martedì 19 novembre 2019

Il Putridarium delle Clarisse: lo scolatoio dove le monache purificavano il corpo delle defunte


Il Castello Aragonese è un edificio di straordinaria bellezza, che si trova sopra un’isolotto adiacente all’Isola di Ischia, di fronte all’isola di Procida. 

Situato nello splendido panorama del Golfo di Napoli, offrì rifugio e accoglienza agli Ischitani durante i turbolenti secoli delle incursioni dei pirati, quando dal mare arrivavano orde di assalitori in grado di razziare città e villaggi. 

 Nel 1575 il Castello, una vera e propria città con 13 chiese, un convento di monaci, una casamatta per la guarnigione e anche un vescovo e una cattedrale, si arricchì della presenza delle Clarisse, che giunsero al seguito di Beatrice Quadra, vedova di Muzio d’Avalos, che si insediò con quaranta suore provenienti dal convento di San Nicola. 

 Le suore erano destinate alla vita di clausura sin da giovanissima età, una misura adottata dalla famiglie nobili dell’epoca per evitare di dividere l’eredità in troppe parti, e in particolar modo per preservarla per i figli maschi.

 La storia del convento durò all’incirca 250 anni, e terminò nel 1810, quando il generale francese Gioacchino Murat soppresse tutti gli ordini religiosi per impossessarsi delle loro ricchezze.


 In questo lungo lasso di tempo le monache vissero e morirono in un territorio di straordinaria bellezza, adottando un particolare stratagemma per ricordare a se stesse la caducità della vita. Adiacente al cimitero monastico si trovava infatti il Putridarium, una piccola sala dove i corpi in putrefazione delle suore decedute venivano posizionati seduti in attesa che i batteri li disfacessero del tutto.


La sala era frequentata quotidianamente dalle monache (vive) che pregavano per le defunte e osservavano i cambiamenti del loro corpo.
 I cadaveri infatti “scolavano” i propri liquidi all’interno del foro posto sotto la seduta, purificando l’anima dalla carne, aspetto corruttibile dell’esistenza umana.

 Il Putridarium, o Scolatoio, era quindi una specie di purgatorio per le defunte, dove il corpo si liberava definitivamente delle proprie impurità per rimanere soltanto nella sua essenza, le ossa, che venivano in seguito sepolte nel cimitero adiacente. 

 Le monache che pregavano nella stanza avevano evidente la locuzione latina: 

 “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris – 
Ricorda, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai”Che rischiava di tradursi in un presagio di morte rapidissimo. 

L’ambiente della stanza, piccola e senza finestre, era insalubre e contaminato dai batteri dei corpi in disfacimento, e spesso le monache si ammalavano a causa delle ore in preghiera spese al suo interno.


Conservatosi nel corso del tempo, oggi il Putridarium è visitabile all’interno del Castello Aragonese. 



Fonte: vanillamagazine

Ecco come si formano le “Uova di ghiaccio”, lo strano fenomeno fotografato su una spiaggia finlandese


Su una spiaggia dell’isola finlandese di Hailuoto sono comparse migliaia di stranissime “uova di ghiaccio”. 
Non si tratta di mostruosi chicchi di grandine precipitati dal cielo, come talvolta può accadere, bensì di affascinanti formazioni modellate dal moto ondoso e dal tocco delicato del vento. Affinché si formino queste “sculture” naturali, sono indispensabili specifiche condizioni meteorologiche.
 Il primo ingrediente per dar vita alle uova di ghiaccio è naturalmente una temperatura molto bassa, necessaria a far congelare l’acqua.
 Il secondo è un “nucleo” – come un pezzetto di ghiaccio o sabbia raggrumata – attorno al quale si raccolgono ulteriori strati di ghiaccio a causa del gelo.
 Il movimento ondeggiante del mare e il flusso del vento, che non deve essere troppo forte, né troppo lento, modellano e levigano la superficie esterna delle strutture ghiacciate in formazione, che alla fine vengono depositate sulla riva nella loro forma spettacolare.


A scoprire e immortalare le uova di ghiaccio sulla spiaggia Marjaniemi dell’isola nordica, sita tra Finlandia e Svezia, è stato l’appassionato di fotografia Risto Mattila, che stava facendo una passeggiata in compagnia della moglie. 

Come indicato alla BBC dall’uomo, “era una giornata soleggiata e ventosa, con una temperatura di – 1 gradi centigradi”. All’improvviso gli si è parato innanzi lo spettacolo, una distesa di palle di ghiaccio – più o meno sferiche – che si estendeva per una trentina di metri. 
Alcune era piccole come le palline di gomma utilizzate dai bambini per giocare, altre raggiungevano le dimensioni di un pallone da basket. 


Mattila ha dichiarato alla BBC che vive nella zona da 25 anni e non aveva mai osservato prima uno spettacolo simile. 

Del resto, come indicato, sono necessarie condizioni particolari affinché la natura dia vita a queste sculture. 
Fortunatamente l’uomo aveva con sé la fotocamera e ha potuto immortalarle nel miglior modo possibile.

 Anche un altro residente di Hailuoto, Ritva Rundgren, ha divulgato un video con il particolare e affascinante fenomeno. 


Recentemente in Siberia sono apparse enormi sfere di ghiaccio originate col medesimo principio, mentre in Alaska ne sono emerse di molto simili, ma con un curioso sperone appuntito in cima, probabilmente modellato dal vento forte 


 Fonte: scienze.fanpage.it

venerdì 15 novembre 2019

Scoperta in Bosnia una spada medievale conficcata nella roccia di un fiume


Una spada medievale, un fiume, un castello in rovina e un lungo oblio durato circa 8 secoli.

 Non si tratta di un nuovo film hollywoodiano sull’epopea di Re Artù, ma di un’eccezionale scoperta avvenuta nel fiume Vrbas in Bosnia ed Ergzegovina, nei pressi del villaggio di Rekavice, nel nord del paese. 
Durante un’immersione del club subacqueo RK BUK è stata scoperta una spada avvolta dalla roccia, una reliquia medievale antichissima situata a una profondità di soli 10 metri.
 I subacquei hanno contattato le autorità locali e si è proceduto al recupero, estremamente difficoltoso per la quantità di roccia e concrezioni che avevano avvolto il ferro.
 Lo storico Janko Vracar ha comunicato che, in base alle analisi della lama, la spada risale a un periodo di tempo fra la fine del 1200 e la prima metà del 1400.


L’archeologa Ivana Pandzic, curatrice del Museo della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, ha osservato: “Il reperto era bloccato in una solida roccia, quindi era necessario prestare particolare attenzione al momento dell’estrazione.
 Questa è la prima spada che si trova vicino al sito archeologico della città medievale di Zvecaj, e l’importanza della scoperta è doppia, sia in campo scientifico sia in termini storici“.


La scoperta di un’antica spada come questa è estremamente rara nella regione. 
La lama antica più recente trovata nei balcani risale a oltre 90 anni fa.

 Il fiume Vrbas scorre vicino alle rovine di un castello medievale nella città di Zvecaj, dove anticamente vivevano i bosniaci dominanti dell’epoca.
 L’Ente per il turismo di Banjaluka spiega che gli archeologi ritengono che la fortezza a guardia della città sia antecedente al 1404, quando il Granduca di Bosnia, Hrvoje Vukčić, progettò di far rimuovere il re bosniaco Stephen Ostoja dal suo trono per sostituirlo con Tvrtko II Kotromanić. 
 L’azzardo mise in moto una serie di guerre che culminarono con la riaffermazione a sovrano di Stephen Ostoja, che reclamò per sé il trono e in seguito sposò la vedova di Hrvoje Vukčić, Jelena Nelipić. Il castello cambiò di mano molte volte prima di essere distrutto nel 1777, e oggi rimangono solo poche mura, per lo più abbattute, e parte di una torre, oltre a una casa privata. 

 La spada potrebbe raccontare molto di quel periodo che va dalla fine del XIII all’inizio del XV secolo nella Bosnia medievale. 


 Fonte: vanillamagazine.it

giovedì 14 novembre 2019

Il lago Gerundo e il drago Tarantasio


Provate solo un istante a concentrarvi su Google Maps o su una vecchia carta geografica e focalizzatevi sulla grande città metropolitana di Milano. 
Ora scendete un poco verso sud-est e fermatevi in corrispondenza del grande bacino idrografico formato dagli affluenti alpini di destra del Po: Adda, Lambro, Serio e Oglio. 
Molto bene. Quello che potete vedere è un fitto reticolato di corsi d’acqua naturali come i sopracitati e una serie di canali, di cui alcuni artificiali, creati nel corso dei secoli dalla mano dell’uomo al fine di poter irrigare al meglio le infinite campagne padane.
 In poche parole una sovrabbondanza di oro azzurro: l’acqua.


 E proprio dall’acqua parte la nostra storia. In questa vasta area infatti si hanno notizie di un grande bacino lacustre chiamato in tempi antichi Lago Gerundo e attualmente scomparso.
 Un grande specchio d’acqua di oltre 200 km, 2 di superficie e di una profondità massima di 10 metri. 
Andando più nel dettaglio locale, il lago era il cuore blu pulsante delle odierne Province di Lodi, Cremona e Bergamo.
 Curiosamente la sua forma può somigliare al grande cranio di un essere preistorico o di un alligatore che pare tuffarsi a capofitto sul placido Po che scorre ai suoi piedi.
 E fra poco vedremo come la scelta dell’alligatore come paragone sia tutt’altro che casuale. 

Ma per il momento torniamo al nostro lago arcaico.

 I primi accenni al lago (o mare) Gerundo risalgono all’epoca romana (se ne fa riferimento, ad esempio, nelle opere di Plinio il Vecchio) ma le descrizioni più dettagliate si hanno nel periodo medievale, negli scritti dello storico del VII secolo d.C. Paolo Diacono e di altri cronisti dell’epoca. 
Originatosi con tutta probabilità in seguito al ritiro dei ghiacciai durante il Pleistocene, il Gerundo si formò al di sopra di un’ampia zona ghiaiosa grazie alle esondazioni dei fiumi Adda, Serio e Oglio.


Il lago, che già a partire dal XI secolo d.C. andò riducendosi di estensione, si prosciugò definitivamente nel corso del XII secolo d.C. 

Tra le cause più accreditate di questa “misteriosa” scomparsa vi sono le ingenti opere di bonifica intraprese dai monaci cistercensi, benedettini e cluniacensi prima e dal comune di Lodi poi.

 Più che un vero e proprio lago, è probabile che il Gerundo fosse un insieme di paludi e acquitrini collegati dalle frequenti esondazioni dei fiumi circostanti. 
Ma come detto, questo bacino compensava la scarsa profondità con un’estensione ragguardevole. 

Pur essendo difficile tracciare dei confini precisi, nel momento della sua massima ampiezza arrivò a spingersi a Nord fino a Brembate, in Provincia di Bergamo, e a Sud fino a Pizzighettone, vicino a Cremona, lambendo con le sue acque la città di Lodi a Ovest e Grumello Cremonese a Est. 

Al suo interno, il lago conteneva una lunga striscia di terreno, detta isola della Mosa o Fulcheria, sulla quale in un periodo compreso tra il IV e il VI secolo d.C. fu edificata Crema. 

Testimonianze storiche del lago Gerundo, un nome che forse deriva dal termine ghiaia, di cui la zona era particolarmente ricca, sono rintracciabili nella toponomastica di molti paesi della zona dell’Adda e del pavese o, in maniera ancora più esplicita, nei nomi di vie o piazze, come ad esempio a Zelo Buon Persico, dove si trova tutt’oggi una piazza Lago Gerundo.

 Sul nome, fra l’altro, negli anni si sono accavallate diverse teorie. Secondo alcuni storici locali il termine potrebbe derivare dal greco “gyrus” (spira, curva), con riferimento ai meandri fluviali che abbondano nell’area. 
Mentre un’ipotesi più fantasiosa farebbe derivare il termine Gerundo dal greco Ăchĕrōn, ossia Acheronte, un fiume infernale nella mitologia greca, poiché il lago sarebbe dovuto essere paludoso, e quindi inospitale e malsano.

 Ed è in questo contesto fatto di acquitrini nebbiosi e inquietanti che è nata la leggenda del drago Tarantasio, una specie di mostro antidiluviano dal corpo di serpente, la grande testa cornuta di sauro, la lunga coda e le zampe palmate, con le sue varianti e i suoi particolari, tali da far impallidire i miti di Nessie e Larry, il mostro di Loch Ness e il mostro di Colico .

Recandosi nei luoghi sopracitati si riesce ancora a capire da dove derivi il nome “Tarantasio” e trovare traccia dei suoi misfatti nella tradizione orale e scritta.
 Esiste infatti una località chiamata Taranta, una piccola frazione tra Fara D’Adda e Cassano D’Adda che reclama insistentemente i natali della creatura. 
Ma non solo. Andando a investigare nella toponomastica di frazioni e piccoli comuni di questa area geografica troviamo innumerevoli vie “della bissa”, vale a dire della biscia o del serpente. 

Pare infatti che Tarantasio fosse una “viverna” ovvero, nella classificazione operata dal naturalista cinquecentesco Ulisse Aldrovandi, un particolare tipo di drago a forma di serpente con due zampe e due piccole ali, ed è sicuro che, come tutti i draghi, egli considerava gli esseri umani ed in particolare i bambini, le proprie prede preferite, aspettando ogni occasione propizia per uscire dall’acqua e compiere le sue temute scorrerie catturandone qualcuno. 


 Narra la leggenda che dopo la morte di Ambrogio, vescovo di Milano, un drago avrebbe insidiato la città meneghina, divorando gli incauti cittadini che osavano mettere il naso fuori dalle mura. Fu il nobile Uberto Visconti, armato di coraggio, il solo uomo ad affrontare il mostro e ad ucciderlo presso Calvenzano, dalle parti di Bergamo, con un colpo netto di sciabola.


 Da allora il biscione con un giovinetto in bocca compare nello stemma della città e della potente famiglia Visconti che vi regnò per lungo tempo. 


Vi sono poi diverse leggende, fra cui quella che ci narra le gesta di San Cristoforo, coinvolto su invocazione del vescovo di Lodi, nel prosciugamento del lago Gerundo per far sì che il drago fosse rinvenuto cadavere, come pure vi è quella che vede San Giorgio, spesso rappresentato come cacciatore di draghi nell’iconografia giudaico-cristiana, nel ruolo di colui che pose fine alle scorribande di Tarantasio. 
Ma la storia che più ci fa sentire vicini a quanto successe in quell’epoca remota sulle sponde del Gerundo è quella che ci narra del predicatore San Colombano, anch’egli famoso cacciatore di draghi, che arrivò in Italia proveniente dal Nord Europa.


Colombano, divenuto monaco quando ancora era un ragazzo, partì dall’Irlanda all’età di cinquant’anni. Insieme a dodici compagni iniziò a percorrere l’Europa diffondendo con la parola ed il proprio comportamento l’idea di una rinnovata ricerca di vera spiritualità. Giunto finalmente in Italia entrò in contatto con il re longobardo Agilulfo, dal quale ricevette l’incarico di occuparsi della “questione“ di Tarantasio.

 Una volta arrivato sulle sponde del lago il predicatore utilizzò le sue arti per attirare il mostro fuori dalle acque, che costituivano il suo naturale elemento, per affrontarlo ad armi pari. Trovatosi così all’asciutto il drago cercò subito di ghermire Colombano, ma non fu abbastanza veloce, tanto che il cacciatore ebbe modo di scansarsi per tempo e di colpirlo con il suo lungo bastone. 
Ferito gravemente, Tarantasio ricadde nel lago ed in breve scomparve tra i flutti facendo perdere le proprie tracce per un lungo periodo.


 Dopo parecchi mesi, in una località molto più a valle rispetto a quella dove si svolse il combattimento, fu rinvenuta un’enorme carcassa che venne subito attribuita al mostro scomparso.
 Oggi, nella zona, le città fanno a gara per accreditarsi come i custodi dei “veri” resti del drago. 
Alcuni sostengono che la tomba dell’essere mostruoso sia situata sull’isolotto Achilli, visibile attraversando il ponte sull’Adda a Lodi.
 Altri resti dello scheletro sarebbero stati conservati nella chiesa di Sant’Andrea a Lodi fino al 1700. 
Esistono numerose testimonianze scritte della presenza dello scheletro all’epoca. 

Inoltre, una costola faceva bella mostra di sé nella chiesa di San Cristoforo, sempre a Lodi, appesa alla volta fino all’inizio delle campagne napoleoniche in Italia nell’Ottocento.




Un medico di Lodi, tale Gemello Villa, riuscì ad esaminare la cosiddetta costola e nel suo referto scrisse che aveva “la lucidità delle ossa fresche”, sollevando così qualche dubbio sul fatto che fosse anche un semplice reperto fossile.

 Questa è l’ultima testimonianza dei resti del Tarantasio di Lodi perduti ormai per sempre assieme alle due lapidi marmoree che ricordavano gli eventi.
 Anche perché al tempo della campagna napoleonica il convento di San Cristoforo venne invece destinato a scopi militari e utilizzato come infermeria di fortuna: il campo di battaglia al Ponte di Lodi era vicinissimo al convento.
 Alla fine dell’Ottocento i locali del San Cristoforo vennero poi utilizzati come caserma militare e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, adattati ad abitazioni civili.
 Altre “costole di Tarantasio” sono contenute in chiese e abbazie dei territori gerundi, anche se in realtà si tratta di reperti fossili di ossa di cetacei preistorici. 
La costola del drago lunga poco più di un metro e mezzo conservata nella sagrestia della Chiesa di San Bassiano a Pizzighettone in provincia di Cremona.
 Altra “costola” lunga più due metri e mezzo conservata nella Chiesa romanica di San Giorgio in Lemine nel comune di Almenno San Salvatore in provincia di Bergamo. 
Oppure una costola lunga quasi due metri conservata nel Santuario de “La Natività della Beata Vergine” a Sombreno nel comune di Paladina in provincia di Bergamo. 

Quest’ultima costola in particolare attirò l’attenzione del naturalista Enrico Caffi, che la identificò come appartenente ad un grosso esemplare di mammuth. 


Ma l’eredità del drago Tarantasio non si limita a suggestioni o leggende noir da raccontare ai bambini davanti al camino. 
Il suo lascito è molto più tangibile di quello che si possa credere.




Immergendoci tra le vie della metropoli milanese con occhio attento possiamo scorgere ovunque la presenza ancestrale del drago. Tarantasio infatti nel corso dei secoli è stato rappresentato anche come un serpente, mostro alato, drago, leone di mare o un enorme cane. 

Lo stesso stemma dell’Inter è un biscione, ripreso da questa leggenda tutta milanese, e anche nel logo dell’Alfa Romeo e di Mediaset troviamo la stessa iconografia.

 Perfino tra le guglie del Duomo è possibile scorgere un drago, molto simile a quello descritto e rappresentato da Aldrovandi nelle sue tavole bestiarie. 

Il drago è visibile praticamente ovunque a Milano, basta fare un po’ di attenzione e lo si potrà trovare sulle insegne comunali, sulle fontanelle pubbliche, le cosiddette “vedovelle” nella pavimentazione ed è perfino il nome di una città vicino Milano. 

Ma non è finita qui, Tarantasio è noto a livello internazionale, anche se pochi lo sanno, perché ha ispirato Luigi Broggini, uno dei principali scultori italiani a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, che prese a modello Tarantasio per ideare l’immagine del cane a sei zampe, marchio simbolo di Eni. La società petrolifera fondata da Enrico Mattei avrebbe preso spunto dal mostro lacustre per tratteggiare quello sarebbe diventato il suo simbolo famoso a livello internazionale perché il primo giacimento di metano venne scoperto nel 1944 a Caviaga, frazione di Cavenago d’Adda, nel Lodigiano, in piena zona Gerundo.


L’odore pestilenziale che usciva dal terreno che per secoli le leggende dicevano fosse l’alito del drago, erano in realtà le esalazioni di gas naturale dovute ai depositi alluvionali stratificati, costituiti da sedimento paludoso molle con residui fossili.

 E qui, nel 1952, Agip trovò dei grossissimi giacimenti di metano che vennero commercializzati nel mondo sotto il marchio del cane a sei zampe, ovvero del drago Tarantasio. 

 Fonte: storiedimenticate.it

mercoledì 13 novembre 2019

Avvistato dopo 30 anni il cervo-topo, creduto estinto dagli scienziati


Gli scienziati credevano fosse ormai estinto, invece una telecamera lo ha immortalato in una foresta vietnamita: si tratta del cervo topo, una specie di cui non si avevano notizie da quasi trent’anni. L’ultima registrazione scientifica nota dell’animale risale infatti al 1990, quando un cacciatore ne uccise uno e donò il campione agli scienziati.

 Il cervo topo (Tragulus versicolor) è un piccolo animale, delle dimensioni di un coniglio, con il manto di due colori.
 La testa e la parte anteriore del corpo sono infatti color ruggine, mentre la zona posteriore è grigio-argento. 
L’animale ha poi delle macchie biancastre, generalmente a livello del collo e due canini particolarmente sviluppati, simili a due piccole zanne.


Il cervo topo è preda di leopardi, cani selvatici e pitoni, ma gli scienziati ritenevano che a causare l’estinzione dell’animale fossero state le trappole poste dai cacciatori, che uccidevano questi piccoli esemplari.

 In seguito alle segnalazioni degli abitanti della zona e delle guardie forestali vietnamite, che sostenevano di aver avvistato alcuni esemplari di cervo topo, un team di scienziati ha posizionato tre trappole fotografiche in diverse zone della foresta.
 Per cinque mesi le trappole hanno catturato ben 275 foto dell’animale in 72 eventi separati. 
I ricercatori hanno quindi installato altre 29 telecamere nella stessa area e scattato altre 1.881 fotografie, registrando 208 avvistamenti indipendenti. 

 Non è chiaro quanti esemplari siano rappresentati nelle fotografie e quale sia il numero di animali presente nella foresta, ma di certo il cervo topo vive ancora in natura, contrariamente a quanto si credeva. 


 I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Nature Ecology and Evolution e i ricercatori sottolineano come la sorprendente scoperta sollevi la necessità di azioni urgenti per proteggere ciò che rimane della popolazione di cervo topo.
 Una delle priorità principali è quella di ridurre l’uso di trappole per catturare animali selvatici, una misura che proteggerà non solo il cervo topo ma anche il resto della fauna, tra cui numerosi mammiferi e uccelli che si trovano solo in questa zona e che sono minacciati di estinzione.

 Questo tipo di caccia illegale, guidata dalla domanda di carne di animali selvatici nell’Asia orientale,  ha portato alla scomparsa di numerose specie perché le trappole possono catturare e uccidere indiscriminatamente quasi tutto ciò che cammina sul suolo della foresta. 

 La riscoperta del cervo topo ha inoltre riacceso le speranze per altre specie che gli scienziati considerano ormai estinte ma che potrebbero essere ritrovate di nuovo in natura. 
 Per ritrovare le specie perdute occorre la collaborazione delle comunità locali, come è avvenuto per il cervo topo.
 Le segnalazioni e la conoscenza del territorio dei residenti sono fondamentali per il lavoro degli scienziati, che altrimenti non saprebbero da dove partire per ritrovare specie credute perse per sempre. 


 Tatiana Maselli

domenica 10 novembre 2019

Riapre al pubblico la Casa del Bicentenario


Apre di nuovo le porte al pubblico la Casa del Bicentenario, nel Parco archeologico di Ercolano. 
Dopo la chiusura nel 1983 dovuta a dissesti di ordine strutturale, il taglio del nastro con il ministro di Beni Culturali e Turismo, Dario Franceschini, per una delle domus più sontuose dell'antichità, nel Decumano Massimo, al confine tra la città antica e quella moderna interessata da lavori di riqualificazione che, in un futuro non molto lontano, le restituiranno nuovo volto.










La domus è detta del Bicentenario perché è stata portata alla luce durante gli scavi condotti nel 1938 dall'archeologo Amedeo Maiuri, a duecento anni esatti dall'avvio ufficiale degli scavi borbonici della città di Herculaneum avvenuti, nel 1738. 

Ai visitatori oggi si sono aperte le porte di alcuni ambienti della domus (sono ancora in corso lavori di restauro) di età Giulio - Claudia che offrono uno spaccato della vita domestica e degli usi e costumi degli antichi abitanti. 

Sita a pochi passi dal Foro e dal Teatro, la Casa del Bicentenario si sviluppava su tre piani per una superficie totale di 600 metri quadrati. 
 Il visitatore può ammirare le ricostruzioni messe a punto da Maiuri e gli interventi recenti sulle decorazioni parietali, analizzarne la copertura a compluvio nell'atrio, deformata da fango vulcanico nel 79 d.C e ricostruita più volte nel corso del `900, i ponteggi montati nel tablino, la porta scorrevole in legno carbonizzato e poi entrare nel peristilio della casa e osservare i lavori in atto per consentire di nuovo l'accesso al piano superiore dove vi è la famosa “croce” che si credeva cristiana.


Qui, nel 1938 nel corso di uno scavo, fu rinvenuta la traccia di una croce sull'intonaco di una parete, interpretata come simbolo della precoce diffusione del cristianesimo nell'epoca romana.
 In realtà analisi successive stabilirono, grazie ad un confronto con ritrovamenti simili, che si era in presenza di un supporto di una mensola. 
Anche per questo oggi la Casa del Bicentenario è famosa per il ritrovamento della “croce”. 


La riapertura al pubblico della Casa del Bicentenario è il frutto di una stretta collaborazione tra Parco archeologico di Ercolano, Parco archeologico di Pompei, Herculaneum Conservation Project e Getty Conservation Institute. 

 Fonte: lastampa.it

lunedì 4 novembre 2019

Le incredibili grotte di Ajanta in India


Secondo gli archeologi, la costruzione delle grotte di Ajanta nel Maharashtra, in India, iniziò 2.200 anni fa. 
Nel corso di centinaia di anni più di 30 monumenti furono intagliati nella roccia. 

L’uso delle caverne si interruppe intorno all’anno mille d.C. per motivi tuttora sconosciuti, permettendo alla fitta foresta di crescere tutt’intorno, nascondendole alla vista per secoli.
 Nessun uomo vi pose lo sguardo se non molti secoli dopo.

 Nel 1819, quando il britannico John Smith era a caccia di tigri, scoprì un passaggio segreto che conduceva a uno dei templi. Lo testimonia una scritta - che oggi definiremmo uno scempio - su una parete che lo stesso Smith lasciò, incidendo la data della sua scoperta. 

La scoperta, però, non venne resa nota subito. E le grotte rimasero un segreto per molti anni ancora...


L’esistenza delle grotte si seppe molto tempo dopo, quando furono liberate dalla vegetazione e dai tanti animali che vi vivevano da secoli. 
Iniziarono ad arrivare così i primi turisti, prima indiani e poi europei. 

Gli esperti hanno datato le grotte al secondo secolo avanti Cristo. La loro funzione sembra fosse religiosa.
 Le grotte, con i numerosi templi e altari, venivano usate per pregare. 

Molta influenza Romana si può notare nelle lunghe colonnate e nelle arcate visibili all’interno delle caverne


La roccia era stata incisa con utensili rudimentali o addirittura a mani nude.
 Le prime grotte furono scavate durante l’impero Sātavāhana, che risale al 230 a.C.. 

Quasi tutte le superfici, tranne i pavimenti, sono interamente ricoperte da dipinti. 
Naturalmente hanno perso molto del loro smalto iniziale, ma si stanno facendo sforzi per restaurarle e portarle al loro antico splendore.
 Sulle pareti sono stati scritti dei poemi, se ne contano ben 547, che raccontano la storia delle vite precedenti del Buddha. 
Per poter scrivere, le pareti furono dapprima rivestite di gesso e, prima che questo asciugasse, l’artista ha dipinto sopra così che diventasse parte della superficie. Questa tecnica ha fatto sì che le scritte durassero oltre duemila anni


La Grotta Uno ha una delle migliori sculture sulla facciata, con figure in rilievo. 
Ha un cortile con celle fronteggiate da vestiboli su ogni lato. C'è anche una veranda con celle alle estremità. 
Dodici pilastri formano un colonnato quadrato che sostiene il soffitto, creando navate spaziose lungo le mura


La Grotta Due, adiacente alla prima, è nota per i dipinti ben conservati sulle mura, il soffitto e le colonne. 
Somiglia molto alla prima grotta, ma è in un migliore stato di conservazione.
 Sulla facciata ha una veranda con diverse sculture. 
La veranda è composta da celle sorrette da vestiboli colonnati a entrambe le estremità. 

Le celle erano necessarie per sopperire alla grande richiesta di abitazioni degli anni seguenti






Nessuno sa perché a un certo momento della storia le grotte furono abbandonate.
 Il mistero non è ancora stato svelato. Ma la meraviglia negli occhi dei visitatori che entrano per la prima volta nelle grotte di Ajanta è già un bel traguardo.


Dal 1983 le grotte di Ajanta sono un Patrimonio dell'umanità dell'Unesco

 Fonte: siviaggia.it

giovedì 31 ottobre 2019

L’affascinante storia del colore bianco degli abiti da sposa


I matrimoni contemporanei sono spesso un simbolo di amore tra la sposa e lo sposo, ma durante la maggior parte della storia le unioni erano spesso un affare fra due famiglie.

 Gli abiti da sposa costituivano una vetrina dello status sociale della famiglia della sposa, che andava presentata sotto la migliore luce per attestare il livello economico delle famiglie coinvolte.
 L’abito, in realtà, altro non era che il miglior vestito da cerimonia che aveva a disposizione la ragazza, anche se era di colore scuro, diverso dall’abito da sposa bianco che va tanto di moda durante la nostra epoca.

 Durante lunghi periodi storici infatti molte donne nel giorno delle nozze indossavano un abito nero, naturalmente non un abito da sposa corto in pizzo ma lunghi e coprenti vestiti in grado di nascondere ogni parte del corpo.
 In genere si tendeva a evitare soltanto alcuni colori, fra cui il verde che veniva considerato “sfortunato”, mentre il blu era uno di quelli più in voga perché rappresentava purezza, pietà e attaccamento alla Vergine Maria.
 Oltre alle ragioni più spirituali, il blu aveva il pregevole vantaggio di nascondere perfettamente le macchie e le imperfezioni, e poteva essere indossato più volte senza essere lavato. 

 Nonostante ci siano diversi esempi di spose vestite in bianco a partire già dal 1406, quindi ancora in epoca medievale, la svolta per l’abito cangiante fu il matrimonio del 1840 della Regina Vittoria con suo Cugino Alberto, che decretò l’inizio di una tradizione che dura a tutt’oggi.


Il suo magnifico abito bianco ispirò migliaia di spose, che si vestirono di bianco imitando la monarca inglese.

 Un decennio più tardi il Godey’s Lady’s Book, una delle prime riviste femminili negli Stati Uniti, dichiarò il bianco come la tonalità più adatta all’abito da sposa.

 Da metà ‘800 in poi le spose sono state vestite con abiti bianchi realizzate con le migliori qualità di tessuto. 
Il bianco però era un colore duro da ottenere e difficile da conservare, e solo le donne delle classi sociali più abbienti potevano permettersi un tale lusso.

 L’abito bianco subì una forte frenata durante la Grande Depressione, quando un’economia più instabile spinse moltissimi a scegliere un abito che avrebbe potuto esser riutilizzato più volte. Passata la Grande Depressione e poi la Seconda Guerra Mondiale, il bianco tornò in voga, e divenne popolarissimo in seguito al matrimonio di Grace Kelly con il Principe Ranieri di Monaco, nel 1956.


Il bianco non è un colore universale, e le spose asiatiche indossano spesso un colore rosso o bianco-rosso perché auspica una buona sorte alla coppia. 

Nei matrimoni in Giappone gli abiti vengono cambiati spesso dalla sposa, e sono tutti colorati.



Fonte: vanillamagazine.it

mercoledì 30 ottobre 2019

Scoperti tunnel segreti dei templari sotto la città israeliana di Acri. Forse c’è anche un tesoro


Una spedizione di archeologi guidata dall'esploratore Albert Lin della National Geographic ha scoperto sotto la città portuale di Acri, in Israele, una fitta rete di tunnel segreti utilizzata dai cavalieri templari al tempo della Terza Crociata o Crociata dei re (1189 – 1192). 
Alcuni di questi tunnel sono già noti da molto tempo, ma quelli appena individuati sono sepolti e non sono mai stati esplorati dagli studiosi.

 Lin e colleghi hanno rilevato anche una casa di guardia e i resti di una torre ad essa associata.
 Forse si tratta della famosa torre del tesoro, dove i membri dell'ordine religioso cavalleresco trasferivano oro dal porto, proprio passando attraverso i tunnel segreti. 

 Per scoprire questa meraviglia archeologica, sepolta sotto metri di terra e roccia, il dottor Lin e colleghi si sono avvalsi della più moderna tecnologia applicata alle scienze. Nello specifico hanno sfruttato la LiDAR, acronimo di Laser Imaging Detection and Ranging, una tecnica di telerilevamento che attraverso impulsi laser permette di scrutare sotto la superficie senza dover scavare.


Il famoso ordine dei cavalieri templari (Pauperes commilitones Christi templique Salomonis) si stabilì nella città di Acri – conosciuta anche come Tolemaide – per un centinaio di anni; vi arrivò attorno al 1.190 dopo Cristo, in seguito alla sconfitta del loro centro di comando a Gerusalemme per mano dei soldati guidati da Saladino.

 Il nuovo quartier generale dell’ordine religioso, nato dopo la Prima Crociata per proteggere i pellegrini europei in visita alla Terra Santa, fu costruito proprio ad Acri. 
Qui i cavalieri rimasero fino al 1291, quando furono costretti a trasferirsi a Limassol sull’isola di Cipro. 

 Oltre al quartier generale, si ritiene che sotto la città di Acri vi fosse anche la torre con il leggendario tesoro dei templari; potrebbe essere proprio quella rilevata dalla tecnologia LiDAR, utilizzata per non compromettere l’integrità dei monumenti storici della città israeliana. 

Al momento non sono ancora previsti scavi per accedere ai tunnel e alle altre costruzioni sotterranee individuate, ma è possibile che una spedizione venga organizzata in futuro.
 Gli scienziati guidati dal dottor Lin hanno utilizzato i dati laser per ricostruire al computer in 3D la fitta rete di tunnel dei templari. I dettagli di questa affascinante scoperta sono stati rilasciati durante una puntata della serie di documentari “Lost Cities” della National Geographic. 

 Fonte: scienze.fanpage.it

lunedì 28 ottobre 2019

Podostroma cornu-damae, il corallo mortale


Corallo di fuoco avvelenato è il nome comune di un fungo mortale (il Podostroma cornu-damae) che di corallo ha solo l'aspetto.

 Già noto agli esperti, fa notizia il luogo del suo ultimo ritrovamento: una foresta pluviale appena fuori Cairns, cittadina australiana, a migliaia di chilometri cioè dalle montagne di Corea e Giappone che si riteneva fossero il suo habitat naturale.
 La scoperta, ad opera di un appassionato, conferma definitivamente che il P. cornu-damae non è endemico di Corea e Giappone, ma può crescere naturalmente anche altrove.


Matt Barrett, micologo della James Cook University (Australia), spiega che questa specie di fungo può causare una "orribile varietà di sintomi" se ingerito, inclusi vomito, diarrea e febbre.
 La morte sopraggiunge rapidamente a seguito del collasso degli organi interni e dei danni cerebrali.


 Descritto per la prima volta nel 1895, sono noti numerosi decessi in Corea e Giappone - perché può essere scambiato per un fungo utilizzato nella medicina tradizionale. 

 Oltre a essere mortale se ingerito, il P. cornu-damae è tossico al solo contatto: le tossine assorbite attraverso la pelle provocano dermatiti e reazioni allergiche. «La maggior parte dei funghi, anche l'amanita falloide, possono essere maneggiati senza rischi.
 Il corallo di fuoco avvelenato no, non deve essere neppure sfiorato», afferma Barrett. 

Prima di questo avvistamento, il fungo era stato segnalato a Giava (Indonesia) e in Papua Nuova Guinea. 

 Fonte: www.focus.it
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