lunedì 29 maggio 2017

Ecco perché i fenicotteri rosa stanno su una zampa sola


La loro posizione è inconfondibile. 
Ma perché i fenicotteri rosa stanno spesso accovacciati su una sola zampa?

 La risposta l’ha fornita uno studio condotto dai ricercatori dell’Emory University e di Georgia Tech: i fenicotteri assumono questa caratteristica posizione per sprecare meno energie. 
 Gli esperimenti sono stati compiuti, sia su individui vivi, che su fenicotteri morti. In maniera sorprendente è stato scoperto che anche le carcasse possono stare in equilibrio su di una sola gamba senza alcun bisogno di supporto esterno.
 Secondo i ricercatori, questa è la prova che si tratta di un meccanismo passivo. 
«Se si guarda ai fenicotteri in maniera frontale, si noterà come la zampa distesa non è dritta ma, piuttosto, piegata all’interno – ha detto il professor Young – Hui Chang, che ha condotto lo studio -. Si tratta di una posizione maggiormente stabile rispetto all’appoggio su due gambe».

 I ricercatori hanno detto di non essere ancora riusciti a spiegare i meccanismi anatomici che rendono possibile questa posizione e che le ricerche continueranno
.

In passato, l’ipotesi più accreditata per spiegare la posizione accovacciata dei fenicotteri era quella della dispersione termica. Secondo alcuni ricercatori, infatti, gli uccelli rosa assumerebbero questa posizione per rinfrescarsi, soprattutto quando le temperature salgono. 
L’ipotesi, avanzata dal professore Matthew Andrews dell’Università di Philadelphia non ha convinto appieno gli studiosi, soprattutto alla luce delle più recenti scoperte.

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

venerdì 26 maggio 2017

La misteriosa fortezza di Castel del Monte


Castel del Monte con la sua imponente struttura è un geniale esempio di architettura medievale che si trova a circa 60 chilometri da Bari, a 18 da Andria, in Puglia.
 Dal 1996, Castel del Monte è uno dei 49 siti italiani, inseriti nella World Heritage List dell’Unesco, grazie al suo valore artistico, paesaggistico e culturale.

 Costruito da Federico II di Svevia nel XIII secolo, il Castello domina il tratto delle Murge occidentali grazie alla sua massiccia struttura ottagonale. Seppur predomini l’architettura medievale, in realtà esso unisce diversi elementi stilistici, ci sono ad esempio le torri gotiche, i fregi interni in stile classico, i leoni dal taglio romanico e perfino mosaici che richiamano l’arte islamica.

 Castel del Monte è stato costruito nel 1240 ed era proprio la sede permanente della corte di Federico II, re del Regno di Sicilia dall’età di tre anni.
 Tutto il castello ruota attorno alla sua figura a tratti molto misteriosa.




Il fascino misterioso di Castel del Monte è dato dal suo rigore matematico che ruota appunto attorno ai numeri. 
La planimetria ottagonale è studiata in modo tale che crea particolari simmetrie di luce durante il solstizio e l’equinozio. 
 Una sorta di simbolismo che appassiona studiosi e turisti provenienti da tutto il mondo. 

Anche l’impianto militare è un enigma perché manca degli elementi che caratterizzano la maggior parte dei monumenti militari del periodo come le mura di cinta, il fossato e le stalle.


E poi c’è questo numero otto che ritorna sempre. 
Otto sono i lati della pianta, otto le sale del piano terra e del primo piano a pianta trapezoidale disposte in modo da formare un ottagono e otto sono le imponenti torri, ovviamente a pianta ottagonale, disposte su ognuno degli otto spigoli.
 Nel cortile interno probabilmente era presente una vasca anch’essa ottagonale.

 “Il cortile,come tutto l'edificio, dal contrasto cromatico derivante dall'utilizzo di breccia corallina, pietra calcarea e marmi; un tempo erano presenti anche antiche sculture, di cui restano solo la lastra raffigurante il Corteo dei cavalieri ed un Frammento di figura antropomorfa” si legge sul sito ufficiale.

 Le sedici sale, otto per ciascun piano, hanno forma trapezoidale e sono state coperte con un'ingegnosa soluzione: lo spazio è ripartito, in una campata centrale quadrata coperta a crocièra costolonata, ovvero con semicolonne in brèccia corallina a pianterreno e pilastri trilobati di marmo a quello superiore, mentre i residui spazi triangolari sono coperti da volte a botte decorate da elementi antropomorfi o zoomorfi. 
 I due piani sono collegati da tre scale a chiocciola, ma sicuramente è il corredo scultoreo ad affascinare di più grazie a tessere musive, piastrelle maiolicate, paste vitree e dipinti murali.







Dominella Trunfio

giovedì 25 maggio 2017

La leggenda del grande masso sospeso in Birmania


La Roccia d’Oro è situata in Birmania ed è uno dei luoghi naturalistici più incredibili al mondo.
 Famosa per la sua posizione completamente instabile, in equilibrio da quasi 2500 anni su un dirupo in cima al monte Kyaikto, questa roccia ha resistito nel tempo a venti e terremoti, che sono molto frequenti in questa regione, attirando ogni anno un numero sempre maggiore di turisti e viaggiatori.


Non è un caso però se questo masso ha mantenuto intatto il suo equilibrio: si tramanda infatti una leggenda che spiega il perché di questo fenomeno del tutto particolare e, a tratti, soprannaturale.

 Secondo la leggenda, questo equilibrio dipende da un sottile capello di Buddha, senza il quale la pietra scivolerebbe dal dirupo immediatamente. 

Originariamente di aspetto comune, oggi la roccia è chiamata dorata per le innumerevoli foglie d’oro che, negli anni, i fedeli hanno deciso di incollare sulla sua superficie: oggi infatti il grande masso risulta essere completamente dorato, brillando con la luce del sole.




Per godersi a pieno l’esperienza di visita di questo luogo fuori dal mondo, è consigliabile raggiungere la cima del monte a piedi, per chi ne fosse impossibilitato però c’è l’opportunità di essere accompagnati dai ragazzi locali, per la modesta cifra di circa 8 dollari, ed intrattenersi fino allo scendere del sole. 

 Turisti curiosi ed increduli, fedeli che pregano con intensa devozione e abitanti del luogo sono accomunati dallo stesso senso di meraviglia davanti a questa roccia. In particolare, davanti allo spettacolo del tramonto che si infrange con i suoi colori sul masso, le persone rimangono sbigottite da tutta questa bellezza. 
I riflessi dorati infatti rendono questa location ancora più magica, spingendo sempre più persone ogni anno a visitare questo autentico tempio di Buddha.


I cittadini del posto credono fermamente in questa leggenda, considerandola anche una risorsa importantissima di sostentamento per un paesino piccolo e dotato di ben poche attrazioni turistiche. Alcuni turisti invece, arrivano increduli, certi di trovare qualcosa di molto diverso da quello che hanno letto sulle guide turistiche, ma quando raggiungono la roccia non possono fare altro che constatare la reale immensità di questo paesaggio unico e straordinario.

 Fonte: http://siviaggia.it

mercoledì 24 maggio 2017

A Deir el-Bahari scoperte 56 giare con materiali per l’imbalsamazione


La missione archeologica spagnola-egiziana (che vede la collaborazione del Middle Kingdom Theban Project, l’Università di Alcala, il Ministero delle Antichità e l’Ispettorato di Luqsor) che lavora nella necropoli di Deir el-Bahari alla TT 315, la tomba di Ipi, ha riscoperto ben 56 giare contenenti materiali di imbalsamazione destinati per la mummificazione del vizir Ipi, supervisore di Tebe e personaggio di élite alla corte di Amenemhat I, sovrano fondatore della XII dinastia che regnò tra il 1994 e il 1964 a.C.

 Questa nuova scoperta è avvenuta durante i lavori di pulizia del cortile esterno della tomba di Ipi, precisamente all’interno di una camera ausiliaria situata nell’angolo nord-est.
 Anche questa volta si tratta di una riscoperta, in quanto i vasi erano già stati precedentemente individuati dall’egittologo americano Herbert Winlock tra il 1921 e il 1922 ed erano stati ricollocati dalla missione statunitense in una fossa di un metro e mezzo di profondità a pochi metri dall’ingresso della sepoltura.

 Si tratta della più grande collezione di materiale per l’imbalsamazione mai trovata finora risalente al Medio Regno. Il dottor Antonio Morales, direttore della missione spagnola, ha comunicato che il deposito dei materiali di mummificazione utilizzati per Ipi comprende metri e metri di bende impregnate di resine, oli e natron, residui biologici (come coaguli di sangue),diversi teli e lenzuola di lino lunghe anche quattro metri, rotoli di tessuto per ampi bendaggi, diversi tipi di stoffe, stracci, vari bendaggi di sei metri di lunghezza, nonché un sudario utilizzato per coprire il corpo di Ipi, uno scialle frangiato lungo 10 metri e piccole strisce destinate ad avvolgere le dita delle mani e dei piedi del visir.
 I vasi contengono inoltre diverse decine di sacchetti di natron (il tipo di sale usato nei procedimenti di essiccazione dei corpi da imbalsamare), i quali erano stati depositati nelle parti interne del corpo del visir, ed altri contenenti olii, sabbie e altre sostanze: un totale di 300 sacchetti circa tra sei e i dieci centimetri di diametro legati con bende lino.
 Tra i pezzi della collezione ritrovata ci sono anche dei grandi vasi di argilla del Nilo e marna, alcuni con sigilli, altri con segni ed iscrizioni in ieratico, tappi per vasi e un raschietto.








Nonostante siano trascorsi più di 4.000 anni non è affatto svanito il potere delle esalazioni delle sostanze utilizzate: il natron pizzica e fa quasi lacrimare gli occhi degli archeologi nonostante guanti e maschere di protezione, le resine e gli aromi utilizzati emanano ancora le loro fragranze. 

L’idea che dopo migliaia di anni sia possibile percepire nitidamente un odore molto profumato, come una sorta di incenso, ha dell’incredibile; di certo una bellissima sensazione, ricca di fascino e di romanticismo, una percezione che catapulta direttamente a quegli istanti in cui si stavano compiendo i riti che avrebbero impedito la decomposizione del corpo di Ipi e garantito la sua conservazione per l’eternità. 

 Salima Ikram, la famosa egittologa dell’Università Americana del Cairo che collabora con il progetto, ha identificato tra le decine di metri di tessuto intrecciato quello che sembra essere il cuore mummificato (quindi accuratamente trattato) di Ipi; una pratica sconosciuta che senza dubbio merita ulteriori indagini, in quanto il cuore solitamente veniva lasciato al suo posto nel corpo del defunto.

 L’identificazione dei materiali contenuti all’interno delle giare sarà di grande importanza per comprendere sia le tecniche di mummificazione utilizzate durante i primi anni del Medio Regno che il tipo di oggetti, strumenti e sostanze coinvolti nel processo di imbalsamazione, in quanto la tecnica di mummificazione in questo periodo non è ancora così chiara oltre al fatto che non era ancora così raffinata ed evoluta come nel Nuovo Regno, periodo in cui raggiunse il suo culmine. 

Le lunghe strisce di lino imbevute di natron e sangue saranno analizzate con gli strumenti di nuova tecnologia di cui dispone il team. Da questo studio emergeranno dati importantissimi che permetteranno di conoscere tanti aspetti ancora sconosciuti di questa pratica.

 L’opera di pulizia del cortile che ha permesso questa riscoperta era parte del progetto di studio archeologico ed epigrafico delle tombe di Henenu (TT 313) e di Ipi (TT 315), della camera funeraria e del sarcofago di Harhotep (CG 28023), nonché di conservazione e pubblicazione di questi ed altri monumenti tebani.

 Fonte: mediterraneoantico.it

lunedì 22 maggio 2017

Un sacrificio umano sotto il palazzo reale di Wolseong in Corea


Per la prima volta in un sito coreano sono state trovate tracce di un sacrificio umano rituale. 
Due scheletri risalenti al V secolo sono stati scoperti sotto le mura del Wolseong, o Castello della Luna, a Gyeongju in Corea del Sud, la capitale dell’antico regno di Silla. 
 «Questa è la prima prova archeologica delle storie sui sacrifici umani utilizzati per le fondamenta di edifici, barriere o mura», ha dichiarato Choi Moon-Jung, portavoce dell’Istituto Nazionale di Ricerca del Patrimonio Culturale di Gyeongju.
 La sepoltura di vittime ancora in vita insieme ai loro sovrani defunti, con l’obiettivo di servirli nell’aldilà, è ben nota nelle antiche culture coreane.


Come furono messe a morte le vittime di Wolseong non è ancora chiaro e bisognerà condurre ulteriori ricerche, ma non sembrano essere state seppellite vive.
 «A giudicare dal fatto che non ci sono segni di resistenza, devono essere stati inumati da incoscienti o da morti”, ha dichiarato il ricercatore Park Yoon-Jung. 
«Il folklore indica che gli uomini venivano sacrificati per appagare gli dèi e per supplicarli che gli edifici in costruzione durassero a lungo».

 I due scheletri sono stati rinvenuti fianco a fianco sotto l’angolo occidentale della mura del castello: uno era rivolto verso l’alto, l’altro con viso e le braccia leggermente verso il primo individuo. 

Silla fu uno dei tre regni emersi nella penisola coreana nel primo millennio, il quale riuscì alla fine a conquistare gli altri due e a unificare il territorio nel 668.
 In seguito si frammentò in tre ulteriori piccoli stati, denominati Tre Regni Posteriori, e nel 935 fu sottomesso dalla dinastia dei Koryŏ.

 I manufatti del periodo Silla comprendono alcuni dei tesori culturali più preziosi della Corea e i siti storici di Gyeongju sono una delle principali attrazioni turistiche.


Attualmente sono in corso d’esecuzione l’esame del DNA e altri test sui resti per determinare le caratteristiche fisiche, lo stato di salute, la dieta e altri attributi genetici.

 Tra i reperti scavati vi sono tavolette di legno con iscrizioni, e statuette animali e umane del VI secolo, tra cui una con turbante e vestiti simili a quelli indossati nell’antica civiltà centro-asiatica di Sogdiana.

 Fonte: ilfattostorico.com

venerdì 19 maggio 2017

Le coccinelle ripiegano le ali come origami


Quando una coccinella si prepara a spiccare il volo, l'effetto è spesso a sorpresa: l'insetto dalla forma apparentemente compatta si trasforma rapidamente in un oggetto volante dalle grandi ali dispiegate. 
Ma come fanno questi animali a riporre le proprie estremità in così poco spazio? Semplice: le ripiegano come fossero fogli per origami. 
L'effetto è stato studiato - non a caso - da un ricercatore giapponese.


Le coccinelle hanno lunghe ali che tengono ripiegate sotto l'elitra, un'ala anteriore sclerificata (indurita) dai colori sgargianti, che funziona da "custodia".

 Kazuya Saito, ricercatore dell'Università di Tokyo, ha realizzato con una resina polimerizzata a raggi UV (simile ad alcuni smalti per unghie semipermanenti) una custodia prostetica per ali trasparente che ha applicato a una coccinella sotto anestesia.
 Così è stato possibile osservare "in diretta" i processi di dispiegamento e ripiegamento delle ali.
 Queste sono provviste di venature che servono da guida per la piegatura quando la fase di volo è finita. 
A riposo, le lunghe ali giacciono piegate con una configurazione "a Z".
 Quando serve, si dispiegano in modo elastico, fornendo una spinta aggiuntiva per il volo.




«Di solito le strutture trasformabili richiedono molte componenti come giunture o parti rigide.
 Le coccinelle utilizzano invece la flessibilità e il comportamento elastico per compiere trasformazioni complesse a partire da strutture molto semplici» spiega Saito. 

Il meccanismo potrà aiutare a realizzare pannelli solari pieghevoli e salva spazio, ali estraibili per veicoli compatti o semplicemente ombrelli più efficienti. 

 Fonte: .focus.it

giovedì 18 maggio 2017

Scoperta una catacomba con 17 mummie nel sito di Tuna el-Gebel, in Egitto.


Gli archeologi hanno scoperto una catacomba sotterranea con numerosi corridoi pieni di mummie, in un antico cimitero nel sito di Tuna el-Gebel, in Egitto.
 Nella catacomba si può entrare solo attraverso uno stretto condotto che conduce sottoterra. 

«È la prima necropoli umana trovata nel centro dell’Egitto con un tale numero di mummie», ha detto Salah al-Khouli, professore all’università del Cairo e direttore della missione archeologica. «Potrebbe indicare la presenza di una necropoli molto più grande». Questo gruppo di “mummie non reali”, un dedalo di corridoi sotterranei, ospitava “17 mummie e un certo numero di sarcofagi” scolpiti nella pietra o con l’argilla.


Si tratta del primo ritrovamento nell’area dopo la scoperta di una necropoli di animali da parte dell’archeologo Sami Gabra, tra il 1931 e il 1954.

 Le prime ricerche erano cominciate un anno fa coi rilevamenti radar nella zona adiacente a quella necropoli.
 I dati indicavano una serie di pozzi funerari, che hanno poi portato ai corridoi e alle mummie.
 Finora ne sono state trovate 17 insieme ad alcuni sarcofagi, due dei quali sono in argilla e a forma antropoide, mentre gli altri sono di pietra.
 Al-Khouli dice che uno dei sarcofagi in argilla è in buone condizioni, l’altro è invece parzialmente danneggiato.


Gli archeologi hanno anche scoperto “bare per animali” e “due papiri scritti in demotico”, una forma di scrittura geroglifica semplificata, utilizzata dalle ultime dinastie egizie fino all’epoca romana.
 Le mummie potrebbero risalire al Periodo tardo (712-332 a.C.) ma secondo il portavoce del ministero Nevin al-Aref potrebbero anche essere datate al periodo tolemaico (332-30 a.C.). 
 «È una scoperta che risale al periodo greco-romano», ha detto Mohamed Hamza, a capo degli scavi archeologici per conto dell’Università del Cairo, che parla di una scoperta “senza precedenti”. 
Precisa che il sito archeologico di Tuna el-Gebel custodisce alcune vestigia di quest’epoca, “tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C.”. Inoltre, il Ministero ha anche annunciato la scoperta in un sito vicino di “costruzioni funerarie romane in argilla, nelle quali sono state trovate monete, lampade e altri oggetti domestici”.

 Fonte: ilfattostorico.com

L’isola di Henderson è il luogo più inquinato del Pianeta


Il punto del Pianeta più inquinato dalla plastica è una piccola isola corallina del sud dell’Oceano Pacifico. Henderson, territorio annesso alla colonia delle isole Pitcairn, è letteralmente sommersa dalla plastica.
 A dirlo è uno studio condotto dai ricercatori dell’University of Tasmania da cui emerge che sull’isola sono presenti 37.7 milioni di pezzi di plastica. 
«L’isola di Henderson è l’esempio concreto di come i rifiuti contaminino l’intero Pianeta – ha detto la dottoressa Jennifer Lavers – Secondo le nostre stime, ogni giorno qui si depositano 3.570 pezzi di plastica».


Ma come ha fatto tanta plastica a finire in un luogo così remoto? L’isola corallina di Henderson, infatti, dista oltre 5mila chilometri dai centri abitati. 
La “colpa” è delle correnti oceaniche che, con la loro rotazione, depositano tutta la plastica finita in mare su quest’isola. 

«Anche i luoghi più remoti del Pianeta non possono salvarsi dall’inquinamento; ogni anno sono circa 300 milioni le tonnellate di plastica che non vengono riciclate e queste, troppo spesso, finiscono in mare con danni incalcolabili per la flora e la fauna», ha concluso la Lavers.






L’isola di Henderson misura 9,6 km di lunghezza e 5,1 di larghezza e copre un’area di 37,3 chilometri quadrati.
 Nel 1988 è stata aggiunta alla lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, per via delle sue spiagge incontaminate (!), della ricca fauna e della sua barriera corallina. 

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

martedì 16 maggio 2017

"YInMn", una nuova tonalità di blu


Nel 2009 Mas Subramanian, chimico della Oregon State University, fece parlare di sé per la scoperta della prima nuova tonalità di blu in 200 anni. 
Il pigmento, chiamato YInMn in virtù della sua composizione chimica (un mix di ossidi di ittrio, indio e manganese), fu ottenuto quasi per errore mescolando i tre elementi in un forno.
 Il risultato di quell'errore è una bella sfumatura brillante che presto sarà a disposizione di tutti. 
La Crayola ha infatti deciso di produrre matite colorate di questa tinta entro la fine del 2017.


«Il colore è parte dello spettro, tecnicamente non si può scoprire. Si può però scoprire un materiale che è di un determinato colore», precisa Subramanian. 
L'ultimo pigmento blu prima del 2009 era stato trovato dal fisico francese Louis Jacques Thenard, scopritore del blu cobalto, nel 1802.

 Essendo ottenuto ad alte temperature il blu YInMn è un composto molto stabile. Non reagisce e non cambia se scaldato, raffreddato o mischiato con acqua o sostanze acide.
 È considerato un pigmento inorganico complesso, nel senso che non esiste in natura - come il blu oltremare, che deriva dai lapislazzuli - ma è ottenuto da un mix di metalli combinati a ossigeno.
 Ora se ne sta testando la tossicità (il cobalto per esempio è tossico, se ingerito in grandi quantità). Ottenuta l'approvazione della Food and Drug Administration, si potrà procedere alla produzione. 

 Fonte: focus.it

lunedì 15 maggio 2017

Le mani giganti che emergono dal canale di Venezia sono un messaggio importante


I cambiamenti climatici minacciano gravemente Venezia che entro il secolo potrebbe davvero essere a rischio.
 Grosse mani sorreggono uno dei palazzi storici della città lagunare, il Ca' Sagredo Hotel, una scultura suggestiva che sembra racchiudere tutto questo. 
 A realizzarla per l'edizione 2017 della Biennale è stato l'artista Lorenzo Quinn (figlio dell'attore Anthony) che ha appena completato l'installazione della monumentale scultura chiamata non a caso “Support”.
 Due imponenti mani alte tra gli 8 e i 9 metri sorreggono simbolicamente il palazzo Ca' Sagredo.




Perché le mani?
 Esse sono le stesse che da una parte sostengono ma dall'altra distruggono il pianeta.
 Support è stata realizzata non a caso a Venezia, come spiega Quinn. Una città gravemente minacciata dai cambiamenti climatici come molti altri siti Patrimonio mondiale dell'umanità. 
 “Spero che la mia arte permetta di focalizzare l'attenzione su una calamità globale che ci troviamo a fronteggiare” spiega. 
“Venezia è la capitale d'arte del mondo durante la Biennale ma la città è minacciata e necessita del nostro aiuto e della nostra protezione” 

 “Iniziative come quella di Quinn valorizzano Venezia, e soprattutto suscitano l’orgoglio di chi la abita” ha detto il sindaco di Venezia Brugnaro. 
“Con Support Quinn ci parla dell’opportunità concreta di raggiungere un maggior equilibrio col nostro pianeta, in termini economici, ambientali e sociali”. 

 Francesca Mancuso
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