lunedì 19 febbraio 2018

Royal Delft, la ceramica olandese compie 365 anni


Dire Olanda non significa parlare solamente di tulipani, coffee shop e mulini a vento. 
Il 2018 è sicuramente l’anno giusto per scoprire la ricchezza di questo Paese inserendolo nella propria wishlist delle mete vacanziere.
 Ebbene sì, ogni città è pronta a stupire con piacevoli sorprese. Qualche esempio? Nijmegen è stata nominata Capitale Europea Green mentre Leeuwarden è la nuova Capitale Europea della Cultura. 

Che dire invece di Delft? 
In molti la chiamano la “Piccola Amsterdam” ma lei, cittadina dell’Olanda Meridionale, brilla di luce propria.
 E’ un vero contenitore di magia che, tra antico e moderno, sa come emozionare.


La ceramica di Royal Delft 
La sua fama è legata principalmente al celebre pittore Johannes Vermeer, alla Casa Reale, alla sua Università e ovviamente alla Royal Delft, fabbrica di ceramica fondata nel 1653 che, proprio quest’anno, compirà 365 anni e non mancherà occasione per commemorare l’anniversario.
 Parliamo dell’unica realtà ancora attiva delle 32 fondate in città nel 17 ° secolo, epoca in cui i ceramisti locali iniziarono a imitare la ceramica cinese proponendo una rivisitazione a buon mercato.


Ebbene sì, la porcellana era un materiale sconosciuto nei Paesi Bassi e così gli addetti ai lavori tentarono di imitare i prodotti orientali come potevano, ovvero avvalendosi dell’argilla locale rivestendola poi, dopo essere stata cotta, con uno smalto stannifero. Nonostante ciò, tra il 1600 e il 1800 divenne molto popolare, soprattutto tra le famiglie benestanti
.







Per ripercorrere il glorioso passato della ceramica, conoscendone tanto la storia quanto il processo di produzione, non resta che fare tappa al museo della Royal Delft e, una volta placata la sete di cultura e curiosato nello showroom, vale la pena spostarsi nella fabbrica per vedere gli artigiani che, oggi come ieri, dipingono a mano bellissimi manufatti. 
Finito il tour, ci si può rilassare nella splendida terrazza della brasserie, sita nel giardino del cortile, una vera perla nascosta dove degustare delizie come il Delft Blue High Tea. 

 Fonte: lastampa.it

giovedì 15 febbraio 2018

La Grotta del Cavallone, la più alta d’Europa


Solo raggiungere la grotta è un’esperienza che vale il viaggio.
 Dalla Val di Taranta Peligna, nel Parco nazionale della Majella, in Abruzzo, parte una particolare funivia che chiamarla con questo nome è riduttivo.
 Si tratta in realtà di una cestovia, come ce ne sono poche ormai, un vero e proprio cesto di metallo che può alloggiare al massimo due persone e che attraversa la valle passando da 750 metri di altitudine a 1300 in pochi minuti.
 Minuti che non passano mai se ci si guarda attorno per ammirare lo spettacolo che la natura abruzzese regala.

 La funivia è parte fondamentale del viaggio alla scoperta della Grotta del Cavallone e che permette di giungere, con riverente lentezza, ai piedi della salita alla grotta, scavata nella roccia nel 1894. 
In realtà, la prima traccia di una esplorazione fatta risale al 1666, una data facilmente individuabile per via di un’incisione su una roccia.


Scesi dalla cestovia, col naso all’insù, non si farà fatica a immaginare l’ingresso dell’immensa cavità come un occhio di cavallo incastonato nella parete la cui forma ricorda proprio un muso equino. 
È esattamente da questo richiamo che sembra derivi il nome ‘Cavallone’. 

 La Grotta del Cavallone non è una grotta qualunque: è la grotta naturale visitabile più alta d’Europa e si trova a 1.475 metri.

 È una grotta di grande interesse speleologico. Per accedere al suggestivo atrio ci sono circa 300 scalini, scavati nella roccia da abili scalpellini. 
Prima del 1894 vi si accedeva tramite delle corde tese dall’alto ed era un’impresa riservata solo a pochi temerari.
 Oggi possono visitarla tutti.


Il percorso all’interno si snoda per circa due chilometri, si divide in una galleria principale e in tre diramazioni secondarie.
 Attraversa sale di grande interesse, con innumerevoli stalattiti e stalagmiti. 
Vale la pena di ricordarne alcune, come la Foresta incantata, la Sala degli Elefanti, il Pantheon o la Sala delle Statue. È talmente grande che durante la Seconda guerra mondiale veniva usata dagli abitanti del luogo come rifugio.






La grotta è famosa nella letteratura teatrale per essere stata l’ambientazione della tragedia pastorale La figlia di Iorio scritta da Gabriele d’Annunzio. 
Nel testo la grotta ha valori simbolici e addirittura magici, perché vi si nascondono gli amanti Aligi e Mila.

 Aligi è un giovane di buona famiglia che deve sposare una donna a lui promessa, ma che s’innamora di Mila; quest’ultima è una giovane popolana che, a causa dei pregiudizi dei contadini, è creduta essere una strega malefica e per questo deve essere linciata, ma Aligi riesce a proteggerla nascondendola proprio dentro la grotta.

 Da queste parti infatti è conosciuta più come la grotta della Figlia di Iorio. 
Se chiedete indicazioni è bene ricordarlo. 

 Fonte: siviaggia.it

Arabia Saudita, scoperta una misteriosa carovana di dromedari scolpita nella pietra a grandezza naturale


Scolpita nella pietra rossa, a grandezza naturale.
 Un’insolita carovana di dromedari è stata scoperta nella provincia di Al Jawf, in Arabia Saudita. 

A individuare i bassorilievi, descritti sulla rivista Antiquity di Cambridge, è stato un gruppo di archeologi del Consiglio Nazionale delle Ricerche francese e della Commissione per il Turismo e il patrimonio nazionale saudita.

 L’arte dei cammelli esiste nella regione da millenni, ma nulla di simile è stato trovato prima d’ora. Stiamo parlando di una dozzina di sculture in pietra, eseguite su tre speroni rocciosi, databili intorno a duemila anni fa.


Il Camel Site, così è stato battezzato il luogo del ritrovamento, è situato nel nord-ovest dell’Arabia Saudita, vicino alla Giordania: una zona altamente inospitale, varcata solo dai nomadi. E oltre a gettare nuova luce sull’evoluzione dell’arte rupestre nella penisola arabica, questa scoperta ha lasciato perplessi gli archeologi. 

Perché è stato scelto un luogo così remoto e ostile per scolpire dei dromedari? Significavano qualcosa? Gli antichi bassorilievi non sono rari nel Vicino Oriente, dalla Turchia alla Mesopotamia. 
Sono invece rari in Arabia. E ad oggi non sono state rinvenute altre opere artistiche paragonabili.


Alcune sculture sono incomplete, altre sono state distrutte in parte dall’erosione. 
Tuttavia, i ricercatori sono stati in grado di identificare una decina di rilievi che rappresentano dromedari e asini, un animale, quest’ultimo, raramente rappresentato nell’arte rupestre. 

 La scarsità di esempi e altre testimonianze ha impedito la comprensione della funzione e del contesto socio-culturale di questa opera d’arte. 
A intricare ancor più la trama di questo mistero è l’assenza di altri indizi sull’origine. Non sono stati rinvenuti infatti martelli, picconi o qualsiasi altra prova di insediamenti umani nella zona. 

 La sua posizione nel deserto e la vicinanza alle rotte carovaniere suggeriscono che Camel Site possa essere un luogo di sosta o di culto.
 Potrebbe essere stato un luogo di venerazione, visto che il cammello era considerato «un dono del Cielo», un animale sacro. Ma si ipotizza che possa essere anche un «marker di confine» fra proprietà. 
Decisamente estroso, ma sicuramente ben visibile. 


 Fonte: lastampa.it

martedì 13 febbraio 2018

Una tigre dentro il pacco postale: l'orrore del traffico illecito di animali


Chiuso in un contenitore di plastica e spedito dentro un pacco postale come se fosse un oggetto qualsiasi. 

Parliamo di un tigrotto del Bengala salvato da una morte certa soltanto grazie al fiuto di un cane poliziotto. 

 Una scena incredibile e surreale quella che si sono trovati davanti gli ispettori doganali della polizia messicana di Jalisco che hanno trovato un tigrotto all’interno di un pacco postale. 
Poco più di due mesi, sedato, l’animale viaggiava in un contenitore di plastica che sarebbe dovuto arrivare a una cittadina dello stato centrale di Queretaro.


Ma fortunatamente il suo viaggio si è fermato alla dogana grazie al fiuto di un cane poliziotto che ha insospettito gli agenti a tal punto da aprire il pacco postale. 

Il tigrotto del Bengala, completamente disidratato, ma nel complesso in buone condizioni è stato affidato alle cure dei veterinari del centro di animali esotici della zona. 

 Il pacco era stato spedito il 7 febbraio e avrebbe dovuto affrontare 350 chilometri di tragitto, la tigre era avvolta in un sacchetto di plastica e non si riesce a capire come sia riuscita a non soffocare. 

L’agenzia di controllo sta adesso analizzando i documenti trovati accanto al cucciolo, così da poter risalire al fautore di questo gesto scellerato, per lui l’accusa sarà quella di maltrattamento di animali.


Le foto sono state pubblicate dall’account Twitter della Polizia federale del Messico, che sta ancora indagando sul caso, ma purtroppo come sappiamo il traffico illegale di animali non è una novità. 19 miliardi di euro l’anno è il giro d'affari che ruota attorno al commercio illegale di animali che continua a crescere nonostante gli sforzi congiunti da parte della comunità internazionale, dei governi e della società civile. 

 Dominella Trunfio

Il paradiso surrealista di Edward James


Fu il culmine di un sogno cominciato in Scozia e materializzatosi in Messico. 

Considerato uno dei capolavori del surrealismo, Las Pozas di Xilitla è un intreccio di 36 sculture ispirate alle orchidee e alle forme egizie (ponti, scale, porte) che si fondono con un bosco di piscine naturali (pozze) a nord di San Luis Potosí.

 Quest’area di quasi 40 ettari rimase abbandonata per anni, con il muschio e la pioggia che, nel frattempo, divoravano le figure esoteriche progettate dal poeta e scultore scozzese Edward James.
 Il suo nome è scolpito tra i grandi del surrealismo, movimento artistico nato tra le due guerre mondiali, assieme a quello di Salvador Dalí o del pittore belga René Magritte, a cui James fece da mecenate.


Dal 2007 il Fondo Xilitla è la fondazione che vigila sulla sua preservazione e diffusione, anche se raggiungere la foresta continua a essere un’impresa piuttosto avventurosa. Dalla capitale dello stato sono necessarie quattro ore di auto. Fu scoperto da James negli anni quaranta, grazie a Plutarco Gastélum, un giovane di origine yaqui che diventerà il suo braccio destro e di cui si nnamorò. O almeno secondo quanto afferma Irene Hernes nel suo libro “Edward James y Plutarco Gastélum en Xilitla. El regreso de Robinson” (Edward James e Plutarco Gastélum. Il ritorno di Robinson”. 

Doppiamente ereditiero e figlio di un re Edward James ereditò due delle più grandi fortune del Regno Unito, quella di suo padre William James e di suo nonno, il commerciante statunitense Daniel James. 
Sul suo conto si narrava anche la leggenda, da lui stesso alimentata, che il suo vero padre fosse in realtà il re Edoardo VII. 

 Dopo aver appoggiato il movimento surrealista, si recò a Los Angeles con l’idea di costruire un luogo che aveva sognato: Il Giardino dell’Eden.

 Bridget Bate Tichenor, sua cugina nonché pittrice, lo convinse a cercare il luogo ideale al di sotto dei confini della California, nella foresta vergine del Messico. 
Nel suo viaggio verso sud conobbe Gastélum, un incontro quasi predestinato che unirà i due fino alla morte.

 Dopo varie esplorazioni, nel 1947 i due uomini si trovarono immersi nella fitta vegetazione della Sierra Huasteca.
 Per dieci anni, James riempì il luogo scelto con orchidee e animali esotici e allo stesso tempo ricevette artisti in pellegrinaggio, a supporto della sua iniziativa. 
Visse tra il verde di Xilitla e l’Europa, tra poemi e viaggi astrali. 

All’inizio degli anni sessanta, una gelata uccise le orchidee e fu allora che decise di costruire il giardino, un progetto che lo tenne impegnato per quasi venti anni. 
Vi investì cinque milioni di dollari, denaro che ottenne vendendo una parte della sua collezione personale di dipinti surrealisti. 

“Ho costruito questo santuario affinché fosse abitato dalle mie idee e dalle mie chimere”, confessò.
















Nel giardino si trovano strutture di cemento, come scheletri preistorici, che uniscono le cascate ai laghetti. 
“La scala per il cielo”, “la casa su tre piani che potrebbero essere cinque” o “il cinematografo”, uno spazio dove il mecenate proiettava pellicole ai contadini della zona, sono solo alcune delle sue opere.


“Ho visto tanta bellezza, come forse nessun altro uomo. 
Sarò quindi grato di morire in questa piccola stanza, circondato dalla foresta, grande oscurità verde, solo dalla mia oscurità di alberi, e dal suono, il suono del verde “, scriverà il poeta nella piccola stanza da cui osservava la sua opera, il suo eden. 


Fonte: passenger6a.

lunedì 12 febbraio 2018

In Finlandia c’è un’isola per sole donne in cui gli uomini non possono entrare


Vietato l’ingresso agli uomini. 
Da giugno, un’isoletta finlandese dell’arcipelago di Helsinki sarà accessibile solo ed esclusivamente alle donne. 
Un rifugio tutto al femminile, dove vivere appieno le gioie della natura, gestito da donne per le donne.
 SuperShe Island vuole essere questo. Un luogo di vacanza, ma anche un’oasi di equilibrio psico-fisico, dove ogni donna può uscire dalle convenzioni imposte dalla società, per ricaricare le batterie anche attraverso lezioni di yoga, attività di fitness per il corpo e per la mente, corsi di cucina e di musica.






L’isola dedicata alle donne misura 8,4 acri e sarà accessibile esclusivamente alle iscritte alla comunità SuperShe fondata dall’americana Kristina Roth. 
 L’ex ad di un’azienda di consulenza si è avvicinata all’idea di progettare un’isola per sole donne dopo esser stata a un ritiro olistica misto in cui «gli uomini rappresentavano una distrazione». 

Per realizzare il suo sogno aveva già acquistato un terreno ai Caraibi, sull’isola di Turks e Caicos. Ma è stato il cuore alla fine a decidere per lei: si è innamorata di un finlandese. Ha cambiato così destinazione ai suoi sogni, ma non i presupposti. 

 «L’idea è quella di concentrarsi su se stesse, senza pensare agli ormoni o alle apparenze». E, guardando altre iniziative simili solo per donne che ha già proposto in giro per il mondo, pare che proprio che funzioni.
 «Io amo gli uomini, sia chiaro!», insiste, ma senza è meglio. Almeno per qualche settimana l’anno.

 Fonte: lastampa.it

giovedì 8 febbraio 2018

Scoperti i resti di un'antica città Maya in cui vivevano 10 milioni di persone


Nella giungla del Guatemala esisteva un'enorme città abitata da 10 milioni di persone. 
A scoprirlo è stato un team internazionale di ricercatori. 

Si tratta di una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi 150 anni riguardanti questo affascinante popolo dell'America centrale. 

 Grazie a una tecnologia di mappatura aerea chiamata LiDAR, gli scienziati hanno individuato qualcosa come 60 mila rovine della civiltà Maya in mezzo alle foreste del Guatemala. 
L'immagine digitale 3D fornita dalla Mayan Heritage and Nature Foundation di Guatemala mostra una rappresentazione del sito archeologico Maya di Tikal.
 È stata mappata un'area di circa 2.100 kmq nella regione di Peten. Sono state trovate decine di migliaia di case Maya, edifici, opere di difesa e piramidi in precedenza sconosciute, suggerendo che milioni di persone vivessero lì.

 La scoperta, che comprendeva anche campi agricoli e canali di irrigazione, è stata annunciate giovedì da archeologi statunitensi, europei e guatemaltechi che lavorano con la Mayan Heritage and Nature Foundation. 

 Lo studio stima che circa 10 milioni di persone potrebbero aver vissuto all'interno del sito Maya, a giudicare anche dall'enorme produzione di cibo rilevata esaminando campi e canali agricoli. 

La loro cui cultura fiorì tra il 1.000 aC e il 900 d.C. "Si tratta di due o tre volte più [abitanti] di quanto si pensasse", ha detto Marcello A Canuto, professore di antropologia all'Università di Tulane.

 I ricercatori hanno utilizzato il Lidar, grazie al quale la luce laser pulsata "rimbalza" rivelando ciò che è nascosto dalla fitta vegetazione. 
Sarebbe stato molto più difficile addentrarsi nella foresta del Guatemala per individuare queste tracce.


Le immagini hanno svelato che i Maya modificarono il paesaggio in un modo molto più ampio di quanto si pensasse in precedenza; in alcune zone è stato coltivato addirittura il 95% delle terre disponibili.

 "La loro agricoltura è molto più intensiva ma anche sostenibile di quanto pensassimo, e coltivavano ogni centimetro della terra", ha detto Francisco Estrada-Belli, ricercatore della Università di Tulane.

 Le ampie recinzioni difensive, i sistemi di fossati e rampe e i canali di irrigazione lasciano pensare a una forza lavoro altamente organizzata. 
Sicuramente dietro a tutta questa organizzazione, c'era la mano dello stato. 
A stupire gli scienziati sono stati soprattutto i canali di grandi dimensioni che avevano riorientato i flussi naturali d'acqua. Secondo gli scienziati, la giungla, che li ha ostacolati nei nostri sforzi di ricerca, in realtà ha funzionato come strumento di conservazione dell'impatto che la cultura Maya aveva avuto sul paesaggio. 

 Un popolo che non finirà mai di stupirci.

 Francesca Mancuso

mercoledì 7 febbraio 2018

Egitto. Riportata alla luce la tomba della sacerdotessa di Hathor, la dea dell'amore


Si chiamava Hetpet. Era sacerdotessa di Hathor, la dea dell’amore e della bellezza. 
Ma questo era solo uno dei titoli di questa donna vissuta 4400 anni fa, il cui status sociale era di alto livello e aveva rapporti con il Palazzo Reale durante la V dinastia dell’Antico Regno (2500 – 2350 a.C.), per intenderci quella immediatamente successiva alla dinastia dei faraoni costruttori delle piramidi della piana di Giza. Una donna influente, dunque. 
Non stupisce quindi che la sua tomba (che sembrerebbe indipendente, cioè non collegata a uno sposo) sia stata posta proprio nella necropoli occidentale di Giza, a un passo dalla piramide di Chefren. 

Il ritrovamento della tomba di Hetpet è la prima grande scoperta del 2018 in Egitto, annunciata dal ministro delle Antichità, Khaled El-Enany, in una conferenza stampa mondiale tenutasi davanti alla tomba scoperta alla presenza del governatore di Giza e degli ambasciatori di molti Paesi, come riportato dal quotidiano cairota El Ahram sull’edizione di domenica 4 febbraio 2018.








In realtà la tomba della “sacerdotessa dell’amore” è stata scoperta qualche mese fa, nell’ottobre 2017, da una missione archeologica egiziana diretta da Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità, durante i lavori di scavo vicino alla piramide di Chefren, in un’area oggetto fin dal 1843 di ricerche da parte di diverse missioni archeologiche tra cui alcune guidate del noto egittologo Zahi Hawass. 

Si tratta di una mastaba, cioè una tomba monumentale costituita da un “gradone” troncoconico, tipica delle fasi più antiche dell’Egitto faraonico, realizzata in blocchi di calcare e pareti in mattoni di fango. 
Nel sepolcro sono stati rinvenuti un santuario a forma di “L” con un lavacro di purificazione e contenitori per incenso e offerte votive.




Ma sicuramente l’aspetto più importante della tomba di Hetpet, sottolineato dal ministro El-Enany, è lo straordinario stato di conservazione degli affreschi che rivestono le pareti, dai colori ancora vividi, dove possiamo ammirare scene di vita quotidiana tra danze, suoni e offerte alla sacerdotessa: scene di caccia e pesca, coltivazione dei campi, macellazione, fusione dei metalli, conciatura del cuoio o fabbricazione di imbarcazioni di papiro. 
Gli archeologi egiziani hanno rinvenuto “pitture murali molto raffinate e in uno stato di conservazione molto buono” che raffigurano Hetpet ma anche due scimmie, all’epoca dei faraoni considerati animali domestici: una “mentre balla davanti un’orchestra” durante il banchetto funebre, l’altra “mentre coglie frutti” da un albero e li pone in una cesta. 
Scene simili sono state già rinvenute in altre tombe, ad esempio in una dell’Antico Regno a Saqqara, ma in quel caso la scimmia balla davanti ad un singolo chitarrista e non a un’intera orchestra.


Nel 1909 un esploratore britannico individuò dei sepolcri in questa zona, recuperando dei blocchi di pietra che inviò a Berlino, dove si trovano tuttora. 
Quei blocchi venivano da una struttura appartenuta a una donna che portava lo stesso nome, Hetpet. 

Il ministro El-Enany ha spiegato che ora sarà compito degli egittologi verificare se c’è una relazione tra la tomba appena scoperta e i monumentali blocchi recuperati nella necropoli occidentale di Giza 109 anni fa.

 Fonte: archeologiavocidalpassato

martedì 6 febbraio 2018

C’era una volta Sintra


Sovrani, milionari stravaganti, monaci e poeti dallo spirito dandy, fanno tutti parte della cittadina più romantica del Portogallo, immersa tra storia e folti boschi.

 Gli abitanti di Sintra hanno fama di ritenersi molto importanti, e non hanno affatto torto. 
Ogni suo centimetro è protetto dall’Unesco ed è stata interamente dichiarata patrimonio culturale. 
Strade ripide e serpeggianti che conducono da un giardino all’altro e scogliere a picco sull’oceano s’incontrano, in una delle città più misteriose e stravaganti del Portogallo. 

 Le sue colline sono i primi elementi con i quali si scontra l’umidità dell’Atlantico sulla terra, a questo si devono la nebbia costante e il microclima particolare. 
È stato proprio per il clima con temperature miti in estate e la vicinanza con Lisbona che la corte e la nobiltà portoghesi la scelsero come meta di villeggiatura, stabilendo qui residenze e palazzi, durante il XIX secolo.
 In pieno romanticismo, scoppiò la passione per lo stile medievale, l’eccessivo e l’esotico.
 L’atmosfera di Sintra attirò anche giovani artisti benestanti che viaggiavano per l’Europa e divenne rifugio di scrittori come Hans Christian Andersen e il poeta Lord Byron, il quale descrisse la città come “glorioso paradiso”.


Dalla vetta più alta della sierra di Sintra, che sorveglia tutta la valle, nasce lo spettacolare e colorato Palazzo de Pena, massimo esempio della stravaganza della città.
 Questo edificio fu costruito come residenza estiva di Fendinando II, il “re artista”, a metà del XIX secolo, incorporando un convento del XVI secolo.
 La sua mescolanza di stili è un excursus storico con influenze del gotico, manuelino, islamico e dell’architettura rinascimentale. Inoltre, ogni stile è caratterizzato da un colore, viola, bordeaux e senape, che fanno pensare a un castello Disney in versione psichedelica.


Dalla muraglia del Castelo dos Mouros, costruito dagli arabi tra l’VIII e IX secolo come luogo di difesa, è possibile contemplare gli eclettici edifici che scendono dalla sierra fino ad arrivare al centro della città. 
Da lì saltano all’occhio, tra i tetti, le ciminiere bianche del Palazzo Nazionale di Sintra, due enormi coni gemelli di 33 metri di altezza che coronano questa millenaria costruzione, risalente all’XI secolo. Al palazzo furono aggiunti nuovi corpi architettonici nel corso dei diversi regni e conserva il suo aspetto attuale dal XVI secolo. 
Al suo interno spiccano rivestimenti con motivi geometrici di una delle migliori collezioni di piastrelle mudejar del mondo.


Vicino al centro di Sintra si trova il Palazzo di Monserrate, uno dei migliori esempio di architettura romantica insieme al Palazzo de Pena. 
Alle sue decorazioni esotiche e decadenti con influenze gotiche, indiane e mudejar si ispirò Lord Byron, durante la sua permanenza nella tenuta nel 1809, per scrivere la sua poesia “Il pellegrinaggio del giovane Aroldo”.
 Nel giardino, uno dei più interessanti del Portogallo, convivono manioche del Messico con felci giganti della Nuova Zelanda e bambù del Giappone.
 Oltre 3.500 specie botaniche furono portate qui da tutto il mondo, a metà del XIX secolo, dal ricco proprietario, l’inglese Francis Cook.




Uno degli angoli più stupefacenti di Sintra è la Quinta da Regaleira, una villa neogotica progettata dall’architetto italiano Luigi Manini. 

La fantasia e il mistero s’impossessano di questo posto pieno di simboli e rompicapi legati all’alchiimia, la massoneria e i templari. Tra laghi, grotte, cascate, porte finte e tunnel segreti, risalta il “pozzo iniziatico” conosciuto per la sua forma di torre al contrario, dalla quale si scende tramite una scala a chiocciola ispirata alla Divina Commedia.

 Prima di far riposare l’immaginazione da tutta questa fantasia, è imprescindibile salire su una carrozza di cavalli e girare per le strade di pietra di Sintra.
 È la cosa più vicina alla realtà che possono fare i comuni mortali. 

 Fonte: passenger6a.it
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