martedì 21 gennaio 2020

Il misterioso lingotto d'oro degli Aztechi


Ora c'è la conferma della scienza: un lingotto d'oro, trovato nel 1981 a Città del Messico, era in realtà parte del tesoro azteco trafugato e saccheggiato da Hernan Cortes e dai conquistatori spagnoli circa 500 anni fa.

 È il risultato di una serie di studi realizzati dall'INAH (Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico).

 Il lingotto d'oro, del peso di 1,93 chilogrammi, venne scoperto a una profondità di circa 4 metri durante gli scavi per la costruzione di una banca, nel cuore della capitale messicana. 
 Da dove provenisse quel lingotto è stato un mistero per quasi 40 anni. 
 Ora, grazie anche a particolari "radiografie" realizzate dall'INAH, c'è la ragionevole convinzione che l'oggetto sia stato perso durante il frettoloso ritiro degli spagnoli, nel corso di quella che è passata alla storia come "Notte Triste". 
 Parliamo della notte del 30 giugno 1520, quando gli Aztechi si decisero a cacciare gli invasori spagnoli dalla loro capitale, Tenochtitlan, dopo che questi avevano massacrato nobili e sacerdoti, per derubarli di un ricco tesoro.

Gli spagnoli allora tentarono di fuggire portando al seguito anche il tesoro azteco, incluso il lingotto d'oro in questione. Ma lo persero durante la fuga: in 500 anni, si tratta della prima testimonianza diretta di quell'evento.
 La prova che quel lingotto risalga agli Aztechi deriva dall'analisi della sua composizione: 76,2 per cento di oro, il 20,8 per cento di argento e il 3,0 per cento di rame (con piccoli scarti).
 Si tratta della "combinazione" tipica proprio degli oggetti prodotti dagli "argentieri" di Montezuma, ultimo imperatore azteco. 

 Fonte: focus.it

venerdì 17 gennaio 2020

L’attrazione dei fedeli per i “Santi Robot” di epoca medievale


Nonostante i luoghi comuni sul medioevo, che lo vedono erroneamente classificato come un’epoca buia e arretrata, i nostri antenati erano attivi in opere d’ingegno di grande ingegno tecnologico. 
Un tipo di meccanismo di particolare interesse è il robot, utilizzato non per svolgere attività lavorative ma per ispirare devozione fra i fedeli dell’epoca.

 Le prime prove documentarie dei “Santi Robot” risalgono all’inizio del XIII secolo, e parlano di automi in grado di muoversi in modo indipendente e gesticolare utilizzando dei complessi sistemi di ingranaggi, cerniere e fibbie in pelle.
 I meccanismi erano azionati da “vapore, acqua ed energia immagazzinata in un meccanismo a carica come un orologio”. 

Costruito principalmente in legno, il robot iberico ancora esistente dal nome “Vergine dei Re – Virgen de los Reyes”, aveva la testa in legno dipinta e le braccia ricoperte di pelle di capretto bianca.
 Nella sua ricerca “Robot Saints” Christopher Swift, del New York City College of Technology, afferma che le figure della vergine Maria e di Gesù bambino “potevano eseguire un numero quasi infinito di gesti e coreografie umane”, perché le loro braccia erano in grado di piegarsi e ruotare come le braccia umane.


In questo contesto è importante ricordare che la fede, per gli uomini medievali, era un affare molto concreto, e quindi non è sorprendente che anche i robot ne facessero parte.
 Dalle reliquie alle grandi opere architettoniche, le figure religiose per gli uomini del medioevo erano innumerevoli, sempre disponibili ad essere osservate e toccate.
 La fede medievale si concentrava fermamente sul tangibile, quindi non è poi così sorprendente che i robot santi ne facessero parte.
 Dai rosari alle cattedrali scolpite, le figure religiose erano sempre disponibili ai fedeli medievali per essere guardate e toccate. 

Un altro famoso robot devozionale, il Rood of Grace a Boxley, in Inghilterra, era un crocifisso nel quale la figura di Gesù Cristo aveva gli occhi in grado di ruotare, la cui testa era in grado di ruotare e che riusciva persino ad assumere diverse espressioni facciali. 
 Il Rood of Grace venne distrutto durante lo scisma anglicano voluto da Enrico VIII, e di esso non rimangono che i racconti dei testimoni dell’epoca. 
Curiosamente, proprio la scultura lignea del Rood of Grace fu utilizzata dai sostenitori del sovrano inglese per additare come “superstiziosa” la fede dei cattolici, e il crocifisso venne portato a Londra per essere bruciato.


 Se i protestanti del sedicesimo secolo indicavano questo tipo di robot come ingannevole per le persone perché gli faceva credere ai miracoli, Swift suggerisce che: I cristiani medievali potrebbero aver apprezzato le statue sacre mobili non per le loro qualità miracolose , ma per le loro capacità meccaniche, tecnologiche e, in definitiva, teatrali


Oltre a creare qualcosa di spettacolare, sembra che lo scopo di creare questi robot fosse quello di ispirare la contemplazione, proprio come le gigantesche sculture che ancor oggi vengono utilizzati nelle parate a tema religioso.
 Se i robot erano un veicolo per la pratica spirituale, non si può presumere che i fedeli, nel medioevo, pensassero agli automi come persone “reali”, animati dalla forza divina, ma li osservavano ammirati dalla meraviglia meccanica che gli artisti del tempo erano in grado di realizzare. 


 Fonte: vanillamagazine.it

lunedì 13 gennaio 2020

Due ciondoli greci scoperti ad Asso in Turchia


Gli scavi nel sito archeologico di Asso hanno portato alla luce due elaborati pendenti intagliati nell’osso. 
Risalirebbero al IV secolo a.C. e mostrano una figura umana e una animale. Asso fu una città portuale greca molto importante nell’antichità.
 Fra i suoi celebri ospiti si annoverano Aristotele, Senocrate e Paolo di Tarso. 


 L’antica città si trova oggi nel villaggio di Behramkale, nella provincia di Çanakkale.

 «Un laboratorio che lavorava l’osso, a Ovest dell’agorà, produceva oggetti a forma animale e a forma umana. 
Pensiamo che anticamente venissero usati come gioielli», ha dichiarato Nurettin Arslan, professore presso il Dipartimento di Archeologia della Facoltà di Lettere e Scienze dell’Università di Çanakkale Onsekiz Mart e capo degli scavi di Asso, in un’intervista all’agenzia statale Anadolu.

 Gli scavi hanno anche rivelato monete dall’epoca bizantina al periodo ottomano.
 Dice Arslan: «Il più grande gruppo di monete scoperte ad Asso sono monete bizantine, perché gli strati su cui stiamo lavorando provengono principalmente dal periodo bizantino. Questi scavi ci mostrano quanto le rovine bizantine ad Asso siano ben conservate».


La città di Asso prosperò tra il VII e il V secolo a.C., poi diminuì gradualmente la sua importanza fino al XII secolo d.C. e alla fine divenne una “piccola fortezza nell’acropoli”. 

«Poiché in seguito non vi saranno [nuovi] insediamenti – spiega Arslan – possiamo affermare che i dati relativi alla pianificazione urbana, agli edifici e alla vita quotidiana del primo periodo bizantino sono molto preziosi». 

Una delle scoperte più arcaiche sono state le asce in granito: «Questa ascia di pietra è stata trovata in superficie nell’area della necropoli, ma scoperte simili sono state fatte dagli archeologi turchi negli scavi americani e negli anni ’90.
 Abbiamo quattro asce risalenti al periodo calcolitico, al 5000 a.C. Queste asce sono importanti perché dimostrano come l’insediamento di Asso risalga al 5000 a.C.».




Fondata sulla cima e sui pendii di una collina vulcanica all’estremità meridionale della regione allora chiamata “Troade”, la città ebbe ospiti illustri. 
Uno dei suoi residenti più famosi fu Aristotele, che insieme al filosofo Senocrate fondò una scuola filosofica ad Asso. 
Tra il 53 e il 57 d.C. venne visitata dal teologo cristiano Paolo di Tarso. Fu la prima antica città in cui gli archeologi statunitensi scavarono nel 1800. 

Dopo una lunga pausa, le ricerche sono riprese nel 1981 e da allora lo scavano gli archeologi turchi. 
L’anno scorso erano stati scoperti alcuni tipici piatti da pesce (cavi in mezzo per trattenere il condimento liquido) e la statua di un leone.





Fonte: ilfattostorico.com

giovedì 9 gennaio 2020

Nelle Azzorre, puoi cucinare all’interno di un vulcano


Nelle Azzorre Portoghesi, esattame a Sao Miguel, l’isola più grande dell’arcipelago, c’è la piccola cittadina di Furnas che conta appena 1500 abitanti. 
 Questa zona conosciuta soprattutto per la sua attività vulcanica, presenta una caratteristica geologica piuttosto interessante: alcuni vulcani infatti non sono appuntiti e la loro forma ricorda più quella di una vallata. 

 Gli abitanti di Furnas hanno imparato a conoscere e rispettare questo territorio ma anche a sfruttarlo. 
La città infatti è un importante centro termale grazie alla presenza di acque ricche di minerali e geotermiche. 

 C’è poi un’usanza gastronomica in questa città inusuale e bizzarra, ma che piace davvero a tutti, viaggiatori e residenti compresi: quella che riguarda la cottura dei piatti all’interno dei vulcani.


La tradizione vuole che il cozido, piatto iconico del territorio, venga appunto preparato proprio all’interno del vulcano.

 Il grande pentolone che contiene tutti gli ingredienti per la preparazione del pasto, viene introdotto all’interno di soffioni sulfurei.

 Questo spezzatino di carne e verdure, i cui ingredienti sono amalgamati all’interno di una pentola di ghisa, viene cotto in maniera naturale grazie al calore del sottosuolo vulcanico.
 Il pentolone viene calato in una buca, all’interno di una zona adibita alla cucina, poi coperto di terra e lasciato lì dentro per almeno sei ore. 
Questa procedura rende il sapore del cozido davvero unico, ecco perché tutti lo amano.


In questo sito, appena fuori dalla città di Furnas, tutti possono preparare questo piatto tradizionale, sono infatti presenti diverse buche destinate alla cottura del cozido messe a disposizione sia per i ristoranti che per gli abitanti del posto.

 Quella di sfruttare il calore del sottosuolo per la cottura è una tradizione piuttosto antica e il merito di averla ereditata va ai ristoranti della zona che si sono ingegnati per garantire ai residenti e ai viaggiatori il miglior cozido del mondo. 


 Fonte: siviaggia.it

mercoledì 8 gennaio 2020

Roma : la “Fontana dei Libri” in via degli Staderari


Situato fra il Pantheon e Piazza Navona il rione di Sant’Eustachio è l’VIII rione della città di Roma, e prende il nome dall’omonima Basilica. La divisione in rioni della capitale risale già al VI secolo a.C. sotto Servio Tullio, ma fu in età imperiale che venne profondamente modificata.
 Augusto aumentò le regiones da 4 a 14, oltre le antiche mura della Repubblica.

 Dopo l’epoca Romana e durante il governo del Pontefice l’organizzazione amministrativa della città cambiò continuamente, passando a 12 rioni nel XII secolo circa per diventare poi definitivamente 22 nel 1921.
 I rioni raccontano la storia della città eterna, e un piccolo simbolo della divisione rionale si trova in via degli Straderari (gli antichi fabbricanti di bilance a stadere, quelle con un piatto solo e un peso contrapposto), dove si può osservare la Fontana dei Libri.


Via degli Staderari un tempo si chiamava “dell’Università”, memoria dell’antico palazzo della Sapienza, sede dell’Università poi trasferitasi a Trastevere.
 L’originale via degli Staderari, parallela a questa, venne soppressa per l’allargamento di Palazzo Madama, e così via dell’Università venne rinominata con l’attuale odonimo. 

 La fontana venne realizzata nel 1927 su progetto dell’architetto Pietro Lombardi, parte di un ampio progetto del comune volto a realizzare dei simboli urbani che ricordassero gli antichi rioni e i mestieri scomparsi. 

 La Fontana dei Libri è caratterizzata da una nicchia ad arco, e al centro si osserva la testa di un cervo, simbolo del Rione di Sant’Eustachio, con l’acqua che viene fatta sgorgare da quattro punti sui quattro libri. 
Due ugelli fuoriescono dai libri superiori mentre altri due dai segnalibri nella parte centrale della scultura, simboli del sapere che fluisce senza sosta dalla grandezza dei libri. Al centro della fontana si legge la scritta: S. EVSTACCHIO – R IV che naturalmente corrisponde al nome del rione e alla sua numerazione.

 Lo scalpellino che eseguì l’opera non doveva avere grande conoscenza della numerazione dei rioni, perché il Rione Sant’Eustachio non è il IV bensì l’VIII.


La fontana, parte di un ampio progetto realizzato interamente dall’architetto Pietro Lombardi, è una delle 9 fontane di quel periodo. 


 Fonte: vanillamagazine.it

mercoledì 18 dicembre 2019

In Etiopia gli archeologi scoprono la città perduta di un misterioso impero


Gli archeologi hanno riportato alla luce i resti di una città da un'antica e influente civiltà antica dell'Africa orientale che fa luce sulle origini del cristianesimo in Etiopia.

 L'insediamento sepolto, che contiene una delle chiese più antiche dell'Africa sub-sahariana, fu abitato per circa 1.400 anni prima di sparire negli altopiani polverosi dell'Etiopia settentrionale intorno al 650 d.C. 

Chiamato Beta Samati, faceva parte dell'Impero o del Regno di Aksum, ma prima della sua scoperta gli archeologi pensavano che l'area fosse stata abbandonata quando la classe dirigente dell'impero stabilì la sua capitale altrove.


 Il regno di Aksum ha dominato la regione tra l'80 a.C. e l'825 d.C. ed è stata una delle maggiori potenze del mondo antico - conquistando le regioni circostanti e commerciando con l'Impero romano, hanno detto i ricercatori. 

Il regno si convertì al cristianesimo nel 4 ° secolo. 
Fu solo nel 2009 che gli archeologi parlarono ai residenti locali nell'area vicino alla scoperta, i quali suggerirono ai ricercatori di indagare su una collina vicino al moderno villaggio di Edaga Rabu. Si è rivelato essere un tumulo alto 25 metri formato da rifiuti e detriti accumulati nel corso di generazioni di occupazione.

 "Faceva parte della tradizione orale locale.
 Sapevano che era un posto importante ma non sapevano perché", ha affermato Michael Harrower, professore associato di archeologia alla Johns Hopkins University e autore principale della ricerca.


La datazione al radiocarbonio suggerisce che le persone iniziarono a vivere nella città intorno al 750 a.C., e rimase occupata durante i tempi di Aksumite, catturando momenti chiave della storia etiope. Gli edifici e gli artefatti scoperti, che includono una basilica, un anello d'oro, monete, iscrizioni e ceramiche, hanno rivelato che la regione è rimasta importante durante i tempi di Aksumite e la città di Beta Samati è stata un fulcro centrale del commercio e del commercio, collegando la capitale Aksum con il Mar Rosso e oltre. Oggi, la città si trova vicino al confine dell'Etiopia con l'Eritrea.


"L'Impero di Aksum era una delle civiltà antiche più influenti al mondo, ma rimane una delle meno conosciute", ha detto Harrower. "Beta Samati abbraccia la conversione ufficiale di Aksum dal politeismo al cristianesimo e l'ascesa dell'Islam in Arabia", ha aggiunto. 
Gli archeologi hanno scoperto i resti di una grande basilica risalente al IV secolo.


Tali edifici sono stati i primi luoghi chiave del culto cristiano in Etiopia, secondo lo studio, e il sito di Beta Samati sembra essere uno dei primi nel regno di Aksumite, hanno detto i ricercatori - costruito poco dopo che il re Ezana convertì l'impero in cristianesimo durante metà del IV secolo d.C. 

"Questo è ciò che rende questa scoperta così importante", ha detto Aaron Butts, professore di lingue semitiche ed egiziane presso la Catholic University di Washington, DC, in una e-mail. 

"I dati archeologici combinati con la datazione al radiocarbonio suggeriscono che la basilica risale al quarto (o forse all'inizio del quinto) secolo, rendendola certamente tra le prime chiese conosciute nell'Africa sub-sahariana.
 Inoltre, data l'affidabilità dei dati archeologici combinati con la datazione al radio-carbonio, sembra essere la prima chiesa databile in modo sicuro nell'Africa subsahariana ", ha aggiunto Butts, che non è stato coinvolto nello scavo. 

 Le reliquie scoperte nel sito hanno mostrato influenze romane, pagane e cristiane, illustrando la "diversità culturale di questa civiltà enigmatica", ha detto lo studio. 
Includevano un anello d'oro in stile romano che presentava un'icona insolita - un simbolo di un toro e un ciondolo in pietra dolce recuperato dall'esterno della basilica con una croce e quella che sembra essere un'iscrizione nell'antica lingua etiope che recita "venerabile". 


 Fonte: edition.cnn.com

domenica 15 dicembre 2019

La leggenda di Montepertuso


 Secondo la leggenda, Positano fu fondata da Poseidone – dio dei mari – per amore della ninfa Pasitea ma, forse, non tutti conoscono la frazione di Montepertuso e il suo mito. 

 Montepertuso domina Positano e, oltre alla sua bellezza che rende la località campana ancora più affascinante, un racconto leggendario narra che la nascita del “pertuso” all’interno della montagna fu opera della Madonna: si dice, infatti, che a bucare la montagna sia stato proprio il dito indice della Vergine Maria.


Tanti anni fa, nella frazione attuale di Montepertuso a Positano, in grotte naturali scavate all’interno della montagna, vivevano alcuni abitanti giunti dall’Oriente.

 La leggenda narra che qui il Demonio, per dimostrare la propria forza alla Madonna, tentò di bucare la montagna con le proprie mani, ma non ci riuscì. 
La Madonna alzò la mano sfiorando la montagna, che si sgretolò all’istante, e il Diavolo precipitò giù dal monte cadendo sulle rocce sottostanti.
 Qui, secondo i fedeli, è visibile la sua orma impressa nella pietra.


Durante la notte gli abitanti furono svegliati da un forte temporale e, dopo essere usciti dal rifugio, videro una luce bianca con al centro una figura che si stagliava dal monte.
 Una giovane ragazza fu avvolta da quella luce e una voce con tono materno le disse: 
«Non aver più paura, il Demonio è stato maledetto ed i suoi sforzi contro questo monte sono finiti, perché distrutto è lo spirito maligno.
 Resti del suo corpo a forma di serpente si trovano all’altro versante della roccia viva. 
Vieni dunque con me e accompagnami sulla collina della selva Santa, ove ci fermeremo per sempre».

 Era la voce della Vergine Maria che, dopo aver sconfitto il Diavolo, volle rassicurare tutti gli abitanti di Montepertuso. 
Oggi, su quella collina sorge il tempio dedicato alla Vergine delle Grazie, proprio di fronte al monte con il foro che dà il nome alla frazione. 

 Fonte: siviaggia.it

giovedì 12 dicembre 2019

Sculture assire di 2700 anni fa scoperte da archeologi italiani nel Kurdistan iracheno


Nel cuore di un sito archeologico del Kurdistan iracheno sono emerse dieci spettacolari e imponenti sculture rupestri che rappresentano alcune divinità degli assiri e un sovrano, con buona probabilità re Sargon.

 I rilievi, scolpiti su grossi blocchi di roccia, sono lunghi ben cinque metri e alti due; in base alle analisi condotte dagli archeologi hanno un’età stimata di circa 2.700 anni (VIII-VII secolo avanti Cristo). Sono stati trovati associati al tratto di un canale largo quattro metri, che all’epoca si snodava per 7 chilometri nell’entroterra di Ninive, la capitale del regno.
 Dal canale centrale si irradiavano corsi d’acqua più piccoli per nutrire i fertili terreni agricoli e i campi della Mesopotamia del nord, una delle culle della civiltà.


I rilievi sono stati scoperti tra settembre e ottobre di quest’anno da un team di ricerca internazionale composto da scienziati italiani dell’Università di Udine e della Direzione delle Antichità di Duhok, città del Kurdistan a 20 chilometri dal sito archeologico di Faida, dove sono emersi i grandi monumenti. 
Gli archeologi dell’ateneo del Friuli Venezia Giulia, guidati dal professor Daniele Morandi Bonacossi, sono impegnati nell’area da diverso tempo in seno al progetto “Land of Nineveh Archaeological Project”, ma il loro non è stato un lavoro agevole. 
Il Kurdistan iracheno è stato infatti a lungo al centro di aspri conflitti; basti pensare alla presenza dell’autoproclamato Stato Islamico dal 2014 al 2017. 

La città di Mosul si trova a soli 50 chilometri di distanza dal sito di Faida, mentre il fronte della guerra è arrivato ad appena 25 chilometri.
 L’area, come spiegato dallo stesso Bonacossi, “è parte di uno scenario ancora post-bellico, fortemente minacciato dal vandalismo, scavi clandestini e dall’espansione del vicino villaggio e delle sue attività produttive che lo hanno già gravemente danneggiato”.

 La porzione superiore di alcuni dei bassorilievi era stata individuata tempo addietro, ma proprio a causa dei conflitti in corso e dell’instabilità geopolitica è stato impossibile portarli completamente alla luce sino ad oggi.


Come indicato, mostrano diversi dei assiri, associati alle figure animali e mitologiche che li accompagnano nell’iconografia: ci sono ad esempio Assur – la principale delle divinità assire – su un dragone e sua moglie Mullissu seduta su un piedistallo sostenuto da un leone; Sin, il dio della Luna (su un leone); Nabu, il dio della Sapienza (su un dragone); Shamash, il dio del Sole (su un cavallo); Ishtar, la dea dell’amore e della guerra su un altro leone e così via. Tutte le divinità sono rivolte verso il senso in cui scorreva l’acqua nel canale. 

Il sovrano degli assiri è presente alle estremità dei bassorilievi, al cospetto delle divinità. 

Come sottolineato dal professor Bonacossi, si tratta di reperti estremamente rari, tenendo presente che gli ultimi rilievi in Iraq furono scoperti circa due secoli fa dal Console francese a Mosul. 

Quando gli scavi saranno terminati verrà realizzato il “parco archeologico dei rilievi assiri di Faida”; i reperti saranno documentati con le tecnologie più moderne, restaurati laddove necessario e protetti da apposite infrastrutture.

 Fonte: scienze.fanpage.it

lunedì 9 dicembre 2019

In Abruzzo c’è un luogo più bello della Cappella degli Scrovegni


La chiamano la “Cappella Sistina d’Abruzzo”. 
Date le dimensioni, c’è chi la paragona alla Cappella degli Scrovegni a Padova. 

Pochi ne conoscono l’esistenza, eppure è di grandissima importanza, per diversi motivi. 
 Questa splendida chiesetta che domina l’altopiano di Navelli e che si nasconde tra i monti di Bominaco, un piccolissimo borgo che conta meno di cento abitanti, frazione di Caporciano, in provincia dell’Aquila, nasconde un vero e proprio tesoro. 


 Si tratta dell’Oratorio di San Pellegrino, con l’annessa Abbazia di Santa Maria Assunta. 
Sono ciò che resta di un complesso monastico medievale che comprendeva anche un castello, iniziato a costruire nel XII secolo, e una torre cilindrica, oggi ancora visibile.

 L’Oratorio offre un incredibile contrasto tra la struttura esterna piuttosto anonima e l’interno, caratterizzato da un’esplosione di colori data dagli affreschi che ancora conserva e che sono stati restaurati proprio di recente.
 Secondo alcune ipotesi sarebbe addirittura legata al passaggio, da questa parti, di Carlo Magno.
 Fu comunque rifatta dall’abate Teodino nel 1263.


Chi ha la fortuna di entrare in questo luogo resta letteralmente a bocca aperta. Le pareti e le volte sono completamente affrescate con episodi tratti dal Vangelo, l’infanzia di Cristo, la Passione, il Giudizio Finale e alcuni episodi della vita di San Pellegrino.

 Gli affreschi rappresentano uno dei più antichi calendari monastici, con le personificazioni dei mesi. 
A ogni mese sono dedicate due vignette in cui sono riportati il segno zodiacale, la corrispondente fase lunare, una figura allegorica che rappresenta il mese e i giorni contrassegnati dalle lettere dell’alfabeto (e non da numeri).


A separare la zona destinata ai pellegrini da quella dei monaci sono due transenne di marmo scolpite con l’immagine di un drago e di un grifone e l’iscrizione che ricorda Teodino e la data del 1263. Questi affreschi di scuola abruzzese risalenti al XIII secolo sono fra i più vasti e integri complessi pittorici dell’epoca.


A prendersi cura di questo sito di grande importanza storico-artistica sono alcuni custodi che, da decenni, guidano turisti e visitatori alla scoperta della “Cappella Sistina d’Abruzzo”. 

 Fonte: siviaggia.it
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