giovedì 31 marzo 2016

Il meraviglioso mondo degli Hunza


La valle dell’Hunza prende il nome dall’omonimo fiume, si trova nel Pakistan del nord, a 2.438 metri di altitudine e si estende per circa 7.900 chilometri quadrati. 
E’ un luogo fantastico, reso quasi magico dai colori delle stagioni che si riflettono sulla valle e su i suoi maestosi rilievi. Ma è conosciuta anche per un’altra caratteristica: i suoi abitanti vivono fino a 110-120 anni, raramente si ammalano e, nonostante il passar del tempo, mantengono un aspetto piuttosto giovane anche ad età avanzata. 
 Sono diversi rispetto alle popolazioni vicine per diversi aspetti: fisicamente gli Hunza somigliano agli europei, parlano una lingua propria – il burushaski – che non somiglia a nessun altro idioma al mondo, e professano il credo ismaelita. 
 Ovviamente ciò che affascina di questo piccolo popolo che vive tra i massicci montagnosi del nord del Pakistan, sono i racconti sulla loro straordinaria capacità di mantenersi giovani e in salute.
 Fanno il bagno in acque gelide anche fino a 15 gradi sotto zero, fanno attività sportive fino a cent’anni, le donne a 40 anni sembrano adolescenti e a 65 sono ancora in grado di dare alla luce figli; in estate mangiano frutta e verdure crude, in inverno albicocche secche, germogli di grano e formaggio di pecora
.







Fu il medico scozzese Robert McCarrison a scoprire, nei lontani anni ’30, la “valle felice”, e registrò che mangiavano pochissime proteine: 1933 calorie diarie, che comprendevano 50 grammi di proteine, 36 grammi di grassi e 365 grammi di carboidrati.

 A distanza di svariati decenni le abitudini alimentari degli Hunza non sembrano cambiate: la carne è quasi assente dalla dieta e si nutrono soprattutto dei cereali da loro più coltivati come frumento, orzo e grano saraceno, di patate e frutta come albicocche e mele, nocciole, eppoi di burro, yogurt e derivati del latte di pecora. 
Per quanto riguarda l’acqua, la loro unica fonte discende dal ghiacciaio Altar. Ma non disdegnano, ogni tanto, un po’ di alcol, bevendo elisir ottenuti dalle more di gelso o dalla distillazione del succo fermentato di albicocche.
 La conclusione è dunque che sia proprio la dieta il fattore principale della longevità di questo popolo. 
Un esempio è dato dalle popolazioni vicine, che vivono alle stesse condizioni climatiche ma non rispettando lo stesso regime alimentare e che hanno una speranza di vita due volte inferiore. 

Non sappiamo dove finisca la realtà e inizi la favola del popolo che non invecchia, nei primati di longevità umana non c’è traccia degli Hunza, ma anche se fosse è una bella favola.

 http://popoffquotidiano.it/

Il fiabesco Parco di Pinocchio


Il Parco di Pinocchio è un parco tematico sulla celebre fiaba "Le avventure di Pinocchio", ideata da Carlo Lorenzini. 
Aperto nel 1956, il parco si trova a Collodi, una frazione del Comune di Pescia in Toscana.


Il Parco di Pinocchio ripercorre attraverso mosaici, sculture in bronzo ed edifici realizzati da artisti come Emilio Greco, Venturino Venturi e Pietro Consagra, tutti gli episodi salienti del libro italiano più amato e conosciuto al mondo.
 Tutte le creazioni artistiche del Parco di Pinocchio sono perfettamente inserite nel paesaggio e attraverso un sentiero è possibile incontrare il Gatto e la Volpe, la Fata turchina, il Pescecane o ancora immergersi nel Paese dei Balocchi.










Gli scenari del libro di Collodi prendono forma creando un parco divertimenti adatto ai bambini ma non solo, ci sono il grande gioco dell’oca a grandezza naturale, il sentiero dei bisbigli con suggestive sensazioni sonore e le giostre d’epoca.


In più, nel Parco di Pinocchio si trova il Museo che ospita costumi, scenografie e mostre d’arte dedicate al celebre burattino.
 I più piccoli rimangono affascinati dal carrozzone di Mangiafuoco, la carrozza della Fata turchina e il teatrino meccanico animato.
 Per i più avventurosi c’è poi un percorso avventura dedicato a bambini fino a 12 anni che ruota intorno alle rive del fiume Pescia: qui si ci si può arrampicare tra ponti tibetani, casette sull’albero e tronchi.

 Il Parco di Pinocchio è gestito dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi, che è anche la proprietaria mentre l'idea originale e la creazione iniziale vengono dal Comitato per un Monumento a Pinocchio, formato negli anni '50 da un gruppo di cittadini locali con il sostegno del Comune di Pescia.

 Oltre alle attività più ludiche all’interno nel Parco di Pinocchio è possibile partecipare a laboratori didattici e spettacoli con cantastorie e burattini; alla Biblioteca virtuale di Pinocchio si possono, invece, scoprire le tante traduzioni delle sue avventure.
 La lettura, l’arte e il gioco si fondono alla perfezione con la fantasia, per questo il parco è tra i più visitati e dalla sua apertura ha raggiunto i 7milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo.
 Il Parco di Pinocchio ha avuto anche il merito di aver fatto conoscere le avventure del burattino proprio a tutti, al di là della letteratura. Infatti, oggi centinaia di scultori, pittori e designer lavorano per arricchire di opere d’arte il parco.

 Fonte: greenme.it

mercoledì 30 marzo 2016

Scoperto in Thailandia un pesce cieco che cammina come un terrestre


In una grotta del nord della Thailandia potrebbe nascondersi una chiave di volta importante per gli studi sull'evoluzione della vita sulla Terra.
 Qui i ricercatori del New Jersey Institute of Technology (NJIT) hanno trovato un pesce che cammina, in modo del tutto simile ai vertebrati terrestri, con i quali ha in comune anche diverse caratteristiche anatomiche.


Il pesce scalatore (Cryptotora thamicola), completamente cieco, si nutre dei microrganismi che vivono sulle pareti delle caverne in cui vive.
 Per raggiungerli sfida la gravità e l'atmosfera, e si arrampica sulle rocce bagnate dall'acqua: una caratteristica non unica al mondo, ma è stato il "passo" dell'animale a lasciare sbalorditi gli scienziati.
 La creatura, lunga circa 5 cm, procede in modo simile alle salamandre, con l'andatura tipica dei primi tetrapodi, i nostri antenati che 375 milioni di anni fa emersero dall'acqua e iniziarono a camminare sulla terraferma.


Di questa transizione, finora studiata soltanto sui fossili, il Cryptotora thamicola potrebbe essere un modello in carne e ossa. Possiede infatti un bacino vero e proprio, connesso alla colonna vertebrale da ossa allungate - una struttura che si pensava avessero soltanto i tetrapodi che camminano, come anfibi o mammiferi.


Questa impalcatura gli permette di contrastare la gravità mentre si arrampica, e consente l'inserzione dei muscoli necessari per muoversi. Il suo studio potrebbe aiutare a capire come i pesci dalle pinne carnose e adatte al movimento, precursori dei tetrapodi, arrivarono sulla terraferma. 

 Fonte: focus.it

martedì 29 marzo 2016

Hanami, la festa dei ciliegi in fiore in Giappone


“Si narra che il colore dei fiori del ciliegio in origine fosse candido ma che, a seguito dell’ordine di un imperatore di far seppellire i samurai caduti in battaglia sotto gli alberi di ciliegio, i petali divennero rosa per aver succhiato il sangue di quei nobili guerrieri. Anche quelli che, tra i samurai secondo il loro codice d’onore, decidevano di suicidarsi, sembra fossero solito farlo proprio sotto gli alberi di ciliegio”.


La primavera Giapponese, è caratterizzata dall’ Hanami la tradizionale festa dei ciliegi in fiore il qual nome deriva da “hana” che significa “i fiori“, “mi”(miru) che significa “vedere” da qui la traduzione letterale “ammirare i fiori“, infatti i giapponese in questo periodo possono godere della bellezza della fioritura dei ciliegi da fiore, i sakura.


Meravigliose vallate in piena fioritura rendono il paesaggio fiabesco, non per niente la festa dell’Hanami ha tradizioni antichissime, anzi millenarie. 
Sono 60 le località famose perle grandi fioriture e nel giro di pochi giorni attirano vere e proprie fiumane di gente che vengono ad ammirare la delicatezza di questi alberi.


Lo spettacolo dei sakura in fiore occupa gran parte della primavera e si può ammirare da inizio aprile (nel sud dell’isola di Honshu) fino a metà maggio (nella settentrionale Hokkaidō).


La festa è anche un’occasione per riunirsi e fare pic nic all’aperto a base di pesce fresco, il famoso sushi, accompagnato da birra giapponese e sakè, da sorseggiare all’ombra degli alberi in fiore. 
E mentre si beve sotto ai ciliegi in fiore la speranza è proprio che un petalo rosa portato dal vento si tuffi nella propria tazza di sakè.


Durante la notte la festa non si arresta, sarebbe un peccato perdere tempo visto che la fioritura dura pochissimo, ma la festa da Hanami diventa Yozakura ovvero “La notte del Ciliegio“. 

Il sakura che viene celebrato non dà frutti, si tratta di un tipo particolare coltivato unicamente per i suoi fiori.

Il ciliegio Sakura è un simbolo importante in Giappone, non solo per il bellissimo fiore, ma anche per quello che rappresenta: una metafora della vita e della sua fugacità. Inoltre, il Sakura è anche il simbolo del Samurai: purezza, lealtà, onestà e coraggio.
 Rimanda all’immagine di una morte ideale, pura, distaccata dalla caducità della vita e dai beni terreni. 
 I Sakura sono fiori immortali, eterni, non appassiscono mai. Solo il vento li stacca dai rami per accompagnarli in giro nei cieli. 
Anche per questo che nella cultura Giapponese i fiori sono considerati molto importanti, con pittori e artisti che ne valorizzano continuamente l’assoluta bellezza ed eleganza. 
Questo fiore poi, rappresenta in particolare la passione per le cose belle e delicate dei giapponesi, famosi per la loro cultura estetica fine e raffinata.

 La città d’origine dei ciliegi giapponesi è Yoshino, le sue colline si colorano di un caldo rosa pallido: la leggenda racconta che gli alberi furono piantati nel VII secolo d.C., nel periodo Nara, dal sacerdote En-no-Ozuno, che si dice avesse scagliato una maledizione contro chiunque osasse abbatterli. 
Comunque sia andata, gli yamazakura sono alla radice di centinaia di ibridi ottenuti in seguito, e sono divenuti la varietà giapponese per eccellenza; l’Imperatrice Jito (645-702) veniva qui per ammirarne la fioritura. 
 Nel VII secolo, in base alla fioritura dei ciliegi si prevedeva il tipo di raccolto, se la fioritura era abbondante, allora faceva prevedere un buon raccolto.
 La tradizione iniziò con l’alta classe feudale, la quale festeggiava sotto gli alberi di ciliegio, con un’abbondanza di cibo e bevande.


Il secolo dopo anche la classe lavoratrice iniziò i tradizionali festeggiamenti.

 In primavera anche la gastronomia giapponese cambia e diventa caratteristica. 
Si possono assaporare il Dango, una specialità a base di farina di riso, oppure del Sakura Mochi, una pasta di fagioli rossi avvolta in una foglia di ciliegio. 

In parte tratto da: eticamente.net

venerdì 25 marzo 2016

La storia di Tavolara, una favola moderna


Era la fine del 1700 quando la famiglia Bertoleoni giunse da Genova all’arcipelago de La Maddalena in cerca di una nuova dimora. 
 Fu Giuseppe Bertoleoni a spingersi oltre nell’esplorazione delle isole a Nord della Sardegna e ad approdare per primo a Tavolara, allora completamente disabitata e selvaggia. 
 L’isola sembrò da subito offrirgli tutto ciò di cui aveva bisogno. 
 Vi si stabilì e qui si dedicò all’allevamento delle “capre dai denti d’oro”, così chiamate per la caratteristica colorazione dorata delle arcate dentarie.
 Capre preziose e particolari, la cui descrizione, interessava i racconti oltremare.


Nel 1836, in occasione di una battuta di caccia, il Re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia giunse nell’isola.
 Qui fu accolto dal maggiore dei figli di Giuseppe, Paolo Bertoleoni.
 A Carlo Alberto, il giovane Paolo si presentò come “Re di Tavolara” offrendo all’ospite, un letto e una tavola per alcuni giorni, presso la sua modesta Corte.
 Al suo rientro a Torino, memore dei racconti del giovane Paolo, il Re di Sardegna ordinò al fedele Generale La Marmora, di fare ritorno a Tavolara per prelevare alcuni esemplari di capre dai denti d’oro.
 Il Generale ne catturò ben quattro, portando con sé anche la fine della pace per gli abitanti dell’isola. 
 Il demanio diede infatti ordine di esproprio, dopo pochissimo tempo, poiché, di fatto, non esisteva nessun documento ufficiale che attestasse la sovranità dei Bertoleoni sull’isola.
 Ma Paolo non si perse d’animo e raggiunse Carlo Alberto a Torino, in cerca di rassicurazioni. 
 Tranquillizzato dallo stesso Re, ottenne dai Savoia il riconoscimento ufficiale al Regno di Tavolara e, tornato vincitore, stabilì sull’isola una vera e propria istituzione regnante.

 Passarono degli anni prima che arrivasse la richiesta di una coppia di capre dai denti d’oro per la tenuta napoletana di Vittorio Emanuele II.
 Fu Paolo in prima persona a catturare le capre e a portarle personalmente a Napoli.
 Rifiutando il compenso per questa sua azione, ricordò al Re Vittorio Emanuele la promessa fatta dal padre e pretese un documento scritto che comprovasse il riconoscimento del Regno.
 Il desiderio venne esaudito e dopo un mese, giunse nell’isola il documento Regio che attestava l’esistenza del regno di Tavolara. 

L’interesse per il nuovo, piccolo Reame, dilagò tra tutti i Regnanti e la Regina Vittoria d’Inghilterra,impartì ordine al suo alto ufficiale di marina, di raggiungere l’isola per fotografare la sconosciuta famiglia regnante Bertoleoni. 
 Un documento storico e significativo, la fotografia che ancora oggi dimora al museo di Buckingham Palace, a Londra, adagiata tra la collezione di fotografie di tutte le famiglie reali del mondo. Nell’immagine impera Carlo I, Re di Tavolara, circondato dalla sua corte.
 L’immagine riporta una didascalia che recita “La famiglia reale di Tavolara, nel golfo di Terranova Pausania, il più piccolo regno del mondo"


La pergamena che riconosceva l’esistenza del Regno cadde, insieme con altri documenti storici, nelle mani di un uomo che sappiamo aver frequentato l’isola intorno alla metà del 1800, ma del quale si persero presto le tracce. 
 Nel 1861, il regno di Tavolara venne annesso a quello d’Italia. Nel 1886, alla morte del re, gli abitanti di Tavolara proclamarono la Repubblica e stabilirono il suffragio universale, prima che la monarchia fosse nuovamente restaurata nel 1895. 
 In questa data, salì al trono l’ultimo esponente della storica famiglia, Carlo I di Tavolara,che regnò fino al 6 novembre 1927.
 Il suo ultimo discendente diretto, morì a Olbia nel 1993, segnando la fine di un Regno e di una favola moderna, quella che ci piace ricordare come la “storia del regno delle capre dai denti dorati”.

 Fonte: sardanews.it

Torna in Italia una parte del tesoro di Robin Symes dal valore di 9 milioni


Torna in Italia una parte del tesoro recuperato nel 2014 dai carabinieri dei beni culturali nei caveau del Porto Franco di Ginevra, che apparteneva al mercante e trafficante inglese Robin Symes: 45 casse colme di gioielli archeologici sorprendenti che spaziano da sarcofaghi etruschi a dipinti, da statue, crateri, oinochoe, fregi, busti in marmo a lastre ricche di figure e un sarcofago romano, per un valore totale che ammonta a 9 milioni di euro.








Opere d’arte “assolutamente eccezionali e uniche” a detta della soprintendente all’Etruria Alfonsina Russo, che sottolinea l’importanza del ritrovamento, che di certo costituirà una nuova chiave interpretativa di lettura nell’arte etrusca . 
 Con molta probabilità, secondo la studiosa, sono il frutto della grande spoliazione, avvenuta negli anni ’80 , di un tempio etrusco di Cerveteri, forse della zona della Vigna Marini-Vitalini.
 “Delle pitture di templi etruschi avevamo solo frammenti conservati nel museo etrusco di Villa Giulia – sottolinea Russo – poi ci sono le lastre dipinte conservate al British Museum e al Louvre, rispettivamente ‘Boccanera’ e ‘Campana’, ma quelle provengono da tombe non da un tempio”. 
Tale recupero “consentirà di fare nuova luce sulle botteghe che fiorirono in quell’epoca in Etruria con artigiani provenienti dalla Grecia”. 

 Da : meteoweb.eu

giovedì 24 marzo 2016

I giardini reali di Torino: un polmone verde restituito alla città


I Giardini Reali di Torino, lo spazio verde che abbraccia il complesso dei Musei reali, riaprono e per i primi due mesi l’ingresso sarà gratuito. 

 Dopo anni di chiusura, dal 24 marzo, cittadini e turisti possono nuovamente ammirare i Giardini Reali di Torino, progettati André le Nôtre, architetto di fiducia di Luigi XIV e creatore del parco della reggia di Versailles.
 I lavori di restauro sono costati 1,5 milioni di euro e finanziati dalla Regione Piemonte tramite i fondi Fesr. 

 Attualmente è possibile accedere solo all’area più a nord di Palazzo Reale, cinque ettari in tutto, poiché i Giardini Reali di Torino, hanno ancora bisogno di una seconda fase di lavori: dal 3 aprile, infatti, sarà avviato il cantiere di restauro delle statue e della Fontana dei Tritoni che terminerà in giugno, restituendo alla città uno spazio di grande bellezza e un vero e proprio polmone verde nel centro storico.


Il ripristino dell’area perfeziona il progetto dei Musei Reali, la riapertura inoltre permette di attivare il nuovo ingresso alla Galleria Sabauda che non avverrà più da via XX Settembre, ma proprio attraverso i Giardini Reali. 

 L’inaugurazione ufficiale sarà lunedì 28 marzo dalle 10,30 alle 18, in collaborazione con la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino.








Quando incominciarono a sorgere erano situati all'estrema periferia di quella Torino che Emanuele Filiberto volle ergere a capitale del suo guerresco ducato.
 Presero forma per ispirazione alle maggiori regge d'Europa, allora decorate con gli eleganti giardini, specie di idea toscana (basti pensare alle ville medicee).
 I giardini si estendono fino ai contrafforti dell’antica cinta muraria della città e costituiscono il vero tessuto connettivo del Polo Reale, essendo il collegamento aperto tra i diversi edifici che lo compongono. 
Il progetto di risistemazione del verde e restauro delle fontane e delle statue restituirà alla città e ai visitatori un magnifico parco ricco di specie vegetali, giochi d’acqua, fiori e fontane. 

 I Giardini reali di Torino sono aperti al martedì alla domenica dalle 9 alle 19. Per i primi due mesi l’entrata sarà gratuita, l’ingresso è consentito ai cani al guinzaglio.

 Dominella Trunfio

L'antica isola greca di Samo e il suo museo con alcuni manufatti misteriosi


Secondo l’antico geografo greco Strabone, il nome di Samo è di origine fenicia e significa ‘altitudine vicino alla costa’, probabilmente dovuta alla configurazione geografica dell’isola. L’isola ha una storia antichissima. 
Gli scavi hanno portato alla luce le mura fornite di torri circolari, due grandi moli risalenti al VI secolo a.C. e una necropoli.
 Il tempio di Era è formato da una parte più antica, addirittura risalente al 9° secolo a.C., realizzato in pietra e mattoni di argilla e una copertura di legno.
 Dopo l’incendio del 600 a.C., venne costruita la stoà e quarant’anni dopo fu ultimato il cosiddetto grande tempio chiamato “labirinto” per la presenza di numerose colonne. 

 Nei tempi antichi, Samo era considerata un’isola molto importante, tanto che lo storico Erotodo la definì come la migliore città mai realizzata sia dai Greci che dai barbari.

 Le origini dell’isola greca sono lo scenario di numerose narrazioni mitologiche. Secondo la leggenda, i primi abitanti dell’isola furono le Nereidi, ninfe marine, figlie di Nereo e della Oceanina Doride. Erano considerate creature immortali e di natura benevola.


Facevano parte del corteo del dio del mare Poseidone insieme ai Tritoni e venivano rappresentate come fanciulle con i capelli ornati di perle, a cavallo di delfini o cavalli marini.
 Una delle nereidi più famose fu Teti, la madre di Achille. 

 Per la storia, invece, i primi abitanti di Samo sono stati i Pelasgi, termine ‘onnicomprensivo’ utilizzato da alcuni antichi scrittori greci per ciascuna delle antiche, primitive e presumibilmente autoctone popolazioni nel mondo miceneo.
 Ma anche in questo caso la mitologia ci mette il suo zampino. Secondo la tradizione, infatti, il primo re dell’isola fu Anceo, un semidio nato dall’unione del dio Poseidone e Astypalaea.
 Anceo partecipò alla spedizione degli argonauti alla ricerca del Vello d’Oro, guidando la nave Argo.
 Inoltre, la mitologia affida a Samo anche i natali della dea Era, una delle divinità più importanti, patrona del matrimonio e del parto. Figlia di Crono e Rea, sorella e moglie di Zeus, era considerata la sovrana dell’Olimpo e considerata protettrice dell’isola.


Come sottolinea John Black nell’articolo scritto per Ancient Origins, Samo occupa un posto di primo piano nella mitologia greca, e questa importanza si riflette anche nei numerosi musei presenti nella città principale, i quali contengono una vasta gamma di manufatti veramente impressionanti.
 I primi scavi archeologici sono stati eseguiti nel 1812 da archeologi provenienti dall’Inghilterra, i quali poi, dal 1900 in poi, hanno lasciato il campo agli studiosi tedeschi.
 I numerosi manufatti ritrovati riflettono l’importanza rivestita dall’isola di Samo come centro culturale dell’antichità. 
L’influenza della cultura minoica e micenea, quella egizia e mesopotamica è evidente in tutti i reperti rinvenuti nel corso degli scavi archeologici.


Secondo la descrizione offerta dal museo, questo curioso manufatto raffigurerebbe una carrozza trainata da cavalli. Tuttavia, ci sono alcune interessanti caratteristiche dell’immagine che lasciano perplessi. 
 Innanzitutto, le figurine hanno un aspetto molto insolito, come ad esempio i volti a punta e i colli stranamente allungati; poi, la forma dell’oggetto non sembra avere nessuna somiglianza con i carri trainati da cavalli a cui siamo abituati (dove sono le ruote?). Secondo Black, sembra molto più simile ad un sottomarino! Infine, la statuetta a sinistra ha qualcosa legata in vita, molto simile ad uno strumento di controllo, tipo un timone.

Un altro reperto davvero notevole è una placca in bronzo raffigurante alcune figure femminile nude. Secondo la trascrizione, si tratterebbe di un dono portato dal sovrano biblico di Aram (2Re 8,8), Cazael. 
 Il testo è scritto in aramaico e l’origine del manufatto sarebbe la Siria del 7° secolo a.C.
 Sono evidenti le somiglianze con l’iconografia sumera del dio sole nella parte superiore della placca. 

Oltre ai reperti unici e affascinanti che si trovano sull’isola, Samo è anche sede di una delle opere ingegneristiche più notevoli della Grecia Antica, un acquedotto commissionato nel 6° secolo a.C. dal tiranno Policrate all’architetto e ingegnere Eupalino.
 Si tratta di un tunnel di 1036 metri, capace di trasferire più di 400 m³ di acqua al giorno.

Essendo il tunnel più lungo del suo tempo, l’opera era considerata una grande impresa di ingegneria. 
Lo storico Erodoto descrisse brevemente nelle sue Storia il tunnel con queste parole: 
 “E a proposito dei Sami ho parlato più a lungo, perché hanno tre opere che sono superiori a quelle di tutte le altre fatte da Greci: prima un passaggio che inizia dal basso e aperto alle due estremità, scavato in una montagna per non meno di un centinaio e cinquanta orgìe in altezza; la lunghezza del passaggio è di sette stadi e l’altezza e la larghezza sono entrambe di otto piedi, e attraverso l’intera galleria è stato scavato un altro passaggio di venti cubiti in profondità e tre piedi in larghezza, attraverso il quale passa l’acqua e arriva con tubazioni nella città, presa da un’abbondante fonte: il progettista di quest’opera era di Megara, Eupalino, figlio di Naustrofo”.

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it
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