mercoledì 18 dicembre 2013


Καληνύχτα                            
                             good night ~               
                                               Спокойной ночи ~ 
                  Buenas noches ~              Buona notte ~ 
Boa noite ~              
                               晚安 ~                   
Bona Nit ~            
                      Dobranoc ~ 
                                          Bonne nuit ~ 
Gute nacht ~ 
                    Laku noć ~ 
Νoapte buna ~                           
                                               Góða nótt...

La vita(dolorosa e passionale)di Camille Claudel

Il fratello Paul Claudel, celebre poeta dell'epoca e diplomatico, così descrive la sorella Camille:
 “Un front superbe, surplombant des yeux magnifiques, de ce rare bleu si rare à rencontrer ailleurs que dans les romans.”(Fronte superba su occhi magnifici di un blu così raro che non si trova che nei romanzi).


Camille Claudel nata l'8 dicembre del 1864: artista francese, scultrice. 

 Camille Claudel è nata nel nord della Francia, la seconda figlia di una famiglia di contadini. 
 Camille e la sua famiglia dopo diversi trasferimenti arrivano a Montparnasse zona di Parigi nel 1881. 
Già dodicenne dimostra forte interesse per la scultura ed inizia con la tecnica del modellato e i suoi lavori son di tal livello che suo padre lascia che si rechi a Parigi presso l’Académie Colarossi, dove sarà allieva del maestro Alfred Boucher. 
 Nel 1882, Claudel affitta un officina con altre giovani donne, per lo più inglesi, tra cui Jessie Lipscomb. 
 Prima di trasferirsi a Firenze(dopo esser stato insegnante per più di tre anni a Claudel), Boucher ha chiede a Auguste Rodin di prendere in consegna l'istruzione dei suoi allievi; è così che Rodin e Claudel si incontrano e inizia il loro rapporto tumultuoso e passionale. Intorno al 1884, Claudel inizia a lavorare nella bottega di Rodin. Claudel diventa una fonte di ispirazione, modello, confidente e amante di Rodin.


Fra Rodin e la Claudel nasce un legame che travalicava il rapporto amoroso per sconfinare nel comune lavoro con reciproche influenze ma è bene sottotileneare che i due non convissero mai dato che Rodin aveva già un precedente legame con Rose Beuret suggellato dalla nascita di un figlio di appena un paio d'anni più giovane della Claudel. 
 Rose Beuret era "abituata" alle frequenti avventure di Rodin e quest'ultimo non aveva nessuna intenzione di lasciarla per un rapporto stabile con Camille. 
 Da ciò è facile dedurre che il rapporto fra Rodin e la Claudel fu complesso e assai tormentato. 
Rodin "narra" l'evolversi del suo amore verso la Claudel in numerosi disegni che sono allocati presso il Musée Rodin a Parigi: tali disegni hanno un rilevante contenuto erotico, così come alcuni lavori della stessa Camille che si rifanno a un Kāma Sūtra che fu rivisto e rielaborato da Kalidasa in un periodo ritenuto a cavallo del IV e il V secolo a.C. 
Camille Claudel sintetizza tutto questo insieme di sentimenti nel bronzo "La Valse" del 1891, ovvero un valzer in cui la passione amorosa traspare senza indugio alcuno e che Camille eseguì dopo una fugace avventura con Claude Debussy. Scopo di tale breve rapporto amoroso con Claude Debussy fu di far ingelosire Rodin in modo che lasciasse Rose Beuret, cosa che Rodin non fece e l'anno dopo, nel 1892, Rodin chiuse in modo definitivo il rapporto con Camille.


Una delle opere più belle e significative del lavoro di Camille è L'Âge Mûr Camille che nel gruppo scultoreo è simboleggiata dalla figura che tenta di trattenere il "vecchio" amante che ormai si sta rivolgendo verso la sua futura sposa dimostrando comunque un che di esitante.


La conoscenza della vicenda agita la sua famiglia, soprattutto la madre, che non ha mai accettato la vita artistica di Camille. 
 A partire dal 1903, espone le sue opere al Salon des Artistes Français e al Salon d'Automne .


Dopo il 1905 Claudel sembra avere dei disturbi mentali. 
 Distrugge molte delle sue statue, sparisce per lunghi periodi di tempo, sembrano evidenti i segni di paranoia e schizofrenia . 

Accusa Rodin di aver rubato le sue idee e di condurre un complotto per ucciderla. Dopo il matrimonio di suo fratello(che l'aveva sostenuto fino ad allora)nel 1906 e il suo ritorno in Cina, vive appartata nella sua officina. 
Suo padre, che approvava la sua arte, aiutò Camille e la sostenne finanziariamente. 
Quando il 2 marzo 1913 morì, Claudel non è fu informata.
 Il 10 marzo 1913 su iniziativa di suo fratello e soprattutto della madre , Camille venne ricoverata in un ospedale psichiatrico di Ville-Évrard in Neuilly-sur-Marne . 
 Ci sono documenti che dimostrano che la donna era lucida mentre lavorava. 
 I medici cercano di convincere la famiglia che non ha bisogno di restare all' istituto, ma la famiglia decide di lasciarla li. 
Più volte i medici comunicheranno alla famiglia di permettere a Camilla di lasciare l'ospedale, ma invano anzi la madre le proibì di ricevere la posta da chiunque tranne dal fratello. 
Paul Claudel, il fratello visita la sorella in ospedale poche volte. Camille Claudel vive 30 anni nel manicomio di Montfave dove muore il 19 ottobre 1943, senza mai ricevere una sola visita da parte della madre o della sorella. 
 Il suo corpo viene sepolto nel cimitero di Monfavet. Nessuno della famiglia partecipato alla cerimonia (solo alcuni membri del personale ospedaliero).
 Più tardi i suoi resti vengono sepolti in una fossa comune.

Gli smemorati di Berlino........e l' ignavia dei politici italiani Greci ecc.



La Germania, che fa tanto la moralizzatrice con gli altri paesi europei, è andata in default due volte in un secolo e le sono stati condonati i debiti di due guerre mondiali per consentirle di riprendersi.
Fra i paesi che le hanno condonato i debiti, la Grecia, prima di tutto, che pure era molto povera, e l’Italia.
Dopo la Grande Guerra, John Maynard Keynes sostenne che il conto salato chiesto dai Paesi vincitori agli sconfitti avrebbe reso impossibile alla Germania di avviare la rinascita.
L’ammontare del debito di guerra equivaleva, in effetti, al 100% del Pil tedesco.
Fatalmemte, nel 1923 si arrivò al grande default tedesco, con l’iperinflazione che distrusse la repubblica di Weimar.
Adolf Hitler si rifiutò di onorare i debiti, i marchi risparmiati furono investiti per la rinascita economica e il riarmo, concluso, come si sa, con una seconda guerra, ben peggiore, in seguito alla quale a Berlino si richiese un secondo, enorme quantitativo di denaro da parte di numerosi paesi.
L’ammontare complessivo aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora!)
La Germania sconfitta non avrebbe mai potuto pagare i debiti accumulati in due guerre, peraltro da essa stessa provocate.
Mentre i sovietici pretesero e ottennero il pagamento della somma loro spettante, fino all’ultimo centesimo, ottenuta anche facendo lavorare a costo zero migliaia di civili e prigionieri, il 24 agosto 1953 ben 21 paesi, Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia, con un trattato firmato a Londra le consentirono di dimezzare il debito del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni.
In questo modo, la Germania poté evitare il default, che c’era di fatto.
L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie, ma nel 1990 l’allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo, che avrebbe procurato un terzo default alla Germania.
Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto.
Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro.
Senza l’accordo di Londra che l’ha favorita come pochi, la Germania dovrebbe rimborsare debiti per altri 50 anni.
E non ci sarebbe stata la forte crescita del secondo dopoguerra dell’economia tedesca, né Berlino avrebbe potuto entrare nella Banca Mondiale, nel Fondo Monetario Internazionale e nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Quindi: che cos’ha da lamentare la Merkel, dal momento che il suo paese ha subito e procurato difficoltà ben maggiori e che proprio dall’Italia e dalla Grecia ha ottenuto il dimezzamento delle somme dovute per i disastri provocati con la prima e la seconda guerra mondiale?
La Grecia nel 1953 era molto povera, aveva un grande bisogno di quei soldi, e ne aveva sicuramente diritto, perché aggredita dalla Germania.
Eppure…
Perché nessun politico italiano ricorda ai tedeschi il debito non esatto?

Roberto Schena

Mappato il labirinto di tunnel sotto Roma


Molto al di sotto delle strade di Roma esiste un labirinto di tunnel e cave che risale all’inizio della città. 
Ora i geologi si stanno avventurando sotto Roma per mappare questi passaggi sotterranei, nella speranza di prevenire che le moderne strutture non crollino nei vuoti sottostanti. 
 Nel 2011, ci sono stati 44 incidenti a strade o parti di edifici che sono crollati nelle cave, un numero che è cresciuto a 77 nel 2012 e 83 finora nel 2013. 
Per predire e prevenire questi cedimenti, gli geoscienziati del Centro Ricerche Speleo Archeologiche (Sotterranei di Roma) e Giuseppina Kysar Mattietti, della George Mason University, stanno mappando le aree ad alto rischio del sistema di cave. 
 La mappatura è importante, dice Kysar Mattietti, perché con gli anni i cittadini romani hanno cominciato a riparare i cedimenti a modo loro. “Il modo più comune è prendere alcune grandi borse di plastica, riempirle con cemento e metterle nei buchi”. 
 Il vulcanismo ha creato la terra su cui venne costruita Roma. Queste rocce vulcaniche, o tufo, sono stati un vantaggio per i primi architetti di Roma, che presto impararono che il tufo era forte e facile da tagliare in blocchi per costruzioni. 
La cenere vulcanica, più leggera e meno compatta, venne usata come ingrediente principale nella malta.
 I primi romani erano astuti. Anche se cominciarono a costruire dei sobborghi sopra le cave, i tunnel erano abbastanza stretti da non far crollare il terreno sopra. Ma due cose lavorarono contro la stabilità a lungo termine del tunnel. 
 La prima era Madre Natura. 
Appena la roccia viene esposta all’aria, comincia deteriorarsi. Il secondo problema era umano. 
Le ultime generazioni continuarono a costruire, usando le stesse cave per la roccia e ampliando il tunnel oltre la loro grandezza originale per creare nuove strutture sopra di loro.


I tunnel sono un segreto di Pulcinella a Roma. 
Nel corso degli anni, quando l’estrazione finì, le persone riutilizzarono il labirinto sotterraneo come catacombe, per coltivare funghi e come sistema fognario non ufficiale.
 Durante la seconda guerra mondiale, le persone usarono i tunnel come ripari dalle bombe.
 Ma i più giovani romani sono meno coscienti del pericolo geologico sotto la città. E pochi sanno quanto siano estese le cave. 
“Visto che non servono più a nulla, le persone tendono a dimenticare quello che potrebbe essere un problema”, dice Kysar Mattietti. 
 Ora gli geoscienziati stanno usando scansioni 3D per cercare le debolezze nascoste nei tunnel. I ricercatori entrano nei tunnel anche attraverso botole e mappano il labirinto a mano una volta accertata la sicurezza dell’area. 
 “Potrebbero esserci crepe, quindi mappiamo i fori e qualunque tipo di distacco”, spiega Kysar Mattietti. In alcuni punti, il soffitto dei tunnel comincia a cedere. In altri, ci sono dei crolli totali: a volte non raggiungono il livello stradale, ma lasciano molta poca terra tra la superficie e il vuoto. “È interessante, perché a volte mentre sei giù riesci a sentire le persone sopra”, racconta la scienziata. 

 Per riparare i punti critici, le autorità cittadine chiudono i punti instabili e versano nella malta nel tunnel, riempiendo l’intero vuoto invece di riparare semplicemente il soffitto.
 “Quello che la municipalità vuole fare è sostanzialmente avere una mappa dei rischi, così a quel punto possono decidere che tipo di intervento debba essere fatto”, dice Kysar Mattietti. 
La geoscienziata ha presentato il suo lavoro lo scorso ottobre al meeting annuale della Geological Society of America a Denver. La maggior parte delle cave si trova sotto l’area sud-orientale della città. 
Kysar Mattietti e il suo team stanno attualmente mappando tre siti considerati ad alto rischio di crollo.
 Il bisogno di queste ricerche probabilmente aumenterà ancora dato che l’erosione naturale continuerà. 
“Una crepa non si ferma mai da sola”, dice. “Diventa sempre più grande”.

 http://www.livescience.com/

FEGATO D'OCA, L'ORRORE DIETRO LA PRODUZIONE

Un video agghiacciante mostra i passaggi della "produzione" del celebre Foie Gras.
Dai pulcini, alle minuscole gabbie, per poi arrivare all'alimentazione forzata dei volativi che si conclude con la loro terribile morte.
Tutto ciò per un semplice motivo:
"La produzione di foie gras - riporta wikipedia - richiede che ai volatili venga somministrato con la forza più cibo di quanto essi ne assumerebbero in natura e più di quanto ne assumerebbero volontariamente in allevamenti domestici.
L'alimentazione consiste solitamente in grano bollito nel grasso (per facilitarne l'ingestione), e provoca grandi depositi di grasso nel fegato, ottenendo in tal modo la consistenza gelatinosa ricercata dalla gastronomia.
" Animal Equality, l'organizzazione internazionale in difesa degli animali, "Ciò che abbiamo documentato sono scene terribili di animali confinati in minuscole gabbie, affetti da stress e depressione, feriti dal tubo che ogni giorno gli viene spinto nell'esofago per far passare il cibo, oppressi da problemi respiratori e di deambulazione per le abnormi dimensioni raggiunte dal fegato, maltrattati e lasciati morire senza cure", afferma Francesca Testi, portavoce di Animal Equality in Italia.
L'associazione ha lanciato in Italia una campagna per chiedere a diverse catene di supermercati (Auchan, Bennet, Conad, Coop,Esselunga, Sma, Super Elite) di rivedere le scelte aziendali in merito alla distribuzione di 'foie gras' in Italia, fornendo dichiarazioni pubbliche ed ufficiali che annuncino la cessazione immediata della vendita di un prodotto ottenuto con così tanta violenza sugli animali.
Non metto foto per non urtare la suscettibilità di chi ama gli animali ma video che documentano questo scempio sono su youtube per chi crede che sia una bufala
Ho pubblicato l'articolo per far sapere cosa c'è dietro a quella consuetudine durante le feste di consumare il prodotto.
Ogni boccone è legato a dolore e morte.
Chi ha a cuore gli animali dovrebbe inorridire anche solo a vederlo e sopratutto non compralo l'unico modo per porre termine a tutto questo orrore

L'euro e l'opinione di economisti premi nobel e di fama mondiale



Economisti premi Nobel che hanno definito L'euro come fallimento, massacro o altri epiteti tutt’altro che positivi.
Ognuno con la propria impostazione, ma tutti accomunati da un’idea:
l’Euro non funziona.

James Mirrlees: è un economista scozzese, premio Nobel per l'economia nel 1996
l’Italia starebbe meglio fuori dall’Euro Affernazione di pochi giorni fa, in occasione dell’evento Nobels Colloquia organizzato dall’Università Cà Foscari di Venezia
Guardando dal di fuori, dico che non dovreste stare nell’euro, ma uscirne adesso. Se l’Italia dovesse uscire dall’euro alcuni grossi problemi continuerebbero ad esistere, perché la Germania continua a mantenere i livelli dei prezzi troppo bassi. E, se la Germania continuerà questo atteggiamento, cosa che non intende cambiare, anche per l’Italia continuerebbero le difficoltà di oggi.

Paul Krugman: è un economista e saggista statunitense premio Nobel per l'economia 2008
Afferma un totale disastro In un’intervista sul settimanale francese Express nel 2012, aggiungendo “un’idea sentimentale, un bel simbolo di unità politica.
Ma una volta abbandonate le valute nazionali avete perso moltissimo in flessibilità.”
L’Europa, infatti, a differenza degli Stati Uniti è assolutamente poco flessibile: “Florida e Spagna hanno avuto una stessa bolla immobiliare e uno stesso crollo.
Ma la popolazione della Florida ha potuto cercare lavoro in altri stati meno colpiti dalla crisi.
Ovunque l’assistenza sociale, le assicurazioni mediche, le spese federali e le garanzie bancarie nazionali sono di competenza di Washington, mentre in Europa non è così
” In un’altra occasione, in un post sul suo blog, Krugman scrive invece: “Anche se il progetto si è rivelato un totale disastro, continueranno a dire che non è stato l’Euro a far fallire l’Europa, ma l’Europa a far fallire l’Euro“.

Milton Friedman: è stato un economista statunitense, premio Nobel per l'economia nel 1976.
Esponente principale della scuola di Chicago. Il suo pensiero ed i suoi studi hanno influenzato molte teorie economiche, soprattutto in campo monetario.
Fondatore del pensiero monetarista, l’Euro è delle élite In un’intervista al Corriere della Sera del 1998 definiva l’Euro come un progetto “elitario, antidemocratico e dirigista“.
L’unione monetaria ridurrà la libertà di mercato, inoltre diceva Friedman, quest’unione “c’è già ed è quella esistente tra Germania, Austria e Paesi del Benelux”.
L’Unione monetaria è il prodotto di una élite.
È il frutto di una impostazione non realistica, di una spinta elitaria di chi vuole usare la moneta unica per arrivare all’unione politica. Pensiamo davvero che Kohl oggi e Mitterrand in passato siano stati sostenuti da un desiderio di unita’ economica? No, il loro obiettivo primario era politico, mettere assieme Francia e Germania per evitare guerre future.
Gli Stati Uniti d’Europa sono una componente essenziale del progetto monetario. Alla domanda “pensa che sarà un fallimento?“, la risposta di Friedman suona oggi come una premonizione: Spero di sbagliarmi, perché un’Europa di successo è nell’interesse sia degli europei che degli americani. Ma non vedo la flessibilità dell’economia e dei salari e l’omogeneità necessaria tra i diversi Paesi perché sia un successo.
Se l’Europa sarà fortunata e per un lungo periodo non subirà shock esterni, se sarà fortunata e i cittadini si adatteranno alla nuova realtà, se sarà fortunata e l’economia diventerà flessibile e deregolata, allora tra 15 o 20 anni raccoglieremo i frutti dati dalla benedizione di un fatto positivo.
Altrimenti sarà una fonte di guai.

Joseph Eugene Stiglitz economista e saggista statunitense
PremioNobel per l'economia 2001.
Alla domanda senza euro sarebbe la fine del mondo?
In un’intervista per la rivista Francese Le Nouvel Observateur Stiglitz spiegava perché, dopotutto, la fine dell’Euro non sarebbe la fine del mondo:
Tornare al vecchio conio, non sarà poi così male tornare alle vostre vecchie monete.
Le unioni monetarie spesso durano poco tempo. …Ne conseguirebbe un periodo molto difficile, ma la fine dell’euro non sarebbe la fine del mondo.
In un altro suo contributo su Project Syndicate in cui parlava dell’esito delle elezioni in Italia, il Nobel parla dell’Euro come un progetto scarsamente democratico:
Il progetto europeo, per quanto idealista, è sempre stato un impegno dall’alto verso il basso. Ma incoraggiare i tecnocrati a guidare i vari paesi è tutta un’altra questione, che sembra eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano ad un contesto di povertà sempre più diffuso.

Amartya Kumar Sen economista indiano, premio Nobel per l'economia nel 1998.
Professor presso la Harvard University: che idea orribile l’Euro In un’intervista a MicroMega de la Repubblica, spiegava: “l’euro è stato un’idea orribile” che ha avuto conseguenze negative su tutti i paesi,  la peggiore, lo penso da tempo.
Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa. I punti deboli economici portano animosità invece che rafforzare i motivi per stare assieme.
Hanno un effetto-rottura invece che di legame.
Le tensioni che si sono create sono l’ultima cosa di cui ha bisogno l’Europa.
Chi scrisse il Manifesto di Ventotene combatteva per l’unità dell’Europa, con alla base un’equità sociale condivisa, non una moneta unica. Euro sì, no, cosa? L’Euro, così per come lo conosciamo, è stato un vero e proprio insuccesso.
Tra l’opposizione pro e contro moneta unica, infatti, c’è un principio comune a tutti: la moneta unica non sta funzionando secondo quanto era stato previsto.
Un’unione monetaria non supportata da una struttura unitaria a livello fiscale, economico e politico ha generato le tanto problematiche questioni che oggi si cerca, almeno in teoria, di appianare.
Uscire? Restare? Cosa dovremmo fare? L’argomento è intricato e talvolta complesso: se da una parte c’è chi invoca il ritorno ad una moneta nazionale, dall’altro c’è chi sostiene che un’eventualità di questo tipo ci porterebbe alla rovina più totale.
Se davvero dovessimo lasciare l’Euro come funzionerebbe un ritorno alla Lira?
Uscire dall’Euro e tornare alla lira comporterebbe rischi enormi, eppure esiste il modo di studiare un percorso che nonostante l’uscita dall’euro continui a sostenere l’economia del nostro paese. Ma nel 2014 c’è il rischio (o la possibilità) che qualche paese decida di lasciare l’Euro e si concretizzi così la tanto discussa “fine dell’Euro“?!

Giulio Sapelli : è uno storico ed economista italiano.
Andiamo Incontro all’Icerberg – L’Euro è una Pazzia’

“The economists’ warning”, ha pubblicato lo scorso 23 settembre sul Financial Times, è un appello firmato molti economisti di fama internazionale che ammonisce l’Europa dal perseguire la strada che sta imboccando.
Nella lettera aperta viene sottolineata l’eventualità sempre più plausibile della deflagrazione della moneta unica e del conseguente tracollo dell’Unione Europea, con il conseguente rischio di veder prendere maggiore forza agli irrazionalismi politici sullo stile della Germania anni ’20.
L’economia è costantemente al centro del dibattito storico e sociale contemporaneo. Alcuni parlerebbero di struttura sulla cui immagine si innesta l’architrave della società, altri di mostro carnefice degli aspetti letterari della vita, ma il fatto in sé rimane lo stesso.
Pertanto non è affatto infrequente leggere o sentire moniti e pareri di economisti o enti economici, ma per lo più si perdono nel fragore del dibattito politico televisivo o in uno degli infiniti rivoli delle vie di comunicazione.
Gli unici messaggi che riescono a scalfire il velo dell’indifferenza dei più e a fare breccia tra il blocco compatto delle più disparate notizie sono quelli particolarmente accesi, intelligenti e comprensibili.
“Il monito degli economisti”, o “The economists’ warning”, pare che raccolga in sé tutte e tre le definizioni.
Promosso dagli economisti italiani:
 Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo, il monito presenta un quadro chiaro ed abbastanza esaustivo dell’attuale situazione economica in Europa.
Oltre ai due italiani hanno sottoscritto la carta anche: Dani Rodrik, Wendy Carlin Mauro Gallegati.
“L’esperienza della moneta unica si esaurirà, con ripercussioni sulla tenuta del mercato unico europeo”, conclude lapidaria l’epistola, ma analizziamo un po’ più dettagliatamente il suo contenuto dal principio.
L’incipit del monito prende spunto dai dati sulla disoccupazione nell’Europa mediterranea, e sul previsto peggioramento di tale tendenza, paragonato alla crescita dell’occupazione in Germania e negli altri Paesi centrali.
E questa disparità, oltre che a mostrare un’odiosa disuguaglianza inter – dicitur – pares, sembrerebbe destinata a diventare sempre più netta dopo ogni incontro dei vertici europei.
Dopo la pessima idea dell’”austerità espansiva”, su cui persino il numero uno dell’Fmi Blanchard ha dovuto ritrattare, ora nei palazzi dell’Ue imperversa la nuova velleità ingegneristica delle cosiddette “riforme strutturali”, volte ad eliminare quei fattori che ostacolano la ripresa per sostituirli con pezzi di ricambio all’altezza delle aspettative.
“Tali riforme dovrebbero ridurre i costi e i prezzi, aumentare la competitività e favorire quindi una ripresa trainata dalle esportazioni e una riduzione dei debiti verso l’estero.
Questa tesi coglie alcuni problemi reali, ma è illusorio pensare che la soluzione prospettata possa salvaguardare l’unità europea” - questo è quanto dicono gli economisti –, cosa che richiederebbe una coordinazione solidale sovranazionale che dia nuovo slancio agli investimenti pubblici e privati.
Senza una politica del genere si rischia inoltre di foraggiare e persino incentivare le ondate di irrazionalismo neofascista che stanno fiorendo in Grecia, Norvegia e Ungheria, nonché di alimentare il sempre più condiviso euroscetticismo (che per fortuna non sempre si declina nel neofascismo).
Così come suggeriva Keynes nel 1919 dopo il Trattato di Versailles, anche “The economists’ warning” pone l’accento sulla necessità di politiche integrative e di recupero nei confronti dei Paesi in difficoltà, sconsigliando vivamente qualsiasi forma di ghettizzazione o, che è quasi lo stesso, di sfruttamento per far mantenere lo status quo alle economie più ricche.
L’auspicio di chi ha sottoscritto il documento è che le loro parole non finiscano nel dimenticatoio dei moniti inutili, come spesso è accaduto, ma possa dare una nuova propulsione al dibattito accademico e istituzionale… a pena della deflagrazione dell’Eurozona e del progetto europeo così come lo si era pensato. 

ECONOMISTI CONTRO L'EURO
Jacques Sapir, economista francese di fama mondiale.
Sir Christopher Pissarides, premio Nobel per l’economia nel 2010.
Hans-Olaf Henkel politico.tedesco  E 'stato direttore a IBM , presidente del BDI e Presidente della Associazione Leibniz Professore di Management Internazionale all’Università di Mannheim, già presidente della Confindustria tedesca
Stefan Kawalec  polacco Amministratore delegato di Capital Strategy, una società polacca di consulenza strategica.

Jens Nordvig –  danese Managing director di Nomura, la banca di investimento globale, dove dirige la Fixed Income Research, ed è capo delle strategie valutarie globali. I


Ernest Pytlarczyk –  polacco Economista capo alla Banca BRE (sussidiaria della Commerzbank, e terza banca commerciale della Polonia),


Jean-Jacques Rosa –  francese Professore Emerito di Economia e Finanza all’Institut d’Etudes Politiques (Parigi).


Juan Francisco Martín Seco – spagnolo Docente universitario di Introduzione all’economia, Teoria della Popolazione, e Finanza pubblica. Appartiene all’ordine dei Revisori dei conti (Ministero delle Finanze spagnolo

Alfred Steinherr – tedesco  Professore presso la facoltà di Economia e Management della Libera Università di Bolzano, della quale è stato fondatore (1998-2003). In precedenza, economista e direttore generale del dipartimento per l’economia e l’informazione dellaBanca Europea degli Investimenti,


Alberto Bagnai (italiano  – Professore associato di politica economica presso ilDipartimentodi Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio a Pescara (Italia), e ricercatore associato al CREAM (Centro diricerca in economia applicata alla globalizzazione, Università di Rouen).

BrunoAmoroso un economista e saggista italiano naturalizzato danese ricercatore e docente all'Università di Copenhagen.

Dal 1972 al 2007 ha insegnato all'Università di Roskilde, in Danimarca, dove ha ricoperto la cattedra Jean Monnet, presso la quale è professore emerito

Amoroso è docente all'International University di Hanoi, nel Vietnam. È stato visiting professor in vari atenei, tra cui l'Università della Calabria, la Sapienza di Roma, l'Atılım Üniversitesi di Ankara, l'Università di Bari.

 www.theeconomistswarning.com.

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