venerdì 24 marzo 2017

La vera storia del ponte sul fiume Kway


Per noi europei, la Seconda Guerra Mondiale è legata fondamentalmente alle vicende che coinvolsero il nostro continente, dalla Polonia invasa dai nazisti alla guerra civile spagnola, passando per l’Italia fascista e la Francia di Vichy.
 Ma, sebbene l’epicentro di quel conflitto fosse certamente il Vecchio Continente, non bisogna trascurare i drammatici eventi che si verificarono fuori dai nostri confini, soprattutto in Asia, dove l’impero giapponese fece sentire il suo afflato dittatoriale sui paesi vicini, Stati Uniti compresi. 

 Tra le vicende extraeuropee più note in tutto il mondo, oltre a Pearl Harbour, c’è la storia della costruzione del ponte ferroviario sul fiume Kwai, immortalata nel celeberrimo film del 1957 di David Lean – “Il ponte sul fiume Kway”, appunto.
 Un ponte che, in pieno conflitto mondiale (tra il 1942 e il 1943), fu costruito dai prigionieri di guerra in mano al Giappone e stanziati in un campo di prigionia in Birmania.

 La costruzione della struttura tra Birmania e Cina, che secondo i piani del governo giapponese sarebbe dovuta durare cinque anni, fu completata in soli 16 mesi, pagando un costo altissimo in termini di vite umane: 100.00 furono i morti tra coloro che lavorarono in condizioni disumane per completare l’opera nel minor tempo possibile.


 Se nel film di Lean il protagonista della vicenda fu il colonnello inglese Nicholson, che guidò i lavori con lo scopo di dimostrare ai giapponesi la forza dei soldati alleati, nella realtà a dominare la scena fu l’inumanità dimostrata nei confronti dei lavoratori forzati da parte dell’esercito nipponico. 
Turni massacranti anche di 18 ore consecutive, lavori che continuavano anche di notte alla luce di deboli lampade a olio, approvvigionamenti di cibo ben al di sotto di una soglia minima di sopravvivenza ed equipaggiamenti ampiamente insufficienti causarono numerosissime morti.
 Decessi causati da malattie come dissenteria e colera, ma anche dalle continue percosse inflitte ai prigionieri da parte dei loro carcerieri.
 Fu così che i prigionieri ribattezzarono la zona con l’inquietante nome di “Passaggio per l’inferno”, che ben inquadrava il dramma che erano costretti a vivere ogni giorno. 

Il ponte fu terminato il 17 ottobre del 1943.


Nel periodo immediatamente successivo, servì a far passare una media di soli sei treni al giorno, una miseria se considerata alla luce del sangue versato dai prigionieri. E, nonostante i continui bombardamenti alleati, resistette a pieno regime fino alla fine del conflitto, quando fu chiuso dalle forze vincitrici.

 In seguito, nel 1957 il governo thailandese, sul cui territorio transitava questo ponte, decise di riaprire il tratto tra Nong Pladuk e Nam Tok, in funzione ancora ai giorni nostri.




Negli altri tratti, la forza della giungla si sta riappropriando dei propri spazi, stendendo un naturale velo pietoso su una delle tante vicende drammatiche che segnarono quel periodo nero dell’umanità. 

 Fonte: giornalettismo.com

giovedì 23 marzo 2017

North Island, il paradiso dell’occhialino bruno


North Island è una piccola isola delle Seychelles, a nord ovest di Mahé, conosciuta soprattutto per l’esclusività del suo ecoresort immerso nella biodiversità e frequentato da vip. 
Non tutti sanno, però, che qui si sta svolgendo un’incredibile storia legata alla conservazione della natura. 
Protagonista è un piccolo uccello della famiglia Zosteropidae, l’occhialino bruno delle Seychelles, reintrodotto sull’isola dieci anni fa nell’ambito del progetto di conservazione l’Arca di Noè perché ritenuto sull’orlo dell’estinzione. 
La popolazione mondiale era, infatti, stimata in appena 350-400 individui. 
A distanza di un decennio dalla reintroduzione sull’isola di 25 individui, un recente censimento ha annunciato che la popolazione di North Island conta ora 105 individui di occhialino bruno, circa un sesto della popolazione mondiale attuale.


North Island è stata ritenuta l’isola ideale per il ripopolamento di questa specie per via del buono stato dei suoi habitat e l’assenza di ratti. 
Ora l’occhialino bruno delle Seychelles è passato dallo status “Endangered” a quello “Vulnerable”. 

Nel complesso, la popolazione di North Island appare in buona salute e autosufficiente e si prevede un aumento grazie a una serie di azioni in corso per il ripristino degli habitat, tra cui ripulitura di ampie aree dalla vegetazione alloctona in favore di piante e arbusti autoctoni. 
Anche l’eradicazione del maina comune, un uccello che su queste isole è considerato specie invasiva e responsabile della predazione di numerosi nidi di occhialino bruno, dovrebbe favorire l’aumento della popolazione. 

«Gli sforzi di conservazione formano il nucleo dei nostri valori e permeano tutte le aree di attività» spiegano i gestori dell’isola, sostenitori di un ecoturismo responsabile che salvaguardi e conservi la fauna selvatica attraverso un impatto minimo.
 E a riprova dell’impegno, è arrivata la vittoria di North Island al National Geographic Heritage Awards nella categoria Conservazione mondiale della natura, iniziativa che premia aziende, organizzazioni e destinazioni del settore turistico orientate verso pratiche sostenibili.

 Fonte rivistanatura.com

Il canyon di Marafa, “la cucina del diavolo”


Si chiama Nyari, “il posto che si rompe da solo”, perché la terra davvero sembra fratturata, ma anche Hell’s Kitchen, tradotto in italiano come “la cucina del diavolo”, per le infernali temperature infuocate che raggiunge.

 In Kenya, 30 km a nord ovest di Malindi, un’ora di strada sterrata suggestiva tra radure, villaggi, acacie e baobab, si trova Marafa, paese caratterizzato da questo luogo singolare ed evocativo. 
Un canyon surreale, che a seconda dell’ora del giorno cambia colore, raggiungendo al tramonto, l’ora migliore per visitarlo, un rosso infuocato. 
 Artefici dell’erosione della roccia arenaria, la pioggia e il vento, che hanno dato origine nei secoli a un vero spettacolo della natura. A contrasto con il blu del cielo e il verde della foreste, si alternano pareti verticali con sfumature in chiaroscuro, tra il bianco e l’ocra, guglie rossastre, pilastri di pietra alti anche 30 metri. 
Ma gli abitanti del luogo si tramandano su come si è creato il canyon tutta un’altra storia.

 Racconta la leggenda della tribù Giriama, che un tempo questa fosse una terra verde e fertile.
 Ci abitava una famiglia talmente ricca, grazie a un gregge di mucche, da potersi concedere di fare il bagno e lavare i vestiti con il latte, un bene estremamente prezioso in Africa, dove manca persino l’acqua. 
Ma un giorno Dio vide tale spreco e si adirò, facendo sprofondare la ricca famiglia e tutto il suo bestiame in questa gola inospitale che porta i segni del sangue e del latte.

 Un’altra versione vuole che, a meritare l’ira, sia stato l’intera Marafa che, sempre a causa dei suoi sprechi, fu sommersa da una grande alluvione, dalla quale sarebbe nato il canyon.


La roccia arenaria tenera continua a consumarsi sotto l’effetto degli agenti atmosferici.
 Per la pioggia cede e crolla, facendo cambiare l’aspetto del sito ad ogni acquazzone.

 Dall’ alto lo spettacolo è mozzafiato, ma è scendendo all’ interno del canyon, lungo tre km di sentiero, che si definiscono i contorni, tra cespugli e alberi di ebano, rocce dalla conformazione originale, guglie appuntite e pareti levigate.






L’entrata al sito è gestita da una Cooperativa locale, che forma le guide e contribuisce al sostentamento dell’omonimo villaggio. 

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 22 marzo 2017

Eccezionali pitture murali in una tomba dell’Impero Kitai


Nel nord della Cina, nella città di Datong, gli archeologi hanno scoperto un’antica tomba circolare decorata con alcune pitture murali dai colori vivaci. 
 La squadra, dell’Istituto di Archeologia Comunale di Datong, ha trovato al centro della tomba un’urna con all’interno dei resti umani cremati.
 Non c’era alcun testo nella tomba ma, secondo gli archeologi, probabilmente appartenevano a un marito e moglie.


L’ingresso della tomba era sigillato con mattoni; gli archeologi sono entrati attraverso un buco nel tetto ad arco ormai in rovina


Le pitture sulle pareti mostrano servi, gru e numerosi indumenti appesi su vari stendi abiti. 
I loro colori sono ancora eccezionalmente vivaci, nonostante sia passato un millennio.


I dipinti abbondano di abiti colorati. 
Sul muro ovest uno stendi abiti in particolare tiene “vestiti di color celeste, beige, grigio-bluastro, marrone-giallastro e rosa”, hanno scritto gli archeologi sulla rivista scientifica Chinese Cultural Relics.
 “L’indumento all’estrema destra ha una griglia verde-diamante, e dentro ogni diamante vi è un piccolo fiore decorativo rosso”. 
Un altro capo di abbigliamento sembra avere invece una cintura con una fibbia di giada a forma di anello.
 Vi è poi “un lungo tavolo rettangolare con quattro piatti rotondi, neri all’esterno e rossi all’interno, con sopra un copricapo, bracciali, forcine e pettini”.




Sulla parete a est è dipinto un altro stendi abiti: “Vi sono appesi vestiti beige, verde chiaro, grigio-bluastro, rosa e marrone. Su uno dei capi pende un ciondolo a forma di anello accompagnato da un filo di perle nere”.
 Sul muro a nord erano infine raffigurate delle splendidi gru.


La squadra pensa che la tomba risalga alla dinastia Liao (907 – 1.125 d.C.). 
Questa dinastia fu fondata da una tribù del popolo Kitai, e fiorì nel nord della Cina, in Mongolia e in parti della Russia. 
In quell’epoca nel nord della Cina le persone venivano talvolta sepolte in tombe decorate.

 Nel 2014, l’Istituto di Archeologia Comunale di Datong aveva scoperto un’altra tomba con pitture murali di stelle e numerosi animali come gru, cervi, tartarughe e anche un gatto che gioca con una palla di seta. 
Gli archeologi ritengono che le due tombe aiuteranno a far luce sulla vita durante la dinastia Liao. 

 La tomba era stata scoperta nel 2007. 
Un primo resoconto era stato pubblicato nel 2015 in cinese sulla rivista Wenwu, poi tradotto in inglese su Chinese Cultural Relics. 

 Fonte: ilfattostorico.com

Un angolo di paradiso sardo: la piscina di Cane Malu a Bosa


La piscina di Cane Malu a Bosa è un vero e proprio spettacolo, un luogo suggestivo creatosi naturalmente che si trova in Sardegna. Più volte abbiamo parlato delle spiagge della Sardegna, posti incontaminati con sabbia finissima e acqua cristallina, ed ecco che racchiusa a Bosa c’è una piscina naturale scavata dal mare e dal vento, nella trachite bianca.
 Sull’origine del nome Cane Malu ci sono diverse teorie, ma la più quotata è quella che fa somigliare il sentiero di roccia, alla coda di un cane che prende vita quando il mare è mosso. 
Una versione fantasiosa, ma permessa in un luogo che sembra magico e fiabesco. 

 La piscina naturale di Cane Malu è uno scenario amato non solo dai bosani, ogni anno infatti, sono centinaia i turisti che si godono lunghe nuotate e passeggiate a pelo d’acqua. E’ poi particolarmente gettonata da chi preferisce i tuffi.






Il fondale è però scivoloso e pieno di ricci di mare, ma la stessa piscina che è un tutt’uno con il mare, può rivelarsi un po’ insidiosa, quindi meglio evitare i tuffi quando è troppo mosso e la corrente è forte.


Cane Malu si trova nella spiaggia di Bosa Marina che si estende tra Bosa e Capo Marargiu, un litorale sabbioso dorato incorniciato in un mare blu con fondali che digradano verso il largo. 

Una spiaggia ideale dove ritagliarsi un po’ di privacy grazie a piscine e calette. 

 Dominella Trunfio

lunedì 20 marzo 2017

Vittoria dei Maori: il loro fiume è stato equiparato a una persona


Ci sono voluti 170 anni o forse più, ma ora per la prima volta al mondo un fiume è una persona.
 Il Whanganui in Nuova Zelanda ha ottenuto il riconoscimento di personalità giuridica, protetta da rappresentanti legali. 

Il corso d’acqua è riverito come sacro dal popolo maori, scorre per 145 km dal centro dell’Isola del Nord fino al mare, e il parlamento ha dato a lui la qualità di “persona”, dopo appunto una battaglia legale durata 170 anni. 
Il Whanganui sarà rappresentato congiuntamene da un membro nominato dalla comunità maori e uno nominato dal governo.

 La legge deriva dallo storico trattato di Waitangi, che fu firmato nel 1840 da un rappresentante della corona inglese e da 40 capi delle tribù maori dell’Isola del Nord.
 In base al trattato, che mise fine a un lungo conflitto fra maori e colonizzatori, la Nuova Zelanda divenne colonia inglese.
 Esso offre da allora sostanziale protezione agli interessi e alle proprietà tradizionali dei maori.

 La nuova legge mette fine al più lungo contenzioso nella storia del Paese, ha detto il ministro per il trattato di Waitangi, Christopher Finlayson. «Questa legge riconosce la profonda connessione spirituale fra il locale popolo Whanganui Iwi e il loro fiume ancestrale. Ne riconosce le tradizioni e usanze e crea una base solida per il futuro del fiume».


Il fiume Whanganui ora ha tutti i diritti, i doveri e le responsabilità di una persona sarà rappresentato congiuntamente da un membro nominato dalla comunità maori e uno nominato dal governo. 
Fra l’altro, potrà essere rappresentato in procedimenti in tribunale. La legge prevede un indennizzo finanziario di 80 milioni di dollari neozelandesi (52 milioni di euro) e il governo inoltre contribuirà con 30 milioni di dollari (circa 20 milioni di euro) ad un fondo per promuovere e mantenere la salute e il benessere del fiume. 

«Abbiamo sempre creduto il fiume Whanganui come in un insieme indivisibile e vivente, con tutti i suoi elementi fisici e spirituali, dalle montagne del centro dell’Isola del Nord fino al mare», ha detto la leader del partito maori Marama Fox.

 Il concetto di trattare un fiume come una persona non è inconsueto per i Maori ed è espresso dal noto detto: «Io sono il fiume e il fiume è me». 
«Non siamo noi ad avere cambiato la nostra visione del mondo, ma sono le persone e le istituzioni a mettersi al passo e vedere le cose nella maniera in cui le vediamo noi», ha aggiunto Marama Fox.


«Questa legge riconosce la profonda connessione spirituale fra il locale popolo Whanganui Iwi e il loro fiume ancestrale – ha detto il ministro per i negoziati del trattato di Waitangi, Christopher Finlayson -, riconosce le loro tradizioni, usanze e pratiche e crea una base solida per il futuro del fiume». 
 «Abbiamo sempre combattuto per l’anima del fiume», ha detto il principale negoziatore per il locale popolo maori, Gerrard Albert, aggiungendo che la comunità era preoccupata da tempo per l’impatto sulla «salute e benessere» del fiume, che sono direttamente legati al benessere del nostro popolo.
 Noi trattiamo il fiume come un antenato ed era necessario trovare qualcosa che si avvicinasse a questo nella legge e lo confermasse. E quindi assicurare che tutti i neozelandesi lo comprendano e collaborino», ha aggiunto


Nelle tradizioni dei popoli come i Maori la natura in tutte le sue forme ha un’importanza molto diversa da quella che diamo noi occidentali, la natura è un essere vivente e alcuni popoli la venerano, con tutti i suoi componenti, come un dio superiore perché consente all’essere umano di sopravvivere.
 E come dare loro torto? 

 Fonte: lastampa.it

Equinozio di Primavera: rituali e miti, da Stonehenge ai Maya


L’equinozio di primavera arriva quest’anno il 20 marzo, con un giorno di anticipo rispetto alla data consueta che ognuno di noi aspetta per vederci fuori dall’inverno, il 21 marzo. 
Nell’emisfero settentrionale, mentre il giorno e la notte si alternano con la stessa durata, l’equinozio fa il suo placido ingresso alle 10.28 UTC del 20 marzo.

 Ma l’ingresso delle stagioni porta con sé una serie di rituali che hanno radici profonde nel tempo. 
Immancabilmente, le parole “equinozio” e “solstizio” ci rimandano a luoghi come Stonehenge o Chichen Itza, per antonomasia i siti archeologici del mistero. 
Storici e archeologi, ancora oggi, si interrogano sulle modalità di costruzione di tali monumenti ma, soprattutto, la logica con la quale sono stati progettati. 
Come tutte le feste dell’anno, anche quella del momento del risveglio della Natura attira a sé riti pagani e cristiani. Nell’Inghilterra rurale, ancora oggi, si associa all’equinozio di primavera una serie di appuntamenti volti a propiziare il “nuovo inizio”.
 È la ricorrenza che festeggia Eostre, dea sassone della fertilità, alla quale ci si rivolge per un buon raccolto.


L’equinozio di primavera ogni anno vede riunirsi, la mattina presto, druidi e pagani a Stonehenge per accogliere il Sole tra i megaliti preistorici. 
I nostri antenati avevano, infatti, notato un generale allungamento ed accorciamento delle giornate relativamente alle varie posizioni che il Sole assume all’orizzonte. 
Quando le giornate si allungano il Sole si sposta lungo l’orizzonte passando per l’est l’equinozio di primavera, appunto. 
Quando si accorciano, il Sole si sposta nel verso opposto ripassando per l’est il 23 settembre, ossia quando si verifica l’equinozio d’autunno. 
Per le civiltà megalitiche, tale sinergia tra Sole e Natura faceva della ricorrenza la data più importante poiché significava il rinnovamento e la rinascita per qualsiasi aspetto della normale vita quotidiana.

 Al lato opposto del mondo nel giorno dell’equinozio di primavera, a Chichen Itza, nella penisola dello Yucatàn, ancor oggi si ripete lo spettacolo del Tempio Maya di Kukulkan.
 Al tramonto, sulla scalinata nord, si disegna una trama di luci e ombre che creano l’immagine di un grande serpente piumato, chiamato proprio Kukulkan, creata dai triangoli invertiti sotto la luce che cade giù dai gradoni della piramide.


Come è noto, la civiltà Maya generò una classe di sacerdoti-astronomi straordinariamente capaci nei calcoli calendariali.
 Questi attribuivano una particolare importanza a Venere, alla costellazione delle Pleiadi e alla stella polare, ma in senso più religioso e scientifico che astrologico. 

Ad ogni equinozio, decine di migliaia di persone arrivano nei siti archeologici del Messico a contemplare le meraviglie lasciate dall’antica civiltà Maya, mentre gli archeologi fanno del loro meglio per proteggere le piramidi durante i rituali stessi. 

L’equinozio di primavera avviene quando l’equatore è sullo stesso piano del sole e il giorno e la notte sono entrambi di 12 ore. 
I popoli pre-ispanici conoscevano bene questi fenomeni. Per questo sono stati in grado di edificare i loro edifici in funzione dell’equinozio e del solstizio. E, anche per i Maya, l’equinozio indicava loro i tempi adatti per piantare i campi, andare in guerra o tenere incoronazioni. 

 Federica Vitale

giovedì 16 marzo 2017

Fenicottero rosa ucciso da tre bambini in uno zoo della Repubblica Ceca


Un'aggressione gratuita a danno di un branco di fenicotteri, rinchiusi nelle gabbie dello zoo di Jihlava, nella Repubblica Ceca. Un gruppo di ragazzini si è scagliato contro gli animali, lanciando sassi e bastoni. 
Un fenicottero è morto e altri sono rimasti feriti. 
 Un'aggressione terribile, vile, a danno di creature già prigioniere, che non potevano fuggire. 

I tre bambini di età compresa tra i 6 e i 10 anni lo scorso venerdì sono riusciti a entrate nell'area dei fenicotteri, oltrepassando la recinzione.
 Lividi, ferite profonde, ossa rotte, e infine la morte per dissanguiamento per uno dei bellissimi esemplari. 
 Una scena raccapricciante quella a che si sono trovati di fronte i guardiani dello zoo.
 I bambini sono riusciti a fuggire da un'uscita di servizio, ma dopo sono stati fermati.
 La cosa più triste, in questa già amara vicenda, è che secondo il portavoce dello zoo di Jihlava, nessuno dei tre ha mostrato alcun rimorso. 
Sul caso ora sta indagando la polizia di stato.
 “Un fenicottero ha subito una frattura esposta del piede. Un altro è ferito”, ha detto il portavoce dello zoo.
 Non è un buon momento per gli animali, a maggior ragione per quelli rinchiusi negli zoo.
 Nei giorno scorsi l'orso Taps è stato ucciso mentre cercava di lasciare la sua gabbia . 
 Adesso è la volta dei fenicotteri lapidati solo per il gusto di fare del male. 

 Un motivo in più per dire NO agli zoo che al di là della mission didattica che vantano, di fatto esibiscono un essere vivente imprigionato, cosa tutt'altro che educativa. 

 Francesca Mancuso

Il monte piatto più famoso al mondo in realtà è un dedalo di rocce e gole profonde


Ha ispirato Sir Arthur Conan Doyle a scrivere il suo romanzo The lost world, nel 1912, e guardando queste foto si può intuire il perché. 
Il Roraima, Mãe dos Ventos, è una terra dai contrasti spettacolari, dove la natura domina incontrastata tra i monti, i fiumi e le foreste dell'Amazzonia.
 Questo monte piatto, con le pareti a strapiombo, geologicamente viene definito tepui e sulla sua sommità, a 2800 metri d'altezza, s'incontrano i confini di Venezuela, Brasile e Guyana.
 La sua cima spesso è circondata dalle nuvole, il che rende ancora più suggestivo e magico il paesaggio.


Ancora oggi la superficie dei tepui non è stata completamente esplorata: è estremamente difficile raggiungere certe zone a causa dei ripidi sentieri che bisogna percorrere ma anche per le forti piogge tropicali che imperversano quasi tutti i giorni. 
E anche se potrebbe sembrare «piatto», in realtà l'altopiano è un labirinto di rocce con innumerevoli gole, profonde anche centinaia di metri. 
 Un territorio unico nel suo genere, quasi isolato dal tempo e dal resto del mondo, su cui sono state rinvenute piante carnivore e altre specie vegetali e animali (come delle minuscole rane nere vertebrate) che altrove non esistono, probabilmente perché estinte da tempo.


Il monte Roraima è il più alto della catena Pakaraima degli altipiani dell'America Latina e le sue formazioni rocciose sono considerate fra le più antiche della Terra, risalenti a due miliardi di anni fa, al periodo Precambriano. 

Il punto più alto è la Roccia Maverick: si trova a 2810 metri di quota ed è protetta da delle scogliere alte 400 metri.


Insomma, un luogo che va oltre l'immaginazione, tanto da aver alimentato nei secoli decine di storie e leggende.
 Nel racconto di Doyle i primi esploratori ad aver messo piede sulla cima del Roraima si sono trovati davanti i dinosauri. 
Secondo gli Indios, invece, nell’antichità al posto dell'altopiano c'era un'enorme pianura con grandi distese di acqua, ricoperta da una rigogliosa foresta, ricca di flora e fauna… un paradiso terrestre, scelto dagli Dei per abitarci. 
Non a caso tepui significa proprio «Casa degli Dei». 

 Fonte: lastampa.it
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