lunedì 18 giugno 2018

La statuetta di 3.000 anni fa che nasconde un enigma reale


Una scultura di porcellana, dopo 3.000 anni ancora eccezionalmente conservata, ha sollevato un dibattito tra gli archeologi, che si interrogano sull’identità del sovrano raffigurato L’oggetto alto 5 cm, appena descritto sulla rivista Near Eastern Archaeology è stato rinvenuto nel 2017 durante una campagna di scavi nel sito di Abel Beth Maacah, appena più a sud del confine israeliano con il Libano, vicino alla moderna città di Metula.
 Dalla corona sul capo sembra chiaro si tratti della figura di un sovrano, ma capire di quale reale si tratti nello specifico è, considerate l’area e l’epoca di realizzazione, un’impresa complessa.


La testa scolpita, che sembrerebbe risalire al IX secolo a. C., è stata ritrovata in una zona un tempo occupata dalla città di Abil al-Qamh, menzionata nel Libro dei Re dell’Antico Testamento.
 L’area sorgeva in una zona di confine contesa tra il Regno degli Aramei con base a Damasco ad est, la città fenicia di Tiro ad ovest e il Regno di Israele con capitale Samaria a sud.
 Nel Libro dei Re si parla della città come una delle terre attaccate dal re Ben Hadad di Damasco in una campagna contro Israele.
 Si trattava dunque di un’area fortemente contesa. 
Tuttavia, poiché la datazione al radiocarbonio non permette di stabilire per il reperto una data più precisa del IX secolo a.C., la rosa dei sovrani candidati rimane ampia: potrebbe trattarsi di Ben Hadad o Hazael di Damasco, di Ahab o Jehu di Israele, di Ithobaal di Tiro – tutti descritti nella Bibbia.


Come riporta il Guardian, un elemento che potrebbe aiutare nell’identificazione e che fa pensare al monarca raffigurato come a un uomo del Vicino Oriente è l’acconciatura, simile a quella con cui gli antichi Egizi rappresentavano le vicine popolazioni di origine semitica. 

Chiunque sia il suo soggetto, la statua è comunque un esempio di arte figurativa particolarmente raffinato, per essere un manufatto dell’Età del Ferro: in genere, i reperti artistici così antichi sono ancora piuttosto semplici e non raggiungono un tale livello di dettaglio. 

 Fonte: focus.it

martedì 12 giugno 2018

Berlenga, l’isola selvaggia dei gabbiani


Basta il nome, Berlenga, e subito risuonano nella mente i richiami dai gabbiani. 
Facile assocciare la piccola e splendida isola portoghese a questi uccelli. Sono i veri padroni del luogo e camminare sui sentieri, vederli volare sul mare blu o covare tra gli arbusti è qualcosa che rimane impresso per sempre, anche se lì ci si è stati anni prima. 

Berlenga è, prima di tutto, un luogo dell’anima, uno di quelli dove ti senti in pace con il mondo e con la natura. 
Un’oasi felice dove l’uomo arriva con il contagocce e non può fare danni.
 Un’isola pura, selvaggia e incontaminata da preservare per sempre, anche nel cuore.


I gabbiani sono la colonna sonora di un mini paradiso terrestre. Non è un posto per chi non ama gli uccelli e gli animali in genere o per gli stressati, non lo sopporterebbero un minuto.
 Eppure la calma è totale in questo arcipelago selvaggio del Portogallo, a poco più di cento chilometri da Lisbona, un insieme di minuscole isolotti rocciosi. 
 Berlenga, il principale, Estelas e Farihoes, più che altro scogli granitici, sono il regno dei gabbiani, urie, berte, marangoni e altre specie.
 La loro presenza, insieme a quella di conigli e lucertole, ha reso questa località “riserva della biosfera” dal Consiglio Europeo, oltre che una riserva marina mentre le acque circostanti sono state dichiarate interesse archeologico. 

 Chi arriva qui lo fa in punta di piedi,rispettando le regole degli uccelli, il loro universo, la loro espansiva voce. 
Gabbiani ovunque: accucciati, per ripararsi dal vento, in cerca di cibo, plananti dall’alto, in trepida cova, in decollo verso nuove avventure. 
Chi esplora l’isoletta di granito rosa cammina tra loro, sui sentieri che partono dal piccolo porticciolo.

 Qui, durante la bella stagione, sbarcano le piccole imbarcazioni che fanno la spola con Peniche, il centro sulla terraferma più vicino, quindici chilometri più a sud. 
Ma sono pochi gli avventurieri che arrivano: per rispetto all’ecosistema, le costruzioni si contano sulla punta delle dita, c’è una sola possibilità di alloggio, molto spartana, un ostello creato nel vecchio forte a picco sul mare, e un bar-emporio utile per ogni bisogno.


Normalmente chi viene a Berlenga è in gita giornaliera, per esplorare il sentiero che in un’ora e mezzo fa l’intero giro dell’isola: il panorama è mozzafiato, tra questi picchi scoscesi, le grotte nascoste, le gole profonde e le baie rocciose dove il mare risuona fragoroso.

 Punto focale è il forte de Sao Joao Baptista, risalente al 1502, legato all’isola da un piccolo ponte: sotto le baie tranquille sono piene di barche che fanno il giro di Berlenga dall’acqua, forse la soluzione migliore per chi non ama il trekking.

 Il mare è di ogni sfumatura di verde, gelido, perché questo è l’Atlantico e chi si immerge nella baietta di sabbia attaccata al molo, dominata da una costruzione con il punto ristoro, ne deve essere consapevole.
 Non è da tutti, si nuota con il fiato tirato, per i freddolosi e meno temerari meglio scaldarsi al sole e crogiolarsi tra gli uccelli.










Fonte: latitudinex.com

lunedì 11 giugno 2018

Rapa Nui: i cappelli dei Moai


Sui Moai si è scritto e detto molto: sono le gigantesche statue dell'isola di Pasqua, nel cuore dell'Oceano Pacifico, che si ritiene siano opera dei polinesiani che abitavano Rapa Nui (il nome dell'isola in lingua nativa) a partire dall'anno 1.000 d.C.

 Gli impressionanti monoliti sarebbero stati portatori di prosperità laddove volgevano lo sguardo.

 Ricavati da singoli blocchi di tufo vulcanico, alti da 2,5 a 10 metri (i più alti pesano 70-80 tonnellate), in cima ad alcuni dei Moai c'è un secondo elemento che non è parte del monolito, il pukai: una sorta di copricapo, oppure una particolare acconciatura.
 Si tratta di blocchi di una dozzina di tonnellate di peso: come li hanno messi in posizione?


Da sempre i Moai alimentano fantasie e ricerche. 
Tra le tante domande, una riguarda il modo con il quale vennero trasportati dalle cave ai luoghi dove sono oggi: l'ipotesi più gettonata vuole che i monoliti siano stati fatti "camminare" facendoli dondolare, un po' come si sposta il frigorifero di casa. Può essere. 
C'è poi la questione del pukai, il copricapo che, nel caso dei Moai più grandi, ha 2 metri di diametro e pesa 12 tonnellate. 
Quasi certamente venivano lavorati in prossimità della cava, fatti rotolare fino al monolito di destinazione e infine posizionato. 
Detta così sembra facile!

 Uno studio dell'antropologo Carl Lipo (Binghamton University, Usa), pubblicato sul Journal of Archaeological Science, suggerisce che quei polinesiani sfruttarono il parbuckling, una tecnica ancora oggi in uso (con strumenti moderni) per raddrizzare le navi arenate su di un fianco, come nel caso della Costa Concordia. 
A Rapa Nui avrebbero usato rampe e funi: le corde a un capo erano avvolte attorno a un cilindro e all'altro capo legate attorno al pukai, che veniva fatto avanzare lungo una rampa che portava da terra fino alla cima del Moai.


«In questo modo si riduce al minimo lo sforzo necessario per fare avanzare il pukai lungo la rampa», afferma Lipo: «una soluzione semplice e realizzabile con quanto si trovava sull'isola.»

 Per verificare l'ipotesi i ricercatori hanno sviluppato un complesso modello matematico per tenere conto della fisica newtoniana, della forza dell'uomo, dell'altezza dei monoliti, della massa dei pukai e di vari tipi di piani inclinati.
 I risultato: quando si trova l'inclinazione giusta, il pukai può essere fatto rotolare fino alla cima del suo Moai anche solo da una quindicina di persone, anche nel caso del copricapo più massiccio, quello da 12 tonnellate.

 Fonte: focus.it

venerdì 8 giugno 2018

Gravensteen– La fortezza del conte


Poderoso, massiccio: una vera montagna di pietra.
 Cosi si presenta, al centro di Gand, Gravensteen, il “castello del conte”, fin dal IX secolo sede dei potenti conti di Fiandra, di cui fu per secoli il ‘mastino’ a controllo della città e dei suoi riottosi mercanti. 

 Sorto nel X secolo, Gravensteen fu sostanzialmente rifatto nel XII secolo e più volte rimaneggiato, in base alla funzione e ai compiti via via assunti. 

Il castello si presenta come un blocco di pietra circondato dall’acqua, cinto da spesse cortine rinforzate da barbacani e torri rotonde. 
Al centro s’innalza il grande mastio con torri angolari a sporto. L’ingresso è protetto da un robusto rivelino.

 La sua funzione, più che difendere Gand, era quella di controllarla e soffocare le insurrezioni dei mercanti ansiosi di liberarsi dell’autorità comitale.


Mano a mano che acquisivano potere e influenza, le corporazioni dei tessitori e dei mercanti di Gand premevano per ottenere una sempre maggiore autonomia, ribellandosi alla supremazia dei signori feudali. 
Da questa situazione nacquero frequenti scontri, finché Jacob van Artevelde (eroe nazionale fiammingo) guidò una sommossa contro Luigi I, conte di Nevers. 
Van Artevelde si appoggiò a Edoardo III d’Inghilterra, con lo scopo di far rifiorire i tradizionali commerci tra le Fiandre e l’Inghilterra, bloccati dal re di Francia.
 La lotta fu dura e senza quartiere.
 I conflitti per le imposte sul grano e sul sale proseguirono per anni. Nel 1453, si giunse alla battaglia decisiva sulle rive del fiume Scheda.
 Alla fine, gli orgogliosi membri delle corporazioni dovettero arrendersi al duca di Borgogna Filippo il Buono, accettando le dure condizioni da lui poste. 
I consiglieri comunali di Gand furono costretti a camminare con il cilicio davanti alle porte della città chiedendo umilmente perdono al duca.


Le corporazioni di Gand parteciparono in prima fila alla lotta delle Fiandre contro il re di Francia, Filippo IV il Bello, desideroso di ammettere la ricca regione. 

I ribelli attaccarono prima Gravensteen, simbolo del potere dell’aristocrazia. Poi, nel 1302, le milizie della città fiamminghe, guidate da Gulielmo de Juliers il Giovane, sconfissero le truppe francesi, al commando di Roberto II d’Artois, nella battaglia di Kortrijk (in francese Courtrai).

 Passata ai duchi di Borgogna, Gard entrò a far parte nel 1477 dei possedimenti degli Asburgo, in conseguenza del matrimonio tra Maria di Borgogna e l’imperatore Massimiliano d’Austria: una nuova ribellione guadagnò alla città ampi privilegi. 

Le corporazioni si ribellarono anche a Carlo V, re di Spagna, ma senza successo: nel 1539 i capi della sommessa furono decapitati sotto il castello di Gravensteen.
 Anche la Riforma provocò violente rivolte nella città, aderente al credo protestante, tanto che il re di Spagna, impose a Gand durissime sanzioni.
 Nel 1568 l’uccisione da parte degli spagnoli del principe Egmont, governatore delle Fiandre, scatenò la lotta per la liberazione dei Paesi Bassi, guidata da Guglielmo d’Orange.


Tra gli aspetti più curiosi del castello dei conti di Fiandra vi sono le torri a sporto, cioè parzialmente pensili, a difesa della cinta esterna. 
Questa soluzione, piuttosto inconsueta, sembra apparentemente indebolire proprio quelli che dovrebbero essere i perni della difesa del castello.
 Tuttavia è giustificata dalla situazione ‘insulare’ del complesso di Gravensteen, le cui difesa non sono esposte all’azione degli arieti, delle macchine d’assedio o a opere di mina. Si può cosi ‘risparmiare’ sulla costruzione senza indebolire sensibilmente le strutture difensive.




Fu probabilmente il conte di Fiandra Baldovino I, detto Braccio di Ferro, a far costruire a Gand, nell’868, il primo castello. La fortificazione, caduta in rovina, fu ricostruita tra il 1180 e il 1200 da Filippo d’Alsazia. 
Il castello è l’edificio più importante dell’architettura fortificata medievale in Belgio. 
Singolare la sua struttura a stella, probabilmente derivata da esempi mediorientali conosciuti durante le Crociate. Da qui i conti di Fiandra amministrarono per secoli l’intera regione, spesso usando contro le inquiete città mercantili il pugno di ferro. 

Dopo la Rivoluzione francese (1789) il castello divenne la sede di un cotonificio.

 Alla fine del XIX secolo il comune di Gand lo riacquisi, impedendone la demolizione e iniziando il restauro.

 Il castello di Gravensteen, posto sulle rive del fiume Leie, è una delle più impressionanti fortezze fluviali d’Europa.
 Un' iscrizione posta sopra la porta d’ingresso, in latino, afferma che il conte Filippo fece edificare il castello nel 1180. 
Nel salone al piano superiore si riunivano i cavalieri dell’ordine del Toson d’Oro, istituito nel 1429 dal duca di Borgogna Filippo il Buono.

mercoledì 6 giugno 2018

Spitbank Fort, la fortezza militare trasformata in hotel di lusso


Lo Spitbank Fort si trova in Inghilterra, in un tratto di mare tra Portsmouth Harbor e l’Isola di Wight.
 Si tratta di un’antica fortezza militare costruita nel 1878 come difesa navale per proteggere la Gran Bretagna dall’invasione francese e trasformata oggi un lussuoso albergo all’insegna dell’eleganza e della ricercatezza.


Lo Spitbank Fort, interamente ristrutturato nel 2010, è oggi uno degli hotel più esclusivi di tutto il Regno Unito. 
Dispone di nove strepitose suite, una piscina termale, una biblioteca, tre bar, tre sale da pranzo private, una sauna, una fornita cantina e un faro.
 Il tutto immerso in un panorama mozzafiato circondato dal mare.




Questo vecchio bastione dalle mura spesse 6 metri, che un tempo dava alloggio a oltre 150 soldati, può oggi ospitare fino a un massimo di 60 persone.

 Trasformato in una vera oasi del lusso dal costo piuttosto eccessivo, è sicuramente riservato a un tipo di clientela facoltosa e ricca. 

Si tratta di un luogo esclusivo, raggiungibile unicamente attraverso un battello messo a disposizione dalla struttura.




Lo Spitbank Fort Hotel fa parte di una delle quattro fortezze che si trovano nello stretto che divide l’Isola di Wight dalle coste britanniche. 

Un luogo unico, da cui godere una vista a 360° sulla Manica e dove respirare la storia della Marina britannica in un’atmosfera di massimo comfort, privacy e tranquillità. 

 Fonte: mybestplace

lunedì 4 giugno 2018

In Cina c’è una enorme ruota panoramica senza raggi che riproduce le spire di un dragone


Una gigantesca ruota panoramica senza raggi.
 La più grande del mondo è alta 145 metri ed è entrata in funzione a Weifang , in Cina: impiega 30 minuti per completare una rotazione completa e offre una suggestiva vista sul fiume Bailang e il mare di Bohai.

 La ruota panoramica ha 36 cabine che trasportano fino a dieci passeggeri per cabina, ognuna dotata di connessione wi-fi gratuita, per pubblicare in tempo reale i selfie mozzafiato scattati durante la rotazione, e televisori collegati a delle webcam esterne, se i finestroni trasparenti non fossero abbastanza per ammirare il paesaggio circostante.




La ruota senza raggi è formata da una «colonna vertebrale del drago», una ciambella di spire create ad arte con 4.600 tonnellate d’acciaio, fissata a terra con un sistema di costruzione «ad aquilone».
 Una struttura che sembra sfidare le leggi di gravità, lungo cui ruotano le cabine blu, in vetro e acciaio.


Una struttura di design, per una ruota hi-tech dotata anche di centinaia di migliaia lucine a led che fanno brillare l’ossatura del drago, rendendo ancora più unico il panorama sul lungo fiume cinese.





Fonte: lastampa.it

giovedì 31 maggio 2018

Scoperto il baby spinosauro: è il più piccolo al mondo


L'hanno chiamato MSNM V6894 ed è un artiglio di 21 millimetri appartenuto al piede di un cucciolo di Spinosauro, il più piccolo sinora rinvenuto al mondo.

 La scoperta porta la firma dei paleontologi italiani Simone Maganuco e Cristiano Dal Sasso che l’hanno pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica PeerJ.


Venuta alla luce in Marocco nel 1999 tra le arenarie del Sahara risalenti al Cretacico (95 milioni di anni fa) e rimasta per anni tra le collezioni paleontologiche del Museo di Storia Naturale di Milano, la piccola falange ungueale non aveva suscitato particolari attenzioni fino alla scoperta, nel 2014, di uno scheletro di Spinosaurus aegypticus, il cui piede destro, praticamente completo, mostrava degli artigli molto simili.
 Questi presentano una morfologia molto peculiare derivata dallo stile di vita semi-acquatico che caratterizzava questi dinosauri.
 Le falangi, infatti, sono larghe e poco incurvate, il che consentiva agli spinosauri di muoversi su terreni limacciosi e di nuotare, probabilmente come fanno oggi i moderni uccelli marini e d’acqua dolce con le loro zampe palmate. 
Prerogative che in questa specie dovevano esistere fin dalla nascita, come dimostra il ritrovamento della baby falange.


Gli spinosauri sono stati i più grandi dinosauri predatori mai esistiti. 

Caratterizzati da una grande vela dorsale, con i loro 15 metri erano più lunghi dei T-rex. 

Dalle dimensioni del piccolo artiglio si deduce che il cucciolo di Spinosauro fosse lungo 1,78 metri, appena poco di più rispetto alla testa del più grande Spinosauro adulto sinora conosciuto, conservata al Museo di Storia Naturale di Milano.



FONTE: RIVISTANATURA.COM

martedì 29 maggio 2018

Reynisfjara, la spiaggia nera d'Islanda


Reynisfjara, immersa in un paesaggio avvolto dalla nebbia, è la suggestiva spiaggia di ciottoli scuri dominata da faraglioni svettanti e da una imponente scogliera di colonne di basalto. 

Siamo in Islanda, uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi del pianeta, l’Isola di Ghiaccio e Fuoco dall’incontaminata e prorompente natura in continua evoluzione.


Reynisfjara, soprannominata “la spiaggia nera” si trova a circa 180 Km dalla capitale Reykjavik, nei pressi del villaggio di Vik. 
La spiaggia è completamente ricoperta da una sabbia nera generata dalla cenere e dai detriti di origine vulcanica prodotti dall’erosione. Uno scenario mozzafiato, reso ancora più straordinario da una scogliera di pilastri basaltici a base esagonale e dai due maestosi faraglioni che emergono dal mare, chiamati Reynisdrangar.
 Un luogo magico, avvolto da antiche e fiabesche leggende, tra cui la più popolare che racconta l’origine dei faraglioni.
 Si tratterebbe di due enormi troll trasformati in pietra dal Sole perché sorpresi a rubare una nave.


La spiaggia è anche abitata da colonie di uccelli marini, come il pulcinella di mare che nidifica nei pressi delle grotte aperte sulla scogliera. 

Inoltre, nonostante la straordinaria bellezza naturale di questa striscia di sabbia, è bene sapere che occorre tenersi lontani dalla riva. Qui, le onde si alzano in modo imprevedibile e si corre il rischio di venire risucchiati da un forte risacca.


Reynisfjara è sicuramente uno dei luoghi più belli di tutta l’Islanda, una tra le mete preferite dai viaggiatori che amano immergersi in un’atmosfera intrigante e ricca di mistero.

 Fonte: mybestplace

lunedì 28 maggio 2018

Scoperto in Arizona un misterioso calendario solare inciso nella pietra


Un modo per «tracciare il tempo» usando il sole. 

E' rimasto nascosto per novecento anni l'incredibile calendario scolpito nella pietra in Verde Valley, in Arizona. 

Oltre mille petroglifi sono stati scolpiti nella roccia dal popolo di Sinagua in quello che oggi conosciamo come sito archeologico di V-Bar-V.
 Ma solo ora è stato scoperto che si tratta di un antichissimo calendario. 
 Nel groviglio di incisioni rupestri che si trovano sulle rocce rosse del sito storico di V-Bar-V, ci sono voluti anni per decifrarne il significato. E anche se molte rimangono un mistero, quella strana sequenza «scoperta» nel 2005 oggi ha un significato.
 E non poteva essere più affascinante.


SI tratta infatti di un calendario solare di un popolo precolombiano dedito alla caccia e all'agricoltura. E i solchi corrispondono esattamente alla posizione mutevole del sole: contrassegnano i solstizi, gli equinozi e le date agricole. 

Quando la posizione dell'astro cambia, la sua luce e sue le ombre proiettate sulla roccia si allineano con immagini specifiche che hanno un significato cerimoniale.
 Il 21 aprile, ad esempio, l'ombra poggia sul disegno di un gambo di mais, probabilmente segnando il primo giorno di piantagione.
 L'8 luglio, invece, il sole illumina una figura danzante.


Il calendario Sinagua di V-Bar-V non è l'unico nel suo genere; nella Verde Valley ci sono almeno una dozzina di altri siti molto simili, che potrebbero quindi essere stati usati nello stesso modo per segnare il passare del tempo.

 Stupisce comunque che questa popolazione avesse questo genere di competenze, tanto che c'è chi ipotizza che a insegnarglielo sia stata qualche altra popolazione di passaggio dai loro territori.
 In ogni caso, il mistero rimane. Molti simboli sono ancora da decifrate, e in particolare non si conoscono i vari cerimoniali a cui essi si legano. 
Nonostante non sia una popolazione antichissima, si sa davvero poco sui Sinagua, soprattutto sulla loro scomparsa, avvenuta nel Quindicesimo secolo. 

 Fonte: lastampa.it

giovedì 24 maggio 2018

Alle Maldive si può dormire nella prima villa sottomarina al mondo


La prima villa sottomarina al mondo. 
Apre a novembre e non poteva che essere alle Maldive, sull'atollo di Ari, all'interno del Conrad Maldives Rangali Island, dove già si trova il primo ristorante subacqueo al mondo. 

 Stiamo parlando di una dependance di 100 metri quadrati, ribattezzata Muraka - che nella lingua nativa di Dhivehi significa corallo -, con tutti i muri in vetro per una straordinaria esperienza a 360 gradi a cinque metri sotto la superficie dell'Oceano Indiano. 

Muraka nasce da un'idea di Ahmed Saleem, direttore di Crown Properties, e dell'ingegnere neozelandese Mike Murphy, che ha creato il celebre ristorante sottomarino Ithaa di Conrad. E vuole offrire una esperienza unica nel suo genere: quella di vivere e dormire sott'acqua, circondati da pesci multicolor, coralli e squali.


La villa include un soggiorno e un bagno, oltre ovviamente ad una camera da letto king-size, un maggiordomo privato, un ponte esterno da cui ammirare l'alba e il tramonto e una piscina a sfioro sull'oceano. 

Qui sotto della tv si potrebbe fare a meno, visto che tutto intorno è uno spettacolo in continua evoluzione 24 ore su 24. Ma non manca Netflix, incluso nel prezzo di 63 mila dollari a notte, 56 mila euro. 

«La villa è posizionata in modo che, quando si guarda fuori, si ha una sensazione di infinito e libertà», spiega il direttore del Conrad Maldives Rangali, Stefano Ruzza. E tutto intorno «c'è il divieto di immersione, quindi nessun ospite potrà essere disturbato sott'acqua», se non dai pesci.


La villa è stata precostruita a Singapore per poi essere spedita alle Maldive e installata sull'isola privata di Rangali, sotto la supervisione di due biologi marini che cureranno il trapianto dei coralli creando una nuova barriera corallina intorno alla residenza sottomarina. 

Il progetto è costato 15 milioni di dollari ed è stata utilizzata la stessa tecnologia già sperimentata con il ristorante dello stesso hotel. 

 Muraka non è l'unica stanza sottomarina al mondo, ma sicuramente la più grande e la più costosa.

 Fonte: lastampa.it
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