lunedì 12 gennaio 2015

Russia: baby orango venduti sul web come giocattoli


I piccoli di orangotango vengono allevati in Russia come animali esotici da compagnia. Messi in vendita come giocattoli per i super ricchi su internet, dove si trovano annunci pubblicitari. Al prezzo di 24.000 sterline, oltre 30.600 euro.

 Lo rivela un'indagine del "MailOnline".
 Le creature in pericolo non solo vengono allevate in Russia, ma anche importate in spregio alle norme internazionali.
 Con poche regole e una miriade di cavilli legali, si è sviluppato - secondo il giornale inglese - un commercio fiorente di animali, cresciuto con una selezione impressionante di animali - dai macachi ai falchi - offerti su internet a prezzi da capogiro.
 In un "vivaio" chiamato Exotic Zoo, nel villaggio di Desna, fuori Mosca, al "MailOnline" è stato offerto un orango per due milioni di rubli, quasi trentamila euro.

 Le grandi scimmie - va ricordato - sono nella "Red List", un elenco riconosciuto a livello internazionale delle specie in via di estinzione stilato dall'Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn).
 I rivenditori affermano di avere "tutta la documentazione" e vantano le bestiole considerandole animali domestici ideali, perché imitano i loro proprietari, "non mordono", possono indossare pannolini e abiti. 
L'orangutan maschio offerto al "MailOnline" era di circa un anno e sembrava in buone condizioni, stando a quanto riferito.


Il venditore, che non ha dato il suo nome, ma era sulla quarantina, ha detto al giornalista inglese, che fingeva di essere rappresentante di un ricco, potenziale acquirente: "Eccolo qui, si prega di tenerlo. Non abbiate paura, è come un bambino".
 E ancora: "Non morde, è curioso di voi. Lasciategli tenere i vestiti con le mani e le gambe. E' di circa un anno, l'età ideale per trovargli una nuova casa. Si tratta di un bell'animale domestico. E' possibile comunicare con lui, spesso come un membro della famiglia. 
Questi animali non sono mai aggressivi se sono nati e allevati da persone".
 Un commerciante spiega poi ai potenziali clienti che i baby orango "sono nati nel vivaio sotto la supervisione di esperti professionisti" e che tutti gli animali vengono regolarmente controllati dai veterinari.

 Fonte: nelcuore.org

L'insolito metallo trovato in un relitto di 2.600 anni fa dimostrerebbe la prova dell'esistenza di Atlantide ?



Trentanove lingotti di un metallo insolito sono stati recuperati da una nave cargo affondata 2600 anni fa al largo della costa meridionale della Sicilia.
 Secondo gli esperti, i lingotti probabilmente provenivano dalla Grecia o dall’Asia minore e destinati ai laboratori di Gela, Sicilia. Evidentemente, la nave è colata a picco poco prima di entrare nel porto, a seguito di una forte tempesta. 

 “Il relitto risale alla prima metà del 6° secolo”, spiega a Discovery News Sebastiano Tusa, direttore della Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali del Mare della regione Sicilia. “La nave si trovava a circa 300 metri dalla costa ad una profondità di circa 3 metri”.


A catturare l’interesse dei ricercatori sono stati soprattutto gli insoliti lingotti trovati nel relitto. 
Le analisi hanno rivelato che si tratta di un metallo composto da una lega di rame, zinco e piccole percentuali di nickel, piombo e ferro. 
 “Non è mai stato trovato nulla di simile in precedenza”, continua Tusa, il quale afferma che potrebbe trattarsi del mitico oricalco, il metallo misterioso che secondo Platone era prodotto ad Atlantide. “Sapevamo dell’oricalco da testi antichi e alcuni oggetti ornamentali”.


L’esistenza, l’origine e la composizione dell’oricalco sono stati oggetto di ampio dibattito da parte dei ricercatori. 

Secondo quanto scrive Platone, Atlantide risplendeva della “luce rossa dell’oricalco”, il quale aveva un valore secondo solo all’oro. Il filosofo registra che il metallo prodotto ad Atlantide era stato utilizzato per ricoprire le pareti interne, le colonne e i pavimenti del tempio di Poseidone. 

 Il nome del metallo deriva dalla parola greca “oreikhalkos”, che significa letteralmente “montagna di rame”.
 Gli antichi greci tramandavano che l’oricalco era stato inventato da Cadmo, un personaggio mitologico greco-fenicio, fondatore e primo re di Tebe.

 Nella sua Eneide, Virgilio scrive che la corazza di Turno era composta da “oro e oricalco bianco”, il che ha fatto ipotizzare che si trattasse di una lega di oro e argento. 

Il metallo è menzionato anche nelle Antichità Giudaiche di Tito Flavio Giuseppe, uno storico di origine ebraica del 1° secolo d.C., secondo il quale la navi che decoravano il Tempio di Salomone erano di oricalco. 

 Attualmente, alcuni studiosi suggeriscono che l’oricalco poteva essere una lega simile all’ottone, prodotto in antichità tramite un processo di cementazione, ottenuto attraverso la reazione minerale di zinco, carbone e rame metallico in un crogiolo. 
 Tuttavia, la scoperta dei lingotti sul fondo del mare siciliano potrebbe svelare finalmente il mistero sull’origine e la composizione di questo enigmatico metallo.


Fonte: www.ilnavigatorecurioso

Spartaco: lo schiavo che sfidò la potenza di Roma


Si possiedono scarse informazioni sulla gioventù di Spartaco. Sicuramente venne alla luce in Tracia, molto probabilmente nel 109 a.C., da una famiglia facente parte della tribù dei Maedi che si occupava di pascolare e custodire mucche, pecore e capre. 
Fu un pastore sin dalla giovinezza e le sue giornate si caratterizzarono nella occupazione di difesa delle mandrie da lupi, orsi e banditi o da ore trascorse nel dolce far nulla.
 La sua passione per i combattimenti lo portò presto a intraprendere la professione di soldato. 
Per alcuni storici fra i quali annoveriamo Appiano, Spartaco lottò contro i Romani, finendo per essere da questi imprigionato.
 Non essendo in grado di comprarsi la libertà, fu ceduto come gladiatore. 
Altri storici sono persuasi invece che egli fosse stato un soldato ausiliario nell’esercito romano.
 In questo modo si comprenderebbe come mai Spartaco conoscesse molto bene le tecniche romane riguardanti l'impiego di mezzi e di reparti militari in un combattimento.
 La sua carriera militare in ogni caso non durò molto in quanto egli abbandonò l’esercito preferendogli una vita alla macchia caratterizzata da azioni violente contro persone e cose sulle vie deserte della Tracia.
 Durante un assalto a dei viaggiatori venne da questi catturato e venduto come gladiatore. 

Spartaco e altri banditi furono condotti a Capua nella scuola di Lentulo Batiato, che preparava moltissimi gladiatori per i combattimenti negli anfiteatri.


Spartaco, irritato a causa del duro trattamento che Lentulo infliggeva a lui e agli altri prigionieri di sua proprietà, volle opporsi ai soprusi e nel 73 a.C. fuggì dall'anfiteatro capuano nel quale era stato relegato.
 Settanta gladiatori lo seguirono diretti al Vesuvio.
 Sulla via che conduceva al vulcano i rivoltosi affrontarono un gruppo di uomini armati, appartenenti alla guarnigione dislocata in quella città, che avevano avuto l’ordine di catturarli. 
Ad avere la meglio però furono Spartaco e i suoi gladiatori, nonostante fossero armati solo di strumenti adatti al lavoro dei campi, arnesi da taglio e aste appuntite di ferro di cui si erano impadroniti nella caserma e nei locali in cui si consumavano i pasti della scuola gladiatoria.
 Si impossessarono pertanto delle armi dei soldati romani uccisi. 

Spartaco venne scelto dai rivoltosi quale comandante e come suoi aiutanti ebbe i galli Enomao e Crisso. 
Si diressero alle pendici del Vesuvio sia per accrescere il proprio numero, accettando numerosi schiavi in fuga e rendendoli pronti a sostenere un combattimento corpo a corpo, sia per stabilire le future mosse. 

 I Romani, consci che la rivolta di Spartaco stava assumendo risvolti pericolosi e inaspettati, conferirono il compito di punire i ribelli all’aristocratico Appio Claudio Pulcro che disponeva di tremila soldati.
 Pulcro accerchiò i nemici ma questi, avvantaggiandosi della mancanza di luce, furono in grado di arrivare senza far rumore alle spalle dei romani posti di guardia all’accampamento, per cui furono in grado di circondarlo e assalirlo massacrando buona parte dei legionari, mentre i pochi rimasti in vita scapparono.
 Questo scontro viene ricordato dagli storici come la «battaglia del Vesuvio». 
Questa incredibile vittoria militare venne raggiunta grazie alle conoscenze acquisite da Spartaco sui campi di battaglia e alla suo acume nel preparare tattiche da combattimento.
 Moltissimi schiavi fuggiaschi, nonché pastori e contadini in condizioni di estrema povertà che abitavano nei pressi del Vesuvio, decisero di unirsi ai rivoltosi, facendo raggiungere l’armata di Spartaco l’incredibile cifra di quarantamila unità.
 Per poter nutrire così tanti uomini l’ex pastore trace iniziò a saccheggiare i terreni appartenenti agli aristocratici per poi passare alle città di Cori, Nocera e Nola.


Spartaco sconfisse più volte i Romani, ma la vittoria militare più importante venne ottenuta dai ribelli contro il pretore Publio Varinio e i suoi inviati propretori, Furio e Cossinio.
 Spartaco non solo vinse in battaglia i soldati, ma si impossessò dei cavalli, dei vessilli delle unità militari dell'esercito romano e dei fasci littori del pretore. 

Da questo momento egli ebbe il pieno controllo su tutto il fertile territorio della Campania.
 Cossinio venne sorpreso mentre si rilassava bagnandosi nelle acque di Saline, una cittadina posta tra Ercolano e Pompei e, sebbene riuscisse in un primo momento a sottrarsi alla morte, fu braccato e in seguito ucciso insieme a numerosi soldati. 
Non deve cogliere di sorpresa una sconfitta di tali proporzioni sopportata dalle truppe romane, sia perché non erano state utilizzate le legioni che offrivano maggiori garanzie, sia perché i pretori e i loro rappresentanti, provenienti dalla comune cerchia politico–amicale, non avevano molto spesso alcuna conoscenza di come condurre una manovra bellica e di come impiegare mezzi e reparti militari in un combattimento, visto che a Roma il loro compito principale consisteva nella concreta applicazione delle norme giuridiche e di rado, e in alcune occasioni straordinarie, si occupavano di dirigere operazioni militari.

 Dopo un anno trascorso in razzie e saccheggi, Spartaco comprese che non era opportuno soggiornare ancora in Italia.
 Parecchi uomini del suo esercito erano galli, germani e traci che desideravano fare ritorno alle proprie terre. 
Pertanto era necessario raggiungere e superare le Alpi. Ma vi era un ostacolo rappresentato dall’esercito del pretore Publio Varinio. 
L’ ex pastore trace con un piano astuto riuscì ad eludere le truppe romane.

 Lo storico Frontino ci racconta l’episodio con dovizia di particolari :«Circondato dai soldati del pretore, Spartaco fece erigere dai suoi uomini dei pali ad intervalli regolari davanti alle porte del campo. Legò a questi pali dei cadaveri che armò, in modo che in lontananza sembrassero delle sentinelle. Fece anche accendere dei fuochi per il campo e mentre i nemici erano ingannati da questa vuota esibizione, Spartaco e il suo esercito sgusciarono via nottetempo (Stratagemmi, 1, 5, 22)».

 Dal momento che non era più possibile attraversare le Alpi, poiché si era in pieno autunno, Spartaco decise di svernare, insieme ai suoi settantamila uomini, nel mezzogiorno d’Italia, dal momento che controllava pienamente la Campania, la Lucania e la Calabria. Favorì l’acquisto di ferro in modo tale che i fabbri preparassero nuove armi e corazze protettive per gli uomini che da poco erano entrati a far parte del suo esercito. 
Desiderava affrontare i Romani non più come un’accozzaglia di gente disprezzabile e disonesta, ma con dei veri e propri soldati. Nel 72 a.C. il Senato romano iniziò a considerare seriamente l’insurrezione spartachista, dal momento che il popolo era disgustato dalle stragi, razzie e stupri compiuti dagli schiavi in fuga, e stabilì che i consoli di quell’anno, Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano sconfiggessero una buona volta i ribelli. 
Crisso, capeggiando un buon numero di rivoltosi celti e germanici, raggiunse la Puglia ma qui venne vinto in battaglia da Publicola nella penisola del Gargano e messo a morte.
Spartaco, però, non fu preso da timore quando seppe dell’uccisione dell'alleato, e anzi ebbe la meglio per l’ennesima volta sulle legioni romane. 
Le truppe guidate dal console Clodiano Lentulo, nell’azione volta a bloccare il transito ai ribelli, molto probabilmente furono battute nell’estate del 72 a.C. sull'Appennino tosco-emiliano. 
Spartaco sconfisse anche il governatore della Gallia cisalpina, il proconsole Gaio Cassio Longino Varo, che lo affrontò nelle vicinanze di Modena con circa 10.000 uomini e che solo con molta fortuna riuscì a salvare la propria vita quando invece moltissimi soldati romani furono massacrati.

 A questo punto nessuno poteva impedire a Spartaco e ai suoi uomini di attraversare le Alpi. Ma in quei mesi i ribelli da lui guidati avevano condotto una vita sicuramente migliore di quella mai avuta in passato e pertanto rimandarono il ritorno in patria. 
A quel punto Spartaco e i suoi uomini raggiunsero la Lucania e si stabilirono vicino a Turi, dove si equipaggiarono di nuove armi, proseguirono con le scorrerie e le devastazioni, e affrontarono nuovamente i Romani, i quali patirono ancora numerose sconfitte.


A Roma il popolo ormai dubitava ci fosse qualcuno in grado di battere lo schiavo fuggiasco che da tre anni imperversava nella penisola. 
Solamente l’aristocratico Marco Licinio Crasso, uomo molto facoltoso, accettò dal Senato il compito di eliminare Spartaco. 
Con prontezza egli riuscì a raccogliere otto unità militari comprendente ognuna da 4000 a 6000 uomini (una volta aveva confidato ad un amico che una persona non poteva definirsi abbiente se non fosse stata in grado di formare una unità militare con i propri denari).
 Il grosso spiegamento di forze evidenzia come il nobile volesse sconfiggere una volta per tutte Spartaco.
 Intanto questi era sempre convinto della necessità di abbandonare l’Italia e pertanto raggiunse con i suoi uomini Reggio Calabria.
 Qui contattò i pirati cilici, che vollero essere pagati anticipatamente ma che abbandonarono le coste calabresi senza imbarcare i rivoltosi.
 È molto probabile fosse stato Crasso ad elargire oro ai pirati affinché lasciassero la penisola senza prendere passeggeri a bordo delle loro navi.
 Con questo avvenimento inizia la parabola discendente dei ribelli. Impedita la fuga ai ribelli, Crasso comandò di costruire una imponente muraglia nella parte più stretta della Calabria che divideva il mar Ionio dal mar Tirreno, difesa da un fossato di notevole profondità, che fermasse l’ex pastore trace e non permettesse approvvigionamenti di nessun tipo al suo esercito. Numerosi banditi, schiavi in fuga e militari cominciarono ad abbandonare le legioni di Spartaco, ma non gli agricoltori o le popolazioni delle città impauriti dalle sue scorrerie. 
Comunque, Spartaco, indeciso sul da farsi dal momento che in due battaglie contro le legioni romane aveva perso dodicimila uomini, alla fine si propose di utilizzare tavole di legno per superare il fossato e scale per oltrepassare le mura difensive romane. 
Superato questo ostacolo gli uomini di Spartaco si divisero tra chi desiderava il proseguimento delle razzie e chi voleva allontanarsi definitivamente dall’Italia.
 Fra coloro che anelavano abbandonare la penisola vi erano molti galli che elessero come loro comandanti Granico e Casto. 
Crasso li assalì nei pressi della rinomata città di Crotone, trucidando più di trentamila uomini. In questa occasione l’esercito di Crasso rientrò anche in possesso dei vessilli della magistratura sottratti a Glabro.

 Gli eventi sembravano volgersi a favore dei Romani, quando Spartaco vinse in battaglia Quinto Tremelio Scrofa, posto da Crasso a nord insieme ad un buon numero di soldati affinché impedisse ai ribelli di scappare verso quei luoghi. 
Spartaco desiderava arrivare a Brindisi per raggiungere a bordo di una nave la natia Tracia, ma nel porticciolo stazionava l’armata di Lucullo, richiamato dalla Grecia, per cui decise di ripiegare nuovamente verso l'interno. 
È molto probabile che volesse portare i rivoltosi oltre le Alpi, dal momento che a nord della penisola non vi erano legioni che potessero fermarlo. 
Crasso venne a sapere, con grande sorpresa, che gli uomini di Spartaco erano sempre fiduciosi di sconfiggere i Romani in battaglia. Spartaco però non era dello stesso avviso e mandò a Crasso dei messi per raggiungere un patto di non belligeranza.
 La risposta del comandante romano fu che Roma non stipulava accordi con chi aveva perso la libertà.




Lo scontro finale violentissimo (dove Spartaco venne sconfitto e ucciso) ebbe luogo nel 71 a.C. in Campania vicino al punto in cui nasce il fiume Sele.
 L’ex pastore trace aveva a disposizione novantamila uomini pronti a tutto. Sessantamila ribelli vennero trucidati. I Romani subirono una perdita di 1.000 legionari e catturarono 6.000 rivoltosi. 

Raccontarono diversi soldati romani che Spartaco si lanciò con veemenza contro di loro e dopo aver ammazzato numerosi soldati romani ricevette un numero talmente elevato di colpi di spada che la sua salma non fu mai recuperata.
 Una parte delle sue truppe scappò e si rifugiò sulle montagne vicine. Crasso fece crocifiggere tutti i ribelli catturati, non coperti da indumenti, sul tratto della via Appia che congiunge Capua a Roma. 
Una parte dell'esercito dei rivoltosi, probabilmente 5.000 uomini, si diressero verso nord, ma furono fermati e sconfitti da Gneo Pompeo Magno, che proveniva con le sue legioni dalla Spagna.
 Si concludeva in questo modo l’insurrezione violenta di Spartaco.

 Giampiero Lovelli
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