lunedì 21 marzo 2016

Un giorno tutto questo sarà un pianeta


Nuove immagini della stella HL Tauri realizzate con il radiotelescopio Very Large Array (VLA) rivelano ciò che gli scienziati ritengono essere le primissime fasi della formazione di nuovi pianeti.
 Le 27 antenne paraboliche da 25 metri del VLA, schierate a ‘Y’ nel desertico New Mexico, hanno ora permesso di scrutare con un dettaglio senza precedenti il disco circumstellare di polveri che ancora avvolge la giovane stella, situata a circa 450 anni luce dalla Terra. 
Un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui l’italiano Leonardo Testi dell’ESO e associato INAF, sta pubblicando i nuovi risultati sulla rivista Astrophysical Journal Letters. 
 Benché giovane, avendo solo attorno al milione di anni, HL Tauri è diventata una celebrità quando su di lei il radiotelescopio ALMA in Cile nel 2014 ha prodotto la migliore immagine fino ad allora mai ottenuta della formazione planetaria in corso.
 L’immagine ALMA mostrava chiaramente dei solchi nel disco circumstellare, lacune presumibilmente causate da corpi planetari che spazzano via la polvere lungo le loro orbite.




Un’immagine sorprendente, non solo perché metteva sotto gli occhi degli scienziati esattamente lo stesso fenomeno che i teorici avevano presupposto per anni, ma anche per l’età di HL Tauri, molto giovane per gli standard stellari, ritenuta un po’ troppo precoce per iniziare a “scodellare” pianeti.
 Siccome nelle parti più interne del disco, vicino alla stella, la polvere è più spessa e risulta opaca alle lunghezze d’onda radio a cui lavora ALMA, gli astronomi vi hanno puntato le antenne del VLA, che ricevono a lunghezze d’onda maggiori.

 Il risultato è stupefacente: l’immagine ottenuta con il VLA mostra la regione centrale del disco circumstellare meglio di tutti gli studi precedenti, rivelando un agglomerato (clump) di polvere che, secondo gli scienziati, contiene circa da 3 a 8 volte la massa della Terra. Questo grumo di polveri rappresenta con ogni probabilità il primo stadio nella formazione dei protopianeti, una fase che non era mai stata osservata in precedenza.


Immagine ALMA (sx) e VLA (dx) del disco protoplanetario di HL Tauri; nel riquadro si può scorgere l’agglomerato di polvere (clump). 

 «Si tratta di una scoperta importante, perché non eravamo ancora riusciti a osservare la maggior parte delle fasi in cui si sviluppa il processo di formazione dei pianeti», ha detto il primo autore Carlos Carrasco-Gonzalez presso l’Istituto di Radio Astronomia e Astrofisica dell’Università Nazionale Autonoma del Messico. «Questo è molto diverso dal caso della formazione stellare, dove, in diversi oggetti, abbiamo visto le stelle in varie fasi del loro ciclo di vita. Con i pianeti non siamo stati così fortunati, per cui avere un’immagine di questa fase molto precoce nella formazione dei pianeti risulta particolarmente importante». L’analisi dei dati VLA indica che la regione interna del disco protoplanetario contiene grani di polvere con diametro dell’ordine di un centimetro. Questa specifica zona, secondo gli scienziati, è quella dove si formerebbero i pianeti rocciosi, simili alla Terra, a partire da agglomerati di polvere che crescono via via, attirando il materiale presente attorno a loro.
 Alla fine, gli agglomerati raggiungerebbero una massa sufficiente a formare corpi solidi che, a loro volta, continuerebbero a crescere fino a diventare, un giorno, pianeti. 
 «Il contributo importante delle nuove osservazioni è su due fronti», commenta Leonardo Testi a Media INAF. «Uno è l’analisi dello spessore ottico della polvere. Abbiamo potuto verificare le proprietà della polvere con il VLA, dimostrando che si verifica un confinamento dei grani grandi; questo conferma la crescita dei solidi e – molto probabilmente – la presenza di pianeti. L’altro fronte è la presenza di disomogeneità nella distribuzione della polvere. Questa è una novità rispetto alle osservazioni ALMA e può indicare la presenza di ulteriori pianeti in formazione».

Fonte: http://www.media.inaf.it/

Sua Maestà il ghiacciaio Perito Moreno

In questi giorni migliaia di persone affollano le sponde del Lago Argentino per assistere al ciclico crollo del ghiacciaio Perito Moreno nelle sue acque.


L’estenuante navigazione della rompighiaccio, rallentata dai piccoli iceberg che vagano alla deriva sulla superficie del Lago Argentino, è ripagata dal panorama che si apre oltre la Penisola di Magellano, colpendo con selvaggia violenza la vista.
 Dalla sponda occidentale un’imponente parete di ghiaccio, alta oltre 60 metri e larga 5 kilometri, si staglia nelle acque del lago, abbacinante nelle sue innumerevoli sfumature di azzurro e celeste. 

È in questo luogo estremo, posto lungo il confine più remoto dell’Argentina con il Cile, che si trova quello che pur non essendo il più vasto, è di certo il più celebre ghiacciaio al mondo. 
Intitolato a Francisco Moreno, perito – cioè “esperto” – nelle scienze naturali e pioniere delle esplorazioni patagoniche, il Perito Moreno è in realtà solo una delle 48 propaggini glaciali dello smisurato Campo de Hielo Sur. 
Con una superficie paragonabile a quella della regione Lazio, questa calotta glaciale è per volume la terza del pianeta dopo quelle di Antartide e Groenlandia.


La neve accumulatasi sulle vette andine, compattata dal gelo e dalla pressione fino a diventare ghiaccio, scivola lentamente in tutte le direzioni.
 L’avanzata delle lingue di ghiaccio incide e leviga le valli sottostanti, raggiungendo in alcuni casi i corpi d’acqua che punteggiano la regione.
 Il profilo frastagliato e l’ampiezza del bacino (è il lago più grande del Paese) rendono il Lago Argentino la destinazione finale di alcuni di questi ghiacciai, quali il gigantesco Upsala e l’inaccessibile Spegazzini.
 Proprio la difficoltà di raggiungere via terra i ghiacciai che si affacciano lungo il braccio settentrionale del lago è stato uno dei fattori determinanti nel successo turistico del Perito Moreno, posto sul lato opposto.
 Ma non è l’unico.
 L’ampiezza e la profondità del fondale in questo punto consentono agli iceberg, che regolarmente si staccano dal fronte, di non incagliarsi ma di andare liberamente alla deriva nel lago, conferendo al Perito Moreno una suggestività unica


A differenza della quasi totalità dei ghiacciai del pianeta, il Perito Moreno non sembra risentire del cambiamento climatico. 
Mentre il vicino Upsala è in forte contrazione – alcuni studi stimano che nell’ultimo decennio il suo fronte si sia ritirato di oltre 200 metri all’anno – il fronte del Perito Moreno avanza ad una velocità di quasi 2 metri al giorno, sebbene perda massa ad un ritmo praticamente analogo 
 Se si escludono piccole variazioni, il Perito Moreno è considerato un ghiacciaio stabile, nel quale la formazione di nuovo ghiaccio compensa il distacco degli iceberg nel lago.
 Una frazione di secondo prima che ciò accada, l’intero bosco di latifoglie che circonda il ghiacciaio improvvisamente trattiene il respiro. Persino i ciarlieri fringuelli patagonici (Phrygilus patagonicus) tacciono, presagendo l’evento. 
Il boato della frattura infrange il silenzio irreale, alzando sbuffi di polvere di ghiaccio quando il frammento si stacca e collassa nell’acqua sottostante.


Lo scivolamento spinge il ghiacciaio nel lago, ostruendo ciclicamente la superficie che lo separa dalla penisola di Magellano e isolando il ramo del Brazo Rico dal resto del Lago Argentino. Quando ciò accade, il livello dell’acqua nel Brazo Rico aumenta progressivamente, innalzandosi in media di oltre dieci metri rispetto al consueto. 
La differenza di pressione idrostatica che si instaura ai due lati scava progressivamente lo sbarramento di ghiaccio nel punto di maggiore fragilità, ovvero in prossimità della zona di contatto con la sponda opposta. 
 L’impercettibile concavità iniziale si amplia a dismisura, distaccando guglie imponenti che infine plasmano il celebre ponte di ghiaccio.
 La rottura di questo arco e il conseguente crollo di buona parte del fronte ristabilisce la connessione tra i due specchi d’acqua, facendo ricominciare questo tango glaciale di avanzamento e ritiro. 

Nonostante la ciclicità del fenomeno, l’intervallo tra due eventi di rottura è estremamente irregolare. 
Il precedente crollo si è verificato nel gennaio del 2013, ad appena dieci mesi di distanza da quello di marzo 2012; tuttavia dopo l’evento del 1988 si è dovuto attendere sedici anni per assistere a una nuova rottura


Il crollo del ghiacciaio provoca uno tsunami di acqua e ghiaccio che, risalendo il Canal de los Tempanos (letteralmente “il canale degli iceberg”), raggiunge infine il bacino principale del Lago Argentino e la maggiore città della regione, El Calafate.

 Nonostante lo sviluppo tumultuoso seguito al turismo e alle agevolazioni governative durante i tre mandati presidenziali dei coniugi Kirchner (originari proprio della Provincia di Santa Cruz), la città è cresciuta nell’entroterra, separata dalla riva da un’ampia terra di nessuno ampia decine di metri. 
A differenza dei turisti che affollano gli alberghi, i suoi abitanti rispettano e allo stesso tempo diffidano della maestosa bellezza del ghiacciaio.

 Fonte: http://www.nationalgeographic.it/
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