mercoledì 8 agosto 2018

Il mistero degli abiti al mercurio di due mummie Inca


Tra i 500 e i 600 anni fa, due ragazze di 9 e 18 anni affrontarono il loro ultimo viaggio: una scarpinata di quasi 1.200 km dalla capitale Inca Cusco, nell'attuale Perù, fino al sito di Cerro Esmeralda ad Iquique, Cile. 
Una volta giunte alla meta finirono vittime di un sacrificio rituale, furono mummificate e infine sepolte con un ricco corredo: figurine metalliche, gioielli in argento, conchiglie e vesti di un colore rosso sgargiante.


La storia delle due mummie del 1399-1475 d. C. è nota dal 1976, anno del loro ritrovamento. 
Ora però un articolo pubblicato sulla rivista Archaeometry fa emergere un dettaglio inquietante sui loro abiti: il colore rosso proveniva dal cinabro o solfuro di mercurio, un minerale tossico di origine vulcanica conosciuto presso altre antiche civiltà, ma mai finora attestato nelle antiche sepolture del Cile.

 Le analisi chimiche degli abiti sono state condotte dagli archeologi dell'Università di Tarapacá, in Cile, che si sono interrogati sul motivo di questa scelta.
 Per il colore rosso, i popoli delle Ande ricorrevano all'ematite, un ossido di ferro non tossico, largamente usato nell'abbigliamento e nel trucco.
 Il cinabro era utilizzato a scopo rituale nell'antica Roma, e presso civiltà del passato di Cina, Spagna, Etiopia. Ma in questo luogo del Cile settentrionale l'impiego del minerale, soltanto sulle vesti e non sul corpo delle bambine, suona come un dettaglio del tutto esotico.

 A che cosa serviva? 
 Forse l'obiettivo era evidenziare l'elevata estrazione sociale delle vittime. 
Le ragazze furono immolate in una capacocha, una cerimonia sacrificale che marcava gli avvenimenti più importanti per il popolo Inca, legati alla vita dell'imperatore, o che aveva lo scopo di scongiurare disastri naturali. 

Da quelle parti, l'unica fonte naturale di cinabro è la miniera di Huancavelica, nel Perù centrale, molto lontano dal sito di sepoltura. Per tingere quelle vesti, fu dunque necessario un lungo viaggio, un fatto che fa pensare che le vittime fossero di alto rango, e che il rituale fosse stato preparato con estrema cura. 

 Un'altra possibilità è che la sostanza tossica servisse ad allontanare i ladri di tombe, attratti dal colore vivace delle vesti, e facilmente "avvelenabili". 
Lo stesso rischio, mettono in guardia gli autori dello studio, potrebbe interessare gli archeologi odierni, che faranno bene ad attrezzarsi per non rimetterci le penne.
 L'esposizione al mercurio, infatti, può causare problemi muscolari, al sistema nervoso e al tratto gastrointestinale, ma può persino a risultare, in alcuni casi, letale.

 Fonte: .focus.it

L'elmo di Milziade, l'eroe di Maratona


Ad osservarlo oggi nel museo di Olimpia, in Grecia, difficilmente potremmo immaginare gli eventi epocali di cui è stato testimone; eppure essi sembrano trasparire ugualmente dall'aurea minacciosa che esso emana. 
L'elmo di Milziade ci parla, infatti, della battaglia di Maratona, una storia che non tutti conoscono e che vale la pena di essere ricordata, perché senza di essa l'Occidente e noi stessi saremmo "altro" da quello che conosciamo.


Siamo nel 490 a.C. a Maratona, in Grecia, dove la prima guerra persiana è destinata a concludersi, ma i suoi protagonisti ancora non lo sanno.

 Il conflitto era stato scatenato dal re di Persia Dario I, con due obiettivi: innanzitutto, punire Atene ed Eretria per il loro precedente appoggio alla rivolta delle poleis ioniche; e al tempo stesso, estendere il dominio persiano in Europa e rafforzare la frontiera occidentale del suo vasto impero.

 Inizialmente il potente impero persiano aveva avuto la meglio nello scontro, ottenendo l'obbedienza di quasi tutte le città elleniche, ad eccezione di Atene e Sparta. 
Fu così che Dario lanciò la seconda temibile offensiva, che avrebbe dovuto schiacciare una volta per tutte l'opposizione. Ma, arrivati nella piana di Maratona, dove avrebbe avuto luogo l'ultimo scontro diretto, le cose andarono diversamente da quanto aveva progettato.


La schiacciante superiorità numerica dell'armata persiana, con i suoi 25.000 uomini, non riusci ad imporsi sui 12.000 soldati dell'esercito ateniese. 
Questi avevano dalla loro strategia, tattica ed equipaggiamento migliori; e soprattutto, il loro comandante: Milziade.

 Il generale ateniese irrobustì le ali per contrastare la cavalleria avversaria, assottigliò il centro, e coraggiosamente lanciò l'attacco, puntando tutto su sorpresa e paura.
 La coralità del modo di combattere ateniese si impose su quello individuale persiano, e l'armatura integrale fu di estremo aiuto; il centro indietreggiò ma non cedette e le ali, come una morsa, si chiusero a tenaglia sui persiani. 

La brillante strategia di Milziade ebbe uno strepitoso successo. 
 Ma non fu tutto.
 I Persiani, reimbarcatisi, puntarono su Atene, per sorprenderla indifesa; Milziade, però, intuendo il piano, fece dietrofront, arrivando prima - anche se il primo fu il mitico soldato ateniese Fidippide che percorse i 42 km tra Maratona ed Atene, ispirando la moderna disciplina olimpica.


La vittoria ateniese sull'impero persiano fu talmente inaspettata e grandiosa che Milziade vi lesse l'intervento divino; e per ringraziare le divinità, donò il suo elmo al Tempio di Zeus a Olimpia, dopo avervi fatto incidere le parole "Milziade lo dedicò a Zeus". 
 E, a distanza di 2.500 anni, l'elmo di Milziade, pressoché intatto, continua a raccontarci della grandezza di un comandante e del coraggio del suo esercito, che cambiarono il corso della storia.

 Fonte: curioctopus

lunedì 6 agosto 2018

White Sands National Monument, l'infinita distesa di dune di gesso


Il White Sands National Monument si trova nel sud-ovest degli Stati Uniti, nella parte più a nord del deserto di Chihuahua, nel Nuovo Messico. 
Si tratta del deserto di gesso più grande al mondo, si estende per ben 700 chilometri quadrati all’interno del Bacino di Tularosa, un’arida e rocciosa depressione a 1.291 metri di altitudine.


Questo bianchissimo e scintillante deserto, con la sua immensa distesa di candide dune, offre uno degli spettacoli più rari e surreali del nostro pianeta. 

È molto difficile trovare il gesso in forma solida poiché con l’acqua si scioglie, ma in questa particolare area la pioggia che cade resta intrappolata nel bacino e il solfato di calcio idrato depositato non scorre via, si asciuga e si cristallizza sotto forma di sabbia. 
In seguito, la forte e continua erosione dei venti ha creato le dune che oggi possiamo ammirare; splendide e candide alture che possono raggiungere i 20 metri di altezza, fino a spostarsi anche di 30 metri in un anno.


Il parco è aperto tutto l’anno e si può attraversare percorrendo la Dunes Drive, una strada asfaltata di circa 18 km che permette di toccare ogni singolo angolo di questo incredibile paesaggio lunare. 

Lungo il percorso si trovano aree adibite per il picnic, stazioni per prendere il sole o usare lo slittino per scivolare tra le dune sabbiose. In estate le temperature raggiungono i 40°, è quindi necessario essere ben idratati e attrezzati con occhiali, cappello e creme solari.




Il White Sands è parte del White Sands Missile Range, un’area militare ancora oggi sottoposta a test con nuove armi e tecnologie spaziali. 
Va ricordato che proprio qui, nel 1945 fu fatta esplodere la prima bomba atomica della storia. 

Per questo motivo, durante particolari orari, alcune zone del deserto potrebbero non essere accessibili, tuttavia basterà informarsi in anticipo presso il punto turistico situato all’ingresso del parco. 

 Fonte: mybestplace

giovedì 26 luglio 2018

La leggenda del raggio verde di Forio, Ischia


Un raggio verde si innalza in cielo di Ischia. Sembra quasi uno scherzo fatto dalla vista ma in realtà si è davvero molto fortunati.

 Si tratta di un rarissimo fenomeno atmosferico che ha luogo in pochi posti del mondo.
 Tra questi Ischia, e in particolare Forio dove proprio nei giorni scorsi lo splendido fascio di luce di colore verde è stato ammirato per pochi secondi. 

 Tra leggenda e realtà, il raggio verde affascina da secoli poeti e artisti. 
Una meraviglia nascosta, visibile solo in presenza di determinate condizioni. 
Una manciata di istanti, circa 3-4 secondi in tutto, attesi da migliaia di abitanti e visitatori. 

Fortunatissimo il fotografo Andrej Nikolaevich (di cui potete ammirare la foto in copertina) che anche grazie alla sua bravura è riuscito a immortalare questo leggendario raggio verde, come spiega Pasquale Raicaldo su Repubblica.

 Cos'è il raggio verde

 Si tratta di un bagliore di colore verde smeraldo che si osserva dopo che il sole sorge o tramonta e dipende dalla rifrazione della luce nell'aria.
 È visibile solo quando il cielo è molto limpido e non c'è foschia. 

Cosa accade dal punto di vista scientifico? 
In prossimità dell'orizzonte, i raggi solari devono attraversare uno strato più spesso di atmosfera, che causa una maggiore rifrazione. Vengono però rifratte ossia piegate di più le componenti della luce di colore verde e blu caratterizzate da una lunghezza d'onda minore. A questo punto si verifica uno sfasamento delle varie componenti colorate della luce del sole che non apparirà più come un disco unico ma appunto come una serie di dischi leggermente sfasati tra loro.
 Al tramonto, quindi a scomparire per primo, a causa di una maggiore lunghezza d'onda è il rosso, poi il giallo, e infine il verde. "Lo determinano solo precise condizioni climatiche: il momento buono, per intenderci, è quando da Forio si staglia la sagoma affilata di Ventotene: allora l' atmosfera è abbastanza limpida da scomporre i colori dello spettro", racconta il sindaco di Forìo, Franco Regine.


Fin dall'antichità varie popolazioni, tra cui caldei, babilonesi ed egizi, notarono il fenomeno senza riuscire a spiegarne l'origine. Jules Verne vi si ispirò in un suo romanzo (Il raggio verde, 1882) mentre Éric Rohmer ne fece un film (Il raggio verde, 1986). 

Secondo una leggenda scozzese, chi riesce a osservarlo potrà guardare con chiarezza nel suo cuore e in quello degli altri. Secondo gli isolani, vederlo è di buon auspicio.


A Forio è osservabile dalla terrazza della Chiesa del Soccorso guardando in direzione dell’Isola di Ventotene. 
Prerogativa che questa località divide con pochi luoghi: Madagascar, Caraibi.

 Francesca Mancuso

Golden Bridge, l’incredibile ponte sorretto dalle mani


È il Golden Bridge (in vietnamita, Cau Vang) che è stato costruito lungo la Catena Annamita, una catena montuosa lunga più di mille chilometri e che attraversa il Laos, la Cambogia e il Vietnam. 

Questa originalissima struttura dorata spunta tra gli alberi del giardino Thien Thai sulle colline di Ba Na, a Ovest della città di Da Nang, lungo la costa. Lo si raggiunge grazie a una funivia inaugurata nel 2013 che, con i suoi 5.801 metri di lunghezza, detiene il Guinness dei primati come funivia non-stop a cavo unico più lunga del mondo.

 Realizzato a più di 1.400 metri sul livello del mare, il ponte è lungo 150 metri ed è fatto di otto campate. 
Nonostante sia nuovo, le mani di pietra che sembrano sorreggerlo sono state volontariamente invecchiate come se fossero lì da secoli.



Lungo tutto il ponte sono stati piantati splendidi fiori di Lobelia dal colore violaceo che ai visitatori danno l’impressione di attraversare il paradiso.


Le colline di Ba Na erano un tempo una frequentatissima località di vacanza, fondata dai coloni francesi nel 1919, con tante ville oggi semi distrutte. 
Negli ultimi anni le autorità locali hanno cercato di dare nuova vita a questa destinazione, ricostruendo un villaggio in stile francese e un parco dei divertimenti.
 E ora anche uno splendido e panoramico ponte dove sembra di camminare tra le nuvole.

Fonte: siviaggia.it

mercoledì 18 luglio 2018

Australia, un fenomeno incredibile che avviene una volta ogni 50 anni


A 700 chilometri a Nord di Adelaide, in Australia, c’è una straordinaria oasi incastonata nei panorami aspri dell’outback. 
È il lago Eyre che solo rarissimamente regala uno spettacolo naturale incredibile. 
 Si tratta dell’evento dell’afflusso delle acque alluvionali che “ripopolano” il bacino asciutto del lago, uno spettacolo a cui pochi hanno il privilegio di assistere nel corso della loro esistenza.
 Ma è anche, paradossalmente, l’attrazione che ha dato nuovo impulso al turismo – e quindi all’economia – di questa zona. 


L’evento eccezionale si è ripetuto lo scorso giugno. 
L’afflusso delle acque ha rinvigorito le comunità locali nel corso del suo viaggio di quasi mille chilometri dal Nord del Queensland verso la destinazione finale.

 Il lago Eyre, lungo 144 km e largo 77, è formato da due laghi collegati da un canale. È il più grande lago salato d’Australia, ma raramente è pieno d’acqua.
 Infatti, la regione in cui si trova è la più secca della nazione, oltre a essere il punto geografico più basso del continente. 

 I tradizionali “proprietari” del lago Eyre, gli Arabana, vivono in questo bacino da migliaia di anni. Ancora oggi, il loro lago continua a essere un importante sito culturale per i popoli aborigeni.

 Il livello delle acque del lago dipende principalmente dal monsone stagionale e dalla quantità di pioggia che cade nel bacino idrico del lago nel Queensland e nello Stato del Northern Territory.


La forza del monsone tropicale determina se l’acqua sarà in grado di raggiungere il lago e la quantità d’acqua effettiva che esso riceverà. 
L’acqua proveniente dal bacino idrico ne copre la superficie circa una volta ogni otto anni, e si è riempito fino al massimo della capacità solo tre volte negli ultimi 160 anni. 
 Le esondazioni creano uno spettacolo naturale stupefacente. 
L’aria si riempie dei suoni di migliaia di uccelli acquatici che si radunano nella zona.
 Il paesaggio, solitamente spoglio, prende vita con i colori vivaci dei fiori selvatici che spuntano improvvisamente e con il verde brillante delle foglie.


I diversi livelli di acqua salata sono visibili come canali di correnti vorticose che si estendono a perdita d’occhio. 
 Il lago Eyre si trasforma quindi in una grande quantità d’acqua nel mezzo del nulla, e il riflesso del nulla sull’acqua fa pensare a un mondo capovolto.



Fonte siviaggia.it

lunedì 16 luglio 2018

Geco: curiosità, simbologia e perché porta fortuna


Il geco è il cugino lontano della lucertola ed è famoso per i suoi bellissimi colori e perché è in grado di mimetizzarsi con l’ambiente che lo circonda. 

Al contrario dei falsi miti che lo circondando, non è velenoso e non fa male alle donne incinte, anzi: è un ottimo predatore di zanzare!

 I Gekkonidae sono una famiglia di rettili di modeste dimensioni, noi li conosciamo come gechi dai colori che vanno dal maculato fino al grigio e al giallo.
 Sono animali che vivono in ambienti temperati e in tutto il mondo, vediamo assieme qualche curiosità, simbologia, perché si dice che il geco porti fortuna (e perché non cacciarlo se lo troviamo in casa).


Il geco è un animale che ha sempre affascinato tutti, difficilmente qualcuno prova paura nel vederne uno, perché il suo aspetto è curioso. 

Forse non tutti sanno che riescono ad attaccarsi e staccarsi in qualsiasi superficie senza la necessità di usare secrezioni adesive. Per questo riusciamo a vederli sulle pareti, nel soffitto, su una minuscola foglia e via dicendo.
 Dove sta il segreto? 
Nella forza di Van der Waals, dal nome dello scienziato tedesco che l’ha identificata per primo.
 In pratica è un’attrazione che si verifica tra le molecole, il geco ha dei minuscoli peli nelle zampe. 
Una singola zampa può sostenere un peso pari a 20 volte quello del geco.
 I peli sono in tutto 2milioni, immaginate quindi perché possono zampettare facilmente da un soffitto all’altro.


Questi rettili possono resistere a una forza di trazione pari al peso di circa 2 kg il che consente loro di aggrapparsi a una foglia dopo una caduta toccandola con una sola zampa. 

 Un’altra curiosità è che sono gli unici rettili a emettere un verso che non è il comune sibilo. 

Infine alcune specie si generano per partenogenesi, ovvero le femmine sono capaci di riprodursi senza accoppiarsi con il maschio.

 Ancora, grazie ad un processo di autotomia, mediante la contrazione di muscoli appositi, il geco è in grado di amputarsi volontariamente la coda. 
Questo processo gli ritorna utile per distrarre i predatori e quindi liberarsi di loro senza correre il rischio di essere mangiato. 
La coda successivamente ricresce velocemente e della stessa lunghezza.


Secondo la tradizione degli indigeni australiani e neozelandesi il geco rappresenta il valore dell’adattabilità, perché è un animale che sopravvive alle difficoltà, come si suol dire si adatta ad ogni situazione. 
 E’ un rettile tenace e tranquillo a cui gli aborigeni polinesiani attribuiscono poteri soprannaturali e lo guardano con un senso di timore e reverenza.
 Esattamente come le tartarughe, i gechi sono considerati animali che fanno da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, silenziose sentinelle del passato.

 Nelle Filippine e in Thailandia, dove vive il geco Tokai si narra che se alla nascita di un bambino viene udito il canto del Tokai il nascituro avrà una vita lunga e felice. 
La simbologia del geco è sempre una simbologia dalla carica positiva, qualsiasi sia il tipo di cultura presa in considerazione, anche se una antica credenza popolare vuole che se si vede un geco ridere allora è un presagio di malattia o di sfortuna.


Avere un geco in casa è considerato di buon auspicio in molti paesi. La nomea di portafortuna probabilmente affonda le sue radici nel fatto che questi animaletti discreti e silenziosi provvedono a ripulire la casa da tutti quegli insetti fastidiosi come le zanzare e le mosche spesso difficili da scacciare.
 Un esemplare adulto è in grado di mangiare fino a 2mila zanzare in una notte, quindi è sbagliato cercare di eliminare questi splendidi ed utili animali.


Il geco è purtroppo vittima di tanti falsi miti da sfatare. 
Eccone alcuni: si narra che nel caso in cui un geco cammini sulla pancia di una donna incinta ne causi l'aborto o se cammini su di una parte scoperta del corpo, come una mano, ne causi la necrosi quasi immediata.
 Pare anche che in alcune zone questi piccoli rettili siano considerati velenosi, cosa assolutamente non vera. 
In molte zone di Italia c'è anche la credenza che i gechi siano portatori di sfortuna e che vadano quindi uccisi o almeno allontanati dalla propria casa.
 Come dicevamo tutti falsi miti che non trovano alcun fondamento. Il geco in casa è un prezioso alleato perché predatore di zanzare, mosche, falene e moscerini e quindi non andrebbe mai cacciato a maggior ragione perché si dice che porti fortuna.



Dominella Trunfio

venerdì 13 luglio 2018

La Piana delle Giare, uno dei grandi misteri archeologici


La Piana delle Giare si trova nell’altopiano di Xiangkhoang, in una delle zone più misteriose e antiche del Laos nord-orientale.
 Si tratta di un territorio che si estende per centinaia di chilometri quadrati, formato da oltre 90 siti archeologici su cui sono disseminate migliaia di giare di pietra dalle origini ancora sconosciute.


Le dimensioni di questi recipienti, realizzati con pietre non provenienti dalla regione, variano tra uno ai due metri di altezza e hanno un peso oscillante tra i 600 kg e la tonnellata. 
La più grande, chiamata “King”, è alta quasi 3 metri e pesa ben 6 tonnellate. 

Gli studiosi fanno risalire la loro origine all’Età del Ferro del Sud-est asiatico, in altre parole al periodo compreso tra il 500 a.C. e il 200 d.C.
 Tuttavia, resta avvolto dal mistero la civiltà che le realizzò.


Le giare sono state scolpite in diversi tipi di roccia, come l’arenaria, il granito e la pietra calcarea.

 Anche se la maggior parte dei vasi in arenaria è stata realizzata con una tecnica molto avanzata e perfettamente compatibile con le conoscenze dell’età del ferro, rimane l’enigma della lavorazione del granito, un materiale noto per la sua caratteristica durezza e assolutamente impossibile da modellare con uno scalpello di ferro


Madeline Colani, l’archeologa francese che realizzò i primi scavi, ipotizzò che le giare non servissero da contenitori per alimenti o liquidi ma bensì da urne funerarie.
 L’ipotesi fu avvalorata dalla successiva scoperta di numerose camere funerarie sotterranee ritrovate in prossimità delle giare stesse, che si pensa funzionassero da forno crematorio. 

Un’altra spiegazione possibile è che le giare servissero per raccogliere l’acqua piovana per dissetare le carovane di viaggiatori lungo il loro cammino. 

 Secondo le leggende tramandate dalle popolazioni del Laos, le giare appartenevano al re Khun Cheung, un gigante che regnava sulla zona.
 Per festeggiare degnamente la vittoria contro il suo nemico Khun Cheung, avrebbe ordinato la creazione di questi recipienti per produrre enormi quantità di “lau hai”, un tipo di bevanda alcolica ricavato dal riso.


Oggi, i siti della Piana delle Giare aperti al pubblico non sono molti. 
Si tratta di una zona che ha subito molte guerre, un territorio in cui si nascondono ancora bombe inesplose, lanciate dagli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam. 
Dei 90 siti presenti, ne sono stati bonificati soltanto sette e solo 3 sono accessibili ai turisti.
 I tre siti visitabili sono chiamati: Sito 1, Sito 2 e Sito 3.
 Di questi, il più interessante è sicuramente il Sito 1 (Thong Hai Hin), in quanto, oltre ad essere il più grande è anche quello che contiene il maggior numero di giare. 

 Fonte: mybestplace

martedì 10 luglio 2018

Nepal, scoprire il più piccolo parco nazionale


Il Nepal, piccola striscia di terra i cui territori spaziano dalla pianura del Gange alla catena montuosa dell’Himalaya, è una realtà ricca di storia, cultura, spiritualità a cui si aggiunge una natura che lascia senza fiato.

 Una delle destinazioni meno conosciute è il Lago Rara, nonostante sia il più grande del paese.
 Si trova all’interno del Rara Lake National Park, celebre per essere il più piccolo parco nazionale nepalese, ad un’altezza che tocca quasi i 3000 metri.

 Per raggiungerlo, una volta atterrati nel piccolo aeroporto di Talcha, bisogna prevedere qualche ora a piedi. 
Ne vale comunque la pena, perché quello che si para dinnanzi agli occhi è una meravigliosa oasi di biodiversità eccezionale, praticamente semisconosciuta, dove trovano rifugio anche specie a rischio quali il panda rosso, l’orso nero dell’Himalaya, il leopardo.






Il lago è un luogo ideale dove trascorrere momenti piacevoli di relax remando nelle chiare acque blu-cristallino. Ma anche camminando sulle colline circostanti alla ricerca di spettacolari punti di osservazione dove lo splendore della natura, le foreste di pini, abeti e ginepri e le cime innevate fanno da sfondo. 

Il parco è circondato da una vegetazione di conifere alpine e offre un campione rappresentativo della flora e della fauna della regione. Più di 500 diversi tipi di fiori, 20 diverse specie di mammiferi e 214 specie di uccelli possono essere osservati all’interno del Parco Nazionale di Rara. 
Notevole è anche la varietà di uccelli come la folaga, lo svasso maggiore, lo svasso dal collo nero, il moriglione rosso crestato, il germano reale, l’alzavola comune, il mergo e i gabbiani.
 Gli uccelli acquatici migranti e gli uccelli gallinacei possono anche essere visti durante le diverse stagioni.


La profondità delle acque del lago si aggira intorno ai 167 metri, mentre la larghezza arriva a 5,1 chilometri e la larghezza a 2,7. 

Per poter avere una visuale perfetta il luogo giusto è la collina di Chuchemara, a quota 4.087: senza dubbio si tratta del miglior punto di osservazione per godere delle magnifiche viste sul profondo lago blu, sulle colline boscose e sulle cime innevate che lo circondano. 

Dato lo splendore incontaminato che regala la natura il trekking in Nepal che conduce attraverso la campagna remota verso il confine tibetano e tocca la regione di Jumla e il bellissimo lago di Rara è, con tutta probabilità, uno dei più gratificanti ed affascinanti di tutta la catena himalayana. 

 Fonte: lastampa.it

venerdì 6 luglio 2018

Grotta Zinzulusa: un gioiello tra i gioielli del Salento


Un maestoso ingresso scavato nella parete di roccia a picco sul mare di Castro Marina dà il benvenuto alla Grotta Zinzulusa, uno dei maggiori fenomeni carsici del Salento.
 Così soprannominata dalla fantasia popolare, la grotta vede al suo interno numerose stalattiti e stalagmiti.
 Esse somigliano a stracci di un abito logoro, chiamati appunto “zinzuli” in dialetto salentino, dai quali la grotta prende il nome.


La Grotta della Zinzulusa si suddivide in diverse parti.
 Superato l’ingresso, si accede a una galleria carsica che entra nel ventre della terra per un centinaio di metri.
 Progressivamente essa riduce la propria sezione, fino a raggiungere il cosiddetto “duomo”, ovvero il salone terminale del tratto emerso, quello prettamente turistico. 
Da questo punto in poi, infatti, un abbassamento di quota porta alla parte sommersa della grotta, il Cocito. 
Al suo interno sono stati trovati dei fossili viventi unici al mondo, tra i quali spugne ipogee Higghinsia ciccaresi e grosse stalagmiti sul pavimento.
 Queste ultime sono indice di un lungo periodo di emersione di tali ambienti.






La grotta dunque è idealmente divisibile nelle tre zone di ingresso, cripta e fondo. 

Essa è invasa da acque sia marine che dolci sorgive, molto limpide e piuttosto fredde.
 Rappresenta un luogo particolarmente interessante dal punto di vista faunistico per la presenza di poriferi, organismi di solito non adatti ad ambienti isolati. 
In generale la grotta ospita una inusuale diversità biologica, con anche differenti specie endemiche.

 La Grotta della Zinzulusa venne scoperta dal vescovo di Castro, Antonio Francesco del Duca, nel 1793. 
Tuttavia, i primi studi iniziarono solo centocinquant’anni dopo, nel 1950.
 Alcuni studiosi salentini, in particolare, si cimentano poi nella scoperta e nello studio della Grotta Zinzulusa. 
Tra di essi si ricordano il Brocchi, il Botti e infine uno dei più insigni studiosi sul Salento, il De Giorgi.


L’interesse suscitato dalla Grotta Zinzulusa non si limita solo all’aspetto biologico.
 Al suo interno, infatti, sono stati rinvenuti anche numerosi resti di manufatti.
 Essi sembrano risalire al Neolitico al Paleolitico, fino a giungere all’epoca romana. 

La grotta, che come detto è di natura carsica, si è originata durante il periodo del Pliocene per effetto dell’erosione operata dall’acqua sul sottosuolo calcareo salentino. 
La Zinzulusa, inoltre, presenta molti resti fossili di uccelli, cervi, felini, elefanti, orsi, ippopotami, rinoceronti.ù Essi testimoniano la straordinaria ricchezza e varietà di specie nel Salento antico.

  La grotta venne infine aperta al pubblico nel 1957.
 Ancora oggi, la grotta presenta ulteriori bacini del tutto sommersi, esplorati fino a 250 metri dall’ingresso. 

Il Karst Waters Institute (KWI) ha inserito la grotta nella lista dei 10 sistemi carsici a maggiore rischio per i quali è necessaria una maggiore tutela. 

 Fonte: notizie.it
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