lunedì 6 aprile 2020

Le isole del corallo nero


Viste dalle coste del Gargano, le Isole Tremiti sembrano lanciarsi in una danza in mezzo al mare.
 Nelle giornate più terse, dal tacco d’Italia che è l’estrema punta Est della Puglia, lo sguardo corre verso le due isole maggiori dell’arcipelago – San Domino e San Nicola – che sembrano volersi distendere l’una verso l’altra, fino a sfiorarsi. 
 Dai piccoli centri abitati, fino agli scogli disabitati di Capraia, del Cretaccio e della lontana Pianosa, protagonisti assoluti sono i profumi di macchia mediterranea e le sfumature color turchese del mare. 

Dal porticciolo di San Domino parte il nostro tour: con un giro in barca attorno ai costoloni rocciosi a picco sulle acque, dove si aprono la Grotta del Bue Marino – profonda più di 70 metri – e la Grotta delle Viole, che prende il nome dal particolare colore delle alghe calcaree che ne disegnano il profilo delle pareti. 

Tutto un alternarsi di calette e insenature che, di tanto in tanto, lasciano spazio alla fine e soffice sabbia bianca, come sulla splendida Spiaggia dei Pagliai.


Alle bellezze della natura fanno, da contraltare, quelle non meno interessanti della storia.

 San Nicola, in particolare, è famosa per la sua imponente Abbazia di Santa Maria a Mare, posta quasi a guardia dell’isola su uno sperone a picco sui fondali.

 Zaino in spalla e borraccia d’acqua alla mano, si parte dalla piazzetta del Comune per inerpicarsi lungo le strette stradine del borgo, fino a che le case non lasceranno spazio a profumate distese di ginestre, limonio e pini d’Aleppo.


Non sorprende che quest’angolo di Mediterraneo sia anche zona di racconti epici e leggende.
 Le Isole Tremiti erano infatti conosciute, in antichità, come luogo di sepoltura dell’eroe greco Diomede, fra i principali protagonisti della Guerra di Troia. 
Così come Ulisse solcava le sponde del Mar Tirreno, attratto dal canto delle Sirene adagiate sugli scogli dell’attuale Penisola Sorrentina, Diomede trovava qui il suo rifugio, dopo anni di sanguinose battaglie. 

Natura, storia e leggenda si intrecciano per raccontare l’unica e suggestiva vita di questo arcipelago che, oltre agli scorci visibili dalla terraferma, offre tesori nascosti sotto il pelo dell’acqua.

 Gli appassionati di snorkeling e diving trovano, qui, il loro Paradiso: su fondali ricchi di flora e fauna marina, tra cui spicca il prezioso e rarissimo Corallo Nero. 

A vederlo formare le sue colonie, sembra quasi di essere di fronte a una foresta sottomarina che ospita, all’interno, un suo preciso habitat. 
Il Corallo Nero è, invece, una specie animale protetta che impreziosisce questi fondali e che accoglie una biodiversità unica al mondo. 

Tutto ciò che di bello si scorge a occhio nudo, sulle terre emerse, è solo la punta visibile di un tesoro naturalistico che le Isole Tremiti conservano – e proteggono – nei loro angoli più nascosti, fino a duecento metri di profondità.


È per rivelare questa meraviglia della Natura – e per proteggerla dalla pesca di frodo – che il Dipartimento di Biologia dell’Università di Bari ha avviato un progetto di ricerca sul Corallo Nero, diretto dal ricercatore ed esploratore di National Geographic Giovanni Chimienti. 

Un’esplorazione che si avvale delle più moderne tecnologie, come il ROV (Remotly Operated Vehicle), veicolo filoguidato da una cabina di comando posta sulle barche, in grado di fornire ai ricercatori importanti informazioni sulla presenza di possibili foreste di Corallo Nero poste a profondità altrimenti irraggiungibili. Al largo delle Tremiti, infatti, sono state finora ritrovate solo delle piccole colonie.

 La scoperta di un’intera foresta aprirebbe grandi scenari per la ricerca scientifica e la conservazione della biodiversità locale. 

 Fonte: mybestplace.com

venerdì 3 aprile 2020

Il tempio del Valadier, il gioiello nascosto nella roccia


Il Tempio del Valadier è una splendida opera di architettura neoclassica situata nei pressi di Genga, un incantevole borgo della provincia di Ancona, nelle Marche. 
Si tratta di un piccolo rifugio spirituale dedicato alla Vergine Maria, incastonato all’interno di una grotta carsica sotterranea del Parco naturale Regionale della Gola della Rossa e di Frasassi 

 Sin dal X secolo, questa grotta veniva utilizzata dalla popolazione come nascondiglio per sfuggire alle invasioni provenienti dall’Ungheria. 

Il Tempio, voluto da Papa Leone XII su progetto del famoso architetto Giuseppe Valadier, fu costruito nel 1828 come un autentico “Refugium Peccatorum” dedicato ai cristiani richiedenti il perdono di Dio.


La chiesa fu interamente realizzata in blocchi di travertino su pianta ottagonale e mostra un tetto a cupola ricoperto da lastre di piombo. Al suo interno era posta la statua della Madonna col Bambino: una splendida opera in marmo, scolpita dalla bottega di Antonio Canova, oggi sostituita con una copia per ragioni di sicurezza. L’originale è esposto presso il Museo di Arte Sacra di Genga.


Accanto al Tempio Valadier si trova anche l’Eremo di Santa Maria Infra Saxa, un antico monastero risalente al 1029, dove vivevano in clausura le monache benedettine. 

Per raggiungere il Tempio si può percorrere la strada che dalle Grotte di Frasassi arriva al paesino di Genga e poi proseguire per una salita di 700 metri a piedi.
 Una piccola fatica che sarà ricompensata dalla bellezza di uno dei luoghi tra i più straordinari e affascinanti d’Italia.



Fonte: mybestplace.com

domenica 29 marzo 2020

I segreti della Casa do Penedo, la pittoresca dimora in pietra in Portogallo


La Casa do Penedo è una particolare abitazione dallo stile “preistorico” situata tra Celorico de Basto e Fafe, nel nord del Portogallo.
 La casa, conosciuta anche come “Castello di Pietra” o “Casa di Pietra”, fu costruita tra quattro rocce giganti originarie del luogo circostante.

 Perfettamente integrata nel suo paesaggio naturale fu realizzata nel 1972 da un ingegnere originario di Guimarães e utilizzata come rifugio "rurale" per le vacanze di una famiglia del posto.
 Ben presto però, il particolare fascino di questa struttura attirò l'attenzione di molti curiosi, tanto da costringere il suo attuale proprietario a trasferirsi altrove.

 Oggi la Casa do Penedo è un piccolo museo, ricco di cimeli e d’immagini fotografiche della costruzione e degli splendidi paesaggi circostanti. 

L’abitazione, pur sorgendo nelle vicinanze di enormi generatori eolici, è completamente sprovvista di corrente elettrica, ma questo non la priva dall’essere del tutto abitabile e dotata di ogni comodità.


La casa, nonostante le piccole dimensioni, è molto accogliente e si sviluppa su due piani.
 Al piano terra troviamo una cucina e un piccolo salotto arredato in stile rustico, con un divano in legno di eucalipto e cemento dal peso di 350 chili.
 Il piano superiore, da cui si accede attraverso una scala di legno, ospita la zona notte. 

Ogni stanza della casa ha una forma diversa, adattata alle particolari fattezze geometriche delle rocce.

 All’esterno si trova anche una piscina, una vera e propria vasca a cielo aperto ricavata nella conformazione naturale di un grosso masso di pietra.




 Fonte: mybestplace.com

mercoledì 25 marzo 2020

San Gimignano: il fascino della Città delle 72 “Belle Torri” Medievali


L’Italia è certamente un paese dove, ovunque si vada si respira storia, dalle grandi città d’arte fino ai piccoli borghi che costellano la penisola. 
Tra questi c’è n’è uno che, in epoca medioevale, quasi strappava il primato per il numero di torri erette nel territorio urbano alla grassa, dotta e importante città di Bologna.
 Se Bologna poteva essere definita la Città dalle 100 Torri, San Gimignano, in Toscana, continua ad essere chiamata la “Città delle Belle Torri”. 
 Il medioevo qui si tocca quasi con mano, praticamente intatto nelle mura duecentesche che cingono la città, nelle piazze e negli edifici del centro storico e soprattutto nelle 14 torri sopravvissute alle oltre 70 che svettavano dalla cinta muraria, sopra la verde collina sulla quale sorge San Gimignano.


Che straordinaria vista doveva essere per i pellegrini che, mentre percorrevano la via Francigena, si trovavano improvvisamente di fronte a uno spettacolo come quello offerto dal paese con le sue tante torri, simbolo di potere e ricchezza. 


 Ma come mai gli abitanti di una città tutto sommato piccola (rispetto ad esempio alle vicine Firenze e Siena) poteva dare una dimostrazione così evidente di opulenza? 
 Proprio grazie alla via Francigena, anche se la storia di San Gimignano è molto, molto più antica.
 Il colle sul quale sorge era abitato, quasi certamente per la sua posizione strategica che domina la Val dìElsa, già al tempo degli etruschi, nel III secolo a.C.


Andando avanti nei secoli, nel 929, si trova menzione di un villaggio abitato in epoca longobarda. 
Ma la fortuna per San Gimignano è quella di trovarsi proprio sulla via Francigena, quel lungo percorso di pellegrinaggio che per primo fece l’arcivescovo di Canterbury, Sigerico, tra il 990 e il 994, partendo da Roma verso l’Inghilterra.
 Fu proprio lui a battezzare il borgo toscano col nome di Sce Gemiane, in onore del santo che secoli prima aveva difeso il villaggio dalle orde di Attila.


Dal 929 in avanti sono i vescovi di Volterra a governare la città, che grazie alla posizione favorevole anche per gli scambi commerciali conosce un lungo periodo di ricchezza.
 Ricchezza dovuta principalmente alla produzione di zafferano, ma anche alla Vernaccia, il famoso vino che pare sia nato intorno al 1200. 

Era già indipendente a quel tempo San Gimignano, divenuto Comune nel 1199, svincolato dalla sottomissione ai vescovi di Volterra, e guidato da un podestà.
 Sono anni di splendore, dove le famiglie benestanti del paese fanno a gara per costruire magnifici edifici, anche se il contrasto tra le fazioni di guelfi e ghibellini accende troppo spesso rivalità pericolose.
 Costruire torri sempre più alte era una sfida tra le diverse famiglie, tanto che la città arrivò a contarne 72, alcune alte fino a 70 metri. Finché, nel 1255, le autorità comunali decretarono che nessuna torre poteva superare in altezza la Torre del Podestà, detta anche torre Rognosa, perché dopo il trasferimento del potestà divenne un carcere.
 Da allora la gente se ne teneva alla larga, perché portava “rogna”.


In realtà le due famiglie antagoniste di San Gimignano, i guelfi Salvucci e i ghibellini Ardinghelli, costruirono entrambe una coppia di torri gemelle, ben più alte del consentito, che furono poi capitozzate.

 Poi la catastrofe: nel 1348 la peste nera arriva a San Gimignano, che insieme alla carestia si porta via metà della sua popolazione.
 I superstiti, stremati, spontaneamente si assoggettano a Firenze, rinunciando alla loro autonomia.


Da allora inizia il declino del borgo, che in un certo senso favorisce la sua integrità architettonica e la conservazione del suo aspetto tipicamente medioevale. 


 Dal 1990 il centro storico della città di San Gimignano è Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. 

 Fonte: vanillamagazine.it

sabato 21 marzo 2020

Benvenuti su Graffiti Highway, l’autostrada fantasma ricoperta di disegni


Un'autostrada fantasma.

 Il tratto di Route 61 che passava da Centralia, in Pennsylvania, fino agli Anni 80 era una strada trafficata. 
Ora da qui le auto non passano più, ma le persone che ci mettono ancora piede raramente se ne vanno senza lasciare un segno.
 Il tratto abbandonato è infatti interamente ricoperto da graffiti: uno scenario fra l'apocalittico e il vintage, che rende questo angolo d'America fra i più suggestivi luoghi abbandonati al mondo.




La natura si è riappropriata dell'asfalto: in certi punti la strada mostra crepe profonde, ora ricoperte di piante ed erba. 
E pensare che con i suoi 2264,12 chilometri, la Route 61 è da sempre stato un importante snodo di collegamento fra nord e sud, collegando il New Orleans al Wyoming lungo il corso del fiume Mississippi. 
E ora questo tratto dismesso, sostituito da una nuova bretella che passa parallela a poca distanza, è stato ribattezzato Graffiti Highway.


Per raccontare la storia di questa insolita deviazione bisogna tornare indietro nel tempo alla primavera del 1962, durante i preparativi del Memorial Day.

 I funzionari della città decisero di sbarazzarsi di un eccesso di spazzatura accumulato nell'ultimo periodo bruciandolo prima della grande parata del 25 maggio.
 Non sapevano però che l'incendio della discarica avrebbe colpito una vena di carbone della miniera che passava sotto la città, portando alla distruzione della stessa. 

 Gli incendi nella miniera di Centralia hanno rappresentato una vera minaccia all'integrità strutturale di tutta la città: il fuoco di diffuse lentamente ma inesorabilmente.
 Gli incendi si accendevano e spegnevano per poi ricominciare senza che nessuno potesse far niente per placarli. E questa situazione da film horror è andata avanti per anni portando il governo alla decisione di spostare la città a metà degli Anni 80.


 Più di 1000 persone hanno accettato l'offerta che ha portato alla demolizione di 500 edifici.
 E da allora la fiorente cittadina è diventata una città fantasma. 

Solo pochi girovaghi hanno continuato a percorrere la strada abbandonata, che negli ultimi 20 anni si è trasformata nell'insolita tela di writer professionisti e non, da tutto il mondo. 


 Fonte: lastampa.it

martedì 17 marzo 2020

Scoperti con i laser un’antica “autostrada” sacra Maya e i resti del potente impero della regina guerriera Lady K’awiil Ajaw


Conosciuta come Sacbe 1 o strada sacra, questa lunga strada in pietra ricoperta di intonaco bianco fu costruita alla fine del VII secolo d.C. e si estende per circa 100 chilometri tra le antiche città di Cobá e Yaxuná nella penisola dello Yucatan in Messico.

 Secondo quanto riportato nel Journal of Archaeological Science questa settimana, gli archeologi dell’Università di Miami e del Proyecto de Interaccion del Centro de Yucatan, hanno recentemente utilizzato la tecnologia LiDAR, che sta per Light Detection and Ranging, e che permette dal cielo di scandagliare i terreni, anche coperti dalla vegetazione.
 Questa tecnica rivoluzionaria è costituita da una tecnica di telerilevamento che utilizza la luce sotto forma di un laser pulsante che colpisce il terreno. 
Non solo può essere utilizzato per analizzare vaste aree di paesaggi, ma i laser sono anche in grado di rilevare caratteristiche particolarmente piccole e minime, che sarebbero altrimenti oscurate dagli alberi o dalla vegetazione. 

L’indagine aerea LiDAR è riuscita a rivelare 8.000 strutture lungo il percorso, molte delle quali si sono perse sotto secoli di crescita degli alberi. 

Grande mistero circonda ancora questa incredibile impresa di ingegneria e il team pensa che questa nuova ricerca potrebbe aiutare a confermare l’idea che la strada fu costruita sotto il comando di Lady K’awiil Ajaw, la potente regina guerriera di Cobá, come mezzo per espandere la sua influenza sull’emergente impero di Chichén Itzá.


A differenza dei precedenti sondaggi condotti negli anni ’30, la ricerca evidenzia che la strada non è perfettamente diritta, infatti si intreccia leggermente e curva per collegare insediamenti preesistenti verso la fine dell’autostrada a Cobá. 

 “Il Lidar ci ha davvero permesso di comprendere il tragitto della strada in modo molto più dettagliato.
 Ci ha aiutato a identificare molte nuove città e insediamenti umani lungo la parte di strada completamente nuova per noi, rispetto al tragitto preesistente “, ha detto Traci Ardren, archeologo e Università di Miami professore di antropologia, in una dichiarazione “Questa strada non collegava solo Cobá e Yaxuná ma anche migliaia di persone che vivevano nella regione intermedia. “ 


Ma la domanda rimane: perché qualcuno avrebbe dovuto intraprendere un progetto di costruzione così importante? 
Arden e il suo team sospettano che abbia qualcosa a che fare con K’awiil Ajawand e l’ultimo controllo del potere dell’impero Cobá. Nel tentativo di estendere la sua influenza attraverso la penisola dello Yucatan e competere con l’impero di Chichén Itzá, Cobá e i suoi alleati avrebbero commissionato la strada per il commercio o il trasporto di soldati. 

Per scoprire il significato di Sacbe 1, gli archeologi sperano di continuare a scavare le città e gli insediamenti lungo il percorso, al fine di vedere se i loro oggetti domestici condividono somiglianze, che potrebbero indicare scambi commerciali e culturali. 

“Penso che l’ascesa di Chichén Itzá e dei suoi alleati abbia motivato la costruzione di questa strada”, ha detto Ardren. “Fu costruita poco prima del 700 A.C., alla fine del Periodo Classico, quando Cobá stava sostenendo una grande spinta militare e tecnica al fine di espandersi e cercare di mantenere il suo potere, quindi con l’ascesa di Chichén Itzá, aveva bisogno di una roccaforte nel centro della penisola. 
La strada è stato uno degli ultimi sforzi di Cobá per mantenere il suo potere. E crediamo che potrebbe essere stato uno dei successi di K’awiil Ajaw, che è documentato anche per aver condotto guerre di espansione territoriale. “

 tratto da www.iflscience.com

giovedì 12 marzo 2020

Dopo anni di abbandono, la chiesa rupestre di Matera sarà restaurata e aperta al pubblico


Chi l'aveva ereditata aveva deciso di metterla in vendita, due anni fa, per mezzo milione di euro. Ma Santa Maria della Valle, una delle chiese rupestri più importanti di Matera, è stata espropriata per essere finalmente restaurata e riaperta al pubblico dopo secoli di abbandono. 
 Stiamo parlando di una chiesa che risale al settimo secolo, chiusa al culto nel 1756. 
Negli ultimi quarant'anni è stata al centro di una diatriba legale, ma ora il sindaco di Matera, Raffaello De Ruggieri, ha annunciato «l'inizio della conservazione e valorizzazione» dell'antica cattedrale, «un patrimonio inestimabile della città», chiuso da oltre 260 anni.


«La Soprintendenza della Basilicata – ha spiegato il sindaco – ha avviato l’iter espropriativo basandolo sulle risorse che il Comune di Matera ha destinato al recupero di questo significativo monumento rupestre utilizzando i fondi messi a disposizione dalla Legge 308/2015.
 L’alleanza e il rapporto di collaborazione tra Istituzioni come la Soprintendenza, l’Arma dei Carabinieri e il Comune di Matera sono stati determinanti per operare una scelta operativa che era diventata non più rinviabile visto lo stato di abbandono in cui versa il bene.
 Dopo 40 anni di inutili tentativi quindi – conclude de Ruggieri – si apre oggi concretamente la fase di conservazione e valorizzazione di un patrimonio inestimabile appartenente alla comunità materana».




La chiesa di Santa Maria della Valle è stata interamente scavata nel tufo.
 La cripta risale al periodo longobardo mentre l’imponente edificio soprastante è stato realizzato nel Duecento e poi successivamente rimaneggiato e ingrandito. 

A rendere la chiesa unica nel suo genere – scrive il Fai, – è «la straordinaria facciata sul fianco esterno della navata destra, che presenta quattro portali uno diverso dall’altro, mentre sei pilastri, impreziositi con semicolonne e capitelli, scandiscono le tre navate», oltre agli «affreschi di varie epoche presenti sulle pareti: da trompe l’oeil che fingono decorazioni, marmi e fondali alle rappresentazioni di Cristo, dei Santi e della Madonna con Bambino».

 Un edificio in totale decadimento, che presto tutti potremo tutti tornare ad apprezzare. 


Fonte: lastampa.it

lunedì 9 marzo 2020

La storia delle 1.200 sculture del tempio Otagi Nenbutsu-ji a Kyoto


Il tempio di Otagi Nenbutsu-ji si trova incastonato in cima a una collina, circondato da circa 1.200 sculture in pietra. 
Lungo un percorso turistico remoto, fuori dai passaggi tradizionali che affollano le vie più centrali di Kyoto, il tempio è un’oasi di calma, privo della masse di visitatori che affollano gli altri centri della città. 

 Nonostante sia poco conosciuta, la storia del tempio è antichissima, e risale al 770 dopo Cristo, quando l’Imperatrice Shōtoku ne ordinò la costruzione.
 Fin da subito il luogo di culto fu al centro di una serie di eventi come guerre e inondazioni, che lo portarono ad essere spostato più volte nei pressi della città, nel frattempo divenuta capitale del Giappone. 

 L’ultimo episodio fu negli anni ’50, quando un tifone distrusse buona parte della struttura e spinse un monaco di nome Kocho Nishimura a spostare il tempio di Otagi Nenbutsu-ji nella posizione odierna. 
Il volenteroso sacerdote iniziò a ricostruire l’edificio in una delle colline del quartiere di Arashiyama, ai margini di Kyoto.


Nishimura non solo ricostruì il tempio, ma lo arricchì con una serie di statue di forma tipicamente buddista.

 Le statue sono conosciute come “Rakan”, e hanno espressioni divertite e divertenti, e ognuna di loro è diversa dalle altre.
 Questo piccolo compendio di opere d’arte è infatti stato realizzato non solo dal monaco ma da tutta la comunità religiosa.


Fra il 1981 e il 1991 il Kocho convinse i fedeli visitatori del tempio ad aiutarlo nella realizzazione delle opere, e il risultato furono 1.200 sculture caratterizzate da dettagli unici come tazze da tè, attrezzatura sportiva, oggetti tecnologici come una macchina fotografica, libri, coroncine e via discorrendo.


Le 1.200 statue raffigurano i discepoli di Buddha, e sono pacifici guardiani del tempio coperti di muschio. 
La loro presenza rende la visita al tempio un’esperienza divertente oltre che religiosa, e consente di immergersi in una dimensione mistica, quasi fuori dal tempo.

 MATTEO RUBBOLI

domenica 8 marzo 2020

8 marzo: non è la festa delle donne, ma una ricorrenza!


In principio serviva a ricordare tutte le battaglie fatte dalle donne in campo sociale, economico e politico e a tenere viva l’attenzione sulla violenza e la discriminazione che non si possono dire superate. 
 Una giornata che ha origini americane, negli Stati Uniti esiste dal 1909 e in Italia dal 1922 e che nasce quindi con fine nobile e lontano dalla connotazione consumistica in cui si è trasformata. 
È in quest’ottica che la Festa della donna non ha più senso, perché di certo non serve una data celebrativa per sentirsi donne. 
 Se la si vede da un’altra prospettiva, ovvero che l’8 marzo non è un giorno di festa, ma una celebrazione per le donne che riuscirono con forza e coraggio ad ottenere gli stessi diritti degli uomini, la parità quindi dei sessi, l’uguaglianza sul lavoro e via dicendo, potrebbe invece averne. 


 Perché l’8 marzo? 

È ormai versione fantasiosa diffusa che in questa data venga ricordato un incendio in una fabbrica di New York, in cui morirono un centinaio di donne.
 La disgrazia di certo ci fu, ma il 12 marzo e soprattutto molti anni dopo che la Giornata della donne veniva celebrata. 
 In realtà, il Woman’s Day negli Stati Uniti, nasce dopo qualche tempo dal VII Congresso della II Internazionale socialista, tenuto a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907. 
Durante la conferenza, in mancanza dell’oratore ufficiale, prese la parola la socialista e attivista dei diritti delle donne Corinne Brown, che non perse occasione per parlare dello sfruttamento delle operaie, delle discriminazioni sessuali e della possibilità del suffragio universale. 

 Non ci furono ovviamente grandi trasformazioni, se non quella di creare consapevolezza nel potere delle donne.

 Iniziarono battaglie e manifestazioni, fino alla celebrazioni della prima giornata della donna il 28 febbraio 1909. 

 Una svolta significativa si ebbe nel 1910 quando 20mila operaie scioperarono per tre mesi a New York. 
Da qui, la Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, istituì la giornata di rivendicazione dei diritti femminili. 
Piano piano anche l’Europa aderì alle celebrazioni fino alla Prima guerra mondiale.


 La scelta dell’8 marzo, ha invece origine russe. 
In quella data, nel 1917 a San Pietroburgo le donne si riunirono in una grande manifestazione per rivendicare diritti e la fine della guerra, un appello inascoltato che sfociò nella rivoluzione russa.


 La Festa della donna non celebra più il coraggio e la determinazione delle donne, tant’è che in pochissimi sanno cosa esattamente si ricorda. 

Mimose, regali, cene fuori, spogliarelli non rappresentano quindi il vero spirito di una giornata in cui dovrebbe essere ricordato il sacrificio di tantissime donne. 

 Dominella Trunfio

venerdì 6 marzo 2020

Una spada anatolica del 3.000 a.C.


L’archeologa Vittoria Dall’Armellina, dell’Università di Ca’ Foscari, ha scoperto un’antichissima spada nel Museo di San Lazzaro degli Armeni a Venezia. 
L’arma era stata erroneamente collocata in una vetrina con oggetti di epoca medievale. 
La spada invece è molto simile alle spade più antiche del mondo, risalenti a circa cinquemila anni fa, rinvenute nel Palazzo Reale di Arslantepe in Turchia.


Vittoria Dall’Armellina stava visitando il Museo di San Lazzaro degli Armeni, quando la sua attenzione era stata attirata da una piccola spada in mezzo a reperti medievali. 
Tuttavia Dall’Armellina, il cui dottorato verte proprio sulla nascita e lo sviluppo della spada nel Vicino Oriente antico, aveva capito che spada era ben più antica.

 Le analisi scientifiche hanno confermato che la spada è simile a quelle più antiche del mondo, risalenti al 3000 a.C., non solo nella forma ma anche nella composizione della lega.


 Come ha fatto però un’arma anatolica a finire in un monastero della Congregazione Mechitarista a Venezia? 
Per rispondere a questa domanda, Dall’Armellina si è avvalsa della preziosa collaborazione con Padre Serafino Jamourlian, del Monastero di San Lazzaro degli Armeni, il quale, consultando gli archivi del museo, ha contribuito a svelare una parte di questa lunghissima storia. 
Un foglietto scritto in armeno attesta che un mercante d’arte e collezionista, tale Yervant Khorasandjian, fece una serie di donazioni al celebre teologo Padre Ghevond Alishan, monaco della Congregazione Mechitarista. 
Ghevond Alishan morì a Venezia nel 1901, quindi la vicenda si colloca verosimilmente negli ultimi decenni dell’800.
 Il biglietto d’accompagnamento alla spada svela anche il luogo del ritrovamento: “Il Sig. Yervant Khorasandjian, che abitava a Trebisonda, manda in regalo a Padre Ghevont (Leonzio) Alishan, tramite Padre Minas Nurikhan, monaco mechitarista, fondatore e direttore del Collegio Mechitarista di Trebisonda (1882-1894), una spada di bronzo, ritrovata nei pressi di Trebisonda e precisamente a Kavak”.


Le analisi sulla composizione del metallo sono state condotte in collaborazione con la professoressa Ivana Angelini e il centro CIBA dell’Università di Padova. 

La spada è risultata essere di rame arsenicato: una lega di rame e arsenico molto comune prima della diffusione del bronzo. 
Questo dato e la marcata somiglianza con le spade gemelle del sito di Arslantepe hanno permesso di datare con sicurezza il reperto tra la fine del IV e l’inizio del III millennio a.C.
 È una tipologia di spade piuttosto rara, poiché diffusa in una regione ristretta dell’Anatolia orientale, tra l’alto corso del fiume Eufrate e la costa meridionale del Mar Nero.
 L’analisi degli elementi in traccia potrà precisare ulteriormente la provenienza del metallo da uno specifico giacimento. 

La spada, contrariamente ad alcuni degli esemplari da Arslantepe, non presenta decorazioni, iscrizioni o altri segni. 
A causa delle condizioni di conservazione non ottimali, non è stato possibile rilevare eventuali tracce di utilizzo.
 Potrebbe trattarsi dunque sia di un’arma da offesa, realmente utilizzata, sia di un’arma da parata o di un oggetto di corredo funerario. 
Un’ipotesi possibile è che fosse stata deposta in una sepoltura, rinvenuta casualmente dagli abitanti di un villaggio locale, il cui corredo sarebbe stato successivamente smembrato, come purtroppo avveniva frequentemente fino a pochi anni fa. 
È infatti proprio nell’epoca a cui risale la spada che si assiste in Anatolia orientale e nella vicina regione del Caucaso alla diffusione di tombe che presentano ricchi corredi composti da armi e gioielli, interpretate come evidenza della nascita di una nuova élite di stampo guerriero.

 Fonte: ilfattostorico
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