giovedì 30 giugno 2016

Due ali di uccellini di 99 milioni di anni racchiuse nell’ambra del Myanmar


Un team di ricercatori cinesi, britannici e statunitensi, condotto da Xing Lida, dell’’università cinese di Geoscienze e da Mike Benton, dell’università di Bristol, ha scoperto due piccole ali di uccelli intrappolate nell’ambra e dicono che «Le ali fossili sembrano provenire da uccellini che 100 milioni di anni fa sono rimasti intrappolati nella linfa appiccicosa di alberi tropicali». 
 Il loro studio, “Mummified precocial bird wings in mid-Cretaceous Burmese amber” pubblicato su Nature Communications, descrive campioni che provengono da un famoso giacimento di ambra nel Kachin, nel nord-est del Myanmar, dove erano già stati trovati perfettamente conservati migliaia di esemplari di insetti di ogni forma e dimensione, ragni, scorpioni, lucertole, e piume isolate.
 Ma questa è la prima volta che vengono scoperte intere parti di uccelli imprigionate nell’ambra.


All’università di Bristol spiegano che «Le ali fossili sono piccole, lunghe solo due o tre centimetri, e contengono le ossa dell’ala, incluse tre lunghe dita armate di artigli affilati, per arrampicarsi sugli alberi, così come le piume, tutte conservate nei minimi dettagli. 
L’anatomia dimostra che provengono da uccelli enantiorniti, un gruppo importante nel Cretaceo, ma che è scomparso alla stessa epoca dei dinosauri, 66 milioni di anni fa». 

Dai giacimenti di ambra birmani sta emergendo un vero e proprio tesoro di fossili antichi e documentano un momento particolarmente attivo dell’evoluzione della vita sulla terra, la rivoluzione terrestre del Cretaceo. Un’era durante la quale è avvenuto il  boom è una grande diversificazione delle piante da fiore che ha provocato un’ulteriore aumento ed evoluzione degli insetti che si nutrivano di foglie e nettare dei fiori, che a loro volta hanno attirato e diversificato i loro predatori: ragni, rettili, mammiferi e uccelli. 
 Ma se trovare antichi insetti intrappolati nell’ambra è un evento relativamente comune, trovare ali di piccoli uccelli, con penne, piume, follicoli, ossa e addirittura tracce di tessuti molli è semplicemente incredibile.

 Benton, che insegna paleontologia dei vertebrati alla Facoltà di scienze della Terra di Bristo, spiega che «Queste ali fossili mostrano dettagli sorprendenti Le singole piume mostrano ogni filamento e barba, siano esse remiganti, penne inferiori o piume, e ci sono anche tracce di colore: macchie e strisce».

 Xing, il principale autore dello studio, aggiunge: «Il fatto che i piccoli uccelli si arrampicassero sugli alberi suggerisce che avevano uno sviluppo precoce, nel senso che erano pronti all’azione non appena nati. 
 Questi uccelli non rimanevano nel nido in attesa di essere nutriti, ma andavano alla ricerca di cibo, e purtroppo morirono, forse a causa delle loro piccole dimensioni e per la mancanza di esperienza. 
Le piume isolate in altri campioni di ambra mostrano che gli uccelli adulti avrebbero potuto evitare la linfa appiccicosa, o liberarsene».


I primi uccelli risalgono ad oltre 150 milioni di anni fa, quando i dinosauri dominavano ancora la Terra e gli scienziati fino ad ora avevano raccolto alcuni fossili ben conservati in “2D” nella roccia. 

La scoperta nell’ambra di ali di uccelli risalenti a 99 milioni di anni fa offre uno sguardo senza precedenti su questi primi uccelli e su quello che doveva essere il loro aspetto.
 E’ la prima volta che gli scienziati hanno la possibilità di studiare queste caratteristiche fisiche particolari in uccello che si estinse alla fine del Cretaceo. 
 I ricercatori hanno esaminato la struttura e la disposizione delle ossa e delle piume utilizzando tecniche come il synchrotron X-ray micro CT scanning e dicono che, nel complesso, il piumaggio delle ali fossili è molto simile a quello che di uccelli moderni: se le si paragona a quelle di un moderno passeriforme, le ali sembrano quasi indistinguibili.
 Gli autori dello studio scrivono che «Questi campioni dimostrano che i tipi piumaggio associati agli uccelli moderni erano presenti all’interno di singoli individui di enantiorniti, del Cenomaniano (99 milioni di anni fa)». 
Questo suggerisce che gli uccelli abbiano evoluto la conformazione unica del loro piumaggio oltre 100 milioni di anni fa e che non la abbiano dovuta cambiare molto, se non del tutto, nel corso del tempo.

 Fonte: greenreport.it

Creux du Van: un anfiteatro roccioso nel cuore della Svizzera


Situato nel cuore della Svizzera, al confine tra il Cantone di Neuchâtel e il Canton Vaud, si trova il “Creux du Van”, un anfiteatro roccioso del tutto naturale, dalle dimensioni e dall’aspetto imponenti.
 Una parete rocciosa a forma di cavallo e alta 160 metri fa da cornice a una valle a strapiombo, lunga 4 chilometri e larga 1,4. Dalla cima dell’altopiano, che si staglia a 1.126 metri sopra il livello del mare, si gode di una veduta spettacolare dell’entroterra svizzera, così come delle Alpi ad est e delle terre francesi ad ovest.






Creux du Van è una destinazione molto popolare per quanti amano fare trekking o cimentarsi con scalate impossibili, forse la più rinomata nella parte occidentale del Massiccio del Giura. 
 Il nome “creux” viene da un’antica parola celtica che significa “grande depressione” o “valle profonda”; anche il termine “van” è di origine celtica e significa “valle rocciosa”. 
Per un certo periodo è stato definito “Le Cul du Van”, che tradotto suona come “il fondo del monte roccioso”, per poi acquisire la denominazione attuale.

 L’origine geologica di questo luogo incantevole risale all’ultima era glaciale, quando un piccolo ghiacciaio cominciò ad erodere una profonda valle locale, prima di congiungersi con il più imponente ghiacciaio del Rodano.
 L’attività di erosione e il ripetersi di cicli di gelo e disgelo indebolirono la montagna, causando il crollo di una porzione di essa e lasciando esposte le rocce sottostanti. 

 Il sottosuolo della valle resta solitamente ghiacciato per tutta la durata dell’anno.
 Al di sopra cresce una flora artico-alpina, mentre le specie animali qui presenti includono l’ibice, il camoscio e la lince.
 L’intero territorio è protetto da una riserva che si estende per 25 chilometri quadrati. 

 Fonte: gizzeta.it

lunedì 27 giugno 2016

Il Tempio della Musica si trova in Florida, ecco Singing Tower di Bok


In Florida, ritroviamo il Tempio della Musica: parliamo della Singing Tower di Bok, una torre di marmo rosa, alta 60 metri, circondata da un fossato molto profondo.


Alla torre si accede mediante una porta di ottone che, però, è sempre chiusa, tranne ai membri di una particolare associazione, chiamata Sustainer Level Membership.
 Pertanto, se volete visitarla dall’interno, rinunciate a qualsiasi speranza. 
Potete osservarla solo ed esclusivamente dall’esterno. 

Questa particolare costruzione è situata nei Bok Tower Gardens, che sono stati realizzati nel 1921 da Edward W. Bok, un immigrato olandese, che ideò questo particolare posto composto da lussureggianti giardini e da un santuario per gli uccelli.




Dietro la porta di ottone, c’è una biblioteca, interamente dedicata ai carillon e alla musica, che si dipana nella Anton Brees Carillon, una delle raccolte più ricche dedicate ai carillon, posta al quinto piano di questa torre rosa.
 Al sesto piano della struttura, c’è la cella campanaria, dove è posizionata una tastiera, mediante la quale si fanno suonare le 60 campane che compongono il carillon.
 I visitatori possono sentirne la musica per due ore al giorno, posizionandosi nei giardini della struttura.


Scendendo al piano terra, troviamo la Camera del Fondatore, dove ci sono mobili antichi, ascensore del tempo ancora funzionante e un camino di grosse dimensioni.


Fonte: ipostipiubelli.it

Tra due anni arriverà sul mercato il primo robot per il condominio: sorveglia e consegna la posta


Arriva il primo robot per il condominio, in sostanza portiere hi-tech realizzato e appena sperimentato in Italia.
 Il prototipo è stato presentato a Pisa, nel convegno sulle tecnologie al servizio dell’ambiente in cui si vive (Ambient Assisted Living), organizzato dalla Scuola Superiore Sant’Anna. 
“Ci siamo dati due anni come obiettivo per un modello che possa essere prodotto su scala industriale“, ha dichiarato il ricercatore Filippo Cavallo, co-fondatore della Co-Robotics, una spinoff della Scuola Superiore Sant’Anna.
 Lo stesso gruppo ha realizzato il prototipo del robot domestico, dall’aspetto realistico e simile al “portiere di condominio” tecnologico, che ha occhi vivaci e attenti per sorvegliare il viavai nel portone, un comodo vassoio per consegnare posta, pacchi e spesa, due ruote per spostarsi e un’uniforme con cravattino colorato.


Entrambi nati dal progetto robot Era, del valore complessivo di 8,7 milioni di euro, parlano e obbediscono ai comandi vocali. 
Il robot domestico ha anche un braccio e una mano con tre dita. Non ha il cravattino, ma può essere personalizzato, e ha un maniglione che in grado di aiutare chi ha difficoltà a camminare. 
Si accorge se la persona che è in casa è caduta e ha bisogno di aiuto e sa intrattenere con giochi cognitivi.




Il materiale di cui sono fatti è economico e leggero: ovvero la stessa plastica dei cruscotti delle auto.
 L’obiettivo è quello di arrivare a un costo compreso fra 5.000 e 20.000 euro, per i modelli più complessi.
 In strutture di ricovero ospedaliero, dove peraltro sono già stati testati anche in Italia, questi robot potrebbero essere utilizzati per trasportare lenzuola e coperte, consegnare il cibo ai pazienti, aiutare gli infermieri a distribuire i farmaci, sostenere le persone che non camminano in modo autonomo e offrire una supervisione utile per la sicurezza, con un risparmio notevole sui costi socio-sanitari e miglioramento della qualità dei servizi per gli utenti e della qualità di lavoro per gli operatori. 

Non hanno ancora un nome, ma presto, diventando una realtà concreta, potrebbero anche essere “battezzati”. 

 Fonte: meteoweb.eu

Lo yak nel clima rigido dell'altopiano tibeteno


Un esempio di come Madre Natura abbia messo al mondo creature diverse in grado di adattarsi a tutti gli ambienti e i climi, anche a quelli più ostili, è rappresentato dallo yak.
 E' quindi indispensabile conoscere prima le caratteristiche del luogo in cui vive questo animale per poter capire le caratteristiche fisiche e funzionali del suo organismo.


L'altopiano del Tibet, dove il clima è molto simile a quello polare, molto freddo e per lo più arido, è circondato da catene montuose che raggiungono i 5000-8000 metri (qui ci sono la montagne più alte del mondo), impedendo così l'arrivo dei monsoni umidi.
 La regione tibetana raggiunge i 4000-5000 metri di altitudine ed è per lo più ricoperta da neve e ghiacciai ed attraversata da venti e tormente. 
Ma allora, chi potrebbe vivere in questa terra così inospitale? Sicuramente un animale altrettanto forte e resistente: lo yak. 

 Lo yak, chiamato anche bue tibetano, è un mammifero artiodattilo appartenente alla famiglia Bovidae. 
Ma quali sono le caratteristiche che gli permettono di vivere in un clima così rigido?
 - una corporatura massiccia: il maschio può raggiungere i 200 centimetri al garrese, una lunghezza fino a tre metri ed un peso di una tonnellata; 
 - un folto manto con peli lunghi di un colore che va dal marrone scuro al nero e che ricoprono anche parte della fronte e la coda; questa pelliccia cade lungo i fianchi e si infoltisce sulle spalle; 
 - cute spessa; 
 - zoccoli divaricabili che gli permettono di muoversi anche su terreni acquitrinosi; 
 - una costola in più rispetto al bovino, e questo gli permette di avere una gabbia toracica più ampia e quindi anche un cuore e due polmoni più voluminosi; 
 - un elevato tasso di emoglobina. 
 Queste due ultime caratteristiche fanno sì che possa vivere fino a 6000 metri, dove l'aria è rarefatta.
 Inoltre durante le tormente di neve, gli yak dello stesso gruppo (per la maggior parte dell'anno maschi e femmine vivono separati, e solitamente i primi formano gruppi di 2-5 individui, mentre le seconde di 6-20 capi) si accovacciano a terra disponendosi quasi a cerchio uno di fianco all'altro con la testa rivolta verso il centro, finché le condizioni climatiche non migliorano.

 L'habitat dello yak può variare, ma è comunque rappresentato da tre aree che si differenziano per il tipo e la quantità di vegetazione (pascoli alpini, steppa alpina e steppa desertica), per la temperatura media e le precipitazioni annue; quindi durante le stagioni fredde alcuni branchi possono effettuare grandi migrazioni alla ricerca di erba, muschi, licheni. Ma lo yak predilige comunque le temperature fredde dell'altopiano, ed è qui che quindi ritorna quando le condizioni climatiche sono meno rigide.


Tutte queste caratteristiche, sia fisiche che di grande adattabilità, ha quindi permesso a questo mammifero di vivere in questo angolo della Terra nonostante le condizioni climatiche così avverse (altra curiosità: è anche l'unico animale dell'era glaciale che è sopravviassuto sull'altopiano del Tibet, a differenza del rinoceronte lanoso che si è invece istinto circa 12000 anni fa). 

 Fonte: greenme.it

venerdì 24 giugno 2016

Isola del Liri, le meravigliose cascate nel cuore della città


Ad Isola del Liri, piccolo centro in provincia di Frosinone, ci sono due cascate sorprendente che si trovano proprio nel cuore di questa splendida isola formatasi sul fiume Liri.
 Le cascate sono state definite come una delle 10 meraviglie naturali italiane. Il fiume Liri dividendosi in due rami, infatti, dà vita a due pittoresche cascate, una è la Cascata Grande, l’altra più piccola è la Cascata del Valcatoio.
 Entrambe si incorniciano a un paesaggio ricco di vegetazione dove padroneggia Castello Boncompagni Viscogliosi immerso nel parco.


La Cascata Grande sgorga da una roccia naturale per circa 28 metri e a seconda delle stagioni, le sue acque sono ricche e cariche o più chete e meno abbondanti. 
Nel pieno centro storico, dunque, i visitatori non possono che rimanere affascinati da questa splendida creazione della natura che è anche il simbolo di tutti gli abitanti di Isola del Liri.

 Il fiume Liri nasce in Abruzzo, alle falde del monte Camiciola nei pressi di Cappadocia, attraversa diversi paesini e oltrepassa il confine fino al Lazio, a poco più di 100 chilometri dalla Capitale.
 Il culmine della bellezza lo raggiunge proprio nelle Cascata grande, unico esempio in Europa di cascata al centro della città. 

 Dominella Trunfio

mercoledì 22 giugno 2016

Il fantino Lukuyanus e le più antiche regole della corsa


Una tavola di pietra scoperta recentemente a Konya, in Turchia, vicino al monumento al fantino romano Lukuyanus, riporta le antiche regole delle corse dei cavalli. 
Potrebbe essere per ora il più antico formulario di regole sportive mai trovato, con i suoi 2000 anni di età. 
Varenne ha scritto la storia dell'ippica con tante vittorie consecutive, ma 2000 anni fa probabilmente non sarebbe andata così, perché le regole erano alquanto diverse.
 L'iscrizione in greco rivela che i cavalli vincenti e tutti gli altri cavalli allenati nella scuderia del vincitore venivano esclusi dalle successive corse per garantire un ricambio nella competizione.

 La tavola di pietra faceva parte del monumento di Lukuyanus,che si pensa sia stato eretto in onore del fantino romano Lukuyanus, morto prematuramente 2000 anni fa, ed è stata ritrovata nello stesso sito. 
Il monumento fa parte del complesso dell'antico ippodromo che i Greci usavano per le corse dei cavalli e dei carri, sport che appassionava notoriamente anche i Romani. 

Il Professor Hasan Bahar dell'Università di Selçuk ha raccontato all'Hurriyet Daily News che il documento si riferisce proprio al fantino Lukuyanus e che aiuterà gli storici a capire il modo in cui le corse dei cavalli venivano concepite e svolte, e come venivano allevati i cavalli destinati a tale scopo. 
"Le regole di allora - sostiene Bahar - erano propriamente 'cavalleresche'.
 Il vincitore doveva ritirarsi e così c'era la possibilità per altri di vincere".
 Forse la concezione dello sport era sensibilmente diversa dalla nostra.

 L'artefatto ritrovato è considerato molto raro e nessun altra incisione contenente le regole delle corse era mai stato trovato. 
E' il più antico regolamento sportivo mai trovato e, chissà, forse il più antico mai scritto. 
Le corse dei cavalli erano uno sport molto apprezzato nel mondo antico, ma erano anche molto pericolose. 
Tradizionalmente infatti esse seguivano la corsa dei carri, cosicché i fantini si trovavano a correre su un terreno irregolare e pieno di buche.
 Inoltre i fantini dovevano cavalcare senza sella e senza staffe, che non erano state ancora inventate. Ma a differenza delle corse contemporanee anche cavalli con fantino disarcionato potevano vincere la gara giungendo primi al palo e il cavallo vincente e il suo proprietario venivano festeggiati con entusiasmo. 

Queste corse di cavalli erano diffuse a Babilonia, in Siria e nell'antica Grecia. 
Ma lo sport è diffuso anche in altre culture antiche, si pensi solo alle corse tra i destrieri di Odino e il gigante Hrungnir nella mitologia Norrena.

 Fonte: Le Nebbie del Tempo

martedì 21 giugno 2016

Gli ultimi pagani e la festa del solstizio d'estate


Alba del 21 giugno, solstizio d’estate: il giorno dell’anno in cui la luce solare dura di più e vince sulla notte. 
Uomini con corone di foglie di quercia e donne con ghirlande di fiori campestri invocano nei loro canti il dio Dievs, le dee Laima e Mara, e varie divinità che soprintendono ai tanti aspetti della natura. 
Si accendono fuochi sacri e si fanno offerte di cibo a querce, laghi e sorgenti.
 E si fanno bagni rituali nudi, in un lago. 

 Tutto questo accade ancora oggi fra gli ultimi pagani d’Europa, in Letgallia, regione agricola della Lettonia, piccola repubblica ex sovietica che si affaccia sul mar Baltico.

 Nel frattempo lui, il Sole tanto invocato, si fa appena vedere: le troppe nubi di una settimana di pioggia lo nascondono.
 Ma questa rimane la sua festa, la festa della luce: dopo un inverno rigido e con troppe ore al buio, il Sole sorge alle 4 del mattino e irradia da dietro le nuvole la sua luce, pallida, ma preziosa.
 È tempo di risveglio della natura e cresce la voglia di uscire, di stare insieme. 

«Si festeggia all’antica, come migliaia di anni fa» osserva l’antropologo Cesare Poppi, che con noi ha osservato e valutato questi riti. 

La festa continua il 23 giugno, giorno di san Giovanni, qui chiamato Janis, festa nazionale della Lettonia.








Ma è la festa di san Giovanni più pagana del mondo.
 Qui il santo imposto dalla Chiesa fu adattato alla tradizione locale: la festa della luce, al solstizio d’estate, c’era da molto prima che si parlasse di cristianesimo. 
In alcuni villaggi si fa ancora il 21 giugno, ma in genere la celebrazione è spostata al 23, festa nazionale di san Giovanni-Janis, senza che questa perda la sua origine pagana: tutti sanno che con il santo si festeggia in realtà il Sole.

 «La Lettonia, anticamente Latvia» spiega Poppi «fu l’ultima roccaforte pagana a essere cristianizzata in Europa.
 Lo fu solo parzialmente nel XIII secolo, quando arrivarono i cavalieri teutonici cacciati dalla Terra Santa, dopo la sconfitta crociata. 
Ma fino al XVIII-XIX secolo, la grande maggioranza degli abitanti della Latvia non accettò la religione cristiana, o comunque continuò a praticare anche il culto pagano». 
Legati all’antica tradizione, i contadini non volevano essere come i loro padroni germanici, che con i sudditi non si comportavano affatto “cristianamente”.
 Era una resistenza di sfruttati, che si cementò condividendo canti popolari, i dainas, in cui erano mantenuti vivi la devozione per i propri dei e i valori di solidarietà della comunità contadina, l’idea che l’uomo non fosse il padrone, ma solo uno degli elementi della natura, nel rispetto dei suoi ritmi.


«La lingua lettone è considerata una delle più antiche della famiglia indoeuropea, da cui vengono quelle moderne come il portoghese, l’italiano, il francese, il tedesco e l’inglese» spiega l’antropologo. «Per esempio diev (in latino deus, diva) corrisponde al sanscrito diev, che significa splendore, luce, e quindi Sole». 
Da diev viene infatti la divinità locale Dievs.
 In lettone, non esiste il verbo “avere”. I lettoni dicono “essere a me”. 
Ciò deriva dall’idea originale che l’uomo riceve i beni della natura, non li possiede. 
 Sulla base di una prima trascrizione di migliaia di dainas presenti nel folclore locale, lo storico lettone Ernests Brastinu e un gruppo di intellettuali locali ricostruirono, all’inizio del Novecento, le coordinate della religione pagana tradizionale: i nomi e il ruolo delle divinità, l’etica e la visione del mondo. 
Chiamarono questa religione Diev­turiba, da dievturis, coloro che ricevono Dievs.

 Questa religione divenne fondamento del nazionalismo lettone. Stalin fece di tutto per perseguitare e deportare i diev­turis, ma il corpus dei dainas e la ritualità radicata nel folclore sono rimasti intatti.
 La religione è poi diventata legale con l’indipendenza dall’ex Unione Sovietica. 

La cittadina di Malpis offre un esempio di come si sono conservati i riti arcaici. 
Qui vi è anche una scuola per la diffusione della cultura popolare e l’antica religione lettone, diretta da Andris Kapustz e dalla moglie Aida Rancane, entrambi studiosi di folklore e musicisti. E nella festa di questa cittadina si nota la continuità fra la cultura popolare contemporanea lettone e quella dell’età del Bronzo. Forse del Neolitico.

 «Sono elementi di una cultura europea già a quel tempo globalizzata» spiega Poppi. «La parte centrale del rito è la costruzione, in legno, della “porta di san Giovanni”, orientata in modo da inquadrare perfettamente il Sole all’alba del solstizio.
 È la stessa pratica astronomica-rituale che fu consacrata in grande a Stonehenge, l’equivalente della basilica di san Pietro in una diffusa religione europea dell’età del Bronzo». 
 La cuspide della porta forma una specie di X: «è il simbolo dello iumis, la coppia di gemelli che portano fertilità, continuità e armonia, ancora presente nelle case rurali dei lettoni».
 

A Malpis, il 21 giugno come a san Giovanni, si muove un corteo che diffonde inni sacri. Con tappe davanti alle case per scambiare offerte (formaggio, pane, birra, orzo non fermentato e fiori) e auguri di salute e fecondità, per la famiglia come per il bestiame e i raccolti. 
Tutti sono invitati a unirsi al corteo. 
Ci si ferma sotto una grande quercia, manifestazione di un dio maschile, per lasciare offerte all’albero e intonare preghiere.
 Giunti poi su una collina, viene accesa una pira sacra che durerà tutta la notte.
 I fedeli bruciano le corone del solstizio dell’anno prima e fanno offerte al fuoco.
 Altre offerte sono poste su una piccola zattera e inviate attraverso la corrente di un fiume a Upes mate, una delle madri delle acque. «Si celebra in questo modo il matrimonio tra fuoco e acqua, fra maschile e femminile» spiega Poppi. 
Viene quindi incendiata una ruota che rappresenta il Sole ed è poi fatta rotolare in pendenza. 
Più lontano andrà, maggiore sarà il successo dei prossimi raccolti. 

Le donne non sposate eseguono un altro rito: ognuna lancia una corona di fiori su una quercia, elemento maschile, sperando che rimanga appesa a un ramo.
 Per ogni tentativo fallito è previsto un altro anno di nubilato. «Siamo di fronte al modello ancora vivente dei riti agrari che si praticavano già migliaia di anni fa» osserva ancora l’antropologo.




Nella notte di san Giovanni-Sole i giovani vengono invitati a cercare il fiore della felce. Che però non esiste.
 In realtà è una metafora con cui gli adulti consentono ai ragazzi di appartarsi, per fare l’amore.
 Non si contano in questa notte le tende (rigorosamente per 2), sparse nei campi e fra le betulle. 

 Al centro di queste feste ci sono i dainas, brevi racconti e detti cantati che insegnano comportamenti virtuosi e parlano di dei.
 Nel corpus di 500 mila dainas raccolti dagli studiosi, 4 mila si riferiscono a Dievs, il dio supremo. 
Seguendo la loro variazione si può pensare che il dio fosse all’inizio impersonale, una forza che pervade tutte le cose e sia poi diventato dio del cielo e della luce. 

 «Laima, la dea del fato» spiega Valdis ­Celms , membro autorevole della religione dievturiba «fa da mediatrice, in una trinità, fra Dievs e Mara. 
Quest’ultima è responsabile della costruzione e dell’equilibrio del mondo materiale. Si manifesta nelle cose, negli eventi naturali e negli esseri viventi».
 Mara presiede alla nascita, al corso della vita e alla morte. Insomma, una Grande madre di probabile provenienza neolitica. Ha decine di aiutanti, o meglio figure specializzate in cui si trasforma: Madre dei fiumi (Upes mate), del vento e degli uccelli (Veja mate), Madre della pioggia (Lietus mate).
 Persino le foglie, i fiori e i funghi hanno una specifica madre: in ordine, Lapu mate, Ziedu mate e Senu mate. Poi, madre delle strade e protettrice dei viandanti (Cela mate), della fertilità (Zemes mate), dei campi (Lauku mate), del lino (Linu mate), del bestiame (Lopu mate), del mare (Juras mate), dei morti (Velu mate o Kapu mate)... e così via, fino a 60 madri.

 Nel calendario lettone sono 8 le feste pagane, 2 per stagione. Solstizi ed equinozi i principali appuntamenti. Nel giorno più lungo, 21-23 giugno, la festa della luce (Janis); per il più corto, 21 dicembre, il Ziemassvetki. 
Per gli equinozi, Liela (21 marzo) e Mikeli (21 settembre). 
I riti di passaggio dievturiba, oltre al matrimonio e al funerale, sono il fidanzamento e il ricevimento del nome che sostituisce il battesimo.

 Secondo i dievturi una persona è fatta di tre parti: augums (corpo), dvesele (anima) e velis (spirito). 
Ne decidono il destino, prima della nascita, Laima e le sorelle Karta e Dekla (come le tre Moire greche o le Norme nordiche). 
Con la morte, le tre parti si separano: il corpo torna alla terra e l’anima a Dievs. 
Lo spirito è una sorta di ombra (alla greca) che ha memoria del pensiero del defunto. 
Per un periodo resta vicino ai vivi. 
Nel Veli, festa dei morti, gli spiriti sono invitati a entrare nelle case. Più tempo passa, più il ricordo si attenua nelle nuove generazioni e lo spirito di un defunto sale a quote superiori fino a raggiungere l’altro mondo (Vinsaule), situato dietro il Sole, dove continuerà a esistere. 

 «Alcuni credono nella reincarnazione, ma la nostra antica religione non ne parla», puntualizza Olgert Auns, il dievturo più anziano. «La nostra fede è un sistema di vita. 
Anche se il destino di una persona è dato dall’inizio, nel quadro tracciato da Laima sono ampi i margini di manovra per rendere la vita felice e virtuosa, vivendo bene con gli altri, in equilibrio con la natura». 

«E proprio a questo servono i riti agrari» conclude Poppi. «Se lo storico Fernand Braudel diceva che i fenomeni storici vanno giudicati sulla lunga durata, allora possiamo dire che in Lettonia abbiamo assistito a pratiche di un’Europa globalizzata con una comune cultura, almeno 3 mila anni prima della nascita dell’Unione europea». 


 Fonte: focus.it

lunedì 20 giugno 2016

Lago McDonald, uno straordinario arcobeleno di ciottoli colorati


Il lago McDonald è il più grande dei laghi del Glacier National Park, un immenso parco nello stato americano del Montana, al confine con il Canada che ospita oltre 700 laghi di dimensioni straordinarie. 
 Ognuno di questi laghi ha delle acque limpidissime, cosa non troppo comune tra le montagne ma sicuramente la caratteristica più singolare è che in alcuni di essi il fondale e la riva sono ricoperte da ciottoli di diversi colori. 
Tra questi c’è, appunto, il lago McDonald che si trova nella parte occidentale del Glacier Nationa Park. 
 Tra l’acqua azzurra ci sono ciottoli che variano dal verde al blu, dal rosso all’arancio e ancora al marrone e al giallo. 
Un tripudio di cromie suggestivo ancor di più al tramonto, quando i raggi del sole riflettono sul lago creando un meraviglioso arcobaleno. 
 Il colore è determinato dalla presenza o assenza di ferro e i ciottoli dei laghi si sono formati in epoche diverse, il risultato spettacolare è quello che vedete in queste immagini:







Dominella Trunfio

La misteriosa origine dei dischi di giada


Nell'antica Cina venivano posti dei grandi dischi di pietra sui corpi degli aristocratici cinesi che risalivano ad almeno il 5.000 a.C.
 La funzione originaria ancora sfugge agli scienziati, così come il modo in cui venivano creati, considerando che venivano scolpiti con la giada, una pietra notevolmente dura.
 La giada è una pietra preziosa dura, formata da differenti minerali silicati e spesso utilizzata per la realizzazione di vasi, gioielli e altri ornamenti. 
Generalmente è priva di colore, ma la contaminazione con altri materiali, quali il cromo, di solito gli conferisce un colore verde smeraldo; può essere di due tipi: nefrite e giadeite. 
Data la durezza della pietra, la giada è un materiale estremamente complesso da lavorare e questo genera dubbi sul perché gli antichi abitanti della Cina nel Neolitico abbiano scelto proprio questa pietra. 

 I dischi di giada, anche noti come Bi, sono anelli tondi e piatti creati con la nefrite dalla cultura Liangzhu durante il tardo periodo Neolitico. Sembra siano stati particolarmente importanti per la loro società dal momento che sono stati ritrovati sui corpi dei morti in quasi tutte le più importanti tombe della cultura di Hongshan (3800- 2700 a.C.) per poi diventare parte della cultura Liangzhu (3000- 2000 a.C.). 
Le pietre venivano poste in posizione di rilievo sul corpo del defunto, generalmente vicino allo stomaco o al petto, e spesso vi erano raffigurati dei simboli collegati al Cielo.
 La parola cinese per giada è 'Yu', che significa puro, tesoro e nobile. 

 Dal momento che sono stati creati in un periodo in cui non sono pervenuti strumenti di metallo, gli archeologi credono che siano stati probabilmente realizzati tramite la brasatura e la lucidatura, modalità che avrebbe impiegato una grande quantità di tempo per essere completata.
 Quindi la domanda che sorge spontanea è: perché sarebbero andati incontro a un tale sforzo? 
 È logico supporre che l'importanza di questi dischi di pietra possa essere connessa alle loro divinità.
 Altri hanno ipotizzato che rappresentano il sole o la ruota e riflettono la natura ciclica della vita e della morte.
 Durante la guerra il perdente doveva offrire i dischi di giada come segno di sottomissione al conquistatore e questo mostra che l'importanza delle pietre di giada era oltre quella di meri ornamenti.  
Alcuni hanno suggerito che i dischi di giada possano essere collegati alla misteriosa storia delle pietre dei Dropa, anch'esse pietre a forma di disco, risalenti presumibilmente a 12 mila anni fa, che si dice siano state rinvenute in una grotta tra le montagne di Bayan Kara-Ula al confine tra la Cina e il Tibet.
 È possibile che le pietre di giada dei Liangzhu siano collegate alle pietre dei Dropa? 

 Lo Smithsonian Institute ha mostrato grande interesse per i dischi di giada e ha investito molto nella loro ricerca. 
Attualmente vantano una collezione di più di 150 dischi.

 I dischi di giada sono stati un rompicapo per gli archeologi per secoli ma, dal momento che sono stati creati in un periodo in cui non esisteva la scrittura, il loro significato ci è tuttora sconosciuto e la domanda su quale fosse il loro valore e sul perché siano stati creati rimane ancora senza risposta. 

 Fonte: http://epochtimes.it/

venerdì 17 giugno 2016

Rilevate per la seconda volta le onde gravitazionali


Ancora due buchi neri lontanissimi, ancora una loro fusione che dà origine a un unico e più massiccio oggetto dello stesso tipo. 
 L'eco di questo catastrofico e lontanissimo evento, che risale a 1,4 miliardi di anni fa, è arrivato fino a noi, in forma di onde gravitazionali, ed è stato rilevato il 26 dicembre 2015 dai due interferometri gemelli della collaborazione LIGO, entrambi negli Stati Uniti, uno in Louisiana, e l'altro nello Stato di Washington. L'esperimento ha così ripetuto la storica scoperta avvenuta il 14 settembre 2015, con la prima rilevazione diretta di onde gravitazionali. 

L'annuncio è stato dato a San Diego, al convegno dell'American Astronomical Society (AAS), mentre una descrizione dettagliata della scoperta è in via di pubblicazione sulle “Physical Review Letters”. 
 La rilevazione delle onde gravitazionali è un’ennesima conferma sperimentale della relatività generale. 
In questa teoria, resa pubblica da Albert Einstein nel 1915, le masse deformano lo spazio-tempo allo stesso modo in cui una palla da bowling posata su un letto deformerebbe un lenzuolo posto sulla sua superficie. 
Una seconda massa più piccola posta nelle vicinanze rotolerebbe lungo la pendenza così prodotta, dirigendosi verso la palla da bowling: è così che si spiega l’attrazione gravitazionale che si produce tra due oggetti dotati di massa presenti nell’universo. 

 Una delle previsioni più eclatanti di questo modello è che la deformazione dello spazio-tempo prodotta da una qualunque massa in movimento dovrebbe propagarsi nello spazio come un’onda. Tuttavia, l’effetto è così piccolo da sfuggire a qualunque misurazione fisica. 
Solo eventi estremi, come la fusione di due buchi neri sono in grado di generare onde tanto intense da arrivare sul nostro pianeta e produrre un segnale in appositi strumenti come gli interferometri. Come sono appunto riusciti a fare lo scorso settembre, dopo anni di tentativi e di progressi negli apparati sperimentali, gli interferometri di LIGO, nell’ambito di una collaborazione internazionale con l’interferometro europeo VIRGO, costruito a Cascina, poco lontano da Pisa, che vede un fondamentale contributo dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN).
 Ora siamo al secondo evento che, in base ai parametri misurati, è stato prodotto da due buchi neri con masse di 14 e 8 masse solari, i quali, fondendosi, hanno prodotto un unico buco nero di 21 masse solari: la massa mancante è stata convertita in energia delle onde gravitazionali.


“Questo secondo evento ha caratteristiche sensibilmente diverse dal primo: è infatti generato da buchi neri più leggeri di quelli del precedente segnale e siamo stati in grado di seguirne l’evoluzione per più tempo; questo ci ha consentito di caratterizzare bene il sistema, nonostante il rapporto tra il segnale e il rumore di fondo fosse di minore intensità”, spiega Fulvio Ricci, ricercatore INFN e professore alla Sapienza Università di Roma, a capo della collaborazione scientifica internazionale VIRGO. 
 “La caccia ai segnali generati da sistemi binari di buchi neri – continua Ricci – si è anche arricchita di un terzo evento, più debole degli altri due e quindi con una probabilità più elevata che possa essere una falsa rilevazione. 
Tuttavia, anche in questo caso, attribuendo a questo terzo evento un significato astrofisico, saremmo di fronte a un terzo sistema di buchi neri, che è collassato a formare un buco nero finale.
 In sostanza, siamo intravedendo l’esistenza di un’intera popolazione di buchi neri, le cui caratteristiche saranno ben presto svelate nelle prossime fasi di presa dati degli interferometri avanzati”.
 L’evento rilevato a dicembre 2015 è avvenuto a circa 1,4 miliardi di anni luce da noi, in una posizione del cielo che può essere determinata misurando lo sfasamento tra le rilevazioni in punti diversi sulla Terra. 
Il segnale delle onde gravitazionali è stato registrato dall’interferometro in Louisiana con 1,1 millisecondi di anticipo rispetto all’interferometro nello Stato di Washington, ma non è abbastanza. Occorrerebbe infatti un terzo interferometro per poter effettuare una triangolazione.
 “Quando nel prossimo autunno entrerà in funzione l’interferometro europeo VIRGO, sarà possibile restringere la porzione di cielo in cui ha avuto luogo il processo di fusione dei due buchi neri”, aggiunge Gianluca Gemme, responsabile nazionale INFN di VIRGO. “Questo darà un contributo sostanziale alla nuova astronomia gravitazionale e all’astronomia multi-messaggero: potremo dare l’allerta agli altri esperimenti, telescopi sia terrestri sia spaziali per la rivelazione di fotoni gamma, raggi cosmici o neutrini, per esempio, in modo che si orientino, praticamente in tempo reale, nella direzione della sorgente per individuare altri eventuali messaggeri cosmici emessi da essa”. 
 In sintesi, è un po’ come avere un senso nuovo con cui esplorare il cosmo. 
“Nessuno può dire che cosa scopriremo con questo nuovo strumento sensoriale, ma la storia insegna che ci aspettano molte sorprese”, afferma Marco Pallavicini, presidente della Commissione nazionale INFN per le ricerche di fisica astroparticellare. 
 “Gli osservatori per onde gravitazionali rappresentano uno strumento unico per indagare il cosmo, perché questi particolarissimi messaggeri cosmici portano con sé informazioni che non saremmo in grado di ottenere in altro modo”, conclude Federico Ferrini, direttore dello European Gravitational Observatory EGO, che ospita e gestisce l’interferometro VIRGO. 

 Fonte: http://www.lescienze.it/

mercoledì 15 giugno 2016

Nuove scoperte a Petra


Le tracce di una grande costruzione rimasta finora ignota sono venute venuto alla luce a soli 800 metri a sud di Petra, il sito Patrimonio dell’Umanità in Giordania. 
La scoperta è di Christopher Tuttle (Council of American Overseas Research Centers) e Sarah Parcak (National Geographic), che hanno identificato le tracce studiando immagini ad alta risoluzione riprese da droni e satelliti.


Le radici storiche dell'area di Petra sono ancora oggi oggetto di dibattito, ma in linea di massima si fanno risalire i primi insediamenti tra la fine dell'VIII e l'inizio del VII secolo a.C. per arrivare poi al suo abbandono nel VII secolo d.C. 
 L’intera area si estende per circa 264 chilometri quadrati, ma il suo fulcro, ossia dove ci sono i monumenti più noti, ha un’estensione di circa 6 chilometri quadrati.
 Le nuove scoperte identificano dunque solo una piccola parte del vasto complesso.
 La costruzione identificata si estende su di un'area di 50x60 metri e mostra al suo interno una piattaforma più piccola, originariamente era pavimentata con lastre in pietra.


A est del monumento doveva esserci una fila di colonne coronate da una scala monumentale, e di fronte alla scalinata c'era un edificio più piccolo, di 9x9 metri. 
Nulla è stato scoperto di così grande a Petra ed è probabile che lì avvenissero funzioni pubbliche. 

 Gli scavi non sono ancora stati avviati, ma alcune ceramiche rinvenute fanno risalire la costruzione al secondo secolo avanti Cristo, quando l’area era la capitale dei Nabatei (mercanti dell'antica Arabia), che iniziarono la costruzione degli edifici che hanno reso famosa Petra in tutto il mondo.

 Spiega Tuttle che «da tempo si riteneva che in quel luogo doveva esserci qualcosa di importante, ma è stato solo grazie all’uso dei satelliti e dei droni, in grado di ottenere immagini dall’alto ad elevata risoluzione, che si è arrivati a individuare il nuovo sito archeologico». 


Fonte: http://www.focus.it/

martedì 14 giugno 2016

Casa Batllò, il meraviglioso mondo del riciclo creativo secondo Gaudì


Guardandola da fuori sembra quasi surreale. 
I colori sgargianti, le vetrate azzurre, le ringhiere artisticamente esagerate. 
Casa Batllò a Barcellona è sicuramente l’opera più emblematica di Antoni Gaudì e la sua facciata sul Passeig de Gràcia, è un mix tra art nouveau e gotico.
 Ma se molti conoscono la stravaganza dell’architetto catalano, non tutti forse sanno che oltre ad avere una fantasia fuori dal normale, Gaudì era anche un amante del riciclo creativo.
 In tutte le sue costruzioni utilizzava, infatti, il trencadìs, ovvero una tecnica decorativa che unisce frammenti di ceramica e pezzi di vetro colorati, riproducendo una sorta di mosaico con materiali di scarto. 
 Un esempio dell'utilizzo di questa tecnica è appunto Casa Batllò costruita nel cuore della città ai primi del Novecento e diventata nel 2005 Patrimonio Unesco. 
Un’immagine che toglie il fiato per la particolarità della costruzione che richiama le forme della natura.


A cominciare dalla facciata che sembra una grande onda grazie anche, ai giochi di luce messi in scena dalle vetrate.
 I balconi in ferro fuso, secondo alcuni sembrerebbero delle fauci secondo altri delle maschere carnevalesche mentre il tetto è un drago in piastrelle cangianti dedicato a San Giorgio, santo patrono della Catalogna.


Il progetto di Gaudì modificò interamente l’aspetto dell’edificio di proprietà dell’industriale Josep Batllò non solo nel disegno della facciata in trencadìs di maiolica frammentata ma anche, al suo interno. 
Se è vero che furono tantissimi gli architetti spagnoli a utilizzare questa tecnica, è anche vero che Gaudì la rese propria poiché, essa è diventata l'elemento caratterizzante della sua vena artistica.




Il trencadìs predomina anche all'interno dove viene riproposto un ambiente marino grazie alla variante cromatica del blu, dell'ocra e del giallo e a dettagli che non smettono di sorprendere.
 Insomma, l'ennesima dimostrazione che anche con il riciclo, il risultato può essere sorprendente. 

 Dominella Trunfio
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