venerdì 5 settembre 2014


Conoscete i benefici dell’acqua ossigenata?



Il 90% delle persone non lo sa perché non sono notizie divulgate, trattandosi di un prodotto economico e non particolarmente redditizio. 
La percentuale corretta è del 3% di perossido d’idrogeno ( 10 volumi) .
 Attenzione comunque di non abusare dell’acqua ossigenata per la cura della persona, e per altri trattamenti. Deve essere usata nel modo corretto e non assiduamente. 

Questi sono alcuni degli effetti benefici dell’acqua ossigenata: 

Uccide i germi del cavo orale.Versato un cucchiaio in un bicchiere d’acqua è ottimo per i gargarismi e anche come dentifricio, mettendone qualche goccia sullo spazzolino da denti.
 Schiarisce denti (usare un cucchiaino di acqua ossigenata diluita al 10% come un normale collutorio). 
Disinfetta lo spazzolino da denti evitando contaminazioni ad esempio di gengivite alle altre persone che vivono in casa e condividono lo stesso bagno dove, in genere, tutti gli spazzolini stanno “vicini vicini” (basta immergere lo spazzolino in un bicchiere contenete sufficiente acqua ossigenata). 
Disinfetta le superfici meglio di qualsiasi altro prodotto (ottima per bagni e cucine).
 Elimina i funghi che causano il cattivo odore dei piedi (usarla la sera, prima di andare a letto, impedisce lo sviluppo della tigna e d’altri funghi).
 Evita infezioni, disinfetta e uccide germi ed altri microrganismi nocivi.
 Aiutare nella guarigione (usata più volte al giorno, in alcuni casi può coadiuvare nella regressione di una cancrena della pelle). 
Allevia il raffreddore, influenza o sinusite (mescolare 1/4 di acqua ossigenata e 3/4 con acqua pura, introdurre con un contagocce nelle narici alcune gocce e poi soffiarsi il naso). 
Aiuta a mantenere la salute della pelle (può essere utilizzato in caso di micosi). 
Disinfetta i vestiti macchiati di sangue o altre secrezioni corporee (mettere i capi in ammollo in una soluzione d’acqua ossigenata al 10% prima del lavaggio normale). 
Uccide i batteri in cucina, inclusa la salmonella (dopo l’uso di utensili, disinfettare con acqua ossigenata). 
Rimuove gradualmente il tartaro dai denti (inumidire lo spazzolino con alcune gocce d’acqua ossigenata ed usarlo normalmente, risciacquando la bocca alla fine).

 Fonte : http://ambientebio.it/

La Torre del diavolo : leggende e realtà


Nell’angolo nordorientale del Wyoming, Stati Uniti, c’è una montagna impressionante di rocce ignee che sembra un gigantesco tronco d’albero pietrificato. 
 Si tratta della Torre del Diavolo, un’insolita formazione geologica che si innalza per 1588 metri sul livello del mare. 
 Ciò che rende la Torre del Diavolo così insolita è la sua superficie praticamente piatta e i singolari solchi verticali al suo fianco, così regolari che i nativi ci vedevano i graffi provocati dalle zampe di un orso. Il suo aspetto inconsueto ha dato vita a numerose leggende e nel 1977 è stata utilizzata come location per la scena finale del film Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg. 

 Una leggenda lakota racconta che mentre sette bambine giocavano vicino al loro villaggio, alcuni orsi si avvicinarono per divorarle.
 Le ragazze saltarono su una roccia bassa e gridarono ad essa: “Roccia, abbi pietà di noi, salvaci!”. 
 Il Grande Spirito le udì e fece innalzare la roccia verso il cielo. 
Gli orsi le inseguirono cercando di arrampicarsi sulla roccia, lasciando con gli artigli le lunghe incisioni visibili ancora oggi. Tuttavia, gli animali non riuscirono a raggiungerle.
 La roccia divenne così alta che le ragazze divennero stelle, formando la costellazione che oggi chiamiamo delle Pleiadi (Le sette sorelle).


Certamente, è una leggenda suggestiva. 
Ma cosa dice la scienza circa la creazione di questa strana formazione geologica?
 La Torre del diavolo è stata studiata fin dal tardo 19° secolo. I geologi dell’epoca ritennero che il monte si fosse formato da un’intrusione di materiale igneo. 
I geologi moderni, sostanzialmente concordano con questa teoria, ma non esattamente sul processo che ha avuto luogo. 
 Molti credono che la roccia fusa che compone la Torre non sarebbe emersa dal terreno; altri ritengono che la Torre è tutto ciò che rimane di quello che una volta era un grande vulcano esplosivo.  
Nel 1907, gli scienziati Darton e O’Harra proposero che la Torre del Diavolo doveva essere un residuo eroso di un laccolite.
 Il laccolite è una massa rocciosa formata dall’intrusione di magma fra due strati di rocce sedimentarie. La pressione è tale da sollevare lo strato di roccia superiore mentre lo strato inferiore rimane pressoché orizzontale, dando luogo così alla tipica forma a cappella di fungo. 
Nel caso della Torre, si pensa che le colonne basaltiche sui lati del monte si siano formati a seguito del lentissimo raffreddamento della roccia fusa. 
 Altre teorie hanno suggerito che si tratti di una spina vulcanica, ovvero di una protrusione solida costituita da lave solide o semisolide estruse in un camino vulcanico. Quando si formano, durante un’eruzione vulcanica, possono ostacolare completamente la fuoriuscita dei gas e dar luogo ad eruzioni esplosive.


Esiste una leggenda, però, che non riguarda la creazione della roccia, ma ciò che c’è al di sotto di essa. 
 Anni fa, un residente di quella parte nordorientale del Wyoming, era in visita a Yankton, South Dakota.
 Mentre era lì, mostrava la foto della Torre del Diavolo agli anziani indiani Sioux che incontrava. 
Uno di loro sembrava particolarmente interessato alla foto chiedendo: “È stato trovato il passaggio alla base della torre”? Quando il residente rispose di no, l’uomo sioux sembrava deluso. Incuriosito dalla domanda, il residente riusci a farsi raccontare dall’anziano indiano la leggenda della Torre che pochi bianchi conoscono.

 Molti anni prima, tre guerrieri erano impegnati in una battuta di caccia vicino alla torre.
 Mentre esploravano le rocce alla base della montagna, scoprirono un passaggio al di sotto di essa.
 Costruirono torce con rami di pino e cominciarono ad esplorare il tunnel. Il pavimento del tunnel era cosparso di ossa, forse umane.
 Il tunnel terminava dando su un’ampia cavità con un lago sotterraneo, al cui interno erano depositate grandi quantità d’oro. Impreparati a trasportare tale tesoro, i guerrieri lasciarono il tunnel e nascosero l’ingresso in modo che nessuno altro potesse trovarlo. Promisero a loro stessi si tornare a prendere l’oro, ma non l’hanno mai fatto. 
Uno dei guerrieri, sul letto di morte, raccontò la storia ad altri membri della sua tribù, così che la storia venne tramandata per diverse generazioni prima di giungere al vecchio indiano.

 Dunque, c’è dell’oro sotto la Torre del Diavolo? 
Se c’è, nessuno lo ha mai trovato. Inoltre, la geologia della montagna, un’intrusione ignea, non sembra permettere l’esistenza di grotte sotto la montagna. Il racconto somiglia molto a quelli sulle miniere perdute che si tramandavano nel vecchio West. 
 Tuttavia, è anche vero che nella zona di Black Hills, in cui si trova la Torre del Diavolo, ci sono alcune delle grotte più grandi del mondo, tra cui la Wind Cave e la Jewel Cave.
 Inoltre, Black Hills è nota per l’estrazione dell’oro, ispirando la grande corsa all’oro nel 1880. 

 Quindi, come per molte altre leggende, è possibile che sia qualcosa di vero nella storia della Torre del Diavolo. Forse la caverna perduta non è sotto la torre, ma nelle vicinanze, in attesa di essere trovata da qualcuno.


Fonte : ilnavigatorecurioso.it

A Venezia arriva PlanetSolar, il catamarano solare


«Il silenzio che solca il mare».
 Così uno dei passeggeri descrive con poesia il 35 metri che senza rumore alcuno attraversa la laguna sotto gli occhi dei turisti incuriositi di Piazza San Marco.
 Niente inquinamento acustico, niente emissioni di CO2, niente scarichi, niente carburante. 
«Benvenuti a bordo della Ms Tûranor PlanetSolar, la prima imbarcazione al mondo ad aver fatto il giro del globo utilizzando esclusivamente l’energia solare». Il direttore del progetto Pascal Goulpié è raggiante davanti ai giornalisti a bordo durante l’ingresso trionfale del catamarano nella Laguna di Venezia.

 La modernissima imbarcazione è un vero prodigio di tecnologia rinnovabile: 512 mq di pannelli fotovoltaici, 2 motori elettrici con una potenza complessiva di 120 kW e zero emissioni di CO2 prodotte.


Il simbolo “infinito”, logo del progetto riassume le potenzialità della PlanetSolar: autonomia illimitata, nessun impatto per l’ambiente. Praticamente la barca infatti è predisposta per viaggiare senza sosta. 
«Si carica anche quando è nuvolo. Ma, anche il se sole si spegnesse, la barca continuerebbe ad andare per 72 ore», dice Goulpié. «Abbiamo infatti batterie in grado di stoccare 1 MegaWatt di energia. Una volta, arrivati in porto, abbiamo persino organizzato un concerto alimentandolo con le batterie dell’imbarcazione solare». Altro che rave party con i vecchi generatori diesel.
 L’imbarcazione non è solo un progetto coraggioso per mostrare le potenzialità del solare.
 Costata oltre 15 milioni, la PlanetSolar è stata costruita per poter svolgere missioni oceanografiche per analizzare gli effetti del cambiamento climatico in tutto il mondo.
 «Una imbarcazione di questo tipo è eccezionale per condurre studi sulle acque e sull’atmosfera», spiega uno dei massimi oceanografi italiani, Giorgio Budillon, presente al viaggio veneziano. L’imbarcazione è infatti equipaggiata con numerosi sistemi di misurazione, da doppler per testare l’intensità delle correnti ad un Biobox per testare i particolato nell’atmosfera. «Senza emissioni non ci sono interferenze con le misurazioni di nessun tipo, oltre a non produrre inquinamento acustico nei mari», continua Budillon.


Il primo giro del mondo è durato ben 584 giorni di navigazione, con più di 60.000 km percorsi. 
Un' impresa da record, quella del catamarano di ideazione svizzera e costruito in Germania, che ha toccato ben 28 Paesi – dagli Stati Uniti al Messico, dall’Australia agli Emirati Arabi – promuovendo l’utilizzo dell’energia solare e dimostrando l’efficacia delle tecnologie attualmente disponibili. 

 Ora la barca rimarrà nella città dei Dogi per i prossimi 6 mesi attraccata presso l’isola della Certosa, dove sarà possibile organizzare visite guidate e brevi viaggi. «La presenza della barca fa parte del Progetto di riqualificazione dell’isola, VentodiVenezia», spiega l’ideatore del progetto, Alberto Sonino. «Vogliamo ridare vita a questo spazio aprendolo ai visitatori ed allo stesso tempo continuare un’attività di ricerca e formazione sulla possibilità di costruire imbarcazioni sostenibili che possano avere applicazione localmente per il trasporto merce e passeggeri nella Laguna».

 Fonte: lastampa.it

Il lago venuto dal nulla


È nato dal nulla, improvvisamente. 
Alcuni pastori locali sono rimasti esterrefatti quando, alcuni giorni or sono, passando per una valletta usata a volte per i loro bivacchi notturni, si sono trovati di fronte a un vero e proprio lago. Profondo dai 10 ai 18 metri, occupa una superficie di circa un ettaro a 25 km dalla città di Gafsa, in Tunisia. 
Al di là del fatto che l’improvvisa comparsa di un lago in zona desertica è già qualcosa di quasi irreale, il fenomeno lo è ancor di più se si pensa che la Tunisia sta passando un periodo di forti siccità.
 Il tutto è così inusuale e inspiegabile per la gente del posto, che già si parla di “miracolo”.


La gente del posto lo ha chiamato Lac de Gafsa e pensa che sia il risultato di una magia o di qualche fenomeno soprannaturale. 
Come si è formato? 
Al momento non ci sono prove a favore di una o dell'altra delle diverse ipotesi scientifiche avanzate, ma quella che sembra avere maggiore credito sostiene che l’attività sismica dell’ultimo periodo potrebbe aver alterato l’andamento delle falde acquifere sotterranee, obbligando l’acqua di una o più di esse a venire in superficie.


Quello che sembrava qualcosa caduto dal cielo, in realtà, un paio di giorni dopo la sua scoperta, ha iniziato a mostrare aspetti inquietanti.
 Il colore dell’acqua, infatti, da chiaro turchese come appariva all'inizio, si è trasformato in verde scuro, molto probabilmente dovuto alla presenza di alghe verdi. Ma c'è un altro problema. 
 L’area in cui lago ha preso forma è ricca di fosfati che vengono estratti in abbondanza per produrre fertilizzanti, detersivi e pesticidi. Sembra che l’acqua del lago li abbia portati con sé in abbondanza e con elementi residui di radioattività, che non sono certo salutari per chi fa il bagno. 
 Per questo motivo l’Ufficio di Pubblica Sicurezza di Gafsa ha emesso un'ordinanza di divieto di balneazione. Ma di fronte a tanta abbondanza la gente non sembra disposta a credere che il lago possa essere fonte di malattie, e quindi nessuno osserva il divieto.
 Purtroppo le conseguenze di un bagno in acque radioattive sono invece drammatiche.

 Fonte : Focus.it

Breve storia del disco a 78 giri


La denominazione di 78 giri indica il primo tipo di disco fonografico, utilizzato per tutta la prima metà del XX secolo, e si riferisce al numero di giri al minuto necessari per l'ascolto.
 Il disco fonografico a piastra circolare fu inventato da Emile Berliner nel 1888, soppiantando già nei primi anni del Novecento il cilindro fonografico (primo supporto audiofonico in assoluto, introdotto da Thomas Edison, inventore del fonografo).
 Rimase lo standard di riproduzione audio fino alla fine degli anni quaranta, quando l'introduzione dei dischi in vinile a microsolco, basati sul medesimo principio tecnico ma di qualità e durata assai maggiori, lo resero obsoleto. 
 La registrazione del segnale audio era realizzata per mezzo di un solco a spirale di Archimede che partendo dal bordo esterno del disco raggiungeva la zona interna, occupata dall'etichetta.
 La forma di tale solco veniva modulata con il segnale da registrare e ne riproduceva più o meno fedelmente l'andamento.


Berliner concepì il disco a piastra circolare come supporto audio all'interno di giocattoli parlanti.
 Fino al 1894 il disco fu dunque utilizzato unicamente a questo scopo.


In quell'anno Berliner iniziò a produrre autonomamente dischi sotto l'etichetta Berliner Gramophone, entrando in concorrenza con i cilindri prodotti da Edison; fu allora che fissò la velocità dei suoi dischi "intorno ai 70 giri al minuto". 
Alla fine del XIX secolo e nei primi anni del XX, tuttavia, la velocità dei dischi non era ancora univoca per tutti i dischi prodotti dalle varie case discografiche. 
Solo nel 1925 la velocità del disco fu ufficialmente standardizzata a 78 giri (o meglio, a 78,26) al minuto.

 I primi dischi a 78 giri erano incisi su una sola facciata; successivamente la Columbia iniziò a produrre 78 giri con doppia facciata, denominati "Columbia Double disc record". Il primo disco a 78 giri inciso contiene la celeberrima canzone La risata, del cantautore napoletano Berardo Cantalamessa, risale al 1895 e fu realizzato da un'etichetta milanese, la International Zonophone Company.


Le prime incisioni a 78 giri erano effettuate senza microfoni e senza energia elettrica ma con soli strumenti meccanici; famose etichette che incisero con questa tecnica furono la Columbia americana e la Società Italiana Fonotipia.
 Successivamente nelle sale di incisione entrarono i microfoni elettrici ma sempre corroborati da strumentazioni meccaniche. Infine, negli anni cinquanta, le incisioni dei 78 giri erano completamente elettriche e di qualità audiofonica assai migliore. 

 La grande diffusione dei 78 giri si ebbe nell'immediato dopoguerra, dal 1946 al 1955, moltissime erano le aziende Italiane ed estere che incidevano a 78 giri.
 Nel panorama Italiano vi era la società Carisch (che distribuiva anche la Odeon, la Pathé, la Parlophon, la Vis Radio) poi vi era la Cetra, la Fonodisco Italiano Trevisan Milano (Fonit), la RCA Italiana (Italo-Americana), la Voce del Padrone, la Durium-Telefunken (Italo-Tedesca), la Compagnia Generale del Disco (CGD appartenuta al cantante Teddy Reno).


Gli ultimi dischi a 78 giri risalgono alla prima metà degli anni sessanta, ma si tratta per lo più di prodotti sudamericani o asiatici. 

I dischi a 78 giri non sono incisi secondo gli attuali standard RIAA (come i 33 giri e 45 giri), pertanto il loro suono risulta particolare. Inoltre la quasi totalità dei 78 giri furono registrati in monofonia, anche se nel 1945 la RCA fece alcuni esperimenti di 78 giri stereofonici (con il brano Cool water del gruppo country & western The Sons of the Pioneers).

I dischi in gommalacca vennero soppiantati negli anni cinquanta dai dischi in vinile, realizzati in PVC che, grazie alle migliori caratteristiche tecniche del materiale di supporto ed alla diversa tecnica di incisione, avevano prestazioni superiori di fedeltà e durata.


Il mezzo migliore per l'ascolto di un 78 giri è un normale giradischi che supporti questa velocità, munito di un'adeguata puntina di zaffiro o diamante per il solco normale (non micro). 
In alternativa il disco a 78 giri può essere ascoltato con il classico grammofono munito di puntine di acciaio.

Fonte : wikipedia

I mulini a vento verticali dell’Iran


Da quanto tempo l’uomo utilizza l’energia eolica?
 Potrebbe sembrare infatti una fonte di energia degli ultimi decenni, invece non è cosi. 
In questo articolo possiamo trovare una risposta a questa domanda, parlando dei mulini a vento verticali di Nashtifan, che si trovano in Iran.


Una delle principali caratteristiche della zona sono i forti venti che soffiano attraverso di essa, questi hanno fatto si che i mulini a vento furono parte della creatività industriale della regione e sono stati utilizzati per molti secoli, addirittura si dice che i primi mulini vennero edificati nel 5° secolo dC.
Ci sono circa 30 di mulini a vento sparsi nella zona e alcuni raggiungono altezze di 15-20 metri, ciascuno di essi è costituito da 8 camere rotanti e ogni camera possiede 6 pareti verticali come base di spinta per il vento.

 Il funzionamento è molto svantaggioso perché questo “disegno” sfrutta il vento solo da 1 lato, mentre i mulini di oggi ruotando in verticale sfruttano tutta la lunghezza delle pale.


Nel 2002 i mulini a vento di Nashtifan sono entrati a far parte del patrimonio nazionale dal Dipartimento Patrimonio Culturale dell’Iran.

Fonte: http://www.melabu.it/
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