domenica 12 luglio 2020

In Canada, fra le infernali Smoking Hills che sputano fumo ininterrottamente da secoli


Il primo ad aver avvistato il fumo, pensava si trattasse di un incendio.
 Era il 1826 e Captain Robert McClure, in missione di salvataggio, ancora non sapeva che in realtà si trovava davanti a un «fuoco perpetuo» sotterraneo.

 Siamo nei remoti territori del Nord-Ovest del Canada. E quelle che sembrano il preambolo dell'inferno solo le Smoking Hills che bruciando ininterrottamente da secoli.
 Uno scenario surreale, dove il fumo esce dalle fenditure nelle rocce che si tuffano a strapiombo nel Mar Glaciale Artico.


L'incendio c'è, ma non si vede. 
Si consuma in depositi sotterranei di zolfo di lignite e il fumo sale in superficie, approfittando delle spaccature create dall'erosione. Una condizione che ha acidificato gli stagni che si trovano nella tundra lungo la costa e riversato sul suolo grandi concentrazioni di sedimenti di alluminio, ferro, zinco, nichel, manganese e cadmio che rendono la costa insolitamente variopinta.


 I pennacchi di gas sono ben visibili sia dal mare che dalla terraferma. E nonostante questa scogliera sia impervia e difficile da raggiungere – si raggiunge solo in elicottero o in barca, con partenza da Paulatuk – è diventata negli anni una attrazione turistica, meta di escursioni dal sapor post apocalittico rimasto invariato da secoli.

 Gli scogli che compongono queste colline di pietra riescono a resistere alle alte temperature, accumulando calore.




Si narra che l'equipaggio dell'esploratore ottocentesco abbia portato un pezzo di quelle rocce a bordo della della nave della Royal Navy Britannica, per portarlo in patria. E che roccia incandescente abbia bucato la scrivania in legno del capitano, su cui era stata appoggiata. 

 Inizialmente si pensava che queste colline celassero la bocca di un vulcano. 
Invece oggi si sa che rappresentano un ecosistema geologico unico nel suo genere.


 Fonte: lastampa.it

martedì 7 luglio 2020

Reperti archeologici trovati su fondali in Australia lontano dalle coste


L'Homo sapiens approdò in Australia dal Sudest asiatico almeno 65 mila anni fa, ma le più interessanti testimonianze archeologiche della sua presenza potrebbero trovarsi, oggi, ancora in fondo al mare. 
È quanto sembra suggerire la scoperta di manufatti aborigeni sott'acqua, lungo la piattaforma continentale australiana (cioè la linea di demarcazione del continente): finora, nessuno pensava che reperti antichi migliaia di anni potessero essersi conservati tanto a lungo, anche molto lontano dalla costa.
 L'innalzamento del livello del mare ha "mangiato", con il tempo, intere porzioni di insediamenti abitati, ma potrebbe non aver cancellato del tutto la loro storia. 


 Quando l'uomo occupò per la prima volta l'Oceania, il livello del mare era circa 80 metri più basso rispetto ad oggi. Il calo delle temperature globali provocò un ulteriore abbassamento, e nel pieno dell'ultima era glaciale, 20.000 anni fa, l'oceano "iniziava" 130 metri più in basso del livello attuale.
 Alla fine dell'ultima era glaciale, 12.000 anni fa, con la fusione dei ghiacci il livello del mare tornò a salire, e le acque inondarono un terzo delle terre abitabili dell'Australia.
 La Tasmania, prima, e la Nuova Guinea, poi, furono separate dalla terraferma. 
L'acqua inghiottì 2,12 milioni di chilometri quadrati di territorio, inclusi gli insediamenti umani più vicini alla costa.


Negli ultimi quattro anni, un gruppo di archeologi, geologi, piloti e sub professionisti ha studiato la regione al largo della costa rocciosa di Murujuga, un'isola dell'arcipelago Dampier, nell'Australia nordoccidentale. 

L'area nell'entroterra di questa porzione di costa è ricca di testimonianze di arte aborigena, e 18.000 anni fa, la terra libera dal mare si estendeva per altri 160 chilometri rispetto ad oggi. 


Il team del progetto Deep History of Sea Country, coordinato dall'Università di Flinders, ha studiato le carte nautiche e le mappe geologiche dell'area per restringere la zona di ricerca, e ha poi scandagliato i fondali oceanici usando laser montati su aeroplani e scanner ad alta risoluzione rimorchiati da navi. 
Nella fase finale, i sub hanno scoperto due siti archeologici al largo dell'arcipelago, rimasti all'asciutto fino ad almeno 7.000 e 8.500 anni fa, rispettivamente.
 Nel canale di Cape Bruguieres sono stati rinvenuti 269 utensili in pietra a 2,4 metri di profondità: strumenti per tagliare, martellare, limare, persino macinare semi e ricavare una specie di farina.

 Il secondo sito, in quello che si chiama Flying Foam Passage, mostrava tracce di presenza umana attorno a una sorgente d'acqua dolce che oggi si trova a 14 metri di profondità, oltre ad almeno uno strumento in pietra locale adatto per tagliare.


 Le scoperte sono importanti perché dimostrano che materiale preistorico può sopravvivere per millenni sui fondali marini tropicali.
 Lungo il margine delle piattaforme continentali potrebbero trovarsi decine di altri siti archeologici di interesse, vulnerabili alle attività antropiche ma anche a minacce naturali come il passaggio di cicloni. 


L'attuale conoscenza della storia dell'Australia si basa su testimonianze archeologiche dell'entroterra e su un'importante tradizione orale, ma i primi abitanti del continente erano popolazioni costiere arrivate via mare, e proprio il mare potrebbe custodire oggi i segni del loro passaggio. 

 Fonte: focus.it

venerdì 3 luglio 2020

L’inquietante mistero della Chapelle Expiatoire di Parigi: trovate le ossa dei ghigliottinati della Rivoluzione nei muri


Luigi XVI e Maria Antonietta non erano soli.
 Una «sconvolgente» scoperta ha cambiato la storia di uno dei celebri monumenti di Parigi, vicino a Place de la Concorde. 
E' qui che re e regina furono sepolti dopo esser stati ghigliottinati, e in cui le loro spoglie riposarono per 21 anni, prima di essere trasferite nella tomba reale di Saint-Denis. 
Ed è qui che ora sorge questo monumento commemorativo voluto da Luigi XVIII-

 Dopo aver notato delle curiose anomalie sulle pareti, il guardiano della cappella Aymeric Peniguet de Stoutz ha deciso di ispezionare il sito insieme a un archeologo.
 E' così che in una intercapedine fra i mura di pietra sono stati rinvenuti i primi resti di quelle che potrebbero essere almeno 500 persone ghigliottinate durante la Rivoluzione Francese.


La Chapelle Expiatoire fu progettata nel 1816 dall'architetto neoclassico francese Pierre François Léonard Fontaine e in parte costruita sul terreno dell'ex cimitero della Madeleine, chiuso nel 1794, l'anno successivo alla morte di Luigi XVI e Maria Antonietta. 
Ma mai sinora era stato ipotizzato che delle ossa fossero state usate non solo come fondamenta ma anche inglobate fra le spesse mura della cappella commemorativa. 

Nel suo rapporto l'archeologo Philippe Charlier ha confermato che il «piano inferiore della cappella nasconde quattro scatole di legno piene di ossa umane», oltre a esserci «terra mescolata con frammenti di ossa umane».


 Trovandosi non lontano da quella che un tempo era Place de la Révolution, la piazza della ghigliottina, quell'area era probabilmente diventata una sorta di fossa comune. E i costruttori hanno quindi inglobato quel patrimonio nella nuova architettura, senza spostare le reliquie.





Storicamente si credeva che i resti delle vittime per lo più aristocratiche della rivoluzione, e gli stessi rivoluzionari, si trovassero in diverse catacombe della città. 
Ma quello che sinora era stato considerato solo un monumento in memoria della famiglia reale, oggi si è scoperto essere una sorta di «necropoli della Rivoluzione Francese».

 Fonte:lastampa.it

giovedì 2 luglio 2020

La “leggenda” del bacio sotto il Ponte dei Sospiri a Venezia ispirò un film americano degli anni ’70


Il Ponte dei Sospiri a Venezia: bellissima e un po’ triste opera di architettura barocca, evoca la grandezza della Serenissima, ma anche il suo inflessibile sistema giudiziario.

 Progettato da Antonio Contin all’inizio del 1600, fu costruito per collegare, con un doppio passaggio, il Palazzo Ducale con le Prigioni Nuove, passando sopra il Rio di Palazzo.

 Leggenda vuole che i sospiri fossero quelli dei detenuti che attraversavano il ponte, andando verso la prigione: l’incantevole vista della laguna di Venezia era l’ultima immagine della libertà perduta, probabilmente per sempre.

 In realtà, dall’interno del ponte non si vede quasi nulla, e quindi probabilmente il nome si riferisce agli ultimi respiri dei prigionieri come uomini liberi, perché chi era condannato, nella Serenissima Repubblica, non aveva altro destino che morire in prigione.
 Ancora più probabilmente, i sospiri erano in realtà i lamenti dei prigionieri, che riecheggiavano nel canale attraverso le strette finestre delle carceri.


La triste storia del ponte non lo rende meno bello: la sua bianca pietra d’Istria, e le decorazioni scultoree, lo rendono una delle principali attrazioni turistiche di Venezia. 

Ad un’attenta osservazione, si nota che tutti i visi scolpiti nell’arcata hanno un’espressione di rabbia o tristezza; l’unico che sembra avere una faccia felice è probabilmente il guardiano del ponte.


Il Ponte dei Sospiri può essere visto dal Ponte di Canonica e dal Ponte della Paglia, oppure navigando in gondola lungo il Rio di Castello. 


Un’altra leggenda, forse inventata ad uso e consumo dei milioni di turisti che ogni anno visitano Venezia, convince molte coppie a passare sotto il Ponte dei Sospiri in Gondola, perché un bacio scambiato al tramonto sotto la sua bianca volta, nel momento in cui le campane di San Marco iniziano a suonare, assicura amore eterno e felicità.


Da questa “leggenda” è stato tratto anche un film con Laurence Olivier e Diane Lane, dal titolo “A Little Romance”, “Una piccola Storia d’Amore” nella versione italiana che vinse l’Oscar per la Colonna Sonora.
 La pellicola fu ispirata al libro “E=mc2 Mon Amour” di Patrick Cauvin, tradotto in Italia come “Piccolo Grande Amore”.

 Fonte: vanillamagazine.it

lunedì 29 giugno 2020

La leggenda della "barca di San Pietro"


Il culto di San Pietro risale al Medioevo quando i monaci Benedettini lo diffusero in territorio lombardo; nell’ottocento era popolare la leggenda secondo cui «nel giorno di San Pietro debba seguire temporale, perché il diavolo promette alla di lui madre di uscire dall’ inferno per quell’ anniversario», per questo motivo molti pescatori durante questa notte non escono in barca per timore di burrasche e temporali. 

In altri luoghi invece si pensa che questa notte sia proficua per la pesca, in altri ancora si narra ai ragazzi che le acque del lago siano infide perché la madre di San Pietro pretenderebbe un sacrificio umano, sempre la madre del santo è protagonista di altre leggende che la vedono invece benevola nei confronti dei raccolti perché nei periodi di siccità provvederebbe il 29 giugno a far cadere la pioggia per salvarli. 

 Oltre a queste leggende e storie che si tramandano oralmente ce n’è una che affascina particolarmente grandi e piccini e si tratta della barca di San Pietro che appare per “magia” la notte tra il 28 e 29 giugno, un’usanza figlia del Nord d’Italia ma che che si sta espandendo un po’ ovunque.


Il 28 giugno prendete un vaso o una damigiana senza paglia, o una bottiglia l’importante è che sia di vetro e leggermente panciuta, versatevi dentro acqua fredda, meglio se di fonte e riempitela per metà, ora con molta delicatezza dovrete far scivolare nell’acqua l’albume di un uovo. 
 Senza sbattere il contenitore portatelo all’aperto, meglio sotto un albero o in mezzo ad un prato, ma va bene anche il davanzale di casa; lasciatelo aperto tutta la notte in modo che la rugiada faccia la sua magia. 

 La mattina controllate il vostro contenitore, noterete che l’albume ha assunto una forma molto particolare, i filamenti bianchi che si saranno formati durante la notte avranno l’aspetto di alberi maestri, e di vele spiegate e la forma che assume sembra proprio quella di una barca. 


 A seconda della forma delle vele i contadini prevedevano le condizioni del tempo: le vele aperte indicavano la venuta del sole mentre le vele chiuse e sottili, l’arrivo della pioggia.

 Si narra che quando nell’acqua si forma un bel veliero sia un buon auspicio per ottimi raccolti nell’arco dell’annata. 

L’effetto del veliero si vedrà fino a mezzogiorno, poi lentamente si dissolverà.


Secondo tradizione questa forma assunta dalla chiara dell’uovo è la barca di San Pietro, che alla vigilia della festa ha voluto mostrare la sua vicinanza ai suoi fedeli, in altri paesi si narra invece che sia la barca dell’apostolo Pietro, pescatore e traghettatore di anime, usata per diffondere nel mondo la fede di Cristo; in altri ancora si tramanda la storia che questa barca sia quella che Pietro ha usato per scendere all’ inferno e liberare la madre e accompagnarla in cielo.

 Nel bergamasco si legge in maniera un po’ diversa l’oracolo dell’albume, se esso forma una barca con vela la sposa avrà un figlio e la zitella troverà marito.


 Ma perché si forma questa barca di San Pietro la notte del 29 giugno?
 In realtà si formerebbe anche il giorno prima o il giorno dopo, perché le condizioni per cui questo fenomeno accada sono simili nei giorni intorno a quella data, sole caldo di giorno e temperature ancora fresche e umide di notte.
 Siccome la densità della chiara dell’uovo è di poco superiore a quella dell’acqua, essa tende ad affondare e rimanere sul fondo; l’acqua fredda raffredda il contenitore che a contatto con la superficie calda dal sole della terra o del davanzale della finestra subirà un trasferimento di calore formando dei moti convettivi, cioè l’acqua riscaldata dalla terra tenderà ad andare verso l’alto, il problema avviene quando incontra la resistenza della chiara dell’uovo che tenderà a trascinare con se e quindi a formare la famosa barchetta.
 Quindi è facile intuire come più la giornata abbia scaldato la terra più la barchetta assumerà una forma più complessa.


Ora che sapete la sua storia, le sue leggende e la sua spiegazione scientifica, non vi resta che provare a realizzare la vostra Barca Di San Pietro ma perché abbia un significato magico è meglio rispettare le tradizioni e porre in giardino il vaso con l’albume la notte di San Pietro e Paolo, e poi molte persone affermano che “leggendo” le figure che si formano si ha una lettura del futuro, c’è chi ha intravisto l’argomento della sua tesi di laurea, chi ha intuito la sua sorte futura e chi spera sempre di vedere quello che vorrebbe realizzare… e questo è un buon inizio per qualcosa che sta a cuore.

 Fonte: eticamente.net

domenica 28 giugno 2020

In Slovenia c’è un mondo incantato sotterraneo dominato da due draghi bianchi


Nascosto tra le Alpi e il mare Adriatico si trova un luogo magico. Un mondo sotterraneo modellato dall'acqua in milioni di anni, in cui vivono due piccoli draghi bianchi.


Potrebbe sembrare una favola, e invece questo posto esiste davvero: stiamo parlando delle grotte di Postumia, in Slovenia. Qui, sottoterra, scorrono fiumi, s'innalzano montagne e sfreccia anche la prima ferrovia sotterranea del mondo, inaugurata nel 1872.


Il simbolo della grotta è una immensa stalagmite bianca brillante, alta oltre cinque metri, chiamata non a caso Brilliant.
 Ma è solo una delle meraviglie di Postumia, che è quasi integralmente ricoperta da un sottile strato di flowstone, pietre di flusso composte da depositi simili a fogli di calcite che donano a tutta la grotta un aspetto luccicante.

 Ma la vera attrazione del sito sotterraneo sono i baby dragons, due piccoli draghi con degli insoliti ciuffi rossi, occhi che non si vedono e quattro piccole zampette. 
Le loro fattezze sono decisamente differenti rispetto all'immaginario collettivo, ma non per questo meno affascinanti.


Questi piccoli draghi sono in realtà dei Proteus Anguinus, un anfibio endemico delle acque sotterranee che scorrono nell'altopiano carsico che vive più di 100 anni ma che è in grado di non mangiare anche per 12 anni consecutivi e di riprodursi ogni dieci.

 I cuccioli della grotta slovena sono nati nel 2016. 
I primi quattro anni della loro vita l'hanno trascorsa in un nido segreto e ora è la prima volta che il pubblico li potrà ammirare da dietro un vetro, ma solo poche persone al giorno.





Fonte: lastampa.it

mercoledì 24 giugno 2020

La tomba di una giovane guerriera Scita sembra confermare l’esistenza delle Amazzoni


Quando l’archeologo russo Vladimir Semyonov aprì quell’antica tomba quasi non riusciva a credere ai propri occhi: il cadavere parzialmente mummificato custodito all’interno era talmente ben conservato da mostrare ben visibile una verruca sul viso.

 Era il 1988 quando l’archeologo, insieme alla collega Marina Kilunovskaya, trovò la sepoltura di un giovane guerriero del popolo degli Sciti, nell’attuale repubblica di Tuva, in Siberia. Kilunovskaya racconta oggi la sua emozione all’apertura della tomba: “E’ stato così sorprendente quando, appena aperto il coperchio, ho visto la faccia, con quella verruca, che sembrava davvero impressionante.”


I ricercatori stimarono che si trattasse dei resti di un ragazzo di circa 12/13 anni, sepolto con tutte le sue armi: un’ascia, un arco in betulla lungo un metro e una faretra con dieci frecce di diverso tipo.


Nella tomba non ci sono perle, specchi od ornamenti femminili, come si addice a un giovane maschio di quel bellicoso popolo nomade, di cui si sa molto poco.
 Ne parla lo storico greco Erodoto, e i suoi racconti sono sempre sembrati molto frutto di fantasia.
 Li descrive come abilissimi (e feroci) arcieri che bevono il sangue dei nemici e prendono come trofeo i loro scalpi, mentre la pelle dei cadaveri viene usata per rivestire le faretre. 

Sempre secondo Erodoto, gli Sciti usano gettare dei semi di canapa su pietre roventi poste all’interno di una tenda di feltro, per poi respirare i vapori e urlare di gioia. 
 Questa usanza veniva ritenuta un’invenzione dello storico, ma in realtà scoperte archeologiche recenti suffragano il racconto: semi di canapa, bracieri, treppiedi, e pietre, rinvenuti insieme, raccontano che Erodoto non si era inventato nulla.
 Sembra ipotizzabile che Erodoto non si sia inventato nulla (almeno nella sostanza se non nell’origine mitica) nemmeno quando racconta delle Amazzoni, che colloca proprio nella Scizia, dove sarebbero emigrate dopo essere state sconfitte dai guerrieri greci. 

In quella terra lontana, tra le montagne del Caucaso, le amazzoni si uniscono, anche carnalmente, ai guerrieri sciti, dando origine al popolo dei Sarmati.
 Le donne combattono a cavallo insieme agli uomini, indossano gli stessi abiti e rimandano il matrimonio fino a che non hanno ucciso un nemico in battaglia.


 I resti di quell’adolescente, ritrovati nel 1988, sembrano oggi confermare le storie di Erodoto, perché non si tratta di un giovane adolescente ma della mummia di una ragazza: le analisi paleogenetiche, condotte nel laboratorio di genetica storica dell’Istituto di fisica e tecnologia di Mosca, hanno prodotto un risultato straordinario.
 L’adolescente sepolta con il suo corredo di armi è una giovane amazzone di circa 14 anni, morta all’incirca 2.600 anni fa. 

La sua bara, ricavata da un unico pezzo di legno, si trovava sepolta a circa mezzo metro sotto terra, orientata verso su-ovest.
 La ragazza indossava una pelliccia a doppio petto lunga fino al ginocchio, fatta con le pelli di piccoli roditori cucite insieme, e un berretto di pelle colorato con un pigmento rosso.
 Della camicia e dei pantaloni rimane poco o nulla.


Oggi tuttavia, al di là degli oggetti trovati nella tomba, l’entusiasmo dei ricercatori è dovuto sopratutto alla scoperta del genere della mummia, che pare confermare non solo i racconti di Erodoto, ma anche quelli del medico greco Ippocrate, vissuto all’incirca tra il 460 e il 377 a.C. 
 Nel suo racconto, le donne scite rimangono vergini guerriere fino a quando non hanno ucciso tre nemici in battaglia. 
Solo quando hanno assolto a questo compito possono sposarsi, ma dopo il matrimonio devono abbandonare l’attività guerresca. 

 A conferma dell’esistenza delle donne guerriere scite, che sempre più spesso vengono indicate come discendenti delle mitiche amazzoni, ci sono stati altri ritrovamenti: a gennaio 2020, in una tomba scavata nella regione russa di Voronezh, sono stati rinvenuti i resti di quattro donne di età diverse sepolte insieme, risalenti al IV secolo a.C. 
Nel corredo funerario c’erano, tra le altre cose, punte di freccia, imbracature per cavalli, coltelli, ma anche gioielli e un prezioso copricapo miracolosamente integro.


 Dopo Omero, che canta le loro gesta nell’Iliade, passando per Eschilo, Erodoto, Ippocrate, il geografo Strabone e poi ancora Plutarco e molti altri autori greci (che non amano le Amazzoni, antitesi perfetta del loro ideale di donna), le antiche donne guerriere riemergono dalle nebbie del mito ed entrano di fatto nella storia, a dimostrazione di quanto c’è ancora da scoprire del nostro passato.

 Fonte: vanillamagazine

domenica 21 giugno 2020

Il Ponte del Diavolo


Il Ponte della Maddalena, conosciuto come Ponte del Diavolo, è una delle costruzioni più originali di tutta la Toscana e si trova a Borgo a Mozzano, tra Lucca e la Garfagnana. 

 Il suo profilo singolare, con la grande arcata a tutto sesto affiancata agli altri tre archi minori, ha ispirato numerosi artisti e fatto fiorire leggende sulla sua costruzione. 
Il suo aspetto slanciato, che tuttora colpisce chi lo ammira, doveva essere ancora più suggestivo in passato, quando non era stata ancora costruita la diga che dal secondo dopoguerra ha innalzato il livello dell'acqua nei pressi del ponte.


Secondo la leggenda il ponte fu costruito da San Giuliano che, non riuscendo a completarlo per l'eccessiva difficoltà, chiese aiuto al diavolo in persona, promettendogli in cambio l'anima del primo essere vivente che vi fosse passato sopra.

 Una volta terminato il ponte, San Giuliano vi tirò sopra un pezzo di focaccia, attirandovi un cane e beffando così Satana.


 Le notizie storiche certe sulla costruzione del ponte sono scarse. Nicolao Tegrimi, nella sua biografia di Castruccio Castracani, ne attribuisce la costruzione a Matilde di Canossa (1046-1125) e riferisce di un restauro da parte di Castruccio Castracani (1281-1328).
 Secondo le ipotesi di Massimo Betti, durante il governo di Castruccio sono stati realizzati in muratura gli archi minori del ponte, sostituendo precedenti strutture in legno. 
Ciò spiegherebbe la differenza tra l'arco maggiore e quelli minori, e anche la diversa pendenza della via sul lato sinistro del ponte, costruito a partire dall'arco preesistente.



Fonte: visittuscany

A Londra riaffiora il “Red Lion”, il più antico teatro elisabettiano


Una picconata di troppo, ed ecco che Londra ha fatto un salto indietro di oltre cinquecento anni fino a giungere ai tempi del primo teatro elisabettiano costruito nella capitale inglese.

 E’ quanto accaduto pochi giorni fa durante alcuni lavori all’interno di un cantiere nella zona di Whitechapel, quando di fronte agli operai sono apparsi dei resti di quello che fin da subito è sembrata essere un’antica costruzione. 
 Giunti sul posto gli esperti archeologi, la prima impressione è stata quella di aver trovato i resti della più antica struttura elisabettiana conosciuta ad oggi. 
 Per l’esattezza, il primo teatro costruito appositamente per ospitare rappresentazioni artistiche, considerato il prototipo di quel teatro che venne poi costruito nei decenni successivi sul quale vennero messe in scena le prima opere di un giovane William Shakespeare.




Il nome che venne datto alla struttura è “Red Lion” e secondo i primi rilievi potrebbe essere stato realizzato intorno al 1567. Probabilmente ospitò molti gruppi di attori in viaggio, come era solito accadere in quei tempi, quando ancora non erano molto comuni le compagnie stabili. 

 A costruirlo fu John Brayne, che nove anni dopo si dedicò al più famoso teatro, realizzato nell’attuale area di Shoreditch, insieme al collega James Burbage, il padre dell’attore elisabettiano Richard Burbage. 

Il teatro fu la prima casa permanente per le compagnie di recitazione e le rappresentazioni teatrali di Shakespeare nel 1590. Dopo una disputa fu smantellato e i suoi legni furono usati nella costruzione del più famoso Globe on Bankside.


La stampa britannica ha dedicato molto spazio alla scoperta e alla conferma, da parte degli archeologi dell’University College London, che quelle pietre appartengono con ogni probabilità proprio al “Red Lion”, un edificio che rappresentava finora un anello mancante nella storia del teatro inglese. 

 La vita dell’edificio come teatro non fu lunga, riferiscono gli storici: a quanto pare, non più di una decina di anni.

 Nel frattempo la tradizione dei teatri a tema aveva preso piede, e il Red Lion divenne probabilmente nel tempo un luogo in cui si facevano combattere i cani, anche a giudicare dai molti scheletri di quadrupedi reperiti durante gli scavi.


Proprio negli ultimi decenni Londra sta riscoprendo il suo passato glorioso grazie proprio a questi eventi occasionali. 
Come nel caso dell’antico anfiteatro romano rimasto sepolto per secoli fin quando è stato casualmente scoperto durante alcuni lavori di ristrutturazione al palazzo che ospita la galleria d’arte nell’omonima Guildhall Yard. 

 Una scoperta che ha continuato a solidificare gli antichi legami tra l’Impero Romano e quella che sarà poi Londra, attraverso anche altri ritrovamenti unici come sono state le antiche tavole in legno dei primi decenni dopo la nascita di Gesù o come il Tempio di Mitra risalente al III secolo dopo Cristo.

martedì 16 giugno 2020

Crimea, il "Nido delle rondini"


Il “Nido delle rondini”, conosciuto anche come Swallow's Nest castle, è una fortezza decorativa situata poco distante da Yalta, nella penisola di Crimea.
 Appollaiato su una scogliera di quaranta metri affacciata sul Mar Nero è uno dei luoghi più visitati dell’Ucraina.


Si tratta di un castello gotico in miniatura, una struttura di piccole dimensioni che colpisce per la sua scultura neogotica e soprattutto per la splendida posizione panoramica che domina il promontorio di Ai-Todor. Nonostante l'edificio, opera dell'architetto russo Leonid Sherwood, misuri soltanto 20 metri in lunghezza e 10 metri in larghezza, è sicuramente una delle attrazioni turistiche più popolari della Crimea.


La storia del Nido di Rondine inizia nel 1895, quando era solo una piccola casetta di legno sulla cima della scogliera, costruita per un vecchio generale russo. Era chiamato "Castello dell'Amore", ma ben presto la proprietà passò a un medico della Corte dello zar, e successivamente alla moglie di un commerciante che lo trasformò in un castello dall’aspetto architettonico medievale. Nel 1911 il barone tedesco von Steingel, un industriale che aveva fatto fortuna grazie al petrolio del mar Caspio, acquistò la struttura realizzando il vero e proprio edificio di pietra in stile gotico che vediamo oggi.


Nel 1914, con l’inizio della Prima Guerra Mondiale, il barone decise di vendere il castello a un ristoratore.

 Alla sua morte il ristorante fu chiuso e poi utilizzato come sala di lettura dalla vicina colonia marina.
 In seguito, nel 1927, il castello sopravvisse a un fortissimo terremoto e nonostante non vennero riscontrati gravi danni strutturali, l’intero edificio fu ritenuto pericoloso e chiuso al pubblico per i successivi quarant'anni.

 Oggi il “Nido delle rondini” è completamente restaurato e nella sua parte anteriore è tornato a ospitare un rinomato ristorante italiano con una magnifica e impareggiabile vista sul mare.

 Fonte: mybestplace.
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