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martedì 29 marzo 2022

Firenze: manca poco alla spettacolare fioritura del “tunnel” di glicini di Villa Bardini

 


Verso fine marzo il lungo pergolato di Villa Bardini, a Firenze, inizia a fiorire tingendosi delle sfumature del viola, lilla e rosa, finché tra aprile e maggio non esplode in tutta la sua bellezza. 

A renderlo così speciale sono i glicini, di ben 3 diverse varietà: Wisteria Floribonda, Showa Beni, Wisteria Prolific, tutte provenienti dalla collezione di un vivaista pistoiese.


La loro fioritura si ripete di anno in anno e rappresenta uno degli eventi più amati dai visitatori del famoso Giardino Bardini, situato nella villa. D’altronde lo spettacolo del pergolato in fiore, lungo ben 70 metri e largo 4,5, è davvero unico.

Passeggiare sotto il manto violaceo e ammirare, una volta giunti alla Loggia del Belvedere, la città di Firenze in tutta la sua magnificenza non ha paragoni. E fortunatamente, grazie a una webcam installata in loco, anche chi si trova altrove può ammirare a distanza questa meraviglia della natura.


Non solo glicini però, il Giardino Bardini include numerose collezioni botaniche: tra giugno e settembre le rose fioriscono rigogliose in varie aree, tra maggio e luglio è il momento delle ortensie, ve ne sono più di una sessantina di varietà proprio sotto al pergolato di glicini. Marzo è il mese della camelia mentre gli iris fioriscono al centro della scalinata dalla primavera all’autunno.

Laura De Rosa

domenica 16 gennaio 2022

Luna piena del lupo: le leggende celtiche e dei nativi americani sul primo plenilunio dell’anno

 

Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio è Luna piena del lupo, il primo plenilunio dell’anno che non potrà non incantarci. Occhi al cielo per vedere il nostro splendido satellite luminoso al suo massimo in cielo.

La luna piena di gennaio prende questo nome non solo nella tradizione dei nativi americani, dati i profondi e antichi legami tra i lupi e questo plenilunio.

 Ad esempio, la parola gaelica per gennaio, Faoilleach, deriva dal termine usato per i lupi, faol-chù, anche se i lupi non esistono in Scozia da secoli.

La parola sassone per gennaio è inoltre Wulf-monath, o Wolf Month (“mese del lupo”). E in Giappone in questo mese si tiene la festa del dio lupo, Ooguchi Magami, mentre la tribù Seneca lega il lupo alla luna così fortemente da credere che un lupo abbia dato alla luce la luna “cantandola” nel cielo.

Ma perché i lupi sono sempre associati alla Luna piena di gennaio?

La risposta più ovvia è perché i lupi sono molto più rumorosi e più presenti a gennaio quando inizia la stagione riproduttiva I lupi iniziano a ululare più frequentemente e in modo aggressivo per stabilire il loro territorio, ammonendo vicini e nemici di stare lontano dai loro terreni di riproduzione.

 

Un piccolo branco di lupi può persino provare a sembrare un branco più grande ululando insieme. Mentre un lupo solitario può sostenere un ululato per la durata di un singolo respiro, un intero branco può ululare all’unisono per più di due minuti durante la stagione riproduttiva

E in effetti, i lupi sono così famosi per le loro comunità così affiatate che la tribù dei Sioux ha chiamato la Luna piena di gennaio “la luna in cui i lupi corrono insieme”. E secondo la mitologia celtica, il lupo è infuso di potere lunare, in quanto in grado di fiutare intuizioni o conoscenze nascoste e di scovare fonti di pericolo inaspettate. In alcune leggende, il lupo addirittura ingoia il sole per poter così godere del potere della luna.


La luna sarà piena per l’esattezza il giorno 18 gennaio 2022 alle 00.47 ora italiana, ma tutta la notte, a partire dal tramonto, sarà possibile ammirare (tempo permettendo) lo splendore del nostro satellite al 100% di luminosità (nella mappa il cielo del 17 gennaio alle 21.00 circa). Basterà alzare gli occhi al cielo e volgerli sull’orizzonte a Est.

ROBERTA DE CAROLIS

mercoledì 4 novembre 2020

Machu Picchu: la suggestiva città Inca riapre dopo il lockdown e brilla grazie a luci multicolori


 Dopo otto mesi di chiusura a causa del Covid-19 riapre Machu Picchu, 

il suggestivo sito Inca e metà turistica gettonata. Per motivi sanitari però gli ingressi continuano ad essere controllati: solo 700 turisti possono accedere giornalmente.


Sotto una pioggia sottile e luci multicolore brilla Machu Picchu. In occasione della riapertura è stato celebrato, infatti, un rituale Inca per ringraziare gli dei e mostrare che ‘i peruviani sono resilienti’, ha detto la ministra del Commercio estero e del turismo Rocio Barrios.

Dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1983, la città Inca già lo scorso giugno aveva subito un duro colpo per via del coronavirus, all’epoca il governo aveva promosso l’ingresso gratuito per rilanciare l’economia peruviana.

“Questo sarà un ritorno progressivo, vale a dire che avverrà a poco a poco, prima la gente del posto, poi i cittadini e poi i turisti da tutto il mondo”, ha detto la ministra Barrios.

Machu Picchu, è stata costruita intorno al 1400 e che dal 2007 fa parte delle sette meraviglie del mondo. Ogni anno viene visitata da un milione di persone. Situata a 2400 metri di altezza sulla valle dell’Urubamba, rappresenta una fonte per l’economia del paese.

Lo scorso anno sei turisti provenienti da Cile, Brasile, Francia e Argentina, sono stati arrestati e successivamente espulsi per aver danneggiato il Tempio del Sole nel sito archeologico più conosciuto al mondo e aver defecato al suo interno. Nel 2014, poi le autorità avevano denunciato una ‘nuova moda’, quella di fotografarsi nudi nel luogo sacro. All’epoca quattro turisti americani erano stati arrestati per essersi spogliati e aver postato poi le foto sui social.

Luogo suggestivo e di architettura unica, la città Inca è di fatto un’attrazione turistica ed è chiaro che il governo peruviano voglia sponsorizzarla e non c’è nulla di male, la speranza però è quella che questo patrimonio venga preservato.


Fonte: zerounotv.it

domenica 8 marzo 2020

8 marzo: non è la festa delle donne, ma una ricorrenza!


In principio serviva a ricordare tutte le battaglie fatte dalle donne in campo sociale, economico e politico e a tenere viva l’attenzione sulla violenza e la discriminazione che non si possono dire superate. 
 Una giornata che ha origini americane, negli Stati Uniti esiste dal 1909 e in Italia dal 1922 e che nasce quindi con fine nobile e lontano dalla connotazione consumistica in cui si è trasformata. 
È in quest’ottica che la Festa della donna non ha più senso, perché di certo non serve una data celebrativa per sentirsi donne. 
 Se la si vede da un’altra prospettiva, ovvero che l’8 marzo non è un giorno di festa, ma una celebrazione per le donne che riuscirono con forza e coraggio ad ottenere gli stessi diritti degli uomini, la parità quindi dei sessi, l’uguaglianza sul lavoro e via dicendo, potrebbe invece averne. 


 Perché l’8 marzo? 

È ormai versione fantasiosa diffusa che in questa data venga ricordato un incendio in una fabbrica di New York, in cui morirono un centinaio di donne.
 La disgrazia di certo ci fu, ma il 12 marzo e soprattutto molti anni dopo che la Giornata della donne veniva celebrata. 
 In realtà, il Woman’s Day negli Stati Uniti, nasce dopo qualche tempo dal VII Congresso della II Internazionale socialista, tenuto a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907. 
Durante la conferenza, in mancanza dell’oratore ufficiale, prese la parola la socialista e attivista dei diritti delle donne Corinne Brown, che non perse occasione per parlare dello sfruttamento delle operaie, delle discriminazioni sessuali e della possibilità del suffragio universale. 

 Non ci furono ovviamente grandi trasformazioni, se non quella di creare consapevolezza nel potere delle donne.

 Iniziarono battaglie e manifestazioni, fino alla celebrazioni della prima giornata della donna il 28 febbraio 1909. 

 Una svolta significativa si ebbe nel 1910 quando 20mila operaie scioperarono per tre mesi a New York. 
Da qui, la Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, istituì la giornata di rivendicazione dei diritti femminili. 
Piano piano anche l’Europa aderì alle celebrazioni fino alla Prima guerra mondiale.


 La scelta dell’8 marzo, ha invece origine russe. 
In quella data, nel 1917 a San Pietroburgo le donne si riunirono in una grande manifestazione per rivendicare diritti e la fine della guerra, un appello inascoltato che sfociò nella rivoluzione russa.


 La Festa della donna non celebra più il coraggio e la determinazione delle donne, tant’è che in pochissimi sanno cosa esattamente si ricorda. 

Mimose, regali, cene fuori, spogliarelli non rappresentano quindi il vero spirito di una giornata in cui dovrebbe essere ricordato il sacrificio di tantissime donne. 

 Dominella Trunfio

lunedì 6 maggio 2019

Leonardo aveva la mano destra paralizzata da una lesione nervosa


A paralizzare la mano destra di Leonardo da Vinci è stata una lesione nervosa, non un ictus come si è creduto finora.

 Lo indica lo studio italiano pubblicato sul Journal of the Royal Society of Medicine e condotto da Davide Lazzeri, chirurgo plastico della Clinica Villa Salaria di Roma, da tempo impegnato nello studio della medicina nell’arte, e dal neurologo Carlo Rossi. 


La diagnosi di ictus risale a circa dieci anni fa, sulla base dell’analisi del ritratto di un busto di marmo che rappresentava Leonardo anziano, con la mano destra sostenuta da una fasciatura e le dita con una posizione insolita. 
Del busto non si hanno notizie, mentre il disegno è attribuito a un artista lombardo del XVI secolo, Giovan Ambrogio Figino, ed è conservato, ma non esposto, nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia.
 

Lo stesso disegno è stato adesso analizzato da Lazzeri e Rossi, che si sono soffermati sul particolare della mano fasciata e sulla posizione delle dita.

 “Piuttosto che il ritratto di una tipica mano deformata dalla spasticità muscolare successiva a un ictus ischemico, la diagnosi alternativa di paralisi del nervo ulnare sembra essere più verosimile”, rilevano i due studiosi.
 A causare la paralisi della mano destra di Leonardo, osserva Lazzeri, sarebbe quindi stato un trauma del braccio destro che ha portato alla paralisi del nervo ulnare, ossia del nervo che dalla spalla arriva alla mano e che gestisce i muscoli che controllano alcuni movimenti della mano.


A sostenere questa ipotesi, secondo lo studioso, è il fatto che “l’infermità alla mano destra non era associata a deterioramento cognitivo o ad altre disturbi motori”, tanto che anche dopo la paralisi Leonardo ha continuato a insegnare e a disegnare con la mano sinistra. 

Se da un lato Leonardo non perse mai la capacità di disegnare con la mano sinistra, i due studiosi rilevano che la paralisi della mano destra potrebbe avergli impedito di tenere in mano un pennello per ritoccare o concludere importanti dipinti che aveva portato con sé in Francia negli ultimi anni della sua vita, come Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’agnellino, un San Giovanni Battista giovane e due ritratti, uno dei quali è la Gioconda. 

 Fonte originale: www.ansa.it

venerdì 3 maggio 2019

Sta per aprire il ponte pedonale sospeso più lungo del Nord America


Nel Tennessee il prossimo 17 maggio aprirà al pubblico il ponte pedonale più lungo dell’America del Nord, il Gatlinburg SkyBridge, poco più di 200 metri di lunghezza per 45 metri di altezza tra le spettacolari cime delle Smoky Mountains. 

 Un ponte completamente pedonale – sospeso a picco nel vuoto – e un’esperienza nella natura assolutamente da non perdere, non fosse altro che la parte centrale è fatta con pannelli di vetro che permettono di vedere di sotto per un brivido davvero unico.


Lo SkyBridge fa parte dello Skylift Park, che dispone di una seggiovia che arriva alla cima del Crockett Mountain.

 Con l’apertura del ponte, sarà a disposizione anche un ascensore che porterà i visitatori in alto per poi attraversare la passeggiata sul vuoto e godersi il panorama senza alcun limite di tempo.


Dopo l’EuropaBrueche o Ponte Charles Kuonen, il ponte pedonale sospeso più lungo al mondo che si trova in Svizzera, quello cinese, il ‘ponte per cuori coraggiosi’, all’interno del parco naturale dello Hunan, e il Kelowna Mountain in Canada, anche il Gatlinburg SkyBridge promette di regalare emozioni davvero uniche.



Germana Carillo

mercoledì 6 marzo 2019

Le Isole Cook vogliono cambiare nome per omaggiare il popolo e la cultura Maori


Le Isole Cook potrebbero presto cambiare nome per prendere le distanze dal passato coloniale e valorizzare la cultura e la lingua indigena locale che è legata ai Maori neozelandesi. Come sappiamo le Isole Cook sono in tutto quindici, un paradiso nel Pacifico meridionale e sono abitate da meno di 20mila persone. Il loro nome è legato a quello dell’esploratore inglese James Cook, anche se furono gli spagnoli a scoprile per primi.




Ma ancor prima del colonialismo, qui vivevano i Maori neozelandesi. 
Per questo motivo adesso gli abitanti rivendicano un nome che ricordi le loro tradizioni e la cultura indigena locale.


Secondo The Guardian, l’idea è stata lanciata da Danny Mataroa, presidente del comitato per la modifica del nome e lentamente sta guadagnando il sostegno del governo che è già in procinto di valutare 60 nomi proposti dall’opinione pubblica.

 I cittadini saranno chiamati dunque a un referendum, ma qualunque sarà il nome dovrà rappresentare l’identità Maori della Nuova Zelanda. 
Per adesso non ci sono indiscrezioni anche se qualcuno ipotizza che in realtà verrà solo aggiunta la parola Maori a Isole Cook. 

 In passato si era già tentato di fare il cambio, ma non tutti i erano d’accordo così la mozione era stata respinta. 

Adesso Mataroa dice che tutti e 12 i capi delle isole abitate del paese stanno partecipando al processo e la spinta al cambiamento è più forte che mai. 

Dominella Trunfio

giovedì 28 febbraio 2019

I lupi sono salvi! Salta la votazione sulla legge che voleva abbatterli


I lupi non si toccano e almeno per ora sono salvi. 
Al consiglio regionale Veneto, salta la votazione sulla cosiddetta ‘legge ammazzalupi”, grazie alla pressioni e alla sensibilizzazione di migliaia di persone che finora hanno protestato contro il progetto di legge. 

 “Continueremo a vigilare perché non vengano avanzate proposte di Legge finalizzate a consentire l'uccisone di lupi, né in Veneto, né altrove: i lupi non si toccano!”, scrive la Lav fiduciosa. 

 Ecco cos’era successo. 

Parliamo spesso dei lupi, animali da sempre bistrattati e considerati nemici. 
Alcune regioni italiane avevano proposto un abbattimento controllato. In particolare, nelle province autonome di Trento e Bolzano, a luglio scorso, erano state varate due leggi, una per i lupi, una per gli orsi, che ne prevedevano l’abbattimento. Fortunatamente il Consiglio dei ministri si è schierato a favore degli animali, impugnando le leggi regionali davanti alla Corte Costituzionale, perché chi detta legge sono le direttive europee e “non le velleità di chi intende sacrificare gli animali selvatici per ricevere consensi.

 Il ministro Costa, a settembre scorso, aveva detto “le impugnerò, uccidere non serve” e promettendo che per le specie protette a livello europeo non potrà esserci alcun abbattimento forzato perché la competenza sulla fauna selvatica, in particolare quella protetta o in via d’estinzione, è dello Stato.


La fauna è un bene indisponibile dello Stato e la gestione delle specie più importanti e minacciate va fatta almeno su base nazionale, avendo una visione complessiva e non localistica della loro conservazione, tanto da essere regolata da Direttive Europee e internazionali.

 Adesso, arriva un’altra buona notizia, la votazione nell’Aula del Consiglio Regionale, sulla Proposta di Legge Regionale “Misure di prevenzione e di intervento concernenti i grandi carnivori”, fortemente voluta dalla maggioranza, è saltata e per adesso i lupi sono salvi. 
 Una votazione che diciamolo, non avrebbe avuto tanto senso visto che è stato conclamato che ci sono gravi profili di illegittimità costituzionale e che secondo la Lav sarebbe stata “esclusivamente un’operazione di propaganda politica voluta da alcuni rappresentanti già noti per le loro posizioni antilupo, visto che è già risaputo che la legge non potrà mai produrre effetti”. 

 Dominella Trunfio

mercoledì 27 febbraio 2019

PolarBearDay: così l'uomo sta cancellando gli orsi polari dalla faccia della terra


Oggi 27 febbraio è il Polar Bear Day, la Giornata internazionale dell'Orso Polare. 

Creature forti, capaci di resistere alle bassissime temperature dei Poli ma anche molto fragili, minacciati dalle conseguenze dei cambiamenti climatici e dello scioglimento dei ghiacciai. 
Una specie a rischio, che sta facendo le spese della pesante impronta umana sulla Terra. 
 Suo malgrado, infatti, l'orso polare è diventato proprio il simbolo della lotta ai cambiamenti climatici e dei catastrofici impatti sul nostro pianeta, a partire proprio dal Polo Nord.

 Per gli orsi dell'Artico la lotta per la sopravvivenza si contrappone al più grande problema ambientale del nostro tempo, contro il quale questi animali non possono fare molto se non nulla. 
 Negli ultimi 30 anni abbiamo perso tre quarti della calotta polare e sono anni che il centro di ricerca statunitense National Snow and Ice Data Center registra un preoccupante record negativo dell'estensione della calotta artica. 
Pare che non se ne possa più uscire: il riscaldamento globale scioglie i ghiacciai che aiutano a raffreddare la temperatura della Terra, rendendo il nostro pianeta ancora più caldo.

 Gli orsi, purtroppo, stanno sperimentando gravi effetti. 
Sono cambiate le loro abitudini alimentari, ad esempio. 
Per la prima volta essi si sono visti costretti a mangiare i delfini.


Ma c'è di peggio. Sempre più immagini mostrano orsi polari denutriti, costretti a scavare tra i rifiuti per trovare il cibo o addirittura morti di fame. 

Un'immagine triste è quella della fotografa Kerstin Langenberger che in un'isola dell'arcipelago delle Svalbard, nel Mar Glaciale Artico, ha fotografato un orso magrissimo, emaciato. 

 Un recente studio, condotto dagli scienziati dell'Università della California Santa Cruz in collaborazione con l'US Geological Survey, ha scoperto che gli orsi polari stanno affrontando una crescente lotta per trovare cibo a sufficienza per sopravvivere mentre i cambiamenti climatici trasformano costantemente il loro habitat.
 Di fatto, la loro estinzione potrebbe essere più vicina di quanto pensiamo. 

 Due anni fa, Jenny E. Ross dell'International League of Conservation Photographers (ILCP), ci ha mostrato cosa accade a Manitoba, in Canada dove gli orsi vanno a caccia nelle discariche.


A novembre 2016, il fotografo Lars Ostenfeld dopo 12 anni è tornato a visitare la baia di Hudson, in Canada, nota da sempre come la capitale degli orsi polari.
 Ebbene, non c'era più neve.


O ancora, succede anche che gli orsi finiscano per diventare creature da mettere in bella mostra, com'è accaduto in un centro commerciale cinese.


Anche noi, nel nostro piccolo, possiamo fare per qualcosa per salvare i meravigliosi orsi polari.
 Basta seguire alcune semplici accortezze che indirettamente riducono la nostra "impronta" sul pianeta: regoliamo sempre il termostato di casa o dell'ufficio a pochi gradi. 
Ricordiamoci che 20 gradi, con 2 di tolleranza, è il limite massimo di temperatura stabilito da una normativa nazionale (DPR 412/1993 modificato dal DPR 551/99) per abitazioni, uffici, scuole e negozi. Per ogni grado di temperatura oltre questa soglia, per tutto l'inverno, la spesa di riscaldamento aumenta del 6 o 7%. 
E di conseguenza aumentano le emissioni nell'ambiente. Investiamo, inoltre, in efficienza energetica, usiamo poco l'auto e tanto la bici. 
 E, soprattutto, insegniamo ai nostri figli a vivere una vita sostenibile! 

 Fonte: greenMe.it

martedì 12 febbraio 2019

Insetti, rischiano l'estinzione entro fine secolo per colpa dei pesticidi


Entro un secolo potremmo dire addio agli insetti. 
La maggior parte correndo pericolosamente verso l'estinzione, minacciando un catastrofico collasso degli ecosistemi della natura. Lo rivela uno dei più grandi studi mai condotti sul tema, anticipato in esclusiva dal Guardian.

 Si tratta della prima revisione scientifica condotta a livello globale. Stando all'analisi, più del 40% delle specie di insetti sono in declino e un terzo è in pericolo. 
Il tasso di estinzione è otto volte più veloce di quello di mammiferi, uccelli e rettili. 
In totale il numero di insetti sta precipitando del 2,5% all'anno. 

Ormai è certo. 
Il pianeta è all'inizio della sesta estinzione di massa nella sua storia, con enormi perdite già segnalate negli animali più grandi, più facili da studiare. 
Ma gli insetti sono di gran lunga gli animali più numerosi e vari. Basti pensare che superano l'umanità di 17 volte.
 Sono essenziali per il corretto funzionamento di tutti gli ecosistemi, sono cibo per altre creature, sono alla base dell'impollinazione e del nostro stesso nutrimento e sono anche riciclatori di nutrienti.


Anche se precedenti studi avevano segnalato cali drastici in Germania e a Portorico, la nuova revisione indica che la crisi è globale. 

I ricercatori hanno esposto le loro conclusioni in termini insolitamente forti per un documento scientifico sottoposto a peer review: "Le tendenze [degli insetti] confermano che il sesto evento di estinzione principale sta influenzando profondamente le forme di vita sul nostro pianeta.
 A meno che non cambiamo i nostri modi di produrre cibo, gli insetti nel loro insieme percorreranno il sentiero dell'estinzione in pochi decenni. 
Le ripercussioni che ciò avrà per gli ecosistemi del pianeta sono a dir poco catastrofiche". 

 Secondo lo studio, il tasso di perdita annuale del 2,5% negli ultimi 25-30 anni è fin troppo rapido.
 La nuova analisi ha selezionato i 73 migliori studi fatti fino ad oggi per valutare il declino degli insetti. 
Le ricerche messe a confronto sono state condotte nell'Europa occidentale e negli Stati Uniti, in Australia, in Cina, in Brasile e in Sud Africa.


Le farfalle e le falene sono tra le più colpite. 
Ad esempio, il numero di specie di farfalle è diminuito del 58% su terreni coltivati in Inghilterra tra il 2000 e il 2009. 
Il Regno Unito ha subito le maggiori perdite di insetti registrate nel complesso.
 Anche le api sono state seriamente colpite.
 Se si considera, l'Oklahoma rispetto al 1949, nel 2013 il numero di bombi risultava dimezzato. 
Le colonie di api negli Stati Uniti erano 6 milioni nel 1947, ma da allora ne abbiamo perse 3,5 milioni.



Conosciamo oltre 350.000 specie di coleotteri ma molti di essi sono in declino, soprattutto scarabei stercorari.
 Ma ci sono anche grandi lacune nella conoscenza, con pochissime conoscenze su molte mosche, formiche, afidi e grilli. 
Gli esperti dicono che non c'è motivo di pensare che stiano meglio delle specie studiate. 

 Uno dei maggiori impatti della perdita di insetti riguarda uccelli, rettili, anfibi e pesci che mangiano insetti. "Se questa fonte di cibo viene portata via, tutti questi animali moriranno di fame", spiegano gli scienziati. Tali effetti a cascata sono già stati osservati a Portorico, dove un recente studio ha rivelato un calo del 98% degli insetti terrestri nell'arco di 35 anni.

 Anche se alcune specie si stanno adattando aumentando, si tratta di numeri limitati, non sufficienti a contenere le grandi perdite. Secondo uno degli autori, Francisco Sánchez-Bayo, dell'Università di Sydney, in Australia, la causa principale del declino è l'intensificazione agricola. L'agricoltura intensiva ha portato al disboscamento di alcune aree e al trattamento con fertilizzanti sintetici e pesticidi per adattarle ad altre coltivazioni. 

La scomparsa degli insetti sembra essere iniziata all'alba del 20° secolo, accelerando negli anni '50 e '60 e raggiungendo"proporzioni allarmanti" negli ultimi 20 anni. 
 Le maggiori responsabilità ricadono soprattutto sulle nuove classi di insetticidi introdotte dalla fine degli anni '90 a oggi, compresi i neonicotinoidi e il fipronil, particolarmente dannosi visto che sono molto diffusi e persistono nell'ambiente.


Tra le altre cause del declino degli insetti, gli scienziati elencano le specie invasive e, neanche a dirlo, i cambiamenti climatici. 
Questi ultimi sono particolarmente rilevanti nelle regioni tropicali, ma interessano solo una minoranza di specie nei climi più freddi e nelle zone montane delle zone temperate. 

 "Un ripensamento delle attuali pratiche agricole, in particolare una seria riduzione dell'uso di pesticidi e la sua sostituzione con pratiche più sostenibili ed ecologiche, è urgente e necessario per rallentare o invertire le tendenze attuali, consentire il recupero di popolazioni di insetti in declino e salvaguardare i servizi vitali dell'ecosistema da loro forniti.
 Inoltre, dovrebbero essere applicate tecnologie efficaci di bonifica per pulire le acque inquinate sia in ambienti agricoli che urbani" si legge nella sintesi dello studio. 


 Tocca a noi invertire questa drammatica tendenza prima che sia davvero troppo tardi. 

 Francesca Mancuso

giovedì 7 febbraio 2019

Apre per la prima volta al pubblico il maestoso giardino segreto della Città Proibita di Pechino


Gli angoli più segreti della Città Proibita di Pechino presto saranno aperti al pubblico.
 Entro il 2020, seicentesimo anniversario del palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing, apriranno per la prima volta al pubblico quattro aree completamente restaurate del maestoso giardino privato di Qianlong che da oltre vent'anni è al centro di un importante lavoro di recupero. 


 Questo parco fu costruito tra il 1771 e il 1776 in previsione del ritiro dell'imperatore di Qianlong, con l'intenzione di fungere da mini Città Proibita all'interno della Città Proibita.
 E' composto da quattro cortili con elaborati giardini rocciosi incastonati fra 27 edifici a pagoda. 
Una architettura incredibile, adottata nel 2001 dal World Monuments Fund che l'ha descritta come «uno dei luoghi più significativi e squisitamente progettati per sopravvivere rimasti invariati dai tempi della Cina imperiale».




Gran parte del «palazzo più grande del mondo» è stato abbandonato dopo che l'ultimo imperatore Pu Yi lo lasciò dopo il colpo di stato del 1924.

 Per il ruolo che ha avuto nello sviluppo dell'architettura e cultura cinese, la Città Proibita è stata dichiarata patrimonio dell'umanità nel 1987, ma da allora questo è il primo grande restauro che permetterà al pubblico di accedere in aree mai viste, come ad esempio il padiglione Juanqinzhai, considerato «una delle parti più impressionanti del complesso», fra pannelli di bambù, pareti di seta e affreschi trompe-l'oeil. 

 Ad oggi già si possono visitare il belvedere Fuwangge, il lodge di bamboo Zhuxiangguan e il pergolato Yucuixuan. 

Il restauro degli interni e degli esterni degli edifici nel primo, secondo e terzo cortile è attualmente in corso e le aree apriranno man mano che i lavori verranno terminati, sino alla grande inaugurazione prevista il prossimo anno.





Fonte: lastampa.it

mercoledì 30 gennaio 2019

Un ingegnere ha inventato il portachiavi lampeggiante che salva la vita ai pedoni


Flare è una torcia in miniatura arricchita da diverse sorgenti di luce. 

Riprendendo le luci a bordo delle biciclette – preziose per la visibilità di chi pedala nelle ore notturne – l’ingegnere Carmelo Fallauto ha messo a punto un portachiavi in miniatura che, acceso, diventa un lampeggiante per incrementare la sicurezza dei pedoni. 


Da chi cammina o staziona ai bordi della strada in attesa del bus, agli sportivi che si concedono una corsa serale, fino a chi si trova ad attraversare un incrocio, il dispositivo sarà utile a tutti: è elementare nell’uso, poiché è sufficiente tenere premuto un pulsante sulla parte anteriore per accendere la luce rossa o quella bianca (da 100 lumen), mentre in caso di necessità sul posteriore si può attivare un laser o raggi ultravioletti (sono tre le versioni disponibili).

 Con una batteria agli ioni di litio ricaricabile via Usb e la possibile aggiunta di accessori come braccialetti elastici, supporto per la bicicletta, anello e moschettone, Flare ha superato i 20mila euro prefissati nella raccolta fondi su Kickstarter e si può prenotare a 19 euro, con spedizione in programma a maggio.

 Fonte: wired.it

mercoledì 23 gennaio 2019

Ocean Cleanup, un guasto ferma il sistema per ripulire i mari


A pochi mesi dalla partenza, il Sistema 001 Wilson, un galleggiante a ferro di cavallo lungo 600 metri per la rimozione di materiale plastico accumulato nell’isola galleggiante più estesa del pianeta, mostra i primi segni di malfunzionamento. 
A diffondere la notizia è Boyan Slat, fondatore e amministratore delegato della Ocean Cleanup, compagnia olandese che dal 2013 si è lanciata nella sfida di liberare almeno in parte gli oceani dalle tonnellate di plastica che li invadono.

 Secondo quanto riportato dalla notizia rilasciata da Ocean Cleanup, il 29 dicembre sarebbe stato rilevato un guasto strutturale al Sistema Wilson. 

Slat parla del distaccamento di una sezione terminale del Sistema 001, lunga 18 metri, individuata dai membri del team.
 La causa della frattura potrebbe essere attribuita al forte stress localizzato cui il materiale è sottoposto, tuttavia ulteriori analisi faranno più chiarezza sulla questione.

 Il resto del Sistema, precisa Slat, permane in perfette condizioni, senza alcuna possibilità di girarsi su sé stesso o senza nessun tipo di danno né perdita di eventuali materiali che potrebbero danneggiare l’ambiente o mettere a rischio la sicurezza del personale o delle navi.


Il Sistema 001 Wilson, ideato dal giovanissimo inventore Boyan Slat, è diventato una realtà l’8 settembre del 2018, quando ha lasciato la baia di San Francisco per essere trasferito in corrispondenza del Great Pacific Garbage Patch (GPGP), l’isola di plastica del Pacifico tra Asia e Nord America.

 Dopo una serie di test durati settimane, volti a monitorare il comportamento del sistema in mare, il 16 ottobre Wilson ha finalmente raggiunto il sito stabilito per dare il via alla pulizia.
 Con una flotta di altri 60 sistemi identici a Wilson, l’ambizioso progetto della Ocean Cleanup potrebbe rimuovere il 50% della plastica dal Great Pacific Garbage Patch in soli 5 anni.
 Ma non finisce qui: entro il 2040 l’obiettivo di Slat è quello di eliminare il 90% dei materiali plastici galleggianti sugli oceani di tutto il mondo.

 Essendo le due estremità di Wilson punti di installazione di satelliti e dispositivi di navigazione, la decisione della compagnia in seguito all’accaduto è stata quella di trasportare il Sitema 001 fino al Porto di Honolulu per cercare una soluzione al danno e riprendere il largo quanto prima possibile.

 L’idea di Ocean Cleanup di trascorrere più tempo in mare in questa prima spedizione per raccogliere quanti più dati possibili sull’interazione tra il sistema e la plastica galleggiante, deve ora andare incontro ad un periodo di pausa che metterà alla prova le conoscenze e abilità degli esperti, ma non solo spiega Slat, «ci darà l’opportunità per apportare miglioramenti al sistema». 

 Non è di certo la prima sfida che la compagnia affronta né l’ultima a cui andrà incontro.
 Già dopo circa 6 settimane di permanenza di Wilson in mare, il sistema riportava un problema nella capacità di cattura della plastica. 
Wilson sembrava essere in grado di attrarre e concentrare la plastica, ma non di immagazzinarla per un suo successivo smaltimento.
 Secondo gli esperti una delle possibili cause era la velocità troppo ridotta del sistema che gli impediva di trattenere il materiale.
 Per ovviare a tale problema le due estremità furono allungate con l’aggiunta di ulteriori elementi in modo da incrementare la superficie esposta al vento e aumentare così la velocità del sistema, ma nemmeno questa soluzione sembrò funzionare.
 La nuova proposta fu quella di rimuovere gli annessi e focalizzarsi sulla cosiddetta locking line, ovvero la distanza che separa le due estremità del sistema. 
Purtroppo i test non durarono a lungo per studiarne gli effetti, proprio a causa del malfunzionamento registrato dopo alcune settimane che vede ora Wilson muoversi in direzione delle Hawaii rimorchiato dalla nave Maersk Launcher. 


 Non ci sono dubbi sul fatto che l’intero progetto sia di per sé un’idea sensazionale e innovativa con obiettivi concreti.
 Gli ostacoli sono molti e mettono a dura prova il team che tuttavia non si fa intimorire dagli inconvenienti.
 La determinazione di Ocean Cleanup nel dare un nuovo volto all’oceano è pronta ad affrontare qualsiasi difficoltà.



FONTE: RIVISTANATURA.COM

lunedì 3 settembre 2018

Trovato cavallo di 40mila anni fa: era nascosto nel permafrost siberiano


È rimasto nascosto per decine di migliaia di anni nel permafrost siberiano ma di recente un team di scienziati ha riportato alla luce un antico cavallo, il più antico esemplare meglio conservato fino a oggi. 
 Congelata nel ghiaccio per millenni, questa mummia apparteneva a un giovane puledro morto tra 30.000 e 40.000 anni fa.
 Il suo corpo è quasi intatto e i resti sono stati conservati per via del freddo e del ghiaccio: la pelle, gli zoccoli, la coda e persino i minuscoli peli delle narici dell'animale e attorno agli zoccoli sono ancora visibili.




Una squadra internazionale russo-giapponese di paleontologi ha trovato il corpo mummificato del giovane animale all'interno del cratere Batagaika, a 100 metri di profondità, durante una spedizione nella depressione di Batagai e nella zona di Yunyugen, nella Jacuzia. 

 Il puledro aveva circa due mesi quando è morto, forse annegato in una sorta di trappola naturale, secondo l'ipotesi di Grigory Savvinov, vice capo della North-Eastern Federal University di Yakutsk, in Russia, che ha partecipato alla ricerca. Sorprendentemente, il corpo è integro e misura circa 98 centimetri, secondo The Siberian Times. 
Gli scienziati hanno raccolto campioni dei peli e dei tessuti del puledro per i test e adesso sono all'opera per studiare anche il contenuto dell'intestino dell'animale e per scoprire l'alimentazione.


I cavalli selvaggi ancora oggi popolano la Jacuzia, ma il puledro apparteneva a una specie estinta vissuta nella regione da 30.000 a 40.000 anni fa. 
Nota come Lenskaya o Equus caballus lenensis, quest'antica specie era geneticamente distinta dai cavalli moderni.

 È accaduto altre volte. 
Quando il permafrost siberiano si scioglie, ormai sempre più spesso a causa dell'aumento globale delle temperature, dai ghiacci emergono i resti di specie vissute migliaia di anni fa.
 Recenti scoperte includono un bisonte di 9000 anni; un cucciolo di rinoceronte lanoso di 10.000 anni, un leone o una lince e un piccolo mammut soprannominato Lyuba morto dopo essere rimasto soffocato nel fango 40.000 anni fa. 

 Francesca Mancuso
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