venerdì 9 gennaio 2015

Qual è stata la vera causa della scomparsa dell'isola di Pasqua ?


Nelle solitarie acque dell’Oceano Pacifico, circa 3600 km ad ovest del Cile, si trova Rapa Nui, più nota come Isola di Pasqua (Il suo nome è dovuto al fatto che l'isola è stata scoperta il giorno di Pasqua del 1722 dall’esploratore Olandese Jacob Roggeveen). 

Questo piccolo pezzo di terra emersa rappresenta uno dei più grandi enigmi dell’antropologia e dell’archeologia moderna. Innanzitutto, la presenza dei famosi ed enigmatici Moai, grandi busti antropomorfi scolpiti nella roccia. 
Sull’isola se ne contano ben 638.
 Nonostante le ricerche condotte negli ultimi anni, il loro scopo non è tuttora noto con certezza. 
Secondo la ricerca alternativa, i coloni polinesiani giunti sull’isola intorno a 1100 d.C. non hanno fabbricato i Moai ma li hanno trovati lì. Secondo la leggenda, infatti, Rapa Nui sarebbe l’ultimo lembo di terra un tempo appartenuto al continente perduto di Mu, sede della prima civiltà umana sorta sul nostro pianeta circa 50 mila anni fa.
 Dunque, i Moai sarebbero le reliquie di una civiltà arcaica perduta tra le onde dell’Oceano Pacifico.
 All’indomani del cataclisma globale avvenuto 12 mila anni fa, che avrebbe sprofondato il continente sul fondo del Pacifico, buona parte dei superstiti di Mu riparò fondando colonie sulle nuove terre emerse, mentre una piccola parte rimase su Rapa Nui.


L’Isola di Pasqua è una delle isole abitate più remote al mondo. Essa si trova a 3600 km ad ovest delle coste del Cile e circa 2075 km ad est delle isole Pitcairn. 
 Nonostante la posizione remota, la convinzione abituale degli antropologi è che poco prima del 1200 d.C., alcuni gruppi polinesiani abbiano navigato verso l’isola per stabilirsi lì. 
 Si ritiene che la popolazione sia cresciuta rapidamente, rimanendo fiorente per centinaia di anni, fino a raggiungere la ragguardevole cifra di 20 mila persone. 
 Secondo i ricercatori, la fertilità del terreno avrebbe garantito alla popolazione raccolti abbondanti, permettendo la nascita di una cultura molto ricca e concedendo loro il tempo di scolpire ed erigere i famosi busti di pietra detti Moai.
 Secondo la teoria comunemente accettata, intorno al 1200, gli abitanti cominciarono a tagliare le foreste subtropicali dell’isola in maniera crescente, per la costruzione di canoe e il trasporto dei Moai. 
La deforestazione selvaggia distrusse la fauna selvatica naturale e compromise la fertilità della terra.
 Quando la gente cominciò a patire la fame, in un ultimo disperato tentativo di sopravvivenza, i superstiti cominciarono a praticare il cannibalismo.
 La leggenda vuole che il crollo dell’ecologia dell’isola e della sua civiltà furono completi già quando arrivò l’olandese Jakob Roggeveen, la domenica di Pasqua 1722, motivo per il quale l’isola fu battezzata Isola di Pasqua.
 All’epoca, l’Isola di Pasqua appariva come una distesa di sabbia vuota priva di quasi tutta la fauna e la flora selvatica. 
Gli abitanti si erano ridotti ad una popolazione affamata di 3 mila persone.


L’altro enigma che interroga gli scienziati è il motivo della scomparsa degli ultimi abitanti di Rapa Nui, cioè coloro che secondo l’archeologia ufficiale avrebbero poi eretto i Moai. L’opinione corrente è che la popolazione dell’isola si sia autodistrutta a causa della deforestazione selvaggia, la quale avrebbe compromesso la fertilità del terreno e costretto la popolazione a darsi al cannibalismo.
 Per tale motivo, il crollo della civiltà dell’Isola di Pasqua viene spesso usata come un ammonimento contro la follia dell’essere umano che sfrutta senza controllo l’ambiente in cui vive. Ma un gruppo di scienziati statunitensi del Virginia Commonwealth University ritiene che l’ipotesi del crollo dovuto alla deforestazione è completamente falso e ingannevole. 
 Nello studio pubblicato su phys.org, il gruppo di ricerca riferisce che la popolazione è stata letteralmente decimata dall’arrivo degli europei sull’isola nel 1722, i quali hanno portato la sifilide, il vaiolo e la deportazione per schiavitù. Gli scienziati ritengono che un gruppo significativo di individui è riuscito a sopravvivere perfettamente sull’isola dopo che l’ultimo albero fu tagliato.
 La conclusione è stata suggerita dopo aver trovato numerosi strumenti agricoli sparsi sull’isola, che presumibilmente sono stati utilizzati dagli isolani per il sostentamento. 
 Le indagini hanno rivelato che invece di esserci stato un crollo improvviso dell’attività agricola, si è registrato un calo molto più graduale in alcune aree.

 Lo studio è stato salutato con soddisfazione da coloro che non hanno mai creduto alla stupidità estrema degli abitanti dell’Isola di Pasqua.

ilnavigatorecurioso

Renne: spariscono in Cina per colpa dei cambiamenti climatici


Attenzione, renne in pericolo. Se questo Natale abbiamo raccontato ancora ai bambini la storia di Babbo Natale e dei suoi amici a quattro zampe che volano da una parte all'altra del mondo, dai prossimi anni la favola potrebbe finire. 
Le renne infatti sono seriamente a rischio. E la colpa è, ancora una volta, dei cambiamenti climatici. I possenti animali, eterni amici di Babbo Natale, devono vedersela con una minaccia molto concreta. 

Un nuovo studio condotto in Cina ha rilevato che l'aumento globale delle temperature sta riducendo intere popolazioni di renne. 
Regali natalizi a parte, la loro scomparsa è un problema non da poco.
 Oltre alla perdita della biodiversità, la presenza delle renne e le loro abitudini di pascolo contribuiscono a mantenere il clima della Terra in equilibrio. Di conseguenza, un minor numero renne nel mondo permetterebbe di contrastare meno il riscaldamento globale. Un cane che si morde la coda visto che da un ulteriore innalzamento delle temperature scaturirebbero altre perdite tra le popolazioni di renne.

 Lo studio, pubblicato questo mese sul Journal for Nature Conservation, ha mostrato un netto calo del 25% di queste creature in Cina rispetto ai numeri del 1970.
 Qui le popolazioni di renne sono scese di oltre un quarto negli ultimi 40 anni circa.
 La zona del Mount Daxinganling è l'habitat principale per le renne in Cina. Quest'ultimo ha dovuto fare i conti con i cambiamenti climatici, che hanno causato il degrado del suolo e temperature più elevate. 
Come se non bastasse, a ciò si sono aggiunti anche il bracconaggio (le corna che vengono utilizzate nella medicina tradizionale cinese) e gli incidenti d'auto che hanno coinvolto queste creature. Contro quest'ultimo caso, si è pensato di colorare con una sostanza fluorescente le corna per segnalarne la presenza agli automobilisti della Lapponia.
 Anche se lo studio si concentra esclusivamente sulle renne della Cina, altrove non va meglio. 
Le popolazioni di sono in pericolo anche in Alaska, Russia, Canada. 
Un rapporto del 2013 realizzato dalla National Oceanic and Atmospheric Administration ha scoperto che grandi mandrie in questi paesi hanno tutte subito un netto calo.
 La più grande, situata nella penisola di Taymyr, in Russia, è diminuita da circa un milione di renne nel 2000 a 700.000 esemplari nel 2013. 
Per quanto tempo riusciranno ancora a resistere? 

 Francesca Mancuso
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