e vita di queste creature.
 I paleontologi hanno avuto una cura estrema per preservare la struttura del rinoceronte durante gli scavi, arrivando ad avere l’80% dell’esemplare intatto 

Il giovane rinoceronte aveva tra i 3 e i 4 anni e viveva separatamente dalla madre quando è morto, molto probabilmente per annegamento”, afferma il paleontologo Valery Plotnikov, dell’Accademia Russa delle Scienze. 

Plotnikov aggiunge che non è ancora noto il genere del rinoceronte e che è necessaria l’analisi al radiocarbonio per confermare l’intervallo di tempo generale in cui il rinoceronte probabilmente ha vissuto. Accanto alla carcassa del rinoceronte, c’era il corno del giovane animale, una scoperta eccezionale per la velocità con cui solitamente si decompone la cartilagine, secondo Plotnikov.

 I segni sul corno, inoltre, fanno nuova luce su come la specie lo usasse per il cibo.

La creatura recentemente trovata non è il primo rinoceronte lanoso scoperto nell’area, poiché un altro esemplare preservato nel ghiaccio è stato scoperto nel 2015.

 Quel rinoceronte, chiamato Sasha, è stato il primo piccolo di rinoceronte lanoso mai scoperto e si crede che abbia vagato per l’area circa 34.000 anni fa. 

Come il rinoceronte recentemente scoperto, Sasha è stato trovato con una pelliccia completamente intatta e anche in questo caso, si ritiene sia annegato. Tuttavia, la differenza con l’ultima scoperta è che il pelo di Sasha era biondo ramato e che alla carcassa mancava il corno.

Temperature storicamente alte nell’area normalmente ghiacciata hanno svelato fossili perfettamente conservati che erano stati sepolti sotto migliaia di anni di ghiaccio. 

La scorsa estate, poco prima che venissero trovati i resti, nelle città intorno al Circolo Artico sono state registrate temperature record. “Le temperature sono salite di 10°C sopra la media lo scorso mese in Siberia, sede di gran parte del permafrost della Terra, con il mondo che ha sperimentato il suo maggio più caldo mai registrato”, secondo la rete di monitoraggio del clima dell’Unione Europea.

 Nei prossimi anni, lo strato di ghiaccio, che sta lentamente ritirandosi, sicuramente svelerà ancora altri pezzi del puzzle, per completare il mosaico dei nostri antenati e delle generazioni di vita precedentemente nascoste.

 Fonte: meteoweb

venerdì 15 marzo 2019

Ecco come appariva il cucciolo di T-rex, un tenero ammasso di piume


Feroce, predatore,dall'aspetto spaventoso. 
Così è sempre stato considerato il T-rex, ma il Museo di Storia Naturale di New York ne ha ricostruito il profilo da cucciolo, scoprendo che in realtà poco dopo la nascita il famigerato dinosauro aveva un volto adorabile.

 Un musetto angelico, tutto da accarezzare.
 Così doveva apparire il piccolo durante i primi mesi di vita, anche se poi da adulto sarebbe diventato una delle creature più spaventose che popolavano il pianeta all'epoca.

 Reso noto al grande pubblico anche grazie a Jurassic Park, il T-rex è un lucertolone alto circa 5 metri, lungo 13, con circa 60 denti e un peso che poteva arrivare fino a 7 tonnellate.

 La storia completa della tirannosauro copre 100 milioni di anni di evoluzione e include decine di specie scoperte in tutto il mondo, tra cui il T. rex, che era solo una specie. 

Non sono molti gli scheletri di T-Rex scoperti dagli scienziati.
 Per questo i paleontologi non sanno molto sullo stile di vita di questi giganteschi animali vissuti nel Cretaceo, circa 65 milioni di anni fa. 

 Che aspetto aveva un baby T-Rex? 
Come ha fatto un piccolo cucciolo lanuginoso a trasformarsi in una potente "macchina" assassina, al vertice della catena alimentare?

 A fornire la risposta è stato l'American Museum of Natural History di New York che grazie ai numerosi dati raccolti dagli scienziati, ha realizzato un modello di tirannosauro di poche settimane.


Dimenticate la versione di Spielberg. 
Anche il T-Rex da piccolo era un cucciolo inerme.
 Immediatamente dopo la nascita era coperto di piume che perdeva con la crescita.
 Se ne potevano trovare tracce alla base del cranio, sul collo e sulla coda da adulto, se riusciva a sopravvivere. 

Secondo i paleontologi, il 60% dei piccoli Tirannosauri non riuscivano a l primo anno di vita a causa della mancanza di cibo o per colpa di altri predatori. 

 I cuccioli avevano lunghe braccia, che si accorciavano con la crescita e potevano aumentare di 3 kg al giorno per 13 anni. 

 Sulla base delle informazioni note finora, il museo ha realizzato un modello di tirannosauro di 4 anni. Caratterizzata da un'altezza di 2 metri, la creatura aveva ancora gran parte delle piume ma stava già sviluppando i denti affilati.

 Il suo aspetto innocente sarebbe durato ancora per qualche tempo. Solo 10 anni dopo, avrebbe raggiunto quello da adulto che noi conosciamo.

 

 Per ammirare il modello dal vivo, il Museo ha organizzato una mostra eccezionale dal titolo "T-rex, The Ultimate Predator", inaugurata l'11 marzo e aperta fino al 9 agosto 2019. Se fate un viaggio a New York, non perdetela. 


 Francesca Mancuso

giovedì 27 dicembre 2018

Saltriovenator zanellai: scoperto un nuovo eccezionale dinosauro italiano


Fino a qualche decennio fa, la scoperta di un dinosauro in Italia era considerata un evento impossibile. 
Il nostro Paese, nel Mesozoico, era quasi tutto sotto le acque dell'oceano, e per questo si pensava che i fossili fossero inesistenti. Dopo è arrivata la scoperta di Ciro (Scipionyx samniticus), uno dei fossili meglio conservati di tutta la paleontologia, e molte altre ne sono susseguite.
 L'ultima, annunciata il 19 dicembre, è quella un fossile di grandissima importanza: un dinosauro che è stato chiamato Saltriovenator zanellai (dal luogo del ritrovamento, una cava vicino a Saltrio, in provincia di Varese, e dal nome di chi lo scoprì, Angelo Zanella).

 L'articolo, scritto da tre palentologi italiani, Cristiano Dal Sasso, Simone Maganuco e Andrea Cau, è stato pubblicato sulla rivista Peer j 

 La scoperta è eccezionale per molte ragioni.
 Prima di tutto, per il periodo: Saltriovenator visse infatti circa 198 milioni di anni fa, nel primo Giurassico, un periodo immediatamente successivo all'estinzione di massa che avvenne 201 milioni di anni fa, dopo il Triassico.
 In quell'era alcuni dinosauri, i cosiddetti teropodi, stavano - come si dice tecnicamente - diversificandosi molto.
 Nascevano e si evolvevano nuove specie e popolavano nuovi ambienti.
 I teropodi erano un gruppo di predatori di varie dimensioni, dall'andatura bipede e dotati di zampe anteriori munite di artigli; al gruppo appartenevano specie famose, come il Tyrannosaurus rex o Velociraptor, vissuti molto più tardi rispetto al... nuovo arrivato.


Del nuovo dinosauro sono state trovate alcune ossa della zampa, della mano e delle coste, sufficienti per ricostruire il fossile.
 Saltriovenator è importante anche per altri motivi. 
Le dimensioni sono piuttosto grandi: non era ancora cresciuto del tutto, ma era un predatore pesante circa una tonnellata, quando la maggior parte delle altre specie erano più piccole.
 Questo significa, come dice uno degli autori del testo, che "la 'corsa agli armamenti' evolutiva tra predatori e dinosauri erbivori, che coinvolge specie progressivamente più grandi, era già iniziata 200 milioni di anni fa".


Molte ossa del dinosauro hanno segni provocati da invertebrati marini; sono i primi mai riscontrati su resti di dinosauri e raccontano la sorte dell'animale: la carcassa galleggiò in un bacino marino e poi, affondata, rimase sul fondo del mare per un periodo piuttosto lungo.
 Un altro particolare importante per la paleontologia e soprattutto per la storia degli uccelli è la struttura della mano, un particolare molto dibattuto che riguarda la discendenza degli uccelli dai dinosauri (secondo alcune ipotesi questa discendenza non è vera). La mano di Saltriovenator invece, come afferma Andrea Cau: "riempie un vuoto nell'albero evolutivo dei teropodi dimostrando che i dinosauri predatori hanno progressivamente perso il mignolo e l'anulare, e hanno così acquisito la mano a tre dita, precursore dell'ala degli uccelli". 

 Fonte: focus.it

lunedì 15 ottobre 2018

Scoperta, nell’ambra, una lumaca incredibilmente conservata per 99 milioni di anni!


Di tutte le creature preistoriche trovate intrappolate nell’ambra, mai ci saremmo aspettati una lumaca.

 Questo è esattamente ciò che i paleontologi hanno trovato, così perfettamente conservato che il suo delicatissimo guscio è intatto, e per la prima volta sono stati osservati tessuti preistorici di lumache morbide.

 Un secondo guscio di lumaca, meno ben conservato, si trova nella stessa porzione di ambra. 

Racchiuse nell’ambra di 99 milioni di anni fa proveniente dal Myanmar, le lumache vivevano quindi nel Cretaceo, quando alcuni dei dinosauri più amati del mondo, come il T. rex , il velociraptor e il triceratopo calpestavano la Terra. 
La loro morfologia suggerisce che essi siano antenati della famiglia dei Cicloforidi, famiglia delle lumache terrestri.
 Questo le rende non solo le più antiche lumache mai trovate nell’ambra, ma li collocherà anche tra i cicloforoidi più antichi trovati in Asia. 

Le lumache, come probabilmente sapete, sono straordinariamente fragili e i loro corpi sono morbidi e soffici, e i loro esoscheletri; noti anche come i loro gusci, sono assai fragili.
 Alcuni sono stati conservati nella documentazione sui fossili, ma le lumache conservate nell’ambra sono eccezionalmente rare.


Questo pezzo, acquistato da un collezionista di fossili privato nel 2016, è 70 milioni di anni più vecchio di qualsiasi altro tessuto molle di lumaca che sia stato identificato fino ad oggi. 

“La resina di un albero antico ha un eccezionale potenziale di conservazione, catturando i minimi dettagli di organismi fossili vecchi di milioni di anni in perfetto spazio tridimensionale, tanto da apparire come se fossero rimasti intrappolati nella resina giusto un giorno fa”, ha dichiarato il paleontologo Jeffrey Stilwell di La Monash University in Australia a John Pickrell di National Geographic .
 Siccome la chiocciola è molto giovane, è difficile identificarla in modo certo, sebbene abbia diverse caratteristiche morfologiche comparabili a quelle osservate su specie di Cyclophoridae fossili e viventi, come un opercolo , una sorta di “coperchio” che la lumaca usa per sigillare il suo conchiglia.

 Ciò che forse è ancora più interessante è che la lumaca era probabilmente viva quando è stata racchiusa nell’ambra, e il suo corpo era teso e deformato. 
“Le parti molli della lumaca sono molto tese, e questo potrebbe rappresentare un ultimo tentativo di fuga senza successo”, hanno scritto i ricercatori nel loro articolo . “Dato che la lumaca era rimasta apparentemente sepolta nella resina degli alberi mentre era in vita, ciò potrebbe spiegare la pronunciata distorsione dei tessuti molli preservati.”


La probabile sequenza di eventi, ipotizzano che la minuscola lumaca strisciasse con il suo occhio peduncolato quando la resina ha cominciato a inghiottirla.
 Si allungò nel tentativo di fuggire, e questo avvenne quando la resina iniziò a scorrere intorno al suo corpo.
 Una volta intrappolata, la lumaca trasudava aria, probabilmente da un polmone dentro il suo guscio, che ribolliva verso l’esterno e oscurava la sua testa.

 Anche se questo non aiuta l’identificazione, il fatto dell’esistenza della lumaca è una straordinaria aggiunta agli incredibili reperti trovati negli ultimi anni nell’ambra di Myanmar risalente a circa 99 milioni di anni fa, che rivelano un livello senza precedenti di dettagli sulla regione durante il Cretaceo.

 Fonte: www.sciencealert.com

giovedì 31 maggio 2018

Scoperto il baby spinosauro: è il più piccolo al mondo


L'hanno chiamato MSNM V6894 ed è un artiglio di 21 millimetri appartenuto al piede di un cucciolo di Spinosauro, il più piccolo sinora rinvenuto al mondo.

 La scoperta porta la firma dei paleontologi italiani Simone Maganuco e Cristiano Dal Sasso che l’hanno pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica PeerJ.


Venuta alla luce in Marocco nel 1999 tra le arenarie del Sahara risalenti al Cretacico (95 milioni di anni fa) e rimasta per anni tra le collezioni paleontologiche del Museo di Storia Naturale di Milano, la piccola falange ungueale non aveva suscitato particolari attenzioni fino alla scoperta, nel 2014, di uno scheletro di Spinosaurus aegypticus, il cui piede destro, praticamente completo, mostrava degli artigli molto simili.
 Questi presentano una morfologia molto peculiare derivata dallo stile di vita semi-acquatico che caratterizzava questi dinosauri.
 Le falangi, infatti, sono larghe e poco incurvate, il che consentiva agli spinosauri di muoversi su terreni limacciosi e di nuotare, probabilmente come fanno oggi i moderni uccelli marini e d’acqua dolce con le loro zampe palmate. 
Prerogative che in questa specie dovevano esistere fin dalla nascita, come dimostra il ritrovamento della baby falange.


Gli spinosauri sono stati i più grandi dinosauri predatori mai esistiti. 

Caratterizzati da una grande vela dorsale, con i loro 15 metri erano più lunghi dei T-rex. 

Dalle dimensioni del piccolo artiglio si deduce che il cucciolo di Spinosauro fosse lungo 1,78 metri, appena poco di più rispetto alla testa del più grande Spinosauro adulto sinora conosciuto, conservata al Museo di Storia Naturale di Milano.



FONTE: RIVISTANATURA.COM

martedì 5 dicembre 2017

Cosa rivelano le 200 uova di pterosauri ritrovate intatte?


Un importante ritrovamento, ben 200 uova e 16 embrioni di pterosauri sono state portate alla luce da un team di scienziati cinesi. 

L'eccezionale scoperta potrebbe risolvere uno dei misteri su cui ancora i paleontologi si interrogano.
 Gli pterosauri erano in grado di volare subito dopo la loro nascita? 

Questi rettili alati subito dopo la schiusa delle uova non sapevano spiccare il volo.
 La ricerca è stata condotta da un team di scienziati cinesi su oltre 200 uova e 16 embrioni di pterosauro Hamipterus, attraverso le prime scansioni di tomografia computerizzata e fa luce sulle capacità di volo di questi cugini dei dinosauri. 


 Finora si sono preservati pochi fossili di pterosauri a causa delle fragilità delle loro ossa, davvero molto sottili. 
Ancora più rari sono i fossili dei giovani esemplari, delle uova e degli embrioni. 
Ciò ha reso difficile capire come siano cresciute e si siano evolute le diverse specie.

 Il primo embrione di pterosauro fu trovato in Cina nel 2004, ma l'uovo e l'embrione riuscirono a dare ben poche informazioni visto che erano seriamente danneggiati e schiacciati.

 Il primo uovo di pterosauro tridimensionalmente conservato proviene dall'Argentina da un animale chiamato Pterodaustro. 
 Ma nel 2014, i paleontologi cinesi scoprirono un vero e proprio tesoro: centinaia di ossa e uova dello pterosauro Hamipterus, che visse nel primo periodo del Cretaceo, circa 120 milioni di anni fa. Sorprendentemente, il sito dove sono stati trovati i fossili conteneva otto strati geologici separati, quattro dei quali conservavano anche le uova.




Il team di paleontologi cinesi e brasiliani guidati da Xiaolin Wang ha esaminato queste uova in modo più dettagliato, utilizzando la tomografia computerizzata e studiando le microstrutture dell'osso per capire come fossero cresciute queste antiche creature.
 Con i raggi X sono riusciti a vedere dentro le uova e gli embrioni senza minimamente danneggiarli.

 I paleontologi in passato avevano già trovato altri siti con molte ossa di pterosauro al loro interno, ipotizzando che si trattasse di animali sociali. Ma la nuova scoperta è la prima a confermare che anche i nidi fossero comuni.

 A differenza di altri embrioni di pterosauro provenienti dalla Cina o dall'Argentina, c'era poco materiale dal cranio, solo una mascella inferiore. Le ossa di ali e zampe mostravano segni di ossificazione, il processo di deposizione dei minerali per formare le ossa, ma le estremità non erano completamente formate o mineralizzate. 
Ciò suggerisce che i muscoli non fossero ben sviluppati negli embrioni e che i piccoli non fossero in grado di volare immediatamente dopo la nascita.

 La ricerca è stata pubblicata su Science. 

 Francesca Mancuso

venerdì 17 novembre 2017

Il Poūwa, il mega-cigno nero della leggenda Maori esisteva davvero


Confermerebbe un’antica leggenda Maori la (ri)scoperta di un mega-cigno nero in Nuova Zelanda. 

Qui, prima che queste zone più remote venissero colonizzate, viveva un cigno nero e veloce, estinto intorno al 13° secolo. 

 Ora, Nicolas Rawlence dell’Università di Otago e il suo team hanno usato tecniche genetiche per confermare l’esistenza di quello stesso mega-cigno.

 La presenza di un cigno neozelandese preistorico è da tempo controversa.
 Le leggende dei Maori parlano del Poūwa, una grande "creatura cigno" che uccide e mangia gli esseri umani.
 Fino ad oggi diverse erano le teorie che accostavano il mito alla realtà. 
Alcuni hanno ipotizzato che si potesse trattare dell'aquila del Haast : un uccello di enormi dimensioni e la forza, estinto circa 100 anni dopo l'arrivo dei Maori forse proprio a causa della caccia eccessiva e della perdita del proprio habitat naturale.
 Ma alcuni paleontologi hanno suggerito che questa figura potrebbe riferirsi al cigno nero australiano (Cygnus atratus), che a volte vola attraverso il mare di Tasman (o di Tasmania). E oggi, in nuovo studio, i ricercatori avrebbero confermato l’esistenza di un enorme aviario, un mega-cigno che si sarebbe estinto meno di due secoli dopo che i polinesiani colonizzarono la Nuova Zelanda nel 1280.


I ricercatori hanno confrontato il DNA di 47 cigni neri australiani e 39 antichi fossili di cigno scoperti in alcuni siti archeologici della Nuova Zelanda.
 Molti dei fossili provenivano dalle Isole Chatham, un arcipelago a circa 650 chilometri a est della Nuova Zelanda, sede proprio dei Maori.

 Le analisi effettuate suggeriscono che il mega-cigno si sarebbe “separato” dalla specie del C. atratus circa 1-2 milioni di anni fa. “Pensiamo che i cigni neri australiani abbiano volato in Nuova Zelanda in questo momento e poi si sono evoluti in una specie separata - il Poūwa”, spiega Rawlence.

 La squadra di scienziati è stata in grado di ricostruire l’aspetto generale del Poūwa confrontando le dimensioni e la forma dei crani, delle ali e delle gambe dei fossili con i moderni esemplari di C. atratus e hanno trovato che il Poūwa era circa il 20-30% più pesante dei cigni neri australiani e pesava fino a 10 chilogrammi. Il Pouwa aveva anche gambe più lunghe e ali più corte, suggerendo che non era in grado di volare e che i predatori erano grandi uccelli come le aquile.


I fossili mostrano che il Poūwa si è estinto intorno al 1450 d.C., meno di due secoli dopo che i polinesiani colonizzarono la Nuova Zelanda nel 1280. 
Poiché non c'erano cambiamenti climatici o ambientali in questo periodo, l’unica spiegazione logica è che siano stati gli esseri umani gli unici responsabili della loro scomparsa e, in più, le loro uova sarebbero state mangiate dai ratti che sono arrivati in Nuova Zelanda con i coloni polinesiani. 

Questi fattori, combinati con la distruzione degli habitat, avrebbero portato alla loro estinzione. 
 Un mega-cigno, quindi, che probabilmente si è evoluto dai cigni neri australiani. 
Se è così è davvero una sorprendete scoperta. 

 Germana Carillo

mercoledì 14 settembre 2016

Il fossile matrioska.


Il fossile di un rettile di circa 48 milioni di anni fa, ritrovato in un giacimento nei pressi di Darmstad, in Germania, aveva al suo interno lo scheletro di una preda appena ingoiata, un basilisco, che è un animale simile a una lucertola. 
Gli scopritori, un tedesco e un argentino, hanno però studiato a fondo il ritrovamento e si sono resi conto che anche nel corpo del secondo rettile c’era qualcosa: il basilisco stesso aveva appena mangiato un insetto, che però non sono riusciti ad identificare. L’articolo è uscito su Palaeobiodiversity and Palaeoenvironments.


Il serpente è un Palaeopython fischeri e la sua preda un Geiseltaliellus maarius, appunto un basilisco. 
Il primo è un lontano parente dei boa, quindi non era velenoso, ma uccideva per costrizione.
 Il Geiseltaliellus maarius era una lucertola simile agli odierni basilischi, e come questi possedeva una cresta sulla testa.
 Il piccolo insetto trovato nello stomaco della lucertola non è stato identificato.

 L’ambiente in cui vivevano queste specie, il letto fossilifero completo denominato Pozzo di Messel, era un’antica foresta sub-tropicale ricca di alberi e zone umide. 
Sia il serpente sia il basilisco passavano molto tempo sugli alberi, anche se la lucertola non disdegnava di cercare prede a terra. 
 Lo strano trio è una scoperta molto interessante, perché permette di determinare non solo le specie implicate, ma anche le dinamiche ecologiche dell’ambiente in cui sono trovate. 
Per esempio si sa ora che, come accade per alcune specie adesso, i serpenti costrittori come i boa cambiano la loro dieta nel crescere, e passano da piccoli rettili a mammiferi di dimensioni maggiori. A sua volta il Geiseltaliellus era in parte insettivoro, e si nutriva di frutta e altri vegetali. 

 Da: focus.it

giovedì 30 giugno 2016

Due ali di uccellini di 99 milioni di anni racchiuse nell’ambra del Myanmar


Un team di ricercatori cinesi, britannici e statunitensi, condotto da Xing Lida, dell’’università cinese di Geoscienze e da Mike Benton, dell’università di Bristol, ha scoperto due piccole ali di uccelli intrappolate nell’ambra e dicono che «Le ali fossili sembrano provenire da uccellini che 100 milioni di anni fa sono rimasti intrappolati nella linfa appiccicosa di alberi tropicali». 
 Il loro studio, “Mummified precocial bird wings in mid-Cretaceous Burmese amber” pubblicato su Nature Communications, descrive campioni che provengono da un famoso giacimento di ambra nel Kachin, nel nord-est del Myanmar, dove erano già stati trovati perfettamente conservati migliaia di esemplari di insetti di ogni forma e dimensione, ragni, scorpioni, lucertole, e piume isolate.
 Ma questa è la prima volta che vengono scoperte intere parti di uccelli imprigionate nell’ambra.


All’università di Bristol spiegano che «Le ali fossili sono piccole, lunghe solo due o tre centimetri, e contengono le ossa dell’ala, incluse tre lunghe dita armate di artigli affilati, per arrampicarsi sugli alberi, così come le piume, tutte conservate nei minimi dettagli. 
L’anatomia dimostra che provengono da uccelli enantiorniti, un gruppo importante nel Cretaceo, ma che è scomparso alla stessa epoca dei dinosauri, 66 milioni di anni fa». 

Dai giacimenti di ambra birmani sta emergendo un vero e proprio tesoro di fossili antichi e documentano un momento particolarmente attivo dell’evoluzione della vita sulla terra, la rivoluzione terrestre del Cretaceo. Un’era durante la quale è avvenuto il  boom è una grande diversificazione delle piante da fiore che ha provocato un’ulteriore aumento ed evoluzione degli insetti che si nutrivano di foglie e nettare dei fiori, che a loro volta hanno attirato e diversificato i loro predatori: ragni, rettili, mammiferi e uccelli. 
 Ma se trovare antichi insetti intrappolati nell’ambra è un evento relativamente comune, trovare ali di piccoli uccelli, con penne, piume, follicoli, ossa e addirittura tracce di tessuti molli è semplicemente incredibile.

 Benton, che insegna paleontologia dei vertebrati alla Facoltà di scienze della Terra di Bristo, spiega che «Queste ali fossili mostrano dettagli sorprendenti Le singole piume mostrano ogni filamento e barba, siano esse remiganti, penne inferiori o piume, e ci sono anche tracce di colore: macchie e strisce».

 Xing, il principale autore dello studio, aggiunge: «Il fatto che i piccoli uccelli si arrampicassero sugli alberi suggerisce che avevano uno sviluppo precoce, nel senso che erano pronti all’azione non appena nati. 
 Questi uccelli non rimanevano nel nido in attesa di essere nutriti, ma andavano alla ricerca di cibo, e purtroppo morirono, forse a causa delle loro piccole dimensioni e per la mancanza di esperienza. 
Le piume isolate in altri campioni di ambra mostrano che gli uccelli adulti avrebbero potuto evitare la linfa appiccicosa, o liberarsene».


I primi uccelli risalgono ad oltre 150 milioni di anni fa, quando i dinosauri dominavano ancora la Terra e gli scienziati fino ad ora avevano raccolto alcuni fossili ben conservati in “2D” nella roccia. 

La scoperta nell’ambra di ali di uccelli risalenti a 99 milioni di anni fa offre uno sguardo senza precedenti su questi primi uccelli e su quello che doveva essere il loro aspetto.
 E’ la prima volta che gli scienziati hanno la possibilità di studiare queste caratteristiche fisiche particolari in uccello che si estinse alla fine del Cretaceo. 
 I ricercatori hanno esaminato la struttura e la disposizione delle ossa e delle piume utilizzando tecniche come il synchrotron X-ray micro CT scanning e dicono che, nel complesso, il piumaggio delle ali fossili è molto simile a quello che di uccelli moderni: se le si paragona a quelle di un moderno passeriforme, le ali sembrano quasi indistinguibili.
 Gli autori dello studio scrivono che «Questi campioni dimostrano che i tipi piumaggio associati agli uccelli moderni erano presenti all’interno di singoli individui di enantiorniti, del Cenomaniano (99 milioni di anni fa)». 
Questo suggerisce che gli uccelli abbiano evoluto la conformazione unica del loro piumaggio oltre 100 milioni di anni fa e che non la abbiano dovuta cambiare molto, se non del tutto, nel corso del tempo.

 Fonte: greenreport.it

martedì 20 ottobre 2015

Scoperto e studiato il fossile di una “cavalla” e il suo feto di 48 milioni di anni fa


Forse sarebbe venuto alla luce poche ore dopo e avrebbe seguito la madre nelle praterie della Germania di allora, dove il clima era molto più caldo di oggi.
 Ma qualcosa, impossibile da capire, causò la morte della cavalla e del piccolo che portava in grembo.
 Madre e feto vennero trasformati lentamente in fossili e dopo 48 milioni di anni sono venuti alla luce e studiati da un gruppo di paleontologi guidati da Jens Lorenz Franzen del Senckenberg Research Insitute di Francoforte (Germania) e del Naturhistorisches Museum di Basilea (Svizzera).

 Si tratta di un animale che lo si può definire il parente prossimo dei cavalli dei nostri giorni, il cui nome, in termini scientifici, è Eurohippus messelensis. 
 Grazie all’uso dei microscopi a raggi X e a microscopi elettronici si sono potuti studiare per la prima volta particolari molto ben definiti del feto che è lungo 12,5 centimetri. 
Gli studi sono stati pubblicati su Plos One. 
 Tutte le ossa sono ben conservate, a eccezione del cranio, che probabilmente è stato schiacciato durante la morte della madre o da qualche altro evento sconosciuto. 
Anche la posizione del feto all’interno della “cavalla” sembra essersi conservato nel tempo nella posizione originaria, così da permettere ai ricercatori di studiare i tessuti molli del piccolo che si sono ben conservati.

 Lo studio ha permesso di stabilire che il sistema riproduttivo di questo tipo di animale era già ben sviluppato durante il Paleocene e forse, anche prima.


L’Eurohippus messelensis è stato trovato per la prima volta nel 2006 e oggi sappiamo che esso non era più grande di un fox terrier, dunque non superava i 40-50 centimetri, e aveva le dita dei piedi: quattro nelle zampe anteriori e tre in quelle posteriori.


Fonte: focus.it

lunedì 7 settembre 2015

Gli antenati dei serpenti avevano quattro zampe


I serpenti preistorici erano predatori terrestri muniti di zampe: lo sostiene uno studio pubblicato su Science, dov'è descritto in dettaglio uno straordinario fossile di Tetrapodophis amplectus, una specie vissuta circa 110 milioni di anni fa: lungo l'impronta dello scheletro sono a un certo punto evidenti quattro minuscoli arti, che secondo i ricercatori non servivano già più per la locomozione.


Il capo della ricerca David Martill ha raccontato che il reperto (scoperto in Brasile) si trovava nel museo di Solnhofen, in Germania, dov'era «parte di un'ampia esposizione di fossili del periodo Cretaceo: ma nessuno aveva colto la sua importanza», ha spiegato il paleontologo.
 «Quando l'ho visto ho capito che si trattava di un esemplare incredibilmente importante.»
 Lo scheletro sinuoso, che misura 19,5 centimetri, conta 272 vertebre e due paia di zampe lunghe meno di un centimetro. All'altezza dello stomaco si vedono i resti dell'ultimo pasto, un piccolo vertebrato che dimostra le abitudini carnivore del rettile. 

Come ha evidenziato Nick Longrich, coautore dello studio, le appendici erano ormai inadatte a camminare, ma sarebbe sbagliato liquidarle come semplici organi vestigiali.
 Le dita affusolate farebbero infatti pensare a strutture altamente specializzate, usate forse per afferrare e stringere le prede.


Nonostante di recente fossero già emerse prove che gli antenati dei serpenti moderni avessero almeno due zampe posteriori, è la prima volta che gli scienziati si trovano di fronte a un fossile con quattro arti.
 Questo rafforzerebbe l'ipotesi, molto dibattuta, secondo cui i rettili striscianti non arriverebbero dal mare, ma sarebbero un'evoluzione di un'ancestrale lucertola terrestre. 
 Non tutti sono però concordi nel classificare il T. amplectus come un possibile anello di congiunzione tra le due specie. Michael Caldwell, paleontologo presso Università di Alberta (Canada), ha ad esempio dichiarato che diverse caratteristiche della colonna vertebrale non giustificano l'inserimento dell'esemplare nell'albero evolutivo dei serpenti. 
 «Penso che il campione sia importante, ma non so ancora dire che cosa sia.»

 Fonte: http://www.focus.it/

lunedì 4 maggio 2015

Lo scarafaggio predatore che visse con i dinosauri


Ricordatevi il suo profilo, la prossima volta in cui vi lamenterete di un odierno, innocuo scarafaggio.
 Il fossile di un suo aggressivo avo, dal nome scientifico di Manipulator modificaputis, è stato rinvenuto in una miniera di Noije Bum, in Myanmar (Birmania): una goccia d'ambra l'ha preservato pressoché intatto fino a noi, intrappolandolo per 100 milioni di anni. 

 L'insetto, che fa parte di una nuova famiglia di scarafaggi predatori dalle abitudini notturne, è stato accuratamente esaminato da Peter Vršanský del Geological Institute di Bratislava (Slovacchia) e Günter Bechly, del Museo Statale di Storia Naturale di Stoccarda, Germania. 
 In meno di 1 cm di lunghezza racchiude i tratti del cacciatore implacabile, più simile a una mantide religiosa (con cui sembrerebbe lontanamente imparentato) che a una blatta della spazzatura. 
 Il lungo collo, sormontato da un capo triangolare con due grandi occhi, doveva servire a individuare insetti più piccoli con facilità. Un paio di occhi "extra" posizionati in cima alla testa tenevano d'occhio i predatori aerei - forse i dinosauri piumati, contemporanei all'insetto.
 Le piccole spine all'estremità delle zampe finivano la preda, che il Manipulator raggiungeva probabilmente con agguati o veloci incursioni via terra o via area (sulle tecniche venatorie dell'animale ancora si discute). 
Ciò che è certo è che «oggi non c'è nulla di simile, sulla Terra», afferma Vršanský a BBC Earth. 

 Durante il Cretaceo si evolsero diverse specie di scarafaggi predatori. Solo una di queste linee evolutive è sopravvissuta fino a oggi: quella della mantide religiosa, che ha zampe anteriori simili a quelle del fossile (a cui è filogeneticamente legata) ed è allo stesso tempo strettamente imparentata con gli scarafaggi odierni. 

 Fonte : focus.it

mercoledì 5 novembre 2014

L'esplosione del Cambriano e la nascita del Nord America


L'esplosione di forme di vita avvenuta 530 milioni di anni fa sarebbe stata innescata da una serie di sommovimenti tettonici, in particolare dalla separazione dell'antico continente di Laurentia, progenitore del Nord America, dal supercontinente Gondwana. La teoria, suffragata da un ampio confronto fra i dati geologici disponibili, ridisegna drasticamente la geografia del globo agli inizi del Cambriano

 Immani sommovimenti tettonici che provocarono l'innalzamento del livello dei mari e altri cambiamenti ambientali sarebbero stati la causa scatenante – o almeno uno dei fattori principali - della cosiddetta "esplosione cambriana", la rapida diversificazione della vita animale avvenuta 530 milioni di anni fa.
 E' quanto sostiene Ian Dalziel dell'Università del Texas a Austin in un articolo pubblicato su “Geology”, rivista ufficiale della Geological Society of America, in cui ridisegna la geografia degli antichi continenti del tempo.

 L'esplosione cambriana, che portò all'improvvisa comparsa di quasi tutti i gruppi di animali moderni, è ampiamente documentata dalle testimonianze fossili, ma le sue cause continuano a sfuggire, anche se le prove geologiche della concomitante diffusione di acque marine poco profonde hanno suggerito un nesso fra i due eventi.
 La proliferazione di forme di vita pluricellulare e la comparsa e diffusione di forme animali dotate di un guscio duro richiede infatti che negli antichi oceani sia drasticamente aumentato il tenore di ossigeno e la disponibilità degli elementi nutritivi alla base della catena alimentare, aumento plausibilmente determinabile solo da imponenti fenomeni geologici.


La nuova mappa della terra agli inizi del Cambriano.


Le ricostruzioni più accreditate della geografia terrestre di mezzo miliardo di anni fa mostrano l'antico continente di Laurasia, progenitore dell'attuale America del Nord, come già separato dal supercontinente meridionale del Gondwana in cui era raccolta gran parte delle restanti terre emerse.
 Secondo Dalziel questo quadro sarebbe frutto di un'analisi non abbastanza sistematica di tutti i dati geologici e fossili disponibili a scala globale.
 Formazioni rocciose nord-americane mostrano, per esempio, straordinarie affinità con formazioni che si trovano nelle Ellsworth Mountains, in Antartide.
 La ricostruzione proposta ora da Dalziel porta a un deciso “restyling geografico” dell'antica Terra: originariamente il Nord America non sarebbe stato connesso all'Europa e all'Africa – come nelle ricostruzioni attuali – ma all'Antartide e a una parte del Sud America.
 La separazione delle due masse continentali di Gondwana e di Laurenzia sarebbe avvenuta proprio all'inizio del Cambriano, con l'apertura di un profondo canale tra l'oceano Giapeto, il precursore dell'oceano Atlantico, e un oceano Pacifico in parte già ben formato. "Io non pretendo che questa sia la spiegazione ultima della esplosione del Cambriano - ha detto Dalziel - ma può aiutare a spiegare quello che stava accadendo in quel momento."

 Fonte: http://www.lescienze.it/
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