mercoledì 21 ottobre 2020

Il borgo a due passi da Roma che custodisce un Moai dell’Isola di Pasqua


 Viaggiare apre la mente e fa scoprire mondi inaspettati; lo so da sempre, ma addirittura che si potesse trovare un po’ dell’Isola di Pasqua nella campagna laziale questo proprio non lo sapevo.

Eppure a Vitorchiano nell’alto viterbese c’è un Moai, una di quelle enigmatiche statue per cui è famosa l’Isola di Pasqua e non è una imitazione grossolana: è un autentico “moai” scolpito da autentici scultori dell’isola, con autentici antichi attrezzi con cui la loro tribù da secoli compie queste imprese che hanno più del rito sacro che dell’atto artistico.

“… è stato scolpito nel 1990 da undici indigeni Maori dell’Isola di Pasqua, invitati dalla trasmissione RAI “Alla ricerca dell’Arca”, a realizzare uno dei più fantastici programmi di “gemellaggio” culturale.

 Poiché gli originali Moai dell’isola di Pasqua si stanno deteriorando, la televisione di Stato si adoperò per scovare una pietra vulcanica simile a quella delle cave dell’Isola di Pasqua per poterne costruire uno nuovo.

 La trovò proprio qui: un enorme blocco di peperino del peso di trenta tonnellate. Fu scolpito, con asce manuali e pietre taglienti, da undici indigeni maori della famiglia Atanm, provenienti dall’isola di Rapa Nui (Cile). 

“Il Moai – spiegarono i costruttori dopo aver danzato intorno al blocco di peperino che a poco a poco prendeva forma – è una scultura sacra: porta prosperità al luogo che osserva, a patto che non venga mai spostato. Se viene mosso dal punto in cui viene scolpito, provoca grandi sciagure.”

A Vitorchiano non hanno preso molto sul serio la cosa dello spostamento tanto che prima lo hanno fatto partire per la Sardegna per una mostra e al suo ritorno lo hanno sistemato appena fuori dell’abitato, in una tristissima piazzola di sosta dei camper dalla quale lo sguardo ieratico del Moai si posa benevolo su Vitorchiano (che è davvero bello visto da qui specie al tramonto) e poi va oltre, verso Est, al di là dei continenti verso il centro del Pacifico, verso l’Isola dei suoi antenati.


La storia è bella, peccato non si riesca a trovare nemmeno una immagine degli autori durante la costruzione. Per decenni il Moai vero di Vitorchiano è stato l’unico al mondo fuori dell’Isola di Pasqua, ma “…dal giugno 2015 anche Chiuduno, in provincia di Bergamo, ne ha uno. E’ stato costruito da 14 indigeni appartenenti al gruppo HAKA ARA HENUA, tutti Maori Rapa Nui polinesiani dell’Isola di Pasqua.

 L’evento si è svolto in occasione del XV Festival Internazionale “Lo Spirito del Pianeta”, che ogni anno si svolge a Chiuduno,  ospitando gruppi tribali e indigeni del mondo, con la loro cultura, tradizioni, folclore, artigianato, gastronomia, ecc. … la kermesse si è arricchita di un dono che i Maori hanno voluto lasciare al paese, come simbolo di pace.


La statua è stata munita di occhi di ossidiana e corallo questo significa molto per l’usanza dei rapa Noi diventando infatti il volto vivo del loro passato




Forse  in fondo il Moai di Vitorchiano sta bene dove è: non avrebbe “legato” molto con il centro storico di taglio medievale del borgo e invece  dove è ora si erge solitario e maestoso nella potenza dei suoi sei metri di altezza. 

Di lì può volgere lo sguardo lontano e nella sua solitudine ci ricorda che non è un monumento qualunque ma uno dei giganti misteriosi dell’Isola di Pasqua  e un po’ del loro mistero emana anche da lui.


Fonte : piccolestorienellapietra

lunedì 19 ottobre 2020

I sorprendenti vortici verdi che trasformano il Mar Baltico in un quadro


 Quasi ogni estate nel Mar Baltico fioriscono copiose e colorate distese di fitoplancton. E quasi ogni estate, le immagini satellitari rilevano i modelli artistici che disegna la natura con la complicità delle correnti, dei vortici e dei flussi marini. 

Dei disegni che, visti dall'atmosfera, mostrano l'impronta digitale della fioritura: un disegno unico e inimitabile, in continua trasformazione.

A testimoniare che non esistono due fioriture di fitoplancton esattamente uguali è l'Earth Observatory della Nasa che ha immortalato lo scorso 15 agosto uno spettacolo straordinario. I colori che vedete in queste foto sono naturali, senza filtri: potete immaginare quindi l'intensità di queste sfumature, visibili così dall'occhio fotografico del satellite Landsat 8, di passaggio sul Mar Baltico.


La fioritura di fitoplacton ha interessato in particolar modo il tratto di mare fra Öland e Gotland, due isole al largo della costa sud-orientale della Svezia.

 In una delle foto si possono vedere delle linee scure e dritte che attraversano i vortici verdi, spezzandoli: non si tratta di un problema grafico ma bensì della scia lasciata dalle navi che hanno attraversato la fioritura.


Non si sa con esattezza quale microrganismo si nasconda dietro a questo spettacolo ma è probabile che siano dei cianobatteri, un antichissimo tipo di batteri marini fotosintetico, chiamato impropriamente anche alga verde-azzurra, la cui origine risale a qualcosa come 3,5 miliardi di anni fa. 

A rendere i colori così intensi potrebbe quindi esser l'abbondanza di fosfato nelle acque più profonde oltre alle temperature sempre più calde che intensificano non tanto le nuance quanto la densità delle fioriture.


Fonte: lastampa

domenica 18 ottobre 2020

Shajarat-al-Hayat, l'albero della vita nel deserto del Bahrein


 È conosciuto con il nome di Shajarat-al-Hayat, l'albero della vita e si trova a sud – est del deserto del Bahrein, ad una distanza di circa 2 km dal Djebel Dukhan (la Montagna del Fumo) e a 40 km da Manama.

Appartenente alla specie "Prosopis cineraria", questa maestosa acacia ha una storia leggendaria e mistica le cui radici affondano nella tradizione cattolica ed ebraica. Nella Bibbia, infatti, si racconta di un albero della vita collocato da Dio nell'Eden, insieme a quello della conoscenza del Bene e del Male.  Nell'esegesi ebraica viene detto che questi due esemplari, uniti all'inizio, furono in seguito separati da Adamo.
Se si pensa che l'intera zona del Bahrein è ritenuta la sede del mitico giardino si comprende a pieno la ragione per la quale l'albero è immerso in un alone di mistero e stimoli, di conseguenza, le fantasie degli abitanti del posto.

L'acacia sembra sia stata piantata nel lontano 1583 e da quel giorno non ha mai smesso di essere rigogliosa. Le sue foglie hanno splendidi colori, sfumature dal verde al marrone, e il tronco maestoso presenta un groviglio di rami così fitto e, per certi versi, talmente caotico da sembrare irreale. Una pianta creata dalla fantasia di qualche scrittore o dalle mani di un dio.


Nel momento in cui si approda nel deserto, a poca distanza dall'esemplare, si viene accolti da un curioso cartello nel quale è spiegato come raggiungerlo. Shajarat-al-Hayat è, nella fattispecie, una vera e propria attrazione turistica.
Sono, ogni anno, moltissimi i visitatori del sito (se ne contano intorno ai 50.000) attirati dalle credenze popolari nate intorno ad esso. Ad alimentarle, oltre alla convinzione che nel Bahrein sorgesse l'Eden, di cui l'acacia sarebbe l'ultima testimonianza, intervengono anche le difficili e, se vogliamo, impossibili condizioni climatiche e territoriali dove è cresciuta.

Il deserto del Bahrein è una distesa di dune e sabbia, privo di dirette fonti d'acqua.
L'albero della vita emerge solo nella zona e sebbene appartenga ad una tipologia di pianta in grado di sopravvivere in ambienti aridi e con pochissime precipitazioni annuali (appena 150 millimetri all'anno), stupisce per la sua incredibile longevità.


La gente del luogo non riesce a spiegarsi come un simile esemplare riesca a sopravvivere, mantenendo intatta la sua robustezza. In realtà, però, se si decide di dare spazio alla scienza, un motivo si riesce a trovarlo ed è legato sempre alla specie a cui appartiene.
La Prosopis cineraria, infatti, ha radici molto profonde in grado di raggiungere fonti d'acqua sotterranee, site anche a 50 metri nel sottosuolo. Inoltre, sono collocate al di sopra del livello del mare, come lo stesso terreno. Ciò favorisce l'approvvigionamento idrico dell'albero.
A questo si deve aggiungere la predisposizione dell'acacia ad assorbire l'acqua che gli occorre direttamente dall'aria grazie ad un ambiente umido, nonostante gli scarsi fenomeni piovosi.

Di sicuro, quindi, non sarà il clima a decretare l'eventuale morte di questa splendida Prosopis cineraria. La sua esistenza, piuttosto, è messa a rischio dai turisti e dal loro comportamento irrispettoso.
Nel corso degli anni si sono contate decine di episodi vandalici. Alcune persone hanno strappato foglie e rametti per portarseli via, come se fossero una sorta di portafortuna o di souvenir "dell'albero leggendario". Altri hanno addirittura scritto sul tronco, deturpandolo impunemente.


Per questa ragione le autorità locali si sono mosse allo scopo di proteggere Shajarat-al-Hayat. Ed oggi un recinto in ferro ne circonda la base, impedendo così ai visitatori di avvicinarsi troppo. Tuttavia, è ancora possibile sedersi sotto la sua ombra (data la notevole estensione dei rami) e godere della sua frescura, magari organizzando un picnic per trascorrere qualche ora in compagnia, lontani dalla città.

L'aria che si respira intorno a quest'acacia, al di là di ogni spiegazione, continua ad avere in sé la magia delle storie immortali.

Fonte: fotovoltaicosulweb

venerdì 16 ottobre 2020

Buchette del vino: cosa sono le antiche finestrelle che stanno tornando in uso in Toscana


 Stanno tornando di moda a Firenze le antiche buchette del vino. Utilizzate durante l’epidemia di peste ora trovano nuovo uso per favorire il distanziamento sociale ai tempi del coronavirus.

Le “finestre del vino” o “buchette del vino” risalgo al XVI secolo. Allora furono progettate per servire i clienti senza avvicinarsi direttamente a loro, l’apertura infatti veniva utilizzata per il passaggio delle bevande.


Un’antica tradizione che sta riprendendo forza durante la pandemia.

Nel XVI secolo i proprietari terrieri dovevano diversificare il loro reddito e per questo furono incoraggiati dalla famiglia fiorentina dei Medici a coltivare la vite e vendere la loro produzione di vino senza passare per intermediari.

Intorno all’anno 1532 nacquero in Toscana queste caratteristiche piccole aperture, intagliate a mezza altezza nei muri delle cantine e dei negozi, utili ai commercianti per servire le loro bevande a distanza di sicurezza. 

Le finestre del vino ebbero un improvviso fervido successo a causa dell’esplosione dell’epidemia di peste del 1630.

Le buchette, infatti, aiutavano a ridurre i contatti tra venditori e acquirenti e di conseguenza limitavano il rischio di contagio. Ma chi se l’aspettava che, dopo tutto questo tempo, sarebbero tornate utili proprio nel corso di un’altra pandemia?

Molto apprezzate nel Rinascimento, le finestrelle caddero gradualmente in disuso. 

Tuttavia, un evento inaspettato, ha rianimato l’uso di queste aperture: appunto l’epidemia di Covid-19.


Ancora presenti in Toscana (sono oltre 150 nella sola Firenze), le buchette stanno quindi tornando utili per servire non solo vino ma anche il più moderno Spritz, caffè, gelati, panini e altro. 


Un modo che hanno gestori e clienti per continuare a vendere e consumare cibo e bevande negli spazi pubblici, senza mettere a rischio la propria salute.


Fonte: greenme.it

lunedì 12 ottobre 2020

Il Mito della “Terra Piatta” è un’invenzione di fine ‘800 e non Medievale


 Una credenza comune vuole che nel Medioevo sia gli intellettuali sia la gente comune ritenessero la Terra come piatta.

 Al contrario, gli studiosi dell’epoca erano assolutamente coscienti della sfericità della Terra, che venne scoperta molti millenni prima e venne assurto a concetto acquisito.

 Nonostante non si abbia la certezza sullo scopritore della sfericità della Terra (potrebbe esser stato Parmenide nel V Secolo a.C., ma anche altri), la prima persona che dimostrò scientificamente la sfericità della terra fu Eratostene di Cirene nel III Secolo a.C., che spiegò non solo la sfericità del nostro pianeta, ma ne calcolò con buona approssimazione la circonferenza.

L’idea di terra piatta poteva essere diffusa fra le persone comuni, le quali comunque non hanno lasciato testimonianze a riprova di tale teoria, ma era certamente scartata dalla comunità di intellettuali.

L’equivoco, sovente definito come “Mito della Terra Piatta“, venne reso popolare alla fine del XIX secolo dai positivisti, in una disputa ideologica fra creazionisti ed evoluzionisti. Probabilmente fu un insulto coniato dagli evoluzionisti per deridere l’atteggiamento tradizionalista dei colleghi scienziati, che si rifiutavano di accettare le teorie dell’evoluzione.

Un mito che è altrettanto comune è la rappresentazione della terra come piatta da parte degli artisti medievali, e molti pittori famosissimi raffigurarono il pianeta come un disco sferico stilizzato, come ad esempio Hyeronimus Bosch (1450-1516), che dipinse una Terra sferica nel centro di un vasto spazio sul lato esterno del suo famoso “Giardino delle Delizie”.


Dante stesso, nella Divina Commedia, definisce la Terra come una sfera, mentre Tommaso d’Aquino (1225-1274) scrisse nel suo Summa theologiae:

Le scienze si distinguono per il diverso metodo che esse usano. L’astronomo ed il fisico possono entrambi provare la stessa tesi – che la terra, per esempio, è sferica: l’astronomo lo dimostra con l’ausilio della matematica, il fisico lo prova attraverso la natura della materia“.


Il mito della terra piatta entrò nell’immaginario comune a causa del libro del 1828 di Washington Irving “La vita ed i viaggi di Cristoforo Colombo”, che introdusse la teoria secondo la quale il famoso esploratore italiano avrebbe incontrato difficoltà nel farsi finanziare le spedizioni perché le persone dell’epoca erano convinte che la terra fosse piatta.

 In realtà molti aristocratici rifiutarono di finanziare Colombo proprio perché erano consapevoli della lunghezza della circonferenza terrestre, e pensavano che la tecnologia dell’epoca fosse insufficiente a circumnavigare il globo per raggiungere le Indie.

 Non sapendo che nel mezzo c’era il continente Americano non avrebbero avuto assolutamente torto!


Quando Colombo ricalcolò la circonferenza terrestre, utilizzò le stime storiche dell’antico matematico Greco Tolomeo. Consultando gli scritti di Tolomeo, Colombo non seppe che il matematico utilizzava il miglio arabo (circa 2 Km) e non il miglio italiano (1852 metri), e il risultato fu circa del 25% inferiore alla reale circonferenza terrestre. 

Se avesse usato le dimensioni reali, forse gli aristocratici avrebbero opposto ancor maggiore resistenza ai finanziamenti.

Oggi la comunità di studiosi e storici ritiene una realtà provata e certa che la “Terra Piatta” sia sostanzialmente una bufala nata durante l’800.

Fonte: vanillamagazine.

domenica 4 ottobre 2020


 Una maschera di terracotta risalente a quasi 2.400 anni fa è stata trovata durante gli scavi nella Turchia occidentale, ha detto il leader dello scavo.

L'archeologo Kaan Iren, che guida la squadra di scavi nell'antica città di Daskyleion nella provincia di Balikesir, ha detto all'Agenzia Anadolu che una maschera dell'antico dio greco Dioniso, trovata nell'acropoli della città, è una delle scoperte più interessanti di quest'anno.

“Questa è forse una maschera votiva. Maggiori informazioni saranno disponibili nel tempo con ulteriori ricerche ", ha affermato Iren, professore presso la Mugla Sitki Kocman University.

La leggenda vuole che indossare una maschera renda omaggio a Dioniso, il dio greco dei carnevali e delle mascherate, permettendoti di liberarti da desideri segreti e rimpianti sepolti.


Si dice che Dioniso abbia nascosto sia la sua identità che il suo potere, ed è considerato un mecenate delle arti.


Daskyleion si trova sulla riva del lago Manyas nel distretto di Bandirma di Balikesir, da quando l'Asia Minore aveva molti antichi insediamenti greci.

Iren ha detto che quest'anno è stata portata alla luce una cantina nella cucina di Lidia nell'acropoli della città.

"Il lavoro continua per ottenere semi e altre parti organiche dal terreno scavato nella cucina di Lidia e nei suoi dintorni attraverso un processo di flottazione", ha aggiunto.

Attraverso ulteriori ricerche, la cucina e le abitudini alimentari della regione di 2.700 anni fa saranno comprese meglio, ha detto l'archeologo.

Nel VII secolo a.C., la città fu chiamata Daskyleion quando il famoso re di Lidia, Daskylos, arrivò in città da Sardi a causa di litigi dinastici, secondo il sito web del Ministero della Cultura e del Turismo turco. Suo figlio Gyges è nato a Daskyleion e in seguito è stato ricordato a Lydia.

Dopo che Gige divenne re di Lidia, la città fu ribattezzata Daskyleion - il luogo di Daskylos - intorno al 650 a.C.

Fonte: www.aa.com

venerdì 2 ottobre 2020

Thrihnukagigur , l'esperienza unica di scendere all'interno di un vulcano


 Il Vulcano Thrihnukagigur si trova in Islanda, a poco meno di 35 chilometri da Reykjavik. Si tratta dell’unico vulcano al mondo in cui oggi è possibile entrare al suo interno per ammirare i colori sgargianti della camera magmatica.

 Un’esperienza straordinaria, capace di regalare la sensazione esclusiva di un viaggio al centro della terra.

Il Thrihnukagigur, dormiente da circa 4.000 anni, sorge a circa 500 metri sul livello del mare e fu scoperto nel 1974 dall’esploratore Árni B Stefánssont.

 Dal 2012 è possibile visitarlo con un’escursione di 45 minuti fino al cratere e poi, attraverso uno speciale ascensore a cestello si potrà scendere per 198 metri fino a raggiungere la base della camera magmatica.

 L’esplorazione avviene in gruppi di 13 persone e una volta terminata la discesa, in compagnia di guide esperte, i visitatori potranno trascorrere un'ora in tutta libertà, scoprendo le spettacolari sfumature delle rocce. 

Gradazioni di colore che, secondo la loro composizione chimica, vanno dal rosso al blu cobalto, passando dal verde e da ogni tonalità di giallo.



Questo tour, oltre a svolgere un ruolo turistico, permette agli scienziati di studiare e tenere sotto controllo l’attività del vulcano.

 Il rischio di un’eruzione o di un terremoto improvviso che potrebbe chiudere l’accesso di questo spazio, dove un tempo ribolliva la lava, non è mai scongiurato. 

Tuttavia, le persone dotate di una buona dose di coraggio potranno assistere a uno spettacolo geologico veramente incredibile.

Fonte: mybestplace

mercoledì 30 settembre 2020

Il sito archeologico di Paestum tra stupore e meraviglia


 Il sito archeologico di Paestum, situato nella città campana di Capaccio Paestum poco a Sud del fiume Sele, è tra i siti meglio conservati della Magna Grecia, annoverato dal 1998 come sito patrimonio dell’UNESCO.

 Anticamente la città prendeva il nome di Poseidonia in onore del dio ellenico Poseidone

Il nome attuale deriva dalle successive dominazioni prima Lucane e poi Romane.


I ritrovamenti archeologici hanno mostrato i primi insediamenti umani fin dai tempi preistorici, organizzati in piccoli villaggi divisi nella vasta area del sito.

Storicamente il primo a parlare della fondazione della città è stato Strabone.

 Poseidonia, l’odierna Paestum, sembra essere nata come colonia commerciale nella piana del Sele, della città di Sibari, a partire dal VII secolo a.C. La possibilità di avviare commerci con le varie popolazioni italiche sia via terra che via mare, diedero vita all’incremento dei primi insediamenti, fino ad arrivare alla vera e propria città di Poseidonia.

Il massimo splendore della città è avvenuto grazie a una serie di eventi sfavorevoli per la madre patria; nel VI secolo a. C., infatti alcuni disordini tra Sibari e altre città Italiche hanno portato una massiccia migrazione di cittadini verso la colonia pestana. 

 A questo periodo storico risalgono la costruzione dei suoi tre templi; la Basilica; il Tempio cosiddetto “di Cerere” ed il Tempio cosiddetto “di Nettuno”, ancora oggi in piedi sia nei basamenti che nel colonnato.


Tra il 420 a.C. e 410 a.C. circa, i Lucani gradualmente conquistarono la città, mutandone il nome in Paistom.

 La prosperità della città continuò anche sotto il dominio lucano grazie anche alla grande fertilità del territorio e alle reti commerciali ben consolidate.

Nel 273 a.C. Roma conquistò il sito che diventa ufficialmente una colonia di diritto romano come sancisce l’ulteriore cambio del nome. I pestani e i vicini abitanti di Velia furono tra i più importanti fornitori di navi e di marinai delle flotte romane, anche durante le guerre Puniche. Questo consolidò il legame della città con Roma, garantendole sicurezza e prestigio.

La cinta muraria della città di Paestum, come oggi la conosciamo, è di origine romana, pur essendo costruita su fortificazioni più antiche. Essa è una delle fortificazioni murarie meglio conservate dell’intera Magna Grecia; conta una lunghezza di circa 4.750 metri, su questa sono visibili i resti di 28 torri di guardia con quattro punti di accesso alla città disposti seguendo i punti cardinali: Porta Marina, Porta Aurea, Porta Sirena e Porta Giustizia.

Già Strabone riportava i problemi di progressivo impaludamento a cui la città era sottoposta a causa di un corso d’acqua che scorreva vicino, fin sotto le mura.

 Oggi il fiume viene identificato come il moderno Capodifiume, nota attrazione naturalistica della zona. 

L’impaludamento della città creò un accentramento dell’abitato sul punto più alto del sito, vicino al tempio di Cerere.

La precoce cristianizzazione della città trasformò il secolare culto di Hera nella tuttora venerata madonna del Granato, emblema di fertilità e ricchezza e abbondanza nei campi.

 L’odierna statua della madonna infatti rimarca le forme e la postura delle statuette di terracotta della dea greca.

La collocazione di Paestum, ormai disabitata e impaludata, via via si è andata perdendo nei secoli.


 Il rinnovato interesse e riscoperta del sito deve attendere gli inizi del Settecento, grazie agli studiosi e letterati di tutta Europa, che inseriscono Paestum come meta del Gran Tour; visitata da personalità come Goethe, Nietzsche e Piranesi.


Piranesi realizzò varie incisioni che mostravano in chiave quasi romantico-decadente la grandezza delle forme geometriche imponenti dei templi immersi nella natura selvaggia e rigogliosa del territorio pestano.

Una delle scoperte più affascinati rinvenute nei pressi del sito è la tomba funeraria di un giovane Pestano, chiamata la Tomba del Tuffatore. 

La lastra principale raffigura infatti un giovane che si tuffa da un trampolino, probabile simbologia del momento della sepoltura come viaggio tra il regno dei vivi e quello dei morti. 

Tale manufatto insieme a molti di quelli rinvenuti nella zona archeologica è conservato ed esposto al Museo Archeologico Nazionale di Paestum, costruito come parte dell’abitato moderno sui resti interrati di parte dell’antica città.

 Questo dona un fascino di mistero e scoperta sempre vivo nei confronti di una delle antiche ricchezze della Magna Graecia.



Fonte: vanillamagazine

giovedì 24 settembre 2020

Giardino di Ninfa: il parco più romantico del mondo compie 100 anni


 

Il Giardino di Ninfa e è uno di quei luoghi che vanno visitati almeno una volta nella vita e dove ci si mette in pace con la natura. Una natura che ha i suoi ritmi e i suoi equilibri, ancora dopo 100 anni. 
Per questo con “Cento anni di bellezza“, lo slogan scelto per questo 2020, si vuole ricordare la geniale intuizione che nel 1920 ebbero i nobili Caetani, Gelasio in particolare, nel trasformare in giardino una città medievale abbandonata che molti secoli prima era stata oggetto di contese e che gli era stata affidata dal loro antenato, Papa Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani.



Eletto dal New York Times il più bello e romantico del mondo, premiato nella sezione “L’eredità europea dei giardini e del giardinaggio” del’European Garden Award 2018-2019, dichiarato Monumento naturale dalla Regione Lazio dal 2000 e Oasi affiliata del WWF, il Giardino di Ninfa è un riserva eccezionale di otto ettari ai piedi dei monti Lepini.

Grazie al clima unico che qui si ritrova (la rupe di Norma protegge il territorio dai venti del nord e crea un microclima favorevole), sono cresciute al suo interno, tra il fiume Ninfa e vari ruscelli d’irrigazione, circa 1300 specie di piante provenienti da ogni parte del mondo.

Accanto alla flora mediterranea e ai roseti, infatti, si ammirano noci americani, aceri giapponesi, yucca o l’albero della nebbia, così chiamato per le sue infiorescenze a piumino rosa simili a zucchero filato.


Le origini del Giardino si attestano all’epoca romana, quando nella zona venne costruito un piccolo tempio dedicato alle Ninfe Naiadi. Dall’VIII secolo entrò nell’amministrazione della Chiesa e alla fine del ‘200, con la salita al soglio pontificio di Benedetto Caetani, Bonifacio VIII, il territorio passò di proprietà alla grande famiglia Caetani, che lo portò al suo massimo splendore. Ma il Giardino ha conosciuto anche momenti di abbandono a causa di battaglie interne, distruzioni, carestie e di malaria che infestarono la pianura pontina alla fine del ‘300 e nel ‘600.

Più tardi, gli stessi Caetani decisero di bonificare le paludi per creare un romantico giardino in stile inglese, piantando cipressi, lecci, faggi e roseti. Restaurarono anche alcune rovine, tra cui il Castello costruito nel borgo medievale di Sermoneta, che divenne la casa di campagna di famiglia. Più di recente, è stata portata a nuova vita l’area circostante al giardino, il Parco Pantanello, che si estende per 100 ettari al di fuori delle mura.





giovedì 17 settembre 2020

Una "fabbrica" ​​di vino di 2.600 anni rinvenuta in Libano


Scoperte nuove prove dell’esteso commercio di vino all’estero da parte degli antichi Fenici, con il ritrovamento in Libano del più antico torchio al mondo

Un rinvenimento che getta nuova luce sulla grande produzione di vino dei Fenici, i mercanti di mare che tra le altre cose hanno anche introdotto la cultura del bere vino in tutto l’antico Mediterraneo.

Gli scavi a Tell el-Burak, a poco meno di 10 chilometri dalla città costiera libanese di Sidone, hanno fatto riemergere i resti ben conservati di un torchio utilizzato almeno dal VII secolo a.C. Gli archeologi sono convinti si tratti del primo torchio per vino mai trovato nelle terre fenicie, che corrisponde più o meno al Libano moderno. 


La scoperta è descritta in uno studio pubblicato sulla rivista Antiquity.



 Ritrovati anche un gran numero di semi che mostrano come l’uva veniva portata lì dai vigneti vicini e schiacciata calpestando i piedi in una grande vasca di gesso resistente che poteva contenere circa 1.200 litri di succo crudo.

Il mosto risultante è stato raccolto in una grande vasca e conservato in caratteristiche anfore per la fermentazione, l’invecchiamento e il trasporto.

Il vino era un importante oggetto commerciale fenicio – afferma Hélène Sader, archeologa dell’Università americana di Beirut (AUB) e co-direttrice del Progetto archeologico Tell el-Burak. Il vino fenicio della regione di Sidone era particolarmente famoso e menzionato nei testi dell’antico Egitto”.

Ma finora poche prove della vinificazione fenicia erano state trovate nello stesso Libano, forse a causa della natura casuale degli scavi archeologici.

La costa del Libano non è mai stata esaminata a fondo e pochissimi siti con resti dell’età del ferro [fenici] sono stati adeguatamente scavati”, dice infatti Sader.

Alcuni siti di vinificazione simili, tuttavia, sono stati trovati sulla costa settentrionale di quello che oggi è Israele, che a quel tempo apparteneva ai regni fenici di Tiro e Sidone.

I Fenici non inventarono il vino – ne sono state trovate prove di circa 8mila anni fa nel paese della Georgia – ma quel che è certo è che diffusero la vinificazione in tutto l’antico Mediterraneo, insieme all’olio d’oliva e ad innovazioni come i primi sistemi alfabetici e il vetro.



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