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venerdì 17 novembre 2017
Il Poūwa, il mega-cigno nero della leggenda Maori esisteva davvero
Confermerebbe un’antica leggenda Maori la (ri)scoperta di un mega-cigno nero in Nuova Zelanda.
Qui, prima che queste zone più remote venissero colonizzate, viveva un cigno nero e veloce, estinto intorno al 13° secolo.
Ora, Nicolas Rawlence dell’Università di Otago e il suo team hanno usato tecniche genetiche per confermare l’esistenza di quello stesso mega-cigno.
La presenza di un cigno neozelandese preistorico è da tempo controversa.
Le leggende dei Maori parlano del Poūwa, una grande "creatura cigno" che uccide e mangia gli esseri umani.
Fino ad oggi diverse erano le teorie che accostavano il mito alla realtà.
Alcuni hanno ipotizzato che si potesse trattare dell'aquila del Haast : un uccello di enormi dimensioni e la forza, estinto circa 100 anni dopo l'arrivo dei Maori forse proprio a causa della caccia eccessiva e della perdita del proprio habitat naturale.
Ma alcuni paleontologi hanno suggerito che questa figura potrebbe riferirsi al cigno nero australiano (Cygnus atratus), che a volte vola attraverso il mare di Tasman (o di Tasmania). E oggi, in nuovo studio, i ricercatori avrebbero confermato l’esistenza di un enorme aviario, un mega-cigno che si sarebbe estinto meno di due secoli dopo che i polinesiani colonizzarono la Nuova Zelanda nel 1280.
I ricercatori hanno confrontato il DNA di 47 cigni neri australiani e 39 antichi fossili di cigno scoperti in alcuni siti archeologici della Nuova Zelanda.
Molti dei fossili provenivano dalle Isole Chatham, un arcipelago a circa 650 chilometri a est della Nuova Zelanda, sede proprio dei Maori.
Le analisi effettuate suggeriscono che il mega-cigno si sarebbe “separato” dalla specie del C. atratus circa 1-2 milioni di anni fa. “Pensiamo che i cigni neri australiani abbiano volato in Nuova Zelanda in questo momento e poi si sono evoluti in una specie separata - il Poūwa”, spiega Rawlence.
La squadra di scienziati è stata in grado di ricostruire l’aspetto generale del Poūwa confrontando le dimensioni e la forma dei crani, delle ali e delle gambe dei fossili con i moderni esemplari di C. atratus e hanno trovato che il Poūwa era circa il 20-30% più pesante dei cigni neri australiani e pesava fino a 10 chilogrammi. Il Pouwa aveva anche gambe più lunghe e ali più corte, suggerendo che non era in grado di volare e che i predatori erano grandi uccelli come le aquile.
I fossili mostrano che il Poūwa si è estinto intorno al 1450 d.C., meno di due secoli dopo che i polinesiani colonizzarono la Nuova Zelanda nel 1280.
Poiché non c'erano cambiamenti climatici o ambientali in questo periodo, l’unica spiegazione logica è che siano stati gli esseri umani gli unici responsabili della loro scomparsa e, in più, le loro uova sarebbero state mangiate dai ratti che sono arrivati in Nuova Zelanda con i coloni polinesiani.
Questi fattori, combinati con la distruzione degli habitat, avrebbero portato alla loro estinzione.
Un mega-cigno, quindi, che probabilmente si è evoluto dai cigni neri australiani.
Se è così è davvero una sorprendete scoperta.
Germana Carillo
mercoledì 21 giugno 2017
Quando volare non serve più: il caso del cormorano delle Galapagos
La perdita della capacità di volare si è evoluta più volte in maniera indipendente nella linea evolutiva degli uccelli.
Nonostante la frequenza del fenomeno però, i meccanismi genetici che vi sono alla base rimangono ancora poco compresi.
In uno studio pubblicato su Science, attraverso l’analisi del DNA di diverse specie di cormorano, alcuni ricercatori della UCLA University hanno contribuito a fare luce sulle cause genetiche dell’incapacità al volo da parte di alcuni uccelli.
I cormorani sono grandi uccelli acquatici diffusi in tutto il mondo, e vivono nelle zone costiere o nei pressi di laghi.
I cormorani delle Galapagos (Phalacrocorax harrisi), che si trovano esclusivamente sulle isole di Isabela e Fernandina, sono gli unici, tra le circa 40 specie conosciute di cormorano, a non essere in grado di volare; tali animali possiedono arti anteriori molto ridotti, sono di grandi dimensioni rispetto ai congenerici e ottimi nuotatori, abilità che utilizzano per immergersi e procurarsi il cibo.
Darwin li osservò e li studio per la prima volta intorno al 1830, quando a bordo del Beagle giunse nelle vicinanze delle 13 isolette dell’Oceano Pacifico conosciute anche come “Arcipelago di Colombo”.
I ricercatori, tra cui Darwin stesso, ritengono che l’impossibilità di volare abbia aiutato i cormorani a potenziare altre capacità, tra cui quella di nuotare (la cosiddetta selezione positiva); altri affermano invece che, come per molti altri uccelli insulari, ciò sia avvenuto poiché gli animali non avevano la necessità di migrare e per la concomitante mancanza di predatori.
Anche se, come afferma il leader del gruppo di ricerca Leonid Kruglyak, le due ipotesi possono coesistere, a dare ulteriori spiegazioni sono i risultati ottenuti tramite l’analisi del DNA. Leonid Kruglyak e colleghi hanno analizzato il DNA proveniente da esemplari di Phalacrocorax harrisi e da altre tre specie di cormorani volatori, per cercare di identificarne le cause genetiche dell’evoluzione “attera”.
Da questo punto di vista, gli studiosi sono stati avvantaggiati poiché, a differenza di altri uccelli non volatori, come gli struzzi e i kiwi, le cui linee evolutive si sono separate da quelle degli altri uccelli volatori almeno 50 milioni di anni fa, i cormorani delle Galapagos hanno parenti molto più prossimi ed è stato dunque possibile ricostruirne i cambiamenti genetici avvenuti da circa 2 milioni di anni a questa parte.
Gli scienziati hanno identificato un gene, CUX1, che appare mutato nei cormorani delle Galapagos rispetto ai parenti volatori.
Tale gene, era già stato identificato nel pollo come il responsabile dell’accorciamento delle ali.
Le mutazioni presenti in Phalacrocorax harrisi si sono rivelate uniche, e stando ai ricercatori avrebbero alterato le funzioni di alcune proteine, influenzando negativamente le dimensioni delle ali.
Sono state identificate anche numerose mutazioni a livello delle ciglia, strutture cellulari lunghe e sottili con importanti ruoli regolatori.
L’intenzione di Kruglyak è ora quella di analizzare il DNA di altre specie di uccelli non volatori, per verificare se condividono le stesse mutazioni e per cercare di aiutare i biologi a comprendere meglio l’evoluzione e lo sviluppo degli arti.
Poiché le mutazioni a livello delle ciglia, nell’uomo sono correlate a patologie che impediscono il normale sviluppo dello scheletro, studiare tali caratteri negli uccelli potrebbe portare ad una maggiore comprensione anche di tali malattie.
Fonte: http://pikaia.eu
venerdì 28 ottobre 2016
Scoperto perché in autunno le foglie cambiano colore
In autunno le foglie perdono il loro colore e assumono un giallo/arancio più o meno brillante.
Si sa che questo accade perché la clorofilla viene degradata e trasformata in un’altra molecola, e che nelle foglie diventano evidenti altre sostanze, antociani o carotenoidi, pigmenti rossi o gialli.
Si sapeva anche che un enzima toglie alla clorofilla una molecola di magnesio e quindi ne impedisce l’attività, ma non si conosceva chi facesse partire il processo.
Un gruppo di ricerca giapponese ha ora scoperto il gene che codifica l’enzima responsabile della degradazione della clorofilla, e ha pubblicato la scoperta sulla rivista scientifica The plant cell (sommario, in inglese).
Si chiama Stay-Green ("rimane verde", abbreviato in SGR) e l’enzima da esso prodotto è l'Mg-dechelatasi.
Questa molecola toglie alla clorofilla l’atomo di magnesio (Mg), la trasforma in un altro composto (feofitina a) e lascia nelle foglie spazio ad altre molecole che infine cambiano il colore del mondo e trasformano i boschi autunnali in una sinfonia di colori.
Il gene SGR ha anche un senso storico, perché è uno dei geni studiati da Gregor Mendel (il monaco boemo che ha scoperto le leggi delle genetica) nei suoi esperimenti sui piselli verdi e gialli.
Quando una mutazione “guasta” il gene SGR, questo non degrada più la clorofilla, che rimane nei semi lasciandoli verdi.
fonte: focus.it
giovedì 23 ottobre 2014
Cosa racconta il dna di un umano di 45mila anni fa
Nel 2008, un femore umano quasi integro è stato rinvenuto lungo le rive dell’Irtysh, il fiume bianco, nella Siberia occidentale.
Che si trattasse di un osso antico era chiaro da subito, perché spuntava in mezzo a fossili risalenti al medio-tardo pleistocene.
Per scoprire esattamente quanto però ci sono voluti un team di ricerca internazionale capitanato da Svante Pääbo, uno dei fondatori della paleogenetica, e cinque anni di lavoro, ma i risultati sembrano aver ripagato gli sforzi dei ricercatori.
Come riportato su Nature, il femore risale infatti a 45mila anni fa, ed è quindi il più antico osso di Homo Sapiens moderno mai ritrovato e studiato fuori dall’Africa.
L’analisi del suo dna ha permesso inoltre ai chiarire con maggior precisione quando sarebbe avvenuto l’incrocio tra i nostri progenitori e i Neanderthal.
Molti studi hanno dimostrato che condividiamo alcuni dei geni presenti nel nostro dna con quelli dei nostri cugini ormai estinti, anche se non è stato ancora stabilito con certezza come siano arrivati nel nostro materiale genetico.
Una delle ipotesi più accreditate è che nei circa 2.600-5.400 anni in cui le due specie (neanderthalensis e sapiens) hanno condiviso gli stessi ambienti, si siano anche incrociate, in un periodo compreso tra i 37 e gli 86mila anni fa.
Sequenziando il dna presente nell’antico osso siberiano, i ricercatori hanno scoperto al suo interno una quantità di geni Neanderthal paragonabile a quella presente negli europei e negli asiatici di oggi (il dna degli africani contiene una quantità minore di geni Neanderthal).
Osservando la lunghezza di questi segmenti genomici (i frammenti di dna Neanderthal), maggiore di quelli attuali, hanno potuto quindi stabilire che il loro ingresso nel dna dell’individuo a cui apparteneva il femore siberiano risale a circa 7-13 mila anni prima della sua nascita.
Stando a questi risultati, spiegano i ricercatori, il periodo in cui i geni Neanderthal hanno fatto ingresso nel nostro dna deve essere ripensato, e spostato indietro fino a circa 50-60mila anni fa, un periodo molto vicino alla principale espansione dell’Homo Sapiens al di fuori dell’Africa e del Medio Oriente.
Fonte: www.wired.it
lunedì 8 settembre 2014
Il tri-ciclope

Fotografia di Stephen Moore, Gerhard Scholtz
Ha tre occhi, due nasi e un'antenna... cos'è? È un esemplare unico del granchio Amarinus lacustris, scoperto in Nuova Zelanda e descritto sulla rivista Arthropod Structure & Development. Il granchio “tri-ciclope” è frutto di un pasticcio genetico; ha alcune caratteristiche di un gemello siamese e un tentativo di rigenerazione (l'antenna al posto di un occhio).
Le stranezze che si verificano in natura sono spesso per gli studiosi un prezioso strumento di ricerca. "Le anomalie naturali ci consentono di vedere cosa è possibile”, spiega Gerhard Scholtz della Università Humboldt di Berlino, responsabile dello studio sullo strano granchio.
Studiare queste bizzarrie “equivale a imparare dagli errori.
Le qualcosa va storto, e se ne comprendono i meccanismi, si comprendono anche cause e meccanismi dello sviluppo normale”. Alcune mutazioni genetiche possono essere fatali, altre invecesi fissano perché rappresentano un vantaggio competitivo, cioè aumentano le possibilità di sopravvivenza della specie.
Ma la genetica non è la sola responsabile di queste creature anomale. Anche il processo di sviluppo può incepparsi, provocando a volte effetti a cascata.
mercoledì 23 aprile 2014
E' nato prima l'uovo o la gallina?
Che stava accadendo sul pianeta terra. tra il 160000 a 200000 anni a.C.? Com’erano gli esseri umani 160000 anni fa?
Possiamo rintracciare l’uomo moderno, l'Homo sapiens, ossia i nostri antenati, indietro nel tempo, verso un punto in cui la nostra specie si è evoluta da altri, più primitivi, ominidi. Gli scienziati non capiscono perché questo nuovo tipo umano improvvisamente apparve, o come il cambiamento avvenne, ma siamo in grado di rintracciare i nostri geni sino ad una sola donna, che è nota come "Eva mitocondriale"

Eva mitocondriale (mt-MRCA) è il nome dato dai ricercatori alla donna che è definita come l’antenato comune matrilineare più recente (MRCA) per tutti gli esseri umani attualmente viventi. Tramandato da madre a figlio, tutto il DNA mitocondriale (mtDNA) in ogni persona vivente è derivato da questo individuo di sesso femminile.
Eva mitocondriale è la controparte femminile di Adamo Y-cromosomico, l’antenato comune patrilineare più recente, pur vivendo in tempi diversi.
Il Dna mitocondriale, un particolare genetico che ha due fondamentali caratteristiche: stratifica rapidamente le mutazioni divenendo un vero e proprio “orologio molecolare”, e viene trasmesso solo per via materna.
Si crede che Eva mitocondriale sia vissuta tra 150000 a 250000 anni a.C., probabilmente in Africa orientale, nella regione della Tanzania e delle zone immediatamente a sud e ad ovest.
Gli scienziati ipotizzano che vivesse in una popolazione di forse 4000-5000 femmine, in grado di produrre prole in un dato momento.
Se altre femmine avevano prole con cambiamenti evolutivi del loro DNA, non abbiamo alcuna registrazione della loro sopravvivenza. Sembra che siamo tutti discendenti di questa femmina umana.
I MITOCONDRI POSSEGGONO UN PROPRIO mt-DNA che è di origine esclusivamente femminile, l’origine di ognuno di noi maschio o femmina che sia, ha una eredità genetica AFRICANA,
La GENEALOGIA del mt-DNA afferma che esso viene tramandato intatto di madre in figlio.
Ogni essere umano-sia uomo sia donna – pertanto eredita il suo DNA mitocondriale solo ed esclusivamente dalla madre.
La comparazione del DNA mitocondriale di uomini e donne appartenenti a diverse etnie e regioni del mondo, suggerisce che tutte queste esigenze di mt-DNA si siano evolute molecolarmente dalla sequenza di un antenato comune:la donna AFRICANA LUCKI.
Pertanto in base alla scienza, datosi che ciascun individuo eredita i mitocondri solo dalla propria madre, …
ciò implica che tutti gli esseri umani abbiano una linea di discendenza femminile che deriva da una donna che i ricercatori hanno soprannominato Eva mitocondriale.
La regione, in Africa, dove si può trovare il massimo livello di diversità mitocondriale (verde) e la regione in cui gli antropologi ipotizzano che la divisione più antica della popolazione umana abbia iniziato a verificarsi (marrone chiaro).
IL DNA MITO di questa ” Eva della genetica” ha subito mutazioni creando le varie etnie dei popoli del mondo, ma comunque permangono tracce in ognuno di noi, dei geni primordiali di LUCKI che hanno segnato la storia della evoluzione della vita della razza umana sul nostro Pianeta.
Basandosi sullo studio delle attività metaboliche del mitocondrio che ha la funzione di un orologio molecolare è stato possibile mettere in relazione il passare del tempo della storia umana con la deriva genetica osservata, delle mutazioni mitocondriali.
In tal modo si è calcolato che la vera Eva-biologica sia vissuta circa 150000 anni fa in Africa”.
Infatti..."La genetica applicata allo studio degli antenati ha portato ad una scoperta che conferma l'ipotesi che ci fa discendere tutti da un'antenata probabilmente vissuta in Africa 143 mila anni fa.
Il merito della scoperta, pubblicata su Nature Genetics, va ad un gruppo di ricercatori americani dell'Università di Stanford.
Lo studio, basato sull'analisi dei due principali marcatori della sessualità, il DNA mitocondriale per la donna e il cromosoma Y per l'uomo, ha dimostrato che il primo si è affermato sulle altre migliaia di DNA mitocondriale preesistenti circa 143 mila anni fa e da allora è rimasto inalterato trasmettendosi di donna in donna.
L'origine del cromosoma Y risale invece a circa 59-60 mila anni fa, ben 84 mila anni dopo.
Quindi, contrariamente a quanto raccontato dalla Genesi, l'evoluzione dei cromosomi responsabili dei sessi maschile e femminile è avvenuta in tempi diversi.
Secondo gli scienziati tale scoperta potrebbe inoltre aprire nuove frontiere negli studi dell'infertilità maschile".
Eva mitocondriale sarebbe stata pressoché contemporanea degli esseri umani i cui fossili sono stati rinvenuti in Etiopia, nei pressi del fiume Omo e di Hertho.
Eva mitocondriale visse molto prima dell’emigrazione dall’Africa, che potrebbe essersi verificata tra 60000 e 95000 anni fa.
La partenogenesi (dal greco παρθένος, «vergine» e γένεσις, «nascita», ovvero riproduzione verginale) è un modo di riproduzione di alcune piante e animali in cui lo sviluppo dell'uovo avviene senza che questo sia stato fecondato.
È la modalità di riproduzione sessuata non anfigonica più frequente in natura e può essere considerata come una riproduzione sessuale “asessuata” perché, pur implicando la formazione di gameti, non richiede fecondazione.
Tale discendenza può essere telitoca (discendenza composta di sole femmine), arrenotoca (discendenza composta di soli maschi) o deuterotoca (discendenza composta da entrambi i sessi), ovviamente ogni organismo non può riprodursi in più di un tipo di partenogenesi.
La partenogenesi si è evoluta in numerosi gruppi animali, e vegetali.
Particolari casi sono rappresentati dallo squalo e dal drago di Komodo L'ape è un animale che si riproduce per partenogenesi.
In genere questi animali e piante hanno origini antichissime
Da non sottovalutare il fatto che il genere femminile ha una costruzione genetica che comprende entrambi i sessi.
Solo al terzo mese i genitali maschili all'interno scendono

Eva mitocondriale (mt-MRCA) è il nome dato dai ricercatori alla donna che è definita come l’antenato comune matrilineare più recente (MRCA) per tutti gli esseri umani attualmente viventi. Tramandato da madre a figlio, tutto il DNA mitocondriale (mtDNA) in ogni persona vivente è derivato da questo individuo di sesso femminile.
Eva mitocondriale è la controparte femminile di Adamo Y-cromosomico, l’antenato comune patrilineare più recente, pur vivendo in tempi diversi.
Il Dna mitocondriale, un particolare genetico che ha due fondamentali caratteristiche: stratifica rapidamente le mutazioni divenendo un vero e proprio “orologio molecolare”, e viene trasmesso solo per via materna.
Si crede che Eva mitocondriale sia vissuta tra 150000 a 250000 anni a.C., probabilmente in Africa orientale, nella regione della Tanzania e delle zone immediatamente a sud e ad ovest.
Gli scienziati ipotizzano che vivesse in una popolazione di forse 4000-5000 femmine, in grado di produrre prole in un dato momento.
Se altre femmine avevano prole con cambiamenti evolutivi del loro DNA, non abbiamo alcuna registrazione della loro sopravvivenza. Sembra che siamo tutti discendenti di questa femmina umana.
I MITOCONDRI POSSEGGONO UN PROPRIO mt-DNA che è di origine esclusivamente femminile, l’origine di ognuno di noi maschio o femmina che sia, ha una eredità genetica AFRICANA,
La GENEALOGIA del mt-DNA afferma che esso viene tramandato intatto di madre in figlio.
Ogni essere umano-sia uomo sia donna – pertanto eredita il suo DNA mitocondriale solo ed esclusivamente dalla madre.
La comparazione del DNA mitocondriale di uomini e donne appartenenti a diverse etnie e regioni del mondo, suggerisce che tutte queste esigenze di mt-DNA si siano evolute molecolarmente dalla sequenza di un antenato comune:la donna AFRICANA LUCKI.
Pertanto in base alla scienza, datosi che ciascun individuo eredita i mitocondri solo dalla propria madre, …
ciò implica che tutti gli esseri umani abbiano una linea di discendenza femminile che deriva da una donna che i ricercatori hanno soprannominato Eva mitocondriale.
La regione, in Africa, dove si può trovare il massimo livello di diversità mitocondriale (verde) e la regione in cui gli antropologi ipotizzano che la divisione più antica della popolazione umana abbia iniziato a verificarsi (marrone chiaro).IL DNA MITO di questa ” Eva della genetica” ha subito mutazioni creando le varie etnie dei popoli del mondo, ma comunque permangono tracce in ognuno di noi, dei geni primordiali di LUCKI che hanno segnato la storia della evoluzione della vita della razza umana sul nostro Pianeta.
Basandosi sullo studio delle attività metaboliche del mitocondrio che ha la funzione di un orologio molecolare è stato possibile mettere in relazione il passare del tempo della storia umana con la deriva genetica osservata, delle mutazioni mitocondriali.
In tal modo si è calcolato che la vera Eva-biologica sia vissuta circa 150000 anni fa in Africa”.
Infatti..."La genetica applicata allo studio degli antenati ha portato ad una scoperta che conferma l'ipotesi che ci fa discendere tutti da un'antenata probabilmente vissuta in Africa 143 mila anni fa.
Il merito della scoperta, pubblicata su Nature Genetics, va ad un gruppo di ricercatori americani dell'Università di Stanford.
Lo studio, basato sull'analisi dei due principali marcatori della sessualità, il DNA mitocondriale per la donna e il cromosoma Y per l'uomo, ha dimostrato che il primo si è affermato sulle altre migliaia di DNA mitocondriale preesistenti circa 143 mila anni fa e da allora è rimasto inalterato trasmettendosi di donna in donna.
L'origine del cromosoma Y risale invece a circa 59-60 mila anni fa, ben 84 mila anni dopo.
Quindi, contrariamente a quanto raccontato dalla Genesi, l'evoluzione dei cromosomi responsabili dei sessi maschile e femminile è avvenuta in tempi diversi.
Secondo gli scienziati tale scoperta potrebbe inoltre aprire nuove frontiere negli studi dell'infertilità maschile".
Eva mitocondriale sarebbe stata pressoché contemporanea degli esseri umani i cui fossili sono stati rinvenuti in Etiopia, nei pressi del fiume Omo e di Hertho.
Eva mitocondriale visse molto prima dell’emigrazione dall’Africa, che potrebbe essersi verificata tra 60000 e 95000 anni fa.
La partenogenesi (dal greco παρθένος, «vergine» e γένεσις, «nascita», ovvero riproduzione verginale) è un modo di riproduzione di alcune piante e animali in cui lo sviluppo dell'uovo avviene senza che questo sia stato fecondato.
È la modalità di riproduzione sessuata non anfigonica più frequente in natura e può essere considerata come una riproduzione sessuale “asessuata” perché, pur implicando la formazione di gameti, non richiede fecondazione.
Tale discendenza può essere telitoca (discendenza composta di sole femmine), arrenotoca (discendenza composta di soli maschi) o deuterotoca (discendenza composta da entrambi i sessi), ovviamente ogni organismo non può riprodursi in più di un tipo di partenogenesi.
La partenogenesi si è evoluta in numerosi gruppi animali, e vegetali.
Particolari casi sono rappresentati dallo squalo e dal drago di Komodo L'ape è un animale che si riproduce per partenogenesi.
In genere questi animali e piante hanno origini antichissime
Da non sottovalutare il fatto che il genere femminile ha una costruzione genetica che comprende entrambi i sessi.
Solo al terzo mese i genitali maschili all'interno scendono
domenica 13 aprile 2014
Giraffe evoluzione della specie
Le indagini sulle origini evolutive del collo della giraffa, hanno ampiamente dimostrato che le forze di selezione naturale hanno favorito gli esemplari in grado di foraggiarsi assumendo cibo ad altezze più elevate.
Milioni di anni fa, i progenitori delle attuali giraffe non avevano colli lunghi ma presentavano una certa variabilità.
A causa della forte concorrenza tra la giraffa e raccoglitori rivali (altri erbivori), gli esemplari con il collo più corto subirono una forte pressione negativa, vista la scarsità di cibo dovuta alla concorrenza con gli altri erbivori, mentre le giraffe con il collo un po' più lungo ebbero una più ampia gamma di scelta alimentare (sulla base dell'altezza) e quindi sono stati favoriti gli esemplari con il collo più lungo.
Tuttavia è stato osservato che se anche l'altezza complessiva della giraffa è di circa 6 metri, essa si nutre ancora di fogliame mediamente presente a 2 metri dal suolo.
Inoltre i concorrenti: kudu, impala, e raficero non si nutrono ad altezze superiori ai 2 metri, la giraffa preferisce alimentarsi all'altezza delle spalle, circa due metri.
Questo è peculiare in quanto il suo collo gli permetterebbe di alimentarsi ad altezze molto maggiori e non dover competere con kudu ed impala.
La lunghezza del collo nella giraffa però è favorita anche dalla selezione sessuale.
È noto che i maschi spesso lottano a colpi di collo con altri maschi al fine di assumere una posizione dominante, pertanto sia la selezione naturale che la selezione sessuale sembrano agire sulla giraffa al fine di favorire gli individui con il collo più lungo, nonostante le abitudini alimentari degli individui stessi apparentemente non spingano oltre una certa lunghezza, nella selezione per un allungamento del collo.
Vi è anche da osservare che il lungo collo rende complesso per le giraffe l'atto di abbeverarsi alle pozze, rendendole maggiormente esposte ad agguati da parte di predatori.
mercoledì 9 aprile 2014
SANGUE RH NEGATIVO: TRACCE DI UN’ANTICA IBRIDAZIONE ALIENA?
Molti di noi hanno avuto modo di sapere qualcosa in merito ai gruppi sanguigni dalle lezioni di scienze apprese a scuola.
Tuttavia se confrontiamo le nozioni scolastiche con gli studi ed i molti dibattiti pubblicati sulle riviste scientifiche … ebbene, ci si accorge come gli elementi più interessanti di questo tema siano stati ‘accidentalmente’ omessi dai programmi didattici di base.
Non esiste plausibile spiegazione scientifica circa la provenienza del gruppo RH negativo.
La scienza ortodossa si è limitata a ipotizzare che si tratti di una non meglio identificabile, casuale mutazione genetica.
Circa l’85% degli esseri umani possiede il gene scimmiesco RH, mentre nel restante 15% non è riscontrabile il fattore RH (RH-) e ciò potrebbe essere spiegato dalla presenza di un gene alieno. Questo articolo esplora la tesi che l’umanità sia stata allevata come una razza di schiavi, dal momento che il 97% del nostro codice genetico risulta disattivo, e possiamo disporre di appena il 3%, utile semplicemente alla sopravvivenza.
Tra i tipi di sangue umano, il più comune è il gruppo 0. Si tratta di un tipo di sangue universale.
I tipi di sangue sono suddivisi ulteriormente in due gruppi: positivi e negativi in relazione al fattore RH. Il fattore RH è così denominato perché collegato al fattore Rhesus, cioè il nesso genetico tra la umanità e le scimmie, individuabile da una specifica proteina ematica.
Quando nel sangue di un individuo è presente il fattore RH, si dice che il suo sangue sia di tipo RH positivo (RH+). Se il test restituisce esito negativo, vuol dire che il fattore Rhesus è assente.
E’ stato provato che uno dei fattori ereditari più stabili e meno suscettibili di mutazioni generazionali sia proprio il sangue.
Come si diceva, la maggior parte delle persone – circa l’85% – possiede sangue RH positivo, elemento a sostegno della tesi secondo cui gli esseri umani si sarebbero evoluti dai primati. Tuttavia esiste un restante 15% che risulta del tutto sprovvisto del fattore RH.
Se è vero che il gruppo sanguigno rientri tra le caratteristiche genetiche meno mutevoli, da dove proverrebbe il tipo RH negativo? Si tratta di un interrogativo che per decenni ha lasciato perplessi gli scienziati. Alcune prove suggeriscono che il fattore RH negativo sia apparso sul pianeta circa 35.000 anni fa, all’interno di alcune aree geografiche molto circoscritte, al punto da sembrare collegato con alcuni particolari gruppi sociali e tribù.
Le aree in cui la sua presenza fu maggiormente riscontrata sono la Spagna settentrionale, la Francia meridionale e la etnia basca.
Un altra etnia con alta concentrazione del fattore RH- è quella ebraica dell’Est.

Circa il 40% della popolazione europea possiede il fattore RH-. Solo il 3% degli africani e circa l’1% degli asiatici e dei nativi americani è RH-.
Sulla scorta di tali informazioni statistiche, non è difficile intuire dove il fattore RH- potrebbe essere stato introdotto, originariamente, nel codice genetico umano.
Stiamo parlando della regione caucasica.

Dal punto di vista scientifico, se il fattore RH-negativo fosse realmente una tipologia ‘normale’ di sangue, a cosa potrebbero addebitarsi gli inconvenienti che sorgono quando una madre RH- dà alla luce un bambino RH+?
Si tratta di una malattia emolitica, o meglio di una reazione allergica che può produrre conseguenze gravi quando i due diversi gruppi sanguigni si mescolino nel corso della gravidanza, dal momento che le sostanze antigeniche presenti nel tipo RH- attaccano le cellule RH+.
Ciò detto, a cosa può addebitarsi una lotta genica tra due tipi di sangue ugualmente umano?
Abbiamo a che fare con un gruppo sanguigno alieno?
Esiste un unico altro caso in natura in cui ha luogo una simile reazione tra organismi che si accoppiano: quando asini e cavalli vengono incrociati per la produzione di muli.
Tutto ciò è comprensibile, in quanto si tratta di un incrocio ‘innaturale’, che allo stato brado non esiste. L’ibridazione che dà vita ai muli ha luogo esclusivamente a causa dello intervento umano. Dunque, è possibile che esistano due tipologie di esseri umani, simili ma geneticamente diverse?
Peculiarità.
Nella maggioranza delle persone con sangue di tipo RH- si tende a riscontrare una serie di caratteristiche comuni.
Cosa si potrebbe concludere dagli elementi illustrati? E’ stato dimostrato che il sangue è l’organo con minori probabilità di mutazione.
Se si esclude quella di cui stiamo dibattendo, la scienza non ha mai registrato altre mutazioni genetiche nel sangue.
Elemento che supporta la tesi secondo cui il fattore RH- sia stato introdotto da una fonte esterna, ad esempio esseri simili agli umani, ma non terrestri.
E’ possibile che una specie aliena abbia manipolato la vita preesistente sul pianeta per creare l’uomo moderno?
La Stirpe Giunta dal Cielo.
Molti testi antichi, compresa la Bibbia, sembrano supportare questa teoria.
Molte storie nei testi antichi, in particolare quelle contenute nei testi pre-cristiani, narrano di una stirpe giunta dal cielo che avrebbe creato l’uomo a propria immagine.
L’uomo primitivo li identificò come divinità dalla straordinaria longevità, e capaci di compiere prodigi, ad esempio volare su strani veicoli e provocare assordanti boati sparando fuoco da tali mezzi. Gli esseri umani assistettero alla edificazione di mastodontici monumenti e splendide città da parte di queste creature apparentemente divine.
Perché dal punto di vista di un umanoide primitivo non potevano che apparire come divinità.
Ma in realtà chi erano, tali divinità?
Le storie antiche ci dicono molto su di esse. Mediante ciò che si suppone fosse tecnologia avanzata potevano volare in cielo e nello spazio. Erano maestri di aviazione, di metallurgia, di astronomia, medicina e – ovviamente – di genetica.
Conoscevano la energia atomica ed utilizzarono il suo potere distruttivo, a giudicare dalle prove prodotte da studi di paleo-geologia .
Conoscevano le tecniche della agricoltura e sapevano come creare cereali più nutrienti ed altri derivati alimentari.
Tutte le granaglie con cui gli esseri umani si alimentano da molto tempo, sono apparse contemporaneamente sul pianeta nel corso di un periodo non più lungo di 10.000 anni.
Tempo molto breve, biologicamente parlando, oltre il quale non fu più sviluppata alcuna nuova forma di grano.I nostri testi antichi narrano che un giorno queste creature iniziarono ad accoppiarsi con gli esseri umani.
La Bibbia dice che gli dei guardarono le donne e le trovarono piacevoli per gli occhi, e quindi le presero in mogli, e concepirono figli, molti figli
Nella prima parte di questo articolo ho descritto cosa accade quando due specie geneticamente simili ma non uguali, vengano incrociate. Esse producono ibridi, ad esempio i muli risultanti dalla ibridazione di cavalli ed asini. Tuttavia la non perfetta compatibilità genica fa si che i muli nascano sterili. Di conseguenza quando sarebbero stati creati gli esseri umani, essi potrebbero essere stati il frutto di una ibridazione ottenuta in un laboratorio e ottimizzata mediante tecnologia avanzata, dal punto di vista delle facoltà riproduttive.
Fonte: http://phantasypublishing.blogspot.it/2012/04/mystery-of-rh-negative-blood-genetic.html
Tratto da: anticorpi
Tuttavia se confrontiamo le nozioni scolastiche con gli studi ed i molti dibattiti pubblicati sulle riviste scientifiche … ebbene, ci si accorge come gli elementi più interessanti di questo tema siano stati ‘accidentalmente’ omessi dai programmi didattici di base.
Non esiste plausibile spiegazione scientifica circa la provenienza del gruppo RH negativo.
La scienza ortodossa si è limitata a ipotizzare che si tratti di una non meglio identificabile, casuale mutazione genetica.
Circa l’85% degli esseri umani possiede il gene scimmiesco RH, mentre nel restante 15% non è riscontrabile il fattore RH (RH-) e ciò potrebbe essere spiegato dalla presenza di un gene alieno. Questo articolo esplora la tesi che l’umanità sia stata allevata come una razza di schiavi, dal momento che il 97% del nostro codice genetico risulta disattivo, e possiamo disporre di appena il 3%, utile semplicemente alla sopravvivenza.
Tra i tipi di sangue umano, il più comune è il gruppo 0. Si tratta di un tipo di sangue universale.
I tipi di sangue sono suddivisi ulteriormente in due gruppi: positivi e negativi in relazione al fattore RH. Il fattore RH è così denominato perché collegato al fattore Rhesus, cioè il nesso genetico tra la umanità e le scimmie, individuabile da una specifica proteina ematica.
Quando nel sangue di un individuo è presente il fattore RH, si dice che il suo sangue sia di tipo RH positivo (RH+). Se il test restituisce esito negativo, vuol dire che il fattore Rhesus è assente.
E’ stato provato che uno dei fattori ereditari più stabili e meno suscettibili di mutazioni generazionali sia proprio il sangue.
Come si diceva, la maggior parte delle persone – circa l’85% – possiede sangue RH positivo, elemento a sostegno della tesi secondo cui gli esseri umani si sarebbero evoluti dai primati. Tuttavia esiste un restante 15% che risulta del tutto sprovvisto del fattore RH.
Se è vero che il gruppo sanguigno rientri tra le caratteristiche genetiche meno mutevoli, da dove proverrebbe il tipo RH negativo? Si tratta di un interrogativo che per decenni ha lasciato perplessi gli scienziati. Alcune prove suggeriscono che il fattore RH negativo sia apparso sul pianeta circa 35.000 anni fa, all’interno di alcune aree geografiche molto circoscritte, al punto da sembrare collegato con alcuni particolari gruppi sociali e tribù.
Le aree in cui la sua presenza fu maggiormente riscontrata sono la Spagna settentrionale, la Francia meridionale e la etnia basca.
Un altra etnia con alta concentrazione del fattore RH- è quella ebraica dell’Est.

Circa il 40% della popolazione europea possiede il fattore RH-. Solo il 3% degli africani e circa l’1% degli asiatici e dei nativi americani è RH-.
Sulla scorta di tali informazioni statistiche, non è difficile intuire dove il fattore RH- potrebbe essere stato introdotto, originariamente, nel codice genetico umano.
Stiamo parlando della regione caucasica.

Dal punto di vista scientifico, se il fattore RH-negativo fosse realmente una tipologia ‘normale’ di sangue, a cosa potrebbero addebitarsi gli inconvenienti che sorgono quando una madre RH- dà alla luce un bambino RH+?
Si tratta di una malattia emolitica, o meglio di una reazione allergica che può produrre conseguenze gravi quando i due diversi gruppi sanguigni si mescolino nel corso della gravidanza, dal momento che le sostanze antigeniche presenti nel tipo RH- attaccano le cellule RH+.
Ciò detto, a cosa può addebitarsi una lotta genica tra due tipi di sangue ugualmente umano?
Abbiamo a che fare con un gruppo sanguigno alieno?
Esiste un unico altro caso in natura in cui ha luogo una simile reazione tra organismi che si accoppiano: quando asini e cavalli vengono incrociati per la produzione di muli.
Tutto ciò è comprensibile, in quanto si tratta di un incrocio ‘innaturale’, che allo stato brado non esiste. L’ibridazione che dà vita ai muli ha luogo esclusivamente a causa dello intervento umano. Dunque, è possibile che esistano due tipologie di esseri umani, simili ma geneticamente diverse?
Peculiarità.
Nella maggioranza delle persone con sangue di tipo RH- si tende a riscontrare una serie di caratteristiche comuni.
Cosa si potrebbe concludere dagli elementi illustrati? E’ stato dimostrato che il sangue è l’organo con minori probabilità di mutazione.
Se si esclude quella di cui stiamo dibattendo, la scienza non ha mai registrato altre mutazioni genetiche nel sangue.
Elemento che supporta la tesi secondo cui il fattore RH- sia stato introdotto da una fonte esterna, ad esempio esseri simili agli umani, ma non terrestri.
E’ possibile che una specie aliena abbia manipolato la vita preesistente sul pianeta per creare l’uomo moderno?
La Stirpe Giunta dal Cielo.
Molti testi antichi, compresa la Bibbia, sembrano supportare questa teoria.
Molte storie nei testi antichi, in particolare quelle contenute nei testi pre-cristiani, narrano di una stirpe giunta dal cielo che avrebbe creato l’uomo a propria immagine.
L’uomo primitivo li identificò come divinità dalla straordinaria longevità, e capaci di compiere prodigi, ad esempio volare su strani veicoli e provocare assordanti boati sparando fuoco da tali mezzi. Gli esseri umani assistettero alla edificazione di mastodontici monumenti e splendide città da parte di queste creature apparentemente divine.
Perché dal punto di vista di un umanoide primitivo non potevano che apparire come divinità.
Ma in realtà chi erano, tali divinità?
Le storie antiche ci dicono molto su di esse. Mediante ciò che si suppone fosse tecnologia avanzata potevano volare in cielo e nello spazio. Erano maestri di aviazione, di metallurgia, di astronomia, medicina e – ovviamente – di genetica.
Conoscevano la energia atomica ed utilizzarono il suo potere distruttivo, a giudicare dalle prove prodotte da studi di paleo-geologia .
Conoscevano le tecniche della agricoltura e sapevano come creare cereali più nutrienti ed altri derivati alimentari.
Tutte le granaglie con cui gli esseri umani si alimentano da molto tempo, sono apparse contemporaneamente sul pianeta nel corso di un periodo non più lungo di 10.000 anni.
Tempo molto breve, biologicamente parlando, oltre il quale non fu più sviluppata alcuna nuova forma di grano.I nostri testi antichi narrano che un giorno queste creature iniziarono ad accoppiarsi con gli esseri umani.
La Bibbia dice che gli dei guardarono le donne e le trovarono piacevoli per gli occhi, e quindi le presero in mogli, e concepirono figli, molti figli
Nella prima parte di questo articolo ho descritto cosa accade quando due specie geneticamente simili ma non uguali, vengano incrociate. Esse producono ibridi, ad esempio i muli risultanti dalla ibridazione di cavalli ed asini. Tuttavia la non perfetta compatibilità genica fa si che i muli nascano sterili. Di conseguenza quando sarebbero stati creati gli esseri umani, essi potrebbero essere stati il frutto di una ibridazione ottenuta in un laboratorio e ottimizzata mediante tecnologia avanzata, dal punto di vista delle facoltà riproduttive.
Fonte: http://phantasypublishing.blogspot.it/2012/04/mystery-of-rh-negative-blood-genetic.html
Tratto da: anticorpi
lunedì 7 aprile 2014
Zebre perchè hanno le strisce? Tutta colpa delle mosche!
Il disegno del manto le protegge dai morsi degli insetti

Le strisce delle zebre sono un'anomalia evoluzionistica che ha turbato il sonno degli scienziati per secoli.
Secondo l'ultimo studio, la causa è da ricercare nella protezione dalle malattie dovute al morso delle mosche.
La conferma a una delle ipotesi più accreditate arriva da una ricerca condotta presso la University of California di Davis descritta in un documento scientifico pubblicato su Nature Communications. Un'enigma durato secoli - Le ipotesi hanno incluso rituali di accoppiamento, la protezione dai predatori, il mimetismo e la protezione dal calore, sebbene nessuna prova abbia supportato queste supposizioni.
Tim Caro, autore principale dello studio, ha detto: "Nessuno sapeva perché le zebre avessero questo tipo di manto.
Ma risolvere i dilemmi evoluzionistici aumenta la nostra conoscenza del mondo naturale e può innescare un impegno maggiore nella sua conservazione".
La conferma una volta per tutte - Questa spiegazione è stata a lungo sospettata, poiché le mosche tendono a evitare le superfici a strisce bianche e nere.
Per accertare questa congettura una volta per tutte, io ricercatori hanno segnato la distribuzione geografica delle zebre, dei cavalli e degli asini e hanno osservato le differenze negli schemi delle strisce delle zebre.
In seguito, gli esperti hanno sovrapposto i dati con variabili come la temperatura, il terreno, tipo di predatori e distribuzione delle mosche.
Dallo studio è risultato che l'unico fattore a incidere sul disegno formato dalle strisce erano le mosche. I ricercatori hanno aggiunto che il mantello a pelo corto delle zebre le rende particolarmente suscettibili alle mosche e ciò spiegherebbe perché non compaiono su altri animali.
Comunque, ogni mistero risolto ne porta un altro.
Resta da scoprire, infatti, perché le mosche evitano le superfici a strisce bianche e nere.

Le strisce delle zebre sono un'anomalia evoluzionistica che ha turbato il sonno degli scienziati per secoli.
Secondo l'ultimo studio, la causa è da ricercare nella protezione dalle malattie dovute al morso delle mosche.
La conferma a una delle ipotesi più accreditate arriva da una ricerca condotta presso la University of California di Davis descritta in un documento scientifico pubblicato su Nature Communications. Un'enigma durato secoli - Le ipotesi hanno incluso rituali di accoppiamento, la protezione dai predatori, il mimetismo e la protezione dal calore, sebbene nessuna prova abbia supportato queste supposizioni.
Tim Caro, autore principale dello studio, ha detto: "Nessuno sapeva perché le zebre avessero questo tipo di manto.
Ma risolvere i dilemmi evoluzionistici aumenta la nostra conoscenza del mondo naturale e può innescare un impegno maggiore nella sua conservazione".
La conferma una volta per tutte - Questa spiegazione è stata a lungo sospettata, poiché le mosche tendono a evitare le superfici a strisce bianche e nere.
Per accertare questa congettura una volta per tutte, io ricercatori hanno segnato la distribuzione geografica delle zebre, dei cavalli e degli asini e hanno osservato le differenze negli schemi delle strisce delle zebre.
In seguito, gli esperti hanno sovrapposto i dati con variabili come la temperatura, il terreno, tipo di predatori e distribuzione delle mosche.
Dallo studio è risultato che l'unico fattore a incidere sul disegno formato dalle strisce erano le mosche. I ricercatori hanno aggiunto che il mantello a pelo corto delle zebre le rende particolarmente suscettibili alle mosche e ciò spiegherebbe perché non compaiono su altri animali.
Comunque, ogni mistero risolto ne porta un altro.
Resta da scoprire, infatti, perché le mosche evitano le superfici a strisce bianche e nere.
martedì 25 febbraio 2014
I teschi di Paracas

L’archeologo peruviano, Julio Tello, fece, nel lontano 1928, una scoperta sorprendente: un cimitero enorme contenente tombe piene di resti di individui con i più grandi crani allungati presenti in tutto il mondo, i così detti:
‘Teschi di PARACAS‘.
In totale, Tello trovò oltre 300 di questi crani allungati, che si ritiene risalgano a circa 3.000 anni fa.
L’analisi del DNA è stato condotto su uno dei teschi e l’esperto Brien Foerster, ha rilasciato le prime informazioni riguardanti questi teschi enigmatici.
E’ ben noto che la maggior parte dei crani allungati sono il risultato di una deformazione cranica, in cui il cranio è intenzionalmente deformato applicando forza, per un lungo periodo di tempo, sulla testa.
Di solito è realizzata legando la testa fra due pezzi di legno o rilegando la testa con della tela. Tuttavia, mentre la deformazione cranica cambia la forma del cranio, non altera il suo volume, peso o altre caratteristiche che sono peculiari di un teschio umano normale.
I teschi Paracas, però, sono diversi. Il volume cranico è fino al 25% più grande e il 60% più pesante dei teschi umani tradizionali, nel senso che non avrebbero potuto essere intenzionalmente deformati L’archeologo peruviano, Julio Tello, fece, nel lontano 1928, una scoperta sorprendente: un cimitero enorme contenente tombe piene di resti di individui con i più grandi crani allungati presenti in tutto il mondo, i così detti: ‘Teschi di PARACAS‘.
In totale, Tello trovò oltre 300 di questi crani allungati, che si ritiene risalgano a circa 3.000 anni fa.
L’analisi del DNA è stato condotto su uno dei teschi e l’esperto Brien Foerster, ha rilasciato le prime informazioni riguardanti questi teschi enigmatici. E’ ben noto che la maggior parte dei crani allungati sono il risultato di una deformazione cranica, in cui il cranio è intenzionalmente deformato applicando forza, per un lungo periodo di tempo, sulla testa.
Di solito è realizzata legando la testa fra due pezzi di legno o rilegando la testa con della tela.
Tuttavia, mentre la deformazione cranica cambia la forma del cranio, non altera il suo volume, peso o altre caratteristiche che sono peculiari di un teschio umano normale.
I teschi Paracas, però, sono diversi. Il volume cranico è fino al 25% più grande e il 60% più pesante dei teschi umani tradizionali, nel senso che non avrebbero potuto essere intenzionalmente deformati

Inoltre contengono anche una sola piastra parietale, anziché due. Il fatto che le caratteristiche dei teschi non sono il risultato di una deformazione cranica, significa che la causa dell’allungamento è un mistero e lo è stato per decenni. Il signor Juan Navarro, proprietario e direttore del Museo di Storia Paracas, che ospita una collezione di 35 dei teschi di Paracas, ha consentito il prelievo di campioni da 5 dei crani.
I campioni erano costituiti da capelli, tra cui radici, un dente, un osso del cranio e la pelle e questo processo è stato accuratamente documentato con foto e video.
I campioni sono stati inviati più tardi a Lloyd Pye, fondatore del Progetto Starchild, che ha consegnato i campioni ad un genetista in Texas per il test del DNA. I risultati sono tornati indietro e, Brien Foerster, autore di più di dieci libri è un’autorità sulle antiche teste allungate del popolo del Sud America, ha appena rivelato i risultati preliminari delle analisi. Egli riferisce sui risultati del genetista: “Nel mtDNA (DNA mitocondriale) sono presenti mutazioni sconosciute in qualsiasi essere umano, primate o animale conosciuto finora.” “Alcuni frammenti di questo campione, indicano che abbiamo a che fare con una nuova creatura di tipo umana, molto distante dall’Homo sapiens, dal Neanderthal e dal Denisovans.”
“Le implicazioni sono enormi e non sono sicuro che si adatteranno al noto albero evolutivo del genere Umano”, ha scritto. Inoltre ha aggiunto che:
“Se gli individui di Paracas erano così biologicamente diversi, non avrebbero potuto incrociarsi con gli esseri umani.”
sabato 1 febbraio 2014
Scoperti neuroni magnetici nel cuore
Per gli antichi Egizi, la sede del pensiero attrattivo non era nella testa, ma nel cuore, loro lo sapevano già, gli antichi avevano già molte conoscenze che noi ancora ignoriamo.
I cinesi ci erano arrivati millenni prima degli egiziani.
Pensavano che tutto il corpo possiede neuroni, non solo la mente ed il cuore.
Un proverbio cinese dice: "E' il corpo che pensa e la mente che lavora".
Da quando l’uomo ha iniziato ad indagare sulla natura con il Metodo Scientifico,( il riferimento è agli studi di anatomia umana effettuati da Leonardo da Vinci sui cadaveri,) abbiamo iniziato ad avere molte più certezze su quanto ci hanno tramandato i popoli antichi acquisendole come verità, e non come mere superstizioni dovute all’ignoranza.

Negli Stati Uniti, e più precisamente in California, presso l’HearthMath Institute, si è scoperto che il cuore emette un campo elettromagnetico molto più potente di quello del cervello, e sorprendentemente, il campo elettromagnetico del cuore, influenza quello del cervello.
Inoltre non è il cervello che dice al cuore cosa fare, ma esattamente il contrario.
Si è trovato un vero e proprio sistema nervoso all’interno del cuore, Questa novità scientifica risale al 1991, quando dopo lunghe ricerche, uno dei primi pionieri della Neurocardiologia, una nuova disciplina che ha fornito importantissime informazioni sul sistema nervoso nel cuore e su come il cervello e il cuore comunichino tra loro tramite il sistema nervoso.
Il Dr. J. Andrew Armour, ha introdotto il concetto di un “cervello del cuore”. I neuroni quindi esistenti nel cuore, lo abilitano ad agire indipendentemente dal cervello, per imparare, ricordare, scegliere e persino avere sensazioni.
Il libro recente “Neurocardiologia” del Dr. Armour e del Dr. Jeffrey Ardell, fornisce una panoramica della funzione del sistema nervoso intrinseco del cuore e del ruolo dei neuroni autonomi centrali e periferici nella regolazione della funzione cardiaca.
Il sistema nervoso del cuore contiene circa 40.000 neuroni, detti neuriti sensori, che rilevano gli ormoni circolanti, le sostanze neurochimiche, la frequenza cardiaca e la pressione, che invece il cervello non ha.
L’informazione ormonale, chimica, della frequenza e della pressione viene tradotta in impulsi neurologici dal sistema nervoso del cuore e da esso inviata al cervello .
E’ tramite questi percorsi nervosi che i segnali di dolore e altre sensazioni vengono inviate al cervello. Questi segnali arrivano anche ai maggiori centri cerebrali, dove possono influenzare la percezione, le decisioni e altri processi cognitivi.
Il cuore insomma, comunica con il cervello in un modo che influenza significativamente come noi percepiamo e reagiamo al mondo. Il cuore sembra mandare chiari messaggi al cervello ai quali non solo esso risponde, ma obbedisce.
Tutto questo ci suggerisce di riconsiderare con attenzione e rispetto gli enunciati di antiche civiltà: magari potrebbero fornirci preziose indicazioni per il nostro benessere e che la scienza solo in seguito, non appena ne avrà i mezzi, potrà confermare.
I cinesi ci erano arrivati millenni prima degli egiziani.
Pensavano che tutto il corpo possiede neuroni, non solo la mente ed il cuore.
Un proverbio cinese dice: "E' il corpo che pensa e la mente che lavora".
Da quando l’uomo ha iniziato ad indagare sulla natura con il Metodo Scientifico,( il riferimento è agli studi di anatomia umana effettuati da Leonardo da Vinci sui cadaveri,) abbiamo iniziato ad avere molte più certezze su quanto ci hanno tramandato i popoli antichi acquisendole come verità, e non come mere superstizioni dovute all’ignoranza.

Negli Stati Uniti, e più precisamente in California, presso l’HearthMath Institute, si è scoperto che il cuore emette un campo elettromagnetico molto più potente di quello del cervello, e sorprendentemente, il campo elettromagnetico del cuore, influenza quello del cervello.
Inoltre non è il cervello che dice al cuore cosa fare, ma esattamente il contrario.
Si è trovato un vero e proprio sistema nervoso all’interno del cuore, Questa novità scientifica risale al 1991, quando dopo lunghe ricerche, uno dei primi pionieri della Neurocardiologia, una nuova disciplina che ha fornito importantissime informazioni sul sistema nervoso nel cuore e su come il cervello e il cuore comunichino tra loro tramite il sistema nervoso.
Il Dr. J. Andrew Armour, ha introdotto il concetto di un “cervello del cuore”. I neuroni quindi esistenti nel cuore, lo abilitano ad agire indipendentemente dal cervello, per imparare, ricordare, scegliere e persino avere sensazioni.
Il libro recente “Neurocardiologia” del Dr. Armour e del Dr. Jeffrey Ardell, fornisce una panoramica della funzione del sistema nervoso intrinseco del cuore e del ruolo dei neuroni autonomi centrali e periferici nella regolazione della funzione cardiaca.
Il sistema nervoso del cuore contiene circa 40.000 neuroni, detti neuriti sensori, che rilevano gli ormoni circolanti, le sostanze neurochimiche, la frequenza cardiaca e la pressione, che invece il cervello non ha.
L’informazione ormonale, chimica, della frequenza e della pressione viene tradotta in impulsi neurologici dal sistema nervoso del cuore e da esso inviata al cervello .
E’ tramite questi percorsi nervosi che i segnali di dolore e altre sensazioni vengono inviate al cervello. Questi segnali arrivano anche ai maggiori centri cerebrali, dove possono influenzare la percezione, le decisioni e altri processi cognitivi.

Il cuore insomma, comunica con il cervello in un modo che influenza significativamente come noi percepiamo e reagiamo al mondo. Il cuore sembra mandare chiari messaggi al cervello ai quali non solo esso risponde, ma obbedisce.
Tutto questo ci suggerisce di riconsiderare con attenzione e rispetto gli enunciati di antiche civiltà: magari potrebbero fornirci preziose indicazioni per il nostro benessere e che la scienza solo in seguito, non appena ne avrà i mezzi, potrà confermare.
sabato 25 gennaio 2014
Josephine Myrtle Corbin: la donna nata con quattro gambe
Nata a Clabourne, in Texas nel 1868, la donna crebbe con due paia di gambe. All’esterno un paio, di grandezza normale, e un altro interno, decisamente più piccolo.
In pratica la donna era dotata di due bacini e due corpi separati dalla vita in giù.
Nonostante questo grave handicap, Josephine si sposò all’età di 19 anni con un dottore ed ebbe 5 figli, 4 femmine ed un maschio. Si dice che tre di questi fossero nati da una vagina e due dall’altra. Ognuna delle due gambe più grandi era accoppiata con una più piccola interna. Poteva muovere le gambe interne, ma erano troppo deboli per camminare.
Questa donna, così “particolare”, morì nel 1927, all’età di 59 anni.
La nascita di una coppia di gemelli siamesi è un’eventualità molto rara. L’evento è causato da una tardiva divisione dell’embrione e se ne conta una ogni 120 mila. Tali gemelli sono esclusivamente monozigoti e, a seconda delle parti in cui sono uniti e degli organi che hanno in comune, vengono suddivisi secondo diverse tipologie. Ancora più raro è il caso del cosiddetto “gemello parassita”, in cui uno dei due embrioni si forma all’interno dell’altro o non completamente. Un gemello, in pratica, prende il sopravvento e “assorbe” l’altro.
Ma il caso di Josephine è ancora più complesso: esso fu il risultato di una forma ancora più rara nel regno del gemellaggio, noto come Dipygus, che le diede due corpi completi dalla vita in giù.
La donna ha lavorato per P.T.Barum e il Ringling Brothers Circus, poiché durante l’epoca vittoriana le persone deformi non erano discriminate.
Loro stesse si mettevano in mostra nei più grossi circhi dell’epoca, come appunto il Ringling Brod and Barnum and Boley circus, ricercando popolarità.
In un certo senso, era una fortuna che vi fossero queste occasioni di “dare spettacolo” attraverso la propria deformità, altrimenti, persone incapaci di camminare o svolgere le più normali attività quotidiane, sarebbero sicuramente morte di stenti.
Nell’800 e nella prima metà del 900, nei circhi andavano di moda i cosiddetti “freaks”, ovvero uomini con varie deformità che si esibivano come fenomeni da baraccone e diventavano delle vere e proprie celebrità del loro tempo.
Phineas Taylor Barnum (1810-1891) fu uno dei più grandi impresari del XIX secolo. Egli presentava molti fenomeni e molte stranezze della natura.
Le folle erano attirate da uomini nani, donne barbute o corpulente, uomini mostruosamente grandi o uomini scheletrici e, soprattutto, fratelli siamesi.
Nel 1871 Barnum creò The Greatest Show on Earth, ovvero Il più grande spettacolo al mondo, con cui fece il giro del pianeta.
Charles Eisenmann, fu uno dei primi fotografi di culto che la società abbia mai conosciuto. Ebbe l’idea di vestire queste “celebrità” di tutto punto e metterle davanti al suo obiettivo. Le fotografie venivano poi vendute come cartoline collezionabili dando lustro al fotografo quanto ai protagonisti.
Un po’ come facevamo noi da piccoli con le figurine Panini: “io ti do l’uomo elefante e tu, in cambio, mi dai la donna che cammina sulle mani”.
Solo che questi non erano calciatori oppure cartoni animati, bensì uomini e donne ripresi nei minimi particolari, in tutta la loro drammaticità. Ed Eisenmann, fra gli altri, ritrasse anche Josephine.
Oggi, la rara patologia della “donna con 4 gambe”, in certi casi, potrebbe essere operabile.
Nella nostra società le imperfezioni non vanno mostrate, anzi, si tengono nascoste sempre e comunque.
Regna purtroppo una grande diffidenza nei confronti di tutto ciò che non si conosce e si presenta ai nostri occhi come “diverso”. Una cosa positiva è che non ci si abbandona più al fato ed alla rassegnazione, bensì la medicina e la chirurgia cercano di offrire soluzioni adeguate e definitive.
Che in alcuni casi permettono anche di salvare delle vite.
venerdì 24 gennaio 2014
Abbiamo come antenati più di una specie
Olga Sobolevskaja -
La Voce della Russia Una nuova parola nell'archeologia – così può essere definito il lavoro di un pool internazionale di scienziati di cui fanno parte anche specialisti russi.
I ricercatori hanno letto il genoma della donna di Neanderthal proveniente della caverna di Denisovo in Altai, nella Siberia Occidentale.
L'analisi genetica ha confermato che gli uomini di Neanderthal, Homo sapiens e ancora una, per ora "non-identificata" specie umana, hanno avuto antenati comuni.
Finora si riteneva che specie "non si mischiavano" e, dunque, non si scambiavamo geni.
I ricercatori dell'Istituto accademico di archeologia e etnografia di Novosibirsk (Siberia), e anche loro colleghi della Germania, della Cina e degli USA, hanno estratto DNA da un frammento osseo di un piede di una donna di Neanderthal che visse circa 40000 anni fa. I resti sono stati trovati durante gli scavi nella caverna di Denisovo in Altai – nel Sud della Siberia Occidentale..jpg)
I Desinoviani
Questa caverna è diventata famosa nel 2010 dopo che vi fossero state trovate le ossa di una specie umana sconosciuta che per ora si chiama proprio così - i denisoviani.
Tuttavia oltre ai denisoviani nella caverna di Altai vivevano anche le specie ben note – l'uomo di Cro-Magnon e l'uomo di Neanderthal.
Complessivamente durante gli scavi nella caverna sono rinvenuti oltre 20 strati di terra appartenenti a epoche diverse.
Il mistero principale per gli scienziati finora rimaneva l'ipotesi di un possibile accoppiamento tra le specie.
Per molto tempo si riteneva che diverse specie umane erano isolate l'una dall'altra e non scambiavano geni.
Tuttavia alcuni scienziati, ad esempio, Boris Maliarciuk, responsabile del laboratorio di genetica dell'Istituto accademico di problemi biologici del Nord, hanno attivamente dibattuto la cosiddetta teoria ibrida.
Hanno espresso le supposizioni che l'uomo moderno potrebbe avere come antenati più di una specie -
Homo sapiens e i suoi parenti – gli uomini di Neanderthal e i denisoviani.
Lo scorso autunno Maliarciuk è stato uno dei primi a scoprire le sequenze di DNA che attestavano l'"ibridizzazione" tra Homo sapiens e gli uomini di Neanderthal.
Ora il pool internazionale degli scienziati che hanno decifrato genoma della donna di Neanderthal con l'impiego dell'analisi genetico - molecolare ha confermato l'incrocio tra tutte le specie che abitavano nella caverna di Denisovo.
C'è stato lo scambio di geni tra diverse specie umane, ha scritto il pool di scienziati sulla rivista "Nature".
In altre parole, i rappresentanti delle specie diverse non solo vivevano a turno nella stessa caverna per oltre diecimila anni, ma anche avevano i figli in comune.
Risulta che queste specie, separandosi circa 400000 anni fa, comunque non sono diventate completamente isolate le une dagli altri.
La Voce della Russia Una nuova parola nell'archeologia – così può essere definito il lavoro di un pool internazionale di scienziati di cui fanno parte anche specialisti russi.
I ricercatori hanno letto il genoma della donna di Neanderthal proveniente della caverna di Denisovo in Altai, nella Siberia Occidentale.

L'analisi genetica ha confermato che gli uomini di Neanderthal, Homo sapiens e ancora una, per ora "non-identificata" specie umana, hanno avuto antenati comuni.
Finora si riteneva che specie "non si mischiavano" e, dunque, non si scambiavamo geni.

I ricercatori dell'Istituto accademico di archeologia e etnografia di Novosibirsk (Siberia), e anche loro colleghi della Germania, della Cina e degli USA, hanno estratto DNA da un frammento osseo di un piede di una donna di Neanderthal che visse circa 40000 anni fa. I resti sono stati trovati durante gli scavi nella caverna di Denisovo in Altai – nel Sud della Siberia Occidentale.
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I Desinoviani
Questa caverna è diventata famosa nel 2010 dopo che vi fossero state trovate le ossa di una specie umana sconosciuta che per ora si chiama proprio così - i denisoviani.
Tuttavia oltre ai denisoviani nella caverna di Altai vivevano anche le specie ben note – l'uomo di Cro-Magnon e l'uomo di Neanderthal.
Complessivamente durante gli scavi nella caverna sono rinvenuti oltre 20 strati di terra appartenenti a epoche diverse.
Il mistero principale per gli scienziati finora rimaneva l'ipotesi di un possibile accoppiamento tra le specie.
Per molto tempo si riteneva che diverse specie umane erano isolate l'una dall'altra e non scambiavano geni.
Tuttavia alcuni scienziati, ad esempio, Boris Maliarciuk, responsabile del laboratorio di genetica dell'Istituto accademico di problemi biologici del Nord, hanno attivamente dibattuto la cosiddetta teoria ibrida.
Hanno espresso le supposizioni che l'uomo moderno potrebbe avere come antenati più di una specie -
Homo sapiens e i suoi parenti – gli uomini di Neanderthal e i denisoviani.
Lo scorso autunno Maliarciuk è stato uno dei primi a scoprire le sequenze di DNA che attestavano l'"ibridizzazione" tra Homo sapiens e gli uomini di Neanderthal.
Ora il pool internazionale degli scienziati che hanno decifrato genoma della donna di Neanderthal con l'impiego dell'analisi genetico - molecolare ha confermato l'incrocio tra tutte le specie che abitavano nella caverna di Denisovo.
C'è stato lo scambio di geni tra diverse specie umane, ha scritto il pool di scienziati sulla rivista "Nature".
In altre parole, i rappresentanti delle specie diverse non solo vivevano a turno nella stessa caverna per oltre diecimila anni, ma anche avevano i figli in comune.
Risulta che queste specie, separandosi circa 400000 anni fa, comunque non sono diventate completamente isolate le une dagli altri.
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