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lunedì 14 febbraio 2022

I micidiali "ganci" della canocchia pavone


 La canocchia pavone, il cui nome scientifico è Odontodactylus scyllarus, è uno stomatopode della grande Barriera corallina australiana, molto apprezzato dagli acquariofili per i suoi colori sgargianti, molto temuto dalle piccole creature che popolano i fondali marini.

 Questo minuto esserino che a prima vista può sembrare un pittoresco ed innocuo caleidoscopio di tinte con gli occhi fuori dalle orbite, nasconde armi micidiali: si tratta di un terribile crostaceo d’acqua salata che mette in atto una strategia predatoria violentissima, rompendo, con i suoi arti raptatori, che utilizza come se fossero clavi, le conchiglie dei molluschi, sfondando l’esoscheletro dei granchi e il cranio dei piccoli pesci… non a caso è noto come “spacca pollici”.

Lo spietato serial killer marino, piccolo parente della cicala di mare, nonché straordinario modello di resistenza, compreso tra i 3 e i 18 cm di lunghezza, è dotato di appendici a martello lunghe appena 5 millimetri che sferrano, con aggressività e ferocia, colpi alla velocità di 23 metri al secondo, generando una forza di 500 Newton… quanto basta per rompere il vetro di un normalissimo acquario o per mandare al Creatore le sue malcapitate prede.

 L’efficacia della sua strategia di caccia è potenziata dal fatto che, per via della fulminea velocità d’azione, durante l’attacco si formano delle vere e proprie bolle d’aria all’interno della corazza, definite “bolle di cavitazione” che implodono al momento dell’urto, rendendolo ancora più impattante.


Colori sgargianti, dunque, ma forza inaudita, pari a 1000 volte il proprio peso, con un’accelerazione subacquea superiore a quella di un proiettile di una calibro 22.

 Il segreto della sua incredibile forza, da far invidia ad Iron Man, è svelato dal microscopio elettronico e sta tutto nella composizione e nella disposizione dei vari strati di materiale che formano le appendici: cristalli di idossiapatite, un minerale che è tra i componenti principali delle ossa, all’esterno; strati alternati di fibre di chitosano per attutire i colpi ed evitare ad eventuali fratture di estendersi; strato interno soffice che assorbe l’energia liberata dai colpi.


Ma i simpatici super crostacei  presentano un’altra caratteristica eroica: sono dotati del più complesso sistema visivo del regno animale, percependo ed elaborando la luce polarizzata, le cui onde si trasmettono linearmente o circolarmente in un movimento a spirale… un funzionamento simile a quello dei DVD che, per gestire le informazioni, convertono la luce polarizzata diretta verso il disco, in forma spiroidale, per poi riconvertirla in forma lineare. Ma la canocchia pavone “fa un baffo” alla tecnologia: i suoi occhi, infatti, possono lavorare con tutti i colori dello spettro!

Fonte: meteoweb

lunedì 22 marzo 2021

Trovato il primo fossile di dinosauro col nido, intento a covare


 Recentemente, nei pressi di Ganzhou, una città dello Jiangxi, nella Cina meridionale, è stato ritrovato un fossile di dinosauro molto particolare, forse unico nel suo genere. 

Si tratta di un fossile di un oviraptor, colto nell’atto di covare sul suo nido, pervenutoci perfettamente conservato, con una covata di ben ventiquattro uova.

L’oviraptor era un animale alto circa 1m e lungo 2m, con forti zampe posteriori e un corpo snello e agile, in realtà molto simile ad un uccello.

 Il fossile ritrovato ha permesso di constatare che gli embrioni ritrovati avevano raggiunto livelli di sviluppo diversi tra loro.

 Tale fenomeno è tipico degli uccelli, e non si credeva fosse proprio anche di questo dinosauro.


La straordinarietà di questo ritrovamento, come afferma il Dr. Matthew Lamanna, consiste nel fatto che siano stati ritrovati gli embrioni, almeno all’interno di sette uova. Infatti, questo non è il primo nido fossilizzato ritrovato, ma è il primo che presenta la presenza di embrioni.

Gli studiosi sono riusciti a trarre molte informazioni dalla scoperta del fossile.

 Anzitutto, pare che nello stomaco del genitore, di cui ancora non si conosce il sesso, siano stati rinvenuti dei gastroliti, ossia dei calcoli allo stomaco, il che dimostrerebbe che l’oviraptor sia stato uno di quei dinosauri che consumava queste pietre per aiutare il processo digestivo, a causa di una limitata capacità di macinazione dei cibi con i denti (il becco dell’oviraptor, in realtà, era del tutto privo di denti).

Inoltre si è scoperto che le uova di questo dinosauro necessitavano di essere covate non solo a scopo difensivo, ma anche per permettere lo sviluppo e la crescita degli embrioni che avveniva solo ad un’alta temperatura, garantita solo dal calore del corpo del genitore.

Fonte : ilbosone.com

venerdì 30 ottobre 2020

La mantide religiosa è pericolosa?


 La mantide religiosa (Mantis religiosa), conosciuta anche come Mantide Europea, è un insetto dell'ordine Mantodea di dimensioni relativamente grandi: a seconda della zona in cui abita, la sua lunghezza varia dai 3 ai 7 cm, però esiste una sottospecie che può misurare addirittura i 17 cm (Ischnomantis gigas nell'Africa Occidentale). 

La femmina è più grande del maschio.

Il suo nome viene dal greco mantis che significa "indovino, profeta", mentre religiosa si riferisce alla posizione delle zampe anteriori che sembrano in posizione di preghiera.

 Il significato etimologico di "profeta" ha attribuito alla mantide religiosa la caratteristica ingiusta di portare sfortuna.

 Già il filosofo Aristarco l'aveva incolpata di portar sventura, mentre nell'antica Roma era considerato un insetto magico, con dei poteri soprannaturali anche se non sempre connotati positivamente.

La mantide religiosa viene dall'Africa, però si è diffusa rapidamente in Europa e successivamente nel Nord America, probabilmente nel XIX secolo mentre si stavano trasportando delle talee: attualmente è l'insetto officiale simbolo del Connecticut.

 È un insetto che vive a temperature miti, quindi non lo troveremo nel Nord Europa; è presente in Italia, soprattutto nelle aree di campagna. Infatti, la mantide religiosa è un insetto che vive tra la vegetazione, dove può cacciare le sue prede e mimetizzarsi.


La mantide religiosa è caratterizzata da un corpo allungato e dalle zampe anteriori denominate raptatorie perché vengono utilizzate per cacciare la preda e sono provviste di spine per afferrarle. All'interno delle zampe anteriori possiamo apprezzare due macchie nere che sembrano due occhi che utilizzano per difendersi e spaventare i possibili predatori.
Inoltre, possiede due ali, però solo i maschi o le giovani femmine le utilizzano per volare; le femmine adulte di mantide religiosa sono troppo pesanti per essere sostenute in volo dalle ali. 

Alcune specie di mantide religiosa utilizzano il movimento delle ali per produrre un suono che ricorda il sibilo del serpente per allontanare e spaventare i possibili predatori.

Possiede due occhi grandi composti e può girare la testa a 180 gradi, in modo da osservare l'ambiente che la circonda da una prospettiva completa.

 Oltre agli occhi composti, la mantide religiosa è dotata di 3 ocelli: questi sono anche chiamati "occhi primitivi" e aiutano molti insetti che li possiedono a percepire la luce, non le immagini. 

L'occhio composto, invece, percepisce le immagini anche se a una definizione inferiore rispetto all'occhio dei vertebrati.

Un altra caratteristica peculiare è la presenza di un unico orecchio al centro del torace.

La mantide religiosa marrone è capace di mimetizzarsi meglio nelle zone più aride o quelle in cui la presenza di grano o paglia è maggiore, mentre la mantide religiosa verde saprà mimetizzarsi meglio nelle aree in cui è presente un'abbondante vegetazione: il colore della mantide religiosa è un altro strumento che utilizza per mimetizzarsi e cacciare le sue prede, quindi dipenderà dall'habitat in cui vive.

È per queste caratteristiche morfologiche che la mantide religiosa presenta fenomeni di criptismo o mimetismo criptico, ovvero, si confonde con l'ambiente che la circonda per passare inosservata ed essere invisibile alla preda, ma anche al suo predatore.


Come dimostrano le caratteristiche fisiche della mantide religiosa, questo insetto è carnivoro e si alimenta di altri insetti e in alcuni casi addirittura di uccelli.

 Tra le sue prede preferite troviamo mosche, grilli e cavallette; però si è dimostrato che le mantidi religiose mangiano anche piccoli uccelli, tra cui colibrì, oltre a rane e lucertole.

Per afferrare le sue prede utilizza le sue velocissime zampe raptatorie, che sono capaci di acchiappare una mosca in volo. Però, prima di tutto, sta in agguato con le zampe anteriori in atteggiamento di preghiera aspettando che la vittima si avvicini. Solo in quel momento, la afferrerà rapidamente.

La femmina e il maschio di mantide religiosa, hanno aspetti diversi. In questo caso la femmina è più grande di molti cm (circa 7) ed il suo colore è più brillante, varia dal verde al marrone chiaro.

 Ha inoltre due chiazze nere all'interno delle zampe anteriori. Queste zampe si definiscono raptatorie e servono ad agguantare la preda e fa sì che non scappi.

 Queste due chiazze possono danno la sensazione di che siano degli occhi e servono a spaventare potenziali predatori.

 Questa è una caratteristica comune negli animali, anche alcune farfalle ad esempio, hanno dei disegni sulle ali che sembrano occhi

Inoltre, la mantide quando si sente attaccata e in pericolo apre le sue ali e iniziare a farle frusciare imitando in suono del serpente



L'accoppiamento della mantide religiosa è da sempre stato motivo di studio: l'unico momento in cui il maschio e la femmina si uniscono è quando la femmina secerne feromoni che attirano il maschio; infatti, sono animali indipendenti e tendono a essere solitari, eccetto nel momento dell'accoppiamento.

Il momento dell'accoppiamento inizia quando il maschio salta sulla femmina e unisce le sue antenne con quelle della coppia. Durante o dopo l'accoppiamento, la femmina divora la testa del maschio, che in alcuni casi viene divorato interamente. Nel frattempo, il maschio introduce lo speratoforo nella femmina. L'accoppiamento può durare 5 ore o addirittura una giornata intera.

Questo atteggiamento di cannibalismo nuziale o post-nuziale non è solo presente nella mantide religiosa, ma si può osservare anche in altri insetti, come in alcuni ragni o scorpioni.

 Inoltre, anche se si pensava che fosse un atteggiamento proprio della mantide religiosa in cattività, si è scoperto dopo numerosi studi che questo comportamento è presente anche in natura.

La mantide religiosa femmina depone le uova in autunno, dopo aver preparato l'ooteca, una specie di involucro protettore che contiene tra le 100-200 uova. 

Le uova si schiudono in primavera.


La mantide religiosa maschio è un insetto che, dopo essere stato decapitato, continua l'accoppiamento con la femmina. Infatti, anche se rimane senza testa, può continuare la copula.

 Questo comportamento di cannibalismo post-nuziale è dovuto al fatto che la mantide religiosa femmina si alimenta e approfitta i nutrienti del maschio per produrre le uova.

Normalmente, questi insetti non vivono più di un anno, però la mantide religiosa maschio può vivere la metà rispetto alle femmine.

La convinzione errata sulla mantide religiosa pericolosa per l'uomo, da sempre ha fatto sì che suscitasse ammirazione e fascino, ma anche rispetto e paura tra le persone.

 Assolutamente non è così: la mantide religiosa è un insetto molto favorevole per l'ambiente perché aiuta a far funzionare correttamente l'ecosistema, nutrendosi di altri insetti.

L'unico atteggiamento aggressivo che potrebbe mostrare può avvenire quando è infastidita: in quel caso il morso della mantide religiosa potrebbe essere causato dalle zampe anteriori raptatorie e taglienti.

 Nemmeno la credenza secondo la quale la mantide religiosa è velenosa è certa: il morso, infatti, non provoca prurito e non inietta veleno.

La mantide religiosa non è pericolosa per l'uomo e le credenze popolari legate a questo falso mito potrebbero essere legate alla pratica del cannibalismo nuziale della femmina.

 In passato, era anche ingiustamente associata alla disgrazia, quindi non era un animale molto apprezzato perché associato alla sventura. 

Ricordiamo che il significato etimologico di Mantis come "profeta" può giustificare queste convinzioni erronee.

Fonte: animalpedia



mercoledì 13 novembre 2019

Avvistato dopo 30 anni il cervo-topo, creduto estinto dagli scienziati


Gli scienziati credevano fosse ormai estinto, invece una telecamera lo ha immortalato in una foresta vietnamita: si tratta del cervo topo, una specie di cui non si avevano notizie da quasi trent’anni. L’ultima registrazione scientifica nota dell’animale risale infatti al 1990, quando un cacciatore ne uccise uno e donò il campione agli scienziati.

 Il cervo topo (Tragulus versicolor) è un piccolo animale, delle dimensioni di un coniglio, con il manto di due colori.
 La testa e la parte anteriore del corpo sono infatti color ruggine, mentre la zona posteriore è grigio-argento. 
L’animale ha poi delle macchie biancastre, generalmente a livello del collo e due canini particolarmente sviluppati, simili a due piccole zanne.


Il cervo topo è preda di leopardi, cani selvatici e pitoni, ma gli scienziati ritenevano che a causare l’estinzione dell’animale fossero state le trappole poste dai cacciatori, che uccidevano questi piccoli esemplari.

 In seguito alle segnalazioni degli abitanti della zona e delle guardie forestali vietnamite, che sostenevano di aver avvistato alcuni esemplari di cervo topo, un team di scienziati ha posizionato tre trappole fotografiche in diverse zone della foresta.
 Per cinque mesi le trappole hanno catturato ben 275 foto dell’animale in 72 eventi separati. 
I ricercatori hanno quindi installato altre 29 telecamere nella stessa area e scattato altre 1.881 fotografie, registrando 208 avvistamenti indipendenti. 

 Non è chiaro quanti esemplari siano rappresentati nelle fotografie e quale sia il numero di animali presente nella foresta, ma di certo il cervo topo vive ancora in natura, contrariamente a quanto si credeva. 


 I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Nature Ecology and Evolution e i ricercatori sottolineano come la sorprendente scoperta sollevi la necessità di azioni urgenti per proteggere ciò che rimane della popolazione di cervo topo.
 Una delle priorità principali è quella di ridurre l’uso di trappole per catturare animali selvatici, una misura che proteggerà non solo il cervo topo ma anche il resto della fauna, tra cui numerosi mammiferi e uccelli che si trovano solo in questa zona e che sono minacciati di estinzione.

 Questo tipo di caccia illegale, guidata dalla domanda di carne di animali selvatici nell’Asia orientale,  ha portato alla scomparsa di numerose specie perché le trappole possono catturare e uccidere indiscriminatamente quasi tutto ciò che cammina sul suolo della foresta. 

 La riscoperta del cervo topo ha inoltre riacceso le speranze per altre specie che gli scienziati considerano ormai estinte ma che potrebbero essere ritrovate di nuovo in natura. 
 Per ritrovare le specie perdute occorre la collaborazione delle comunità locali, come è avvenuto per il cervo topo.
 Le segnalazioni e la conoscenza del territorio dei residenti sono fondamentali per il lavoro degli scienziati, che altrimenti non saprebbero da dove partire per ritrovare specie credute perse per sempre. 


 Tatiana Maselli

venerdì 20 settembre 2019

La zebra a pois esiste davvero


La celebre zebra a pois cantata da Mina esiste davvero: è stata avvistata nella riserva Masai Mara, al confine tra Kenya a Tanzania. Ad accorgersi del cucciolo dal mantello unico è stata una guida che ha anche dato un nome alla piccola zebra, chiamata Tira.

 I piccoli pois sono comparsi sul mantello della zebra a causa di una mutazione genetica. 
Un caso decisamente raro, ma non unico, come spiega la Riserva, che ha anche diffuso alcune foto della giovane zebra: «Qualche anno fa c’è stato un caso simile, tuttavia la zebra in questiona aveva mantenuto ancora alcune strisce». 

 La Riserva ha fatto anche sapere che presto i ricercatori studieranno meglio il caso della piccola zebra a pois, in modo da determinare quali siano le cause che hanno portato al singolare mutamento.


Il caratteristico pattern del manto delle zebre ha una funziona ben specifica: le strisce, infatti, consentono all’animale di regolare la propria temperatura corporea. 
 La zebra, come il “cugino” estinto quagga, è a strisce bianche e nere perché sembra che in questo modo riesca a riflettere e assorbire calore in modo discontinuo, permettendo un costante refrigerio del corpo.
 In passato, invece, si credeva che le strisce sul manto fossero un deterrente in grado di tenere lontano i predatori, creando illusioni ottiche.
 Un’ipotesi suggestiva ma che tuttavia non ha mai trovato alcun riscontro scientifico. 


 FONTE: RIVISTANATURA.COM

lunedì 19 agosto 2019

I pipistrelli usano le foglie come specchi per scovare le prede


Una nuova tattica si aggiunge alla guerra senza esclusione di colpi tra insetti e pipistrelli: in base a uno studio pubblicato su Current Biology, i piccoli mammiferi sanno regolare l'angolazione del loro sonar biologico per scovare anche le prede che speravano di sfuggire all'ecolocalizzazione. 
La maggior parte dei pipistrelli caccia producendo richiami sonori e interpretando i segnali sonori di rimbalzo. 
Con questa tecnica è facile trovare un insetto in volo anche in piena oscurità, ma se lo stesso insetto si acquatta immobile e silenzioso su una foglia, risulta pressoché invisibile: il suono riflesso dalla preda si mescola con quello rimandato dalla superficie verde, e la presenza dell'insetto passa inosservata.


Per molti anni si è creduto che i pipistrelli fossero praticamente ciechi a falene e libellule che usano questa strategia. Fino a quando Inga Geipel, scienziata dello Smithsonian Tropical Research Institute (STRI) di Panama, non ha pensato di studiare le strategie di caccia dei chirotteri usando un biosonar e telecamere ad alta velocità. 

 Prima di osservare i pipistrelli all'opera, Geipel ha bombardato alcune foglie artificiali con onde sonore da 500 diverse angolazioni, con e senza insetti, e ha registrato l'eco rimandato in cinque diverse frequenze sonore udibili dai pipistrelli.
 Negli eco riflessi ad angolazioni di 30 gradi o inferiori c'era troppo "rumore".
 I segnali sonori relativi ai pipistrelli si perdevano tra quelli rinviati dalla vegetazione. 
Ma ad angoli obliqui maggiori, la foglia si comporta come uno specchio d'acqua che rifletta il paesaggio circostante all'alba o al tramonto, quando il Sole non è più sopra la testa e le immagini sono più nitide.
 La maggior parte delle onde sonore veniva riflessa via dalla foglia, in una direzione diversa da quella di provenienza, e al mittente ritornavano soltanto le onde sonore mandate dall'insetto.


Da questi test, gli scienziati hanno previsto che i pipistrelli avrebbero approcciato le foglie da un'angolazione compresa tra i 42 e i 78 gradi.
 E così è stato, quando hanno osservato i piccoli pipistrelli insettivori Micronycteris microtis in una serie di esperimenti comportamentali.
 In quasi tutti i casi, i predatori hanno diretto il loro sonar nell'angolazione ideale per percepire le prede.


La scoperta cambia la nostra percezione di ecolocalizzazione: non ci sarebbe da stupirsi, dicono gli scienziati, se in altre specie di chirotteri si venissero a scoprire altre strategie di compensazione delle zone grigie di questa tecnica di caccia. 

 Fonte: focus.it

giovedì 11 luglio 2019

Il polpo è il più strano tra gli animali intelligenti


Dei polpi sappiamo che usano i tentacoli come apribottiglie, che riciclano i gusci di cocco per farne rifugi e che risolvono le situazioni di conflitto con il linguaggio del corpo. 

Messi a confronto con altri animali marini vantano un'intelligenza sorprendente: da che cosa deriva?
 Come sottolinea un bell'articolo di Ed Yong sull'Atlantic il polpo è decisamente atipico anche per un animale intelligente.

 Nel regno animale, le "teste pensanti" (grandi scimmie, elefanti, delfini, corvidi, balene, pappagalli) condividono due peculiarità, indipendentemente dalla famiglia di appartenenza. 
Vivono in gruppo: la capacità di gestire una fitta rete di relazioni favorisce la trasmissione di conoscenze, oltre allo sviluppo cerebrale. 
E vivono a lungo, sia perché un grosso cervello ha bisogno di tempo, per svilupparsi, sia perché l'intelligenza contribuisce a proteggerli dai pericoli. 


 Il polpo è un animale solitario che non disdegna di mangiare i suoi simili, le rare volte che li incontra, e che anche quando nuota in gruppo è refrattario a stringere legami duraturi.
 Non solo: ha vita breve. 
Si sviluppa velocemente e muore in genere prima dei due anni di età - spesso dopo un evento riproduttivo.


Un recente lavoro scientifico di Piero Amodio, studioso di intelligenza animale all'Università di Cambridge, collega questi tratti unici e paradossali (intelligenza, vita breve e asocialità) a un'altra caratteristica: la perdita del guscio.


 I primi cefalopodi si differenziarono dagli altri molluschi, 530 milioni di anni fa, dotando la loro corazza protettiva di galleggianti pieni di gas, che permettono sia di camminare sui fondali, sia di nuotarvi al di sopra. 
Il guscio fu mantenuto fino a 275 milioni di anni fa, quando la competizione con altre creature marine o la necessità di spingersi più in profondità resero la sua presenza un impiccio: gli antenati dei polpi lo persero completamente, quelli di seppie e calamari lo internalizzarono in un osso.


La nuova configurazione "alleggerita" rese i polpi flessibili nel corpo e nella mente, capaci di nascondersi in ogni pertugio, di esplorare nuovi habitat e di sfruttare i tentacoli in modo più versatile.
 Li fece maestri di mimetismo, ma anche creature estremamente vulnerabili che si trovano sul menu di quasi ogni predatore, dalle foche ai delfini, ai gabbiani.
 Rese le loro vite forse brevi, compensandoli però con un'ampia gamma di possibilità, stratagemmi, furbizie.

 Per fare un paragone, il nautilus, un mollusco a lungo considerato estinto che ancora conserva il suo guscio, campa anche 20 anni e si riproduce più volte senza rischiare la vita, ma non sembra brillare per intelligenza.

 La perdita del guscio fu, per Amodio, la chiave dello sviluppo dell'astuzia dei polpi.
 Altri studiosi obiettano che alcuni tratti legati all'intelligenza dovevano essersi sviluppati già prima dell'abbandono della corazza: altrimenti le prime generazioni di polpi, "nude" e ancora poco astute, sarebbero risultate prede facili, e sarebbero state decimate prima ancora di riprodursi. 

Potrebbe anzi essere stato proprio lo sviluppo dell'intelligenza, a rendere il guscio superfluo.


Amodio concorda sul fatto che le doti che oggi riconosciamo ai polpi dovettero avere uno sviluppo graduale, ma pensa anche che subirono una decisa accelerazione dopo la perdita della corazza. Del resto, lasciato da parte il guscio questi animali non si ritrovarono all'improvviso indifesi: non saranno stati delle cime, ma potevano già accecare i nemici con l'inchiostro e spingersi rapidamente fuori tiro.
 La loro eccezionale abilità di camuffamento dovette emergere dopo l'abbandono della corazza: prima, con quella copertura ingombrante, sarebbe risultata superflua. 
Se vi fu il tempo di evolvere un'arma mimetica così sofisticata, non poté esserci anche abbastanza tempo per sviluppare un "cervello fino"? 

 Più probabilmente, tutti questi processi si sovrapposero gradualmente nel tempo, senza mai lasciare i polpi totalmente indifesi.

 Per ora una risposta definitiva non c'è, ma la prossima volta che vi troverete faccia a faccia con un polpo, vi sembrerà forse un po' meno alieno. 

 Fonte: focus.it

giovedì 13 giugno 2019

Una ricerca svela il segreto delle zanne micidiali di un pesce abissale, l'Aristostomias scintillans


Un abitante delle profondità oceaniche con il corpo allungato, da anguilla, e la bocca costellata di denti acuminati ha svelato agli scienziati uno dei suoi formidabili segreti: quello che rende le sue fauci invisibili alle prede.

 Il killer in questione è l'Aristostomias scintillans, un pesce della famiglia delle Stomiidae chiamato "drago di mare" per il barbiglio che penzola vicino alla sua bocca (una sorta di barba dalle proprietà tattili).




Questa creatura, che popola i fondali della California fino circa a 1.000 metri di profondità, ha organi bioluminescenti sulla mandibola inferiore e lungo il corpo: con i segnali luminosi attira le prede, ma non è un abile nuotatore, perciò adotta una strategia predatoria più complessa.

 In un articolo pubblicato su Matter, i ricercatori dell'Università della California di San Diego hanno dimostrato che la struttura della dentatura dell'A. scintillans rende le sue zanne praticamente invisibili agli animali di cui va ghiotto.


I suoi denti, come i nostri, sono fatti di uno strato di smalto esterno e di una polpa interna a base di dentina (un tessuto osseo).
 La differenza è nella struttura: i nanocristalli di smalto sono disposti in modo da impedire a ogni frequenza luminosa che dovesse raggiungere le profondità oceaniche di riflettersi sulla superficie dei denti. 
La bocca risulta così invisibile: l'A. scintillans rimane fermo nella colonna d'acqua, in attesa che le prede lo raggiungano. 
Inoltre, i nanocristalli conferiscono alle zanne una resistenza maggiore di quella dei denti di super predatori come il piranha o il grande squalo bianco.

 «Inizialmente pensavamo che i denti fossero fatti di un altro materiale ancora sconosciuto - hanno commentato i ricercatori - ma poi abbiamo scoperto che sono fatti della medesima "pasta" dei denti umani: idrossiapatite e collagene. 
Stessi blocchi costituenti, ma in diverse scale e gerarchie.
 La natura è meravigliosa, nella sua ingegnosità». 

Al di là dell'interesse biologico, la scoperta potrebbe portare alla messa a punto di nuovi materiali sintetici, trasparenti e resistenti allo stesso tempo.

 Fonte: focus.it

martedì 28 maggio 2019

L'incredibile visione a colori dei pesci abissali


Più in profondità vive una creatura acquatica, più primitivo sarà il suo sistema visivo: finora questo era uno dei pochi punti fermi di chi studia i pesci abissali, che sono impossibili da prelevare dal loro habitat naturale (per via della differenza di pressione, o anche per le conseguenze sulla vescica natatoria) e sono perciò poco conosciuti. 


Ci sbagliavamo: secondo uno studio pubblicato su Science, pesci che nuotano a profondità non raggiunte dalla luce solare vantano un set di geni extra per la codifica dell'opsina, una proteina presente nei bastoncelli (un tipo di fotorecettori della retina) sensibile alla luce fioca. 
Nell'uomo, questa proteina consente di distinguere le sagome in bianco e nero in situazioni di oscurità. Ma in diverse specie di pesci abissali sembra essere espressa in una varietà tale che consente di vedere a colori, distinguendo tra molteplici lunghezze d'onda anche nelle condizioni in cui noi vedremmo "nero".

 In generale, l'ultima luce si percepisce in acqua a circa 1.000 metri di profondità.
 Sotto quel limite è buio profondo, eppure gamberi, polpi, pesci e altre creature che vivono in zone più profonde sono in molti casi bioluminescenti. 
A che cosa serve segnalare così la propria presenza, se nessuno lo vede?


Per approfondire la questione alcuni scienziati dell'Università di Basilea, in Svizzera, hanno studiato le proteine della retina dei pesci abissali, analizzando i genomi di un centinaio di specie - inclusi quelli di sette pesci abissali dell'Atlantico il cui DNA era già stato codificato.

 La maggior parte di questi animali mostrava uno o due tipi di geni che codificano per l'opsina, come gran parte dei vertebrati. Tuttavia, quattro specie di pesci ne avevano almeno cinque, e una di queste, la spinosa d'argento (Diretmus argenteus) ne esibiva addirittura 38, 14 dei quali espressi ed attivi: una caratteristica completamente inedita per una creatura vivente, che oltretutto nuota a 2.000 metri di profondità.


Studiando le sequenze di amminoacidi dei vari tipi di opsina, gli scienziati sono riusciti a capire a quali lunghezze d'onda il pesce risultava più sensibile. E hanno scoperto che la spinosa sa captare diverse sfumature del blu e del verde, i colori della bioluminescenza, anche grazie a 24 mutazioni genetiche che affinano le opsine prodotte e le rendono specializzate ciascuna per un ristretto intervallo dello spettro luminoso. 

 Ognuna di queste opsine potrebbe essere specializzata nel percepire i segnali bioluminescenti che avvertono della presenza di cibo, che mandano segnali di pericolo o codificano comportamenti sociali. 

L'abbondanza di geni per le opsine si riflette nella strana composizione della retina di questo pesce, che ha bastoncelli di dimensioni e forme diverse, talvolta disposti l'uno sull'altro, per catturare diverse lunghezze d'onda. 


 Le quattro specie di pesci muniti di più opsine appartengono a diverse famiglie, e questa è la prova che la sensibilità della vista si è evoluta in modo indipendente, in risposta alle condizioni ambientali. 


 Fonte: focus.it

giovedì 16 maggio 2019

In India vivono bellissimi scoiattoli giganti multicolore che non tutti conoscono


Lo scoiattolo gigante indiano (Ratufa indica) è un curioso roditore, di grosse dimensioni, con un manto di peli di tutti i colori.

 Anche conosciuto come Shekru, è nativo dell'India (come il suo nome suggerisce) e ha un aspetto decisamente originale. 

Quando sono adulti, il corpo di questi scoiattoli superano i 36 cm, e la coda, caratterizzata spesso da un colore blu brillante, supera i 60, per un peso superiore ai 2 kg.




Anche se potrebbe non sembrare, le tante sfumature di nero, marrone, arancione e viola aiutano questi animaletti a nascondersi nelle canopie delle foreste, mentre saltano da un albero all'altro.

 Lo scoiattolo gigante indiano mangia di tutto: fiori, insetti, semi e anche uova d'uccello (anche se madre aquila potrebbe costituire una bella minaccia).






Quando si sente minacciato, lo scoiattolo non fugge via ma istintivamente rimane immobile o si appiattisce contro il tronco. 


Anche se non sono in via d’estinzione, gli scoiattoli giganti sono decisamente diminuiti negli ultimi anni e in alcuni luoghi sono completamente scomparsi.
 La causa è multifattoriale: da una parte vengono cacciati proprio per la particolarità della loro pelliccia e dall’altra il loro habitat è costantemente messo a repentaglio dall’espansione umana.


 Fonte: wonews.it

lunedì 1 aprile 2019

La dolorosa storia del vero Dumbo, che dovresti conoscere prima di vedere il film



 In pochi sanno che Dumbo,l'elefantino triste, è realmente esistito. Tuttavia la sua storia non ha alcun lieto fine.

 Il suo vero nome era Jumbo e nacque nel 1860 in Sudan.
 Dopo la morte della mamma, uccisa dai cacciatori, il piccolo venne catturato da un altro cacciatore di elefanti sudanese, Taher Sheriff. Fu poi venduto a Lorenzo Casanova, commerciante ed esploratore di animali italiano. 

 Noto anche come Jumbo the Elephant e Jumbo the Circus Elephant, fu un elefante africano strappato alla sua terra natale e portato a Jardin des Plantes, uno zoo a Parigi, per poi essere trasferito nel 1865 allo zoo di Londra, in Inghilterra.

 Qui il povero elefante subì la rottura di entrambe le zanne schiantandosi contro la pietra del suo recinto. 

I suoi viaggi non finirono qui.
 Dopo essere stato portato dall'Africa all'Europa, nonostante le numerose proteste, Jumbo fu venduto al circo Barnum & Bailey. Anche allora la sua storia, quella vera, toccò i cuori di tutti: 100.000 bambini scrissero alla regina Vittoria implorandola di non vendere l'elefante ma il povero animale fu portato comunque negli Stati Uniti.

 A New York, Barnum espose Jumbo al Madison Square Garden sponsorizzando l'evento come "Jumbo, l'animale più grande del mondo" e guadagnando abbastanza in tre settimane da recuperare i soldi spesi per comprarlo.


Purtroppo, l'animale è tristemente noto anche come l'elefante pazzo. 
Se di giorno era l'immagine vivente della gentilezza e trasportava in groppa anche i bambini, di notte Jumbo aveva esplosioni di violenza e distruggeva l'area in cui veniva rinchiuso per dormire. 

La spiegazione di Bartlett, direttore dello zoo, era alquanto discutibile.
 Jumbo stava raggiungendo i 20 anni, la colpa era dei suoi ormoni. 

Il suo custode era Matthew Scott, che per calmare l'animale spesso gli dava del whisky. 
Lo stesso Scott ne raccontò la storia nella sua autobiografia.


Il trucco funzionava perché l'elefante si ubriacava.

 Oggi sappiamo che gli attacchi di rabbia erano causati dall'assunzione costante di dolci, così dannosi e lontani rispetto alla dieta che avrebbe dovuto seguire.
 Fu questa la conclusione raggiunta da Richard Thomas, archeologo dell'Università di Leicester nel Regno Unito, dopo aver esaminato i resti di Jumbo in occasione del documentario della BBC "Attenborugh and The Giant Elephant".


L'analisi dello scheletro da parte degli archeologi inglesi ha stabilito che "Jumbo" aveva "ferite che dovevano essere molto dolorose, probabilmente causate dall'onere di trasportare migliaia di visitatori" Thomas ha anche scoperto che, oltre ai denti, altre parti del suo corpo avevano caratteristiche insolite, in particolare le articolazioni. 

Jumbo a 20 anni aveva in realtà lo scheletro di un elefante di 50.
 La sua altezza fino alla spalla era di circa 3,23 metri al momento della sua morte, anche se Barnum sosteneva fosse di 4 m. 
Era una mezza verità.
 Jumbo aveva, sicuramente, una grande taglia per la sua età, superiore ai tre metri, quando la maggior parte dei suoi simili erano alti 2,70 m. 

Probabilmente se non fosse morto giovane avrebbe raggiunto quell'altezza.


La sua morte, come la sua vita, fu triste.

 Era il 1885.
 Il circo aveva finito lo spettacolo a Saint Thomas, una città canadese. 
Gli animali erano già nelle loro gabbie, pronti a partire. 

Qui esistono due versioni. 
La prima sostiene che all'appello mancavano solo Jumbo e un cucciolo di elefante.
 Improvvisamente, una locomotiva apparve in direzione del piccolo. Jumbo cercò di proteggerlo col suo corpo e morì all'istante. La seconda racconta che mentre Jumbo saliva sul treno, un'altra locomotiva che veniva nella direzione opposta la spinse in avanti, ferendo l'animale e causandogli un'emorragia interna che lo avrebbe portato alla morte a soli 24 anni.




Una storia davvero molto triste, priva del lieto fine della versione prodotta da Walt Disney. 

 Francesca Mancuso
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