giovedì 7 marzo 2019

La grotta del dio giaguaro a Chichén Itzá


Una grotta intatta piena di offerte rituali maya è stata scoperta vicino alla famosa città di Chichen Itza, in Messico.
 Ci sono piatti, vasi e soprattutto bruciatori d’incenso dedicati a Tlaloc, il dio dell’acqua mesoamericano.
 È possibile che i Maya stessero cercando il favore degli dèi per far fronte a una grave siccità durante il periodo classico tardo e terminale (700-1000 d.C.).
 La grotta, già nota in passato ma dimenticata, deve il suo nome a Balamku, il “dio giaguaro” che poteva entrare o uscire dagli inferi. 


La grotta era stata scoperta per caso nel 1966 dagli abitanti della comunità locale. 
Tuttavia Victor Segovia Pinto, l’archeologo inviato sul posto, ne fece sigillare l’ingresso per motivi ignoti e senza specificarne la posizione.
 Il ricordo di quella grotta però non si perse: con loro c’era Luis Un, all’epoca un bambino e oggi 68enne.
 Ebbene, l’anno scorso Luis ha finalmente portato a questo santuario sotterraneo gli archeologi al lavoro presso la piramide di Kukulkan, a soli 2,7 km di distanza. 

«Quello che abbiamo scoperto è incredibile, nulla è stato alterato da mille anni e uno dei bruciatori di incenso è diventato persino una stalagmite», ha detto Guillermo de Anda, archeologo dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico.
 «Le centinaia di reperti archeologici, appartenenti a sette diverse offerte, si trovano in uno straordinario stato di conservazione. Poiché il contesto è rimasto sigillato per secoli, contiene preziose informazioni relative alla formazione e alla caduta di Chichen Itza». 

Non si faceva una scoperta simile dal 1959, quando era stata trovata la grotta di Balankanche.




Il difficile accesso e la morfologia della grotta devono aver esaltato le qualità sacre. 

I ricercatori hanno dovuto percorrere 400 metri passando per gallerie e strisciando in cunicoli di 40 cm, prima di giungere a camere alte fino a 3,80 metri dove vi erano le offerte maggiori. 

Al momento sono stati percorsi circa 450 metri, ovvero un terzo dell’estensione totale. Non sono stati fatti scavi, ma non si esclude il ritrovamento di resti umani sotto fango e sedimenti. 
Ad ogni modo le ceramiche conservano i resti carbonizzati di cibo, semi, giada, conchiglie e ossa, che verranno usati per la datazione al radiocarbonio. 

L’ipotesi è che durante il periodo Classico Tardo (700-800 d.C.) e Terminale (800-1000 d.C.), il nord della penisola dello Yucatan venne colpito da una siccità senza precedenti.
 Questa costrinse gli abitanti fare richieste di pioggia, andando nelle viscere della terra, negli inferi, dove risiedevano le divinità della fertilità.
 Ecco il motivo dell’enorme sforzo fatto dagli antichi Maya per depositare le offerte nella grotta Balamkú, “uno dei luoghi più sacri di Chichén Itzá”. 

Dato che molti oggetti sembrano essere stati volutamente distrutti, una seconda ipotesi suggerisce una desacralizzazione della grotta, forse durante il declino di Chichen Itza.




Su richiesta della popolazione locale, gli archeologi hanno organizzato una cerimonia spirituale di sei ore per evitare drammi durante le ricerche. 

Apparentemente, nel 1966 avevano effettuato lo stesso rituale insieme all’altro archeologo, ma per ben due giorni.
 Guillermo de Anda ha anche raccontato che l’accesso alla grotta era rimasto bloccato per quattro giorni per colpa di un serpente corallo.

 Questo rettile, tra i più velenosi al mondo, è non a caso ancora considerato il guardiano della grotta secondo gli odierni abitanti Maya dello Yucatan.

 Fonte: ilfattostorico.com
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