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martedì 24 settembre 2019

Aci Trezza, il borgo siciliano che ispirò Omero


Aci Trezza è un luogo magico, dove storia e mitologia si sovrappongono in una danza infinita, fino a confondersi.
 È qui che Omero ebbe l’ispirazione per la titanica lotta tra Ulisse e Polifemo, ma non solo.

 Oggi Aci Trezza potrebbe sembrare un paesino della costa siciliana come tanti altri, dedito al turismo per le sue splendide spiagge e le acque cristalline su cui si affaccia. Ma è in realtà un posto incantato, un piccolo paradiso di inestimabile valore culturale e storico.

 Fondato nel 1600 da Stefano Riggio come approdo marittimo per il suo feudo, per moltissimi decenni il borgo ha vissuto grazie alla pesca, fin quando non si è trasformato in un polo turistico molto apprezzato da chi trascorre le proprie vacanze in Sicilia


Ciò che affiora dal passato del piccolo villaggio di pescatori è a dir poco incredibile. 

Si narra infatti che Aci Trezza abbia ispirato Omero e Virgilio per alcune delle più famose scene delle loro opere mitologiche. 
Ulisse venne imprigionato da Polifemo proprio nel territorio su cui oggi sorge il borgo siciliano, e quando riuscì a fuggire accecando il ciclope scatenò talmente la sua ira che quest’ultimo gettò in acqua enormi massi, dai quali ebbero origine le isole dei Ciclopi.

 Per Virgilio, invece, l’eroe troiano Enea incontrò proprio ad Aci Trezza il compagno di Ulisse, Achemenide. 
Questi venne dimenticato nel paese dei ciclopi durante la fuga che tanto fece arrabbiare Polifemo.


In anni più recenti, il paesino fu protagonista del romanzo I Malavoglia, di Giovanni Verga: la casa del Nespolo, in cui l’umile famiglia di pescatori guidata da Padron ‘Ntoni aveva dimora, è ancora oggi uno dei luoghi simbolo di queste terre. 

Sempre ad Aci Trezza venne girato il film La terra trema, di Luchino Visconti, ispirata al romanzo di Verga. 
Era il 1948 quando le riprese di questo capolavoro del cinema italiano ebbero luogo, ma presso il piccolo borgo siciliano si respira ancora la stessa atmosfera.


Siete nei pressi di questo splendido paesino siciliano e non sapete cosa fare? 
Di alternative ce ne sono sicuramente moltissime, a partire da una bella passeggiata lungomare, ammirando i faraglioni che spuntano dalle acque cristalline della Riviera dei Ciclopi. 

L’intera area è posta sotto la tutela della Riserva Naturale integrata nella Regione Sicilia dal 1998, per il suo interesse storico e naturalistico.
 Se amate le immersioni, l’area marina protetta delle isole dei Ciclopi offre un panorama mozzafiato: potrete godere la meraviglia delle rocce di origine vulcanica che si combinano perfettamente con la flora e la fauna locali.




Poco distante, ad Aci Castello, sorge una splendida costruzione di origine bizantina, che fu il fulcro dello sviluppo urbanistico di questa zona. 
Il Castello venne edificato su una roccia lavica a picco sul mare, ed è divenuto ben presto uno dei simboli di queste terre. 

Oggi moltissimi turisti vi si recano per visitarlo, e al suo interno è possibile ammirare alcuni interessanti reperti storici custoditi presso il Museo Civico che vi è stato allestito. 

 Fonte: siviaggia

martedì 3 settembre 2019

Durlindana: la straordinaria storia della Spada del Paladino Orlando


Benché non famosa come Excalibur, la leggendaria spada di Re Artù, la Durlindana (o Durendal, Durindana, Durendala) non ha niente da invidiare alla più conosciuta arma del Re di Camelot, almeno in fatto di storie mitiche sulla sua origine, sul suo potere e sulla sua fine. 

Al contrario di Excalibur, estratta dalla roccia (almeno in alcune versioni del mito) da Artù, la Durlindana finisce la sua gloriosa carriera, non si sa bene come, incastrata in una parete rocciosa verticale, in uno sperduto villaggio francese : Rocamadour 


 Prima di allora era stata l’arma indistruttibile del più valoroso dei paladini di Carlo Magno, Orlando (o Rolando), l’eroico cavaliere protagonista della Chanson de Roland. 

 In realtà Orlando non è una figura leggendaria: prefetto della marca di Bretagna morì veramente nella battaglia di Roncisvalle (778 d.C.). 
Di lui, come persona reale, si sa ben poco, ma in compenso è diventato il protagonista di molte storie medioevali del ciclo carolingio, nelle quali si dice che è nipote di Carlo Magno, e addirittura il più valoroso dei Dodici Pari, ovvero i migliori guerrieri della corte imperiale. 

 E se non è leggendaria la battaglia di Roncisvalle, la narrazione che ne viene fatta nella Chanson è totalmente romanzata.
 I nemici, che nella realtà erano baschi, nel racconto epico diventano saraceni, ovvero musulmani da combattere a costo della vita, per la sopravvivenza della cristianità.

 Nella retroguardia, pur di non richiamare l’esercito di Carlo Magno, Orlando muore, non colpito da un nemico, ma per aver suonato con troppa forza il suo olifante. 
Ma solo quando, ormai ridotti in tre sopravvissuti, si decide ad avvisare l’imperatore della tragica disfatta, non per invocare soccorso (che sarebbe stato disonorevole), ma per consentire alle forze cristiane di annientare quelle musulmane.


E morendo si preoccupa della sua preziosa e potente spada, la Durlindana: preziosa perché contiene sacre reliquie (un dente di San Pietro, sangue di San Basilio, capelli di San Dionigi e un lembo della veste di Maria) e potente perché indistruttibile.

 Nelle storie del ciclo carolingio non è ben chiara quale fosse l’origine della spada, ma pare fosse stata forgiata dal mitico Weland, fabbro che compare nelle leggende nordiche.

 Nella Chanson de Roland invece, la Durlindana viene consegnata addirittura da un angelo a Carlo Magno, che poi ne fa dono al paladino più valoroso, il nipote Orlando.


Nel racconto medioevale, Orlando tenta di distruggere la spada per non farla cadere nelle mani dei nemici, lanciandola contro un costone di roccia.

 La Durlindana rimane intatta, ma in compenso si rompe la roccia


L’eroico cavaliere allora decide di nascondere la spada sotto il suo corpo, quando ormai arrivato allo stremo, si accascia sul terreno in attesa della morte, che puntuale arriva insieme a uno stuolo di angeli che lo portano in cielo. 

 Per non si sa quali vie misteriose, la straordinaria Durlindana sarebbe poi finita incastrata in una roccia di Rocamadour, pittoresco villaggio dell’Occitania, dove oggi è legata a una catena per evitarne il furto.


 Fonte: vanillamagazine

giovedì 3 aprile 2014

Discorso della servitù volontaria



La servitù volontaria "Vorrei soltanto capire come sia possibile che tanti uomini, tanti Paesi, tanta città, tante nazioni, a volte soppportino un solo tiranno, che non ha altra potenza se non quella che essi gli concedono, che non ha potere di nuocere, se non in quanto essi hanno la volontà di sopportarlo; che non saprebbe far loro alcun male, se essi non preferissero subirlo anziché contrastrarlo."

Etienne de La Boétie -

Étienne de La Boétie (Sarlat, 1º novembre 1530 – Germignan, 18 agosto 1563) è stato un filosofo, scrittore, politico e giurista francese.
CITAZIONI  dal libro
Vorrei soltanto riuscire a comprendere come sia possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante città e tante nazioni talvolta sopportino un tiranno solo, che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano, che ha la capacità di nuocere loro solo finché sono disposti a tollerarlo, e che non potrebbe fare loro alcun male se essi non preferissero sopportarlo anziché opporglisi. (pag. 4) … quel che avviene in tutti i paesi, ogni giorno, fra tutti gli uomini, ossia che uno solo ne opprima centomila privandoli della libertà, chi potrebbe mai crederlo se ne sentisse soltanto parlare e non ne fosse testimone? Se accadesse soltanto in paesi stranieri e in terre lontane, e ce lo venissero a raccontare, chi di noi non penserebbe che si tratta d'invenzione, di una trovata, e non della verità? Per di più, non c'è bisogno di combattere questo tiranno, né di toglierlo di mezzo; si sconfigge da solo, a patto che il popolo non acconsenta alla propria servitù. Non occorre sottrargli qualcosa, basta non dargli nulla
Sono dunque i popoli stessi che si lasciano incatenare, perché se smettessero di servire, sarebbero liberi.

È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo, che potendo scegliere tra servitù e libertà, rifiuta la sua indipendenza e si sottomette al giogo; che acconsente al proprio male, anzi lo persegue. (pag. 7) … i tiranni quanto più saccheggiano tanto più esigono; quanto più devastano e distruggono tanto più ottengono, quanto più li si serve tanto più diventano potenti, forti, per tutto annientare e distruggere. Ma se non si dà loro più niente, se non si presta loro obbedienza, senza bisogno di combatterli e di colpirli rimangono nudi e sconfitti, ridotti a un niente, proprio come il ramo che, non ricevendo più linfa e alimento dalla radice, inaridisce e muore.(pag. 8)
Eppure questo vostro padrone che vi domina ha soltanto due occhi, due mani, un corpo, niente di diverso da quanto possiede l'ultimo abitante del grande e sconfinato numero delle vostre città, eccetto i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite

Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi. (pag. 9-10)
Credo sia fuori dubbio che se vivessimo secondo i diritti che la natura ci ha dato e conformemente ai suoi insegnamenti, saremmo naturalmente sottomessi ai nostri genitori, soggetti alla ragione, e servi di nessuno come possiamo dubitare di essere tutti liberi per natura, dato che siamo tutti uguali?
A nessuno può venire in mente che la natura, che ci ha fatti tutti uguali, abbia costretto qualcuno in servitù.
Ne consegue quindi che la libertà è un diritto naturale, e a mio avviso bisogna aggiungere che siamo nati non solo padroni della nostra libertà, ma anche inclini a difenderla. (pag. 10-12)

Ebbene quale sventura ha potuto snaturare tanto l'uomo e fargli perdere il ricordo del suo stato originario e il desiderio di riacquistarlo?
Certamente tutti gli uomini, almeno finché hanno in sé qualcosa di umano, per lasciarsi assoggettare hanno bisogno o di esservi stati costretti o di essere stati ingannati. (pag. 13-14)

Per sua natura l'uomo è e vuole essere libero; ma la sua natura è anche fatta in modo tale da prendere facilmente la piega che le viene data dall'educazione.
Diciamo allora che tutte le cose diventano naturali per l'uomo quando vi viene educato e vi si abitua, ma che gli è propriamente connaturato solo ciò a cui lo colloca la sua indole semplice e non alterata.
Quindi la causa prima della servitù volontaria è l'abitudine. (pag. 19)

In effetti questa è la tendenza naturale della plebaglia.
Non vi è uccello che si lasci più facilmente prendere nella pania, o pesce che per ingordigia del verme abbocchi all'amo più prontamente di quanto tutti i popoli si facciano adescare dalla servitù, solo che ne abbiano il minimo sentore.
È sorprendente come cedono sull'istante alla minima lusinga.
Teatri, giochi, commedie, spettacoli, gladiatori, animali esotici, medaglie, esposizioni di dipinti e altre droghe di questo genere costituivano per i popoli antichi l'esca della servitù, il prezzo della libertà, lo strumento della tirannide.
Con questi mezzi, questi sistemi, questi allettamenti, gli antichi tiranni stordivano i loro sudditi sotto il giogo.
Così quei popoli inebetiti, trovando gradevoli simili passatempi, divertiti dai vani piaceri che venivano fatti balenare davanti ai loro occhi, si abituavano a servire in modo sciocco. (pag. 24)

Non sono gli squadroni a cavallo né le schiere di fanti, né le armi a difendere il tiranno. Da principio si fa fatica a crederlo, ma è così
È accaduto sempre che cinque o sei uomini siano diventati i confidenti del tiranno, o perché si sono fatti avanti da soli o perché sono stati chiamati da questi per diventare complici delle sue crudeltà, compagni dei suoi piaceri, ruffiani della sua lussuria, soci nello spartirsi i frutti delle sue ruberie.
Questi sei profittatori ne hanno altri seicento sotto di loro, che si comportano nei loro riguardi come essi fanno col tiranno.
A loro volta i seicento ne hanno sotto di loro altri seimila
Dietro costoro la fila prosegue interminabile, e chi volesse divertirsi a dipanare questa matassa vedrebbe che non sono seimila, ma centomila, milioni le persone che rimangono legate al tiranno con questa fune e si mantengono ad essa 
Insomma, tra favori e vantaggi, protezioni e profitti ottenuti grazie ai tiranni, si arriva al punto che quanti ritengono vantaggiosa la tirannia sono quasi altrettanto numerosi di quelli che preferirebbero la libertà. (pag. 30)

Così il tiranno assoggetta gli uni servendosi degli altri, e viene difeso da uomini da cui dovrebbe difendersi, se valessero qualcosa Eppure, vedendo questi individui che servono il tiranno per trarre vantaggio dal loro potere e dalla servitù del popolo, spesso mi stupisce la loro malvagità e talvolta mi fa pena la loro stupidità; perché, a dire il vero, avvicinarsi a un tiranno cos'altro significa se non allontanarsi dalla propria libertà e afferrare, per così dire, a due mani e abbracciare la propria servitù?
Non è sufficiente che gli obbediscano, devono compiacerlo rompendosi le ossa, tormentandosi e distruggendosi per curare i suoi interessi; devono amare ciò che egli ama, sacrificare i propri gusti ai suoi, violentare la propria indole sino a spogliarsi della propria personalità 
Quale condizione è più miserabile del vivere così, senza avere nulla di proprio, dipendendo da un altro per il proprio benessere, la propria libertà, il proprio corpo, la vita stessa? (pag. 31-32)

Colui che tanto vi domina non ha che due occhi, due mani, un corpo, non ha niente di più dell’uomo meno importante dell’immenso ed infinito numero delle nostre città, se non la superiorità che gli attribuite per distruggervi.
Da dove ha preso tanti occhi, con i quali vi spia, se non glieli offrite voi? Come può avere tante mani per colpirvi, se non le prende da voi? I piedi con cui calpesta le vostre città, da dove li ha presi, se non da voi? Come fa ad avere tanto potere su di voi, se non tramite voi stessi? Come oserebbe aggredirvi, se non avesse la vostra complicità? Cosa potrebbe farvi se non foste i ricettatori del ladrone che vi saccheggia, complici dell’assassino che vi uccide e traditori di voi stessi?
Seminate i vostri frutti, affinché ne faccia scempio.
Riempite ed ammobiliate le vostre case, per rifornire le sue ruberie. Allevate le vostre figlie perché abbia di che inebriare la sua lussuria. Allevate i vostri figli, perché, nel migliore dei casi, li porti alla guerra e li conduca al macello, li faccia ministri delle sue bramosie, ed esecutori delle sue vendette.
Vi ammazzate di fatica perché possa trattarsi delicatamente nei suoi lussi e voltolarsi nei suoi piaceri sporchi e volgari. Vi indebolite per renderlo più forte e rigido nel tenervi la briglia più corta.
E di tutte queste indegnità, che neanche le bestie potrebbero accettare o sopportare, voi potreste liberarvi se provaste, non dico a liberarvene, ma solo a volerlo fare.
Siate decisi a non servire più, ed eccovi liberi. Non voglio che lo scacciate o lo scuotiate, ma solo che non lo sosteniate più, e lo vedrete, come un grande colosso al quale è stata tolta la base, piombare giù per il suo stesso peso e rompersi. (2014, pag. 36) Impariamo dunque una buona volta, impariamo a far bene, leviamo gli occhi al cielo, sia per il nostro onore, sia per amore della virtù, sia ancora, volendo parlare con cognizione di causa, per l'amore e l'onore di Dio onnipotente, fedele testimone delle nostre azioni e giusto giudice delle nostre colpe.
Dal canto mio sono convinto, e non credo di sbagliare, poiché non vi è cosa più contraria all'infinita liberalità e bontà di Dio della tirannia, che laggiù all'inferno egli riservi qualche pena particolare per i tiranni e i loro complici. (pag. 37)

martedì 11 febbraio 2014

Saggezza antica ....elaborata da Indro Montanelli



La Scuola di Atene - affresco di Raffaello Sanzio
E' un affresco che, oltre alla mirabile prospettiva, rende omaggio alla sapienza antica, con Platone ed Aristotele al centro della scena. Oltre a Euclide e Pitagora vi figurano Socrate, Archimede, Epicuro, Anassimandro, Averroe', Alessandro Magno, Senofonte, Ipazia, Parmenide, Diogene, Plotino, Zoroastro, Apelle e lo stesso Raffaello, rappresentato come Apollo.

Questa è una traduzione di Indro Montanelli, il famoso giornalista, del maggio 1992. Da «La stecca nel coro», Rizzoli.
Quindi è possibile che si tratti di un’elaborazione del testo originale, al fine di avere un testo più conciso e semplice.
Per quanto so di Montanelli, era un giornalista affidabile, e leggendo ci si accorge che sia il libro originale di Platone che la “libera traduzione” di Montanelli hanno il medesimo significato. 

Platone – La Repubblica Cap. VIII, Atene 370 A.C.
Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria;
quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango;
quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio;
quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità;
quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato;
quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?
In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde;
in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze;
in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte;
in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori;
in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici;
in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli;
in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo? Ecco, secondo me, come nascono le dittature.
Esse hanno due madri.
Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia.
L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi.
Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice.
Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
E prima che nel sangue, nel ridicolo .

Un altro insigne filosofo della Classicità lancia un monito sui rischi di un’immigrazione non ben regolata. In ben due passi, “La politica” di Aristotele mette in guardia dall’uso strumentale degli immigrati: «Anche la differenza di razze è elemento di ribellione finché non si sia raggiunta una piena concordia di spiriti, per questa ragione:
come non si forma uno Stato da una massa qualunque di uomini, così nemmeno uno Stato può formarsi in un qualunque periodo di tempo.
Per questo motivo quanti hanno accolto uomini d’altra razza, sia come compagni di colonizzazione, sia parificandoli ai cittadini, in seguito sono caduti in preda alle fazioni» (V, 1, 1303 a);
«È anche proprio della tirannide avere come compagni di tavola e d’ogni occasione i forestieri al posto dei propri concittadini, poiché questi ultimi sono avversi al tiranno, mentre quelli non hanno motivo di contesa con lui.
Questi e simili mezzi sono caratteristici della tirannide e ne proteggono il potere; nessuna ribalderia è ai cittadini risparmiata» (V, 11, 1314 a).
Questo secondo passo è terribile, perché mostra con quanta facilità una politica che si ammanta di carità cristiana può essere funzionale a finalità di segno opposto.

lunedì 27 gennaio 2014

Le mille e una notte


In arabo: ألف ليلة وليلة, Alf layla wa layla; in persiano: هزار و یک شب, Hezār-o yek šab è una celebre raccolta di novelle orientali, costituita a partire dal X secolo, di varia ambientazione storico-geografica, composta da differenti autori.
È incentrata sul re persiano Shāhrīyār, che, essendo stato tradito da una delle sue mogli, uccide sistematicamente le sue spose al termine della prima notte di nozze.
Un giorno, Sharāzād, figlia maggiore del Gran Visir, decide di offrirsi volontariamente come sposa al sovrano, avendo escogitato un piano per placare l'ira dell'uomo contro il genere femminile.
Così la bella e intelligente ragazza, per far cessare l'eccidio e non essere lei stessa uccisa, attua il suo piano con l'aiuto della sorella: ogni sera racconta al re una storia, rimandando il finale al giorno dopo.
Va avanti così per mille e una notte (che è un modo di dire per indicare un periodo di tempo molto lungo); e alla fine il re, innamoratosi, le rende salva la vita.
Ciascuna delle storie principali delle Mille e una notte è quindi narrata da Sherazad; e questa narrazione nella narrazione viene riprodotta su scale minori, con storie raccontate dai personaggi delle storie di Sherazad, e così via.
Questo espediente narrativo, che ancora oggi ha nelle Mille e una notte uno dei suoi casi d'uso più illustri, è da alcuni paragonato a quello del teatro nel teatro che giunge attraverso Shakespeare fino a Pirandello.
Inoltre nel 1300 lo scrittore Boccaccio entra per primo a far parte di tale gruppo, il quale è stato il primo a portare questo tipo di narrazione in Europa, dove la narrazione "interna" serve in molti casi a chiarire le posizioni dei protagonisti nel suo Decamerone. Inizialmente tramandate oralmente, da un punto di vista temporale si ritiene che la prima stesura organica delle novelle sia datata attorno al X secolo. È infatti di questo periodo un'opera dal titolo persiano Hazār afsane (Mille favole), che potrebbe essere identificata col nucleo più antico de Le mille e una notte.

venerdì 15 novembre 2013

Tra letteratura, storia e leggenda: la Maschera di Ferro


"La maschera di ferro": verità o finzione? Storia o leggenda? La letteratura cerca di risolvere l'enigma.
 Il primo ad occuparsi di questo personaggio è Voltaire, che ne viene a conoscenza durante il suo breve periodo di prigionia nel carcere della Bastiglia, grazie ai racconti dei secondini. 
Il soprannome "la maschera di ferro" gli è stato conferito perché il suo viso era nascosto da una maschera, secondo alcuni di velluto, secondo altri di cuoio, con delle bordature in metallo che rendevano impossibile distinguerne i lineamenti del viso. 
La storia vuole che nessuno poteva vedere il suo viso, neppure il medico durante le visite. 
Uscito di prigione Voltaire, appassionatosi al mistero che avvolge la vita di questo prigioniero, scopre che la sua morte risale al 1703 e che è stato sepolto al camposanto di Saint-Paul nella capitale francese.


Da documentazione scritta risulta che il misterioso uomo mascherato è stato trasferito in diverse carceri (Pinerolo, Exilles, Santa Margherita), ove riceve sempre cure e attenzioni particolari, tanto da far ipotizzare a Voltaire, ed in seguito a Dumas, che si tratti di una persona di un certo rilievo o comunque legato a personalità molto importanti.
 Voltaire inoltre comprende che l'enigma che avvolge quest'uomo e le ragioni della sua reclusione possono dipendere da diverse ragioni: l'uomo mascherato è a conoscenza di qualcosa che avrebbe recato grave pregiudizio a personalità di rilievo, il suo stesso volto, per la sua notorietà o per la sua estrema somiglianza a qualche personaggio molto conosciuto o potente, nasconde un segreto che deve essere celato a chiunque, infine che esistono motivi politici che hanno impedito di nascondere l'uomo adottando misure meno drastiche.


Dopo tanto studio a quale conclusione giunge il filosofo francese? Secondo Voltaire l'ipotesi più plausibile è quella secondo cui la maschera nasconde il volto del gemello di Luigi XIV e che sia stato imprigionato per evitare problemi successori sul trono di Francia. Alexandre Dumas padre, condividendo pienamente le conclusioni del filosofo, romanza la vicenda nell'opera "La maschera di ferro". Questa tesi però non reggerebbe: come avrebbe fatto la regina a nascondere la nascita di un successore al trono, quando il parto, all'epoca, era una specie di rito pubblico? Come riuscire poi a comprare il silenzio di tutte le persone coinvolte in questo terribile mistero? 
Una seconda teoria ritiene che il prigioniero mascherato altri non sia che un nobile, chiamato per adempiere agli obblighi coniugali che re Luigi XIII non era in grado di soddisfare e che, dopo aver ricevuto un lauto compenso, reclamando sempre maggiori favori e privilegi, sia stato messo a tacere forzosamente
.

Una delle versioni più accreditate riconduce il personaggio mascherato all'ex ministro della finanza di Luigi XIV, un certo signor Foquet, tipo piuttosto ambizioso "cancellato" da re per evitare la sua scalata sociale, anche se il politico morì nella prigione di Pinerolo e non alla Bastiglia e molti anni prima della data a cui si riconduce la morte del prigioniero senza volto (1703). 
 L'altra interpretazione dovuta alle ricerche avviate per volontà della moglie del re Luigi XIII, fanno il nome dell'italiano Ercole Antonio Mattioli, accusato di aver rivelato segreti della corona francese.
Tra le ipotesi avanzate è chiaro che quella fantasiosa del gemello del re sia la preferita, anche perché è la storia più intrigante.
 Dal canto sua, la cinematografia ha ulteriormente intrigato la vicenda, appassionandoci ancora di più alla storia di quest'uomo condannato all'anonimato e alla privazione della propria libertà per ragioni che, ancora oggi, sono avvolte dal mistero. 

 Annamaria Villafrate

giovedì 17 ottobre 2013

IL POTERE



Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole.
E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economico, che sfugge alle logiche razionali.
Io detesto soprattutto il potere di oggi.
Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni è un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler.
Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti.
Sono caduti dei valori, e sono stati sostituiti con altri valori.
Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento.
Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere consumistico, cioè la nostra industria italiana pluri-nazionale e anche quella nazionale degli industrialotti, voleva che gli italiani consumassero in un certo modo, un certo tipo di merce, e per consumarlo dovevano realizzare un nuovo modello umano.
Il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari.
E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto.
E’ avvenuto tutto in questi ultimi anni.
E stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto attorno a noi l’Italia distruggersi e sparire.
Adesso risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.


Pier Paolo Pasolini

martedì 15 ottobre 2013

Atlantide è davvero esistita?



Chi non conosce la leggenda della città perduta di Atlantide?
Ma quando nasce esattamente questo mito?
Ebbene il primo a nominare Atlantide e a parlarci di questo leggendaria città fu Platone, nei dialoghi “Timeo” e “Crizia”.
Egli ce la descrive come un città prospera, ricca e abitata da popoli saggi e assennati, devoti agli dei.
In un certo senso dalla descrizione di Platone Atlantide appare quasi come una città ideale, perfetta.
Secondo quegli scritti il nome dell’isola deriva da Atlantico, figlio di Poseidone e primo re di Atlantide.
Ma il filosofo non si limita all’astratto ma anzi ci regala una dettagliatissima descrizione fisica dell’isola su cui sorgeva Atlantide e la disegna come un’isola circondata da due cerchi concentrici di terra e tre d’acqua, come se attorno all’isola si sviluppassero due anelli di terra intervallati dall’acqua del mare.
Ecco come dovrebbe essere Atlantide secondo la descrizione di Platone:

Ma la sventura si abbatte improvvisamente sulla prospera Atlantide quando il troppo potere e le eccessive ricchezze cominciano a dare alla testa ai suoi abitanti che diventano avidi, ingordi e malvagi.
Fu allora, secondo Platone, che gli dei decisero di punire Atlantide e la fecero sommergere dalle acque marine distruggendo per sempre quella fiorente civiltà.
Naturalmente lo scritto di Platone aveva la funzione di monito per l’Atene di allora, il messaggio che il filosofo voleva dare ai suoi concittadini è chiaro: troppa ingordigia e troppa ricchezza non faranno altro che gettare sventura sulla città.
Però la descrizione che troviamo nei suoi scritti appare troppo ricca di dettagli per poter essere solo il frutto della fantasia, quindi gli studiosi si sono chiesti se Atlantide fosse esistita davvero.
Le scoperte furono straordinarie.
Circa 1200 anni prima di Platone, nell’età minoica, pare che dove ora c’è Santorini sorgesse una prospera isola chiamata Thera. Quest’isola e la civiltà che vi viveva furono distrutte da un’eruzione spaventosa, ben 10 volte più potente di quella vesuviana che distrusse Pompei ed Ercolano.
Un’eruzione di quel calibro naturalmente sconvolse drasticamente non solo l’isola, che venne totalmente distrutta e ingoiata dal mare, ma anche tutto ciò che vi stava intorno.
È facile immaginare che un cataclisma di quella portata possa esser stato tramandato anche 1200 anni dopo fino a giungere a Platone magari sotto forma di un canto o una storia narrata da un aedo. Questo è quello che, comunque, hanno ipotizzato gli studiosi e se ciò fosse vero la mitica Atlantide che fu inghiottita dal mare per punizione divina era effettivamente esistita e corrispondeva appunto a Thera, distrutta da un’eruzione.
Ma è stata effettivamente distrutta in toto?
Perché gli studiosi sono così fortemente propensi ad associare Thera ad Atlantide? Una sensazionale scoperta e il lavoro di scavi e archeologi portò alla luce parte della città di Thera, secondo gli architetti più o meno 1/30 di quella che doveva essere la città ai tempi.
Queste epiche rovine ci hanno dato importantissime informazioni sulla civiltà del tempo e hanno sorpreso non pochi studiosi. Quello che le rovine ci hanno rivelato è infatti una società avanzatissima, addirittura più avanzata dell’Atene che sarebbe venuta solo più di 1000 anni dopo.
Le case rivelano una struttura portante costruita quasi interamente in legno in modo da contrastare più efficacemente le scosse sismiche. La città presenta la prima vera rete fognaria della storia, pare infatti che le civiltà minoiche avessero sviluppato un sistema di tubi e canali che dalle varie case confluiva in un'unica canale che scaricava tutto, sistema che sarebbe comparso (o ri-comparso) nella civiltà solo migliaia e migliaia di anni a seguire.
Ma pare che anche la società fosse molto avanzata e ce lo dimostrano i vivaci e coloratissimi affreschi sulle mura delle case. Nell’Atene di Platone il ruolo della donna era così secondario che le era impedito di uscire di casa prima del tramonto e le era vietato parlare in pubblico.
Dai disegni della civiltà minoica vediamo invece un ruolo centrale per la donna, soprattutto in ambito religioso.
Pare infatti che svolgesse ruoli quali sacerdotessa o simili. Ecco alcune immagini di Thera:




Tutti questi elementi hanno permesso di ricostruire Thera come una civiltà avanzatissima, al pari dell’Atlantide che Platone ci descrive nei suoi scritti.
Thera è quindi la mitica Atlantide, la città sommersa?
Ma il mito di Atlantide non si esaurisce con Platone, questo venne ampiamente discusso in epoca classica e dopo un periodo di silenzio lungo tutto il Medioevo torniamo a sentire della mitica città nel Rinascimento e nel periodo degli umanisti.
Bacone scrisse “La nuova Atlantide”, per es. , in cui si descrive una società utopica chiamata Bensalem, una società non dissimile da quella descritta da Platone.
Ma altri nomi illustri, tra i quali figura quello di Newton, tornarono a parlare della città perduta. Ignatius L. Donnelly in particolare prese molto seriamente gli scritti di Platone e nel suo “Atlantis: the Antidiluvian World” ci da addirittura un’ipotetica mappa di quella che doveva essere l’estensione dell’impero atlantideo.

Si discusse ampiamente su quale fosse stata la vera collocazione di Atlantide e se Platone la collocava al di là delle colonne d’Ercole, molti studiosi dell’età moderna sono propensi a collocarla nella zona dei Caraibi. Il mito trova terreno fertile nel nazismo: dal momento che la società atlantidea veniva vista come superiore non fu lungo il passo per cominciare a parlare di una razza “atlantico-ariana”.
Atlantide, da allora a oggi, ricorre in numerosissime opere.
Nei libri (A.C. Doyle , Tolstoj, Verne…), nel cinema, nei fumetti (nell’universo Marvel per es. esiste una società sottomarina comandata da Namor), negli anime e nei manga (Nadia e il mistero della pietra azzurra). E naturalmente neanche Saint Seiya ne è stata immune. Parte della storia del Lost Canvas si svolge infatti ad Atlantide e non escludo che Kurumada possa aver tratto ispirazione da questa città mitica quando ha ideato il tempio sottomarino di Poseidone.
Cos’è per noi Atlantide? Atlantide, che sia esistita davvero o meno o che esista da qualche parte una città sottomarina che vive nei fondali del mare, rappresenta la società ideale, qualcosa di perfetto e al contempo irraggiungibile ma anche la punizione del divino all’uomo che si spinge troppo oltre.

Fonte: un documentario su Focus

lunedì 27 maggio 2013

Tirannide di Vittorio Alfieri



TIRANNIDE
Indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo,
in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi,
può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle
 od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità.
E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario,
o sia elettivo;
usurpatore, o legittimo;
buono, o tristo;
uno, o molti;
a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva,
che basti a ciò fare,
è tiranno;
ogni società, che lo ammette, è tirannide;
ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri (1790)

lunedì 1 aprile 2013

Canto nativi americani

Canto cerimoniale degli Ojibwa


Venera gli anziani: sarà come venerare la saggezza e la vita.
Venera la vita in tutte le sue forme: servirà a rinforzare il tuo spirito.
Venera le donne: sarà come venerare il dono della vita e dell'amore.
Mantieni sempre la tua parola: così facendo sarai fedele a te stesso e agli altri.
Vedi di essere gentile e buono, sempre pronto a dividere.
Vedi di essere sempre disponibile alla pace: così facendo potrai permettere a tutti di raggiungere la pace suprema.
Vedi di essere coraggioso: così facendo potrai far crescere la forza negli altri. Vedi di essere prudente in ogni cosa, osserva, ascolta e medita ogni situazione:
così facendo potrai essere saggio.

venerdì 15 marzo 2013

Miguel de Cervantes



Forse non sapeva di essere nato per le lettere oppure semplicemente era convinto che fare lo scrittore non fosse un lavoro molto remunerativo. Fatto sta che Miguel de Cervantes Saavedra, autore del romanzo Don Chisciotte, passò gran parte della sua vita facendo mestieri che ben poco avevano a che fare con la penna e di più con la pubblica amministrazione.
 Il romanziere visse nel cosiddetto Siglo de Oro (il Secolo d’Oro dopo la scoperta dell’America), un periodo molto florido per la Spagna, pioniera delle nuove rotte commerciali sull’Atlantico (verso le Americhe) e sul Pacifico. Nelle casse spagnole affluivano allora, grazie alle colonie d’Oltreoceano, oro e argento a volontà e la possibilità di fare buoni affari era reale. 
Così fu anche per Cervantes, che in alcuni momenti della sua vita ebbe lauti guadagni, ma si trovò spesso squattrinato, poiché non era un grande amministratore dei propri beni.

 Miguel nacque il 29 settembre del 1547 ad Alcalá de Henares, quarto di sette figli (uno dei quali morì subito dopo la nascita). Riservato e balbuziente, il piccolo Miguel dovette abituarsi alle intemperanze della sorte fin da piccolo e, proprio in quegli anni in cui la famiglia si muoveva da Madrid a Valladolid a Siviglia come una carovana da circo, fu costretto a maturare l’idea che nella vita si potesse fare di meglio. 

 L’inizio tuttavia non fu dei migliori, a soli 22 anni fu accusato (ingiustamente) di aver ferito durante un duello un muratore, tale Antonio de Sigura, nel recinto di Palazzo Reale a Madrid. Miguel scappò in Italia e mentre era via fu condannato in contumacia al taglio della mano destra. 
Nel nostro Paese Miguel visse per qualche tempo a Roma, al servizio, come domestico di camera, del cardinale Giulio Acquaviva, ed è probabilmente qui che iniziò la sua formazione letteraria da autodidatta. Le lettere esercitavano su di lui un certo fascino, eppure, ancora giovane, Cervantes scelse di seguire la via delle armi.
 Aveva 24 anni (1571) quando salì come archibugiere sulla galea Marquesa, che faceva parte della flotta della Lega Santa (costituita dal papa contro gli Ottomani, a cui partecipò anche la Spagna di Filippo II). Ma qui la sua vita ebbe una svolta: era il 7 ottobre e Miguel non stava bene, aveva una brutta febbre dovuta forse a una gastroenterite, gli era quindi stato concesso di rimanere sottocoperta, lui però volle combattere lo stesso. La flotta cristiana si trovava nei pressi di Lepanto (in Grecia) e dopo una cruenta battaglia riuscì ad avere la meglio sui Turchi di Mehmet Alì Pascià. La Lega vinse, arrestando così per sempre l’espansione dei musulmani in Europa. Se i cristiani ci guadagnarono, Cervantes invece perse qualcosa: ferito in diverse parti del corpo, si salvò ma ci rimise l’uso della mano sinistra. Dopo le glorie di quella battaglia, si convinse che nonostante tutto la vita militare non faceva per lui, più che mai adesso che era un mutilato di guerra.
 Passò un periodo in cui non si sa bene che cosa combinò, né perché maturò una tale decisione, ma nel 1575 lo troviamo di nuovo su una galea deciso a tornare in patria. La flotta, formata da tre imbarcazioni, partì da Napoli alla volta della Spagna ma davanti alle coste francesi fu colpita da due terribili tempeste. L’imbarcazione su cui si trovava Cervantes, la Sol, rimase isolata in mezzo al mare, circostanza poco raccomandabile all’epoca. La galea, infatti, fu circondata e assalita da navi di pirati barbareschi guidati da un rinnegato albanese, Arnaute Mamì. Stremati dalla battaglia i passeggeri della Sol si dovettero arrendere ai criminali che li portarono ad Algeri in catene.  

Tra il 1582 e l’83 scrisse La Galatea, il suo primo romanzo. Il libro, pubblicato nel 1585, fruttò 120 ducati, una cifra ragguardevole se si pensa che per vivere decentemente in una città come Siviglia ci volevano circa 150 ducati l’anno. La pubblicazione del libro certamente gli diede fiducia, e gli consentì di dedicarsi alla scrittura quasi a tempo pieno. In quegli anni compose numerosi testi teatrali (molti andati persi), alcuni dei quali furono rappresentati all’epoca. Nel 1584 si sposò con la ventenne Catalina de Palacios, figlia di piccoli proprietari terrieri. Il primo periodo del matrimonio fu abbastanza sereno: Miguel viveva a Esquivias, un paesino al confine tra la Castiglia e la Mancia, passava il tempo scrivendo e amministrando le terre di famiglia. Ma il tarlo del lavoro sicuro nella pubblica amministrazione probabilmente non lo abbandonò mai. Così, nel 1587, mollati carta, penna e vigneti, finalmente ebbe un incarico in Andalusia, prima come procacciatore di viveri per la flotta spagnola e poi come riscossore delle tasse. Un lavoro di un certo prestigio ma non simpatico, con cui suo malgrado si fece un po’ di nemici. Cervantes, infatti, doveva requisire grano e altri beni per conto del re e multare o perfino arrestare chi si rifiutava di consegnarglieli. E anche stavolta i guai non tardarono ad arrivare. Nel 1597, accusato di aver sottratto denaro dalle casse pubbliche, il romanziere fu incarcerato per sette mesi a Siviglia. Probabilmente proprio qui cominciò a ideare il suo capolavoro: Don Chisciotte della Mancia Dopo questa brutta avventura Miguel si trasferì a Valladolid con la moglie, le sorelle, la nipote e la figlia illegittima Isabel. Senza volerlo aveva riprodotto quella carovana da circo in cui era cresciuto: i Cervantes vivevano insieme a parenti e amici (in tutto 20 persone), in una casa con 13 piccole stanze comunicanti tra loro. I vicini non vedevano di buon occhio la loro promiscuità, e ancora una volta Miguel fu vittima delle malelingue. Una mattina di giugno del 1605, di fronte a casa sua fu ritrovato il cavaliere Gaspar de Ezpeleta accoltellato. Miguel fu subito sospettato e finì nello stesso carcere a Valladolid in cui erano passati anche il nonno e il padre. Questa volta fortunatamente vi rimase solo un giorno e mezzo e il caso fu chiuso senza colpevoli. Ma la reputazione dei Cervantes peggiorò. Durante il processo in molti deposero contro le donne di famiglia, pronti a giurare che le signore ricevevano uomini di giorno e di notte. Non si sa che effetto ebbe tutto questo sullo stato d’animo dello scrittore. Tuttavia qualcosa dovette consolarlo: il suo Don Chisciotte (la prima parte fu pubblicata nel 1605 e la seconda nel 1615) cominciava a essere sulla bocca di tutti, al punto che l’appellativo di “Don Chisciotte” veniva usato già allora per indicare qualcuno un po’ strano, velleitario. Miguel de Cervantes morì il 22 aprile 1616, poco prima del suo contemporaneo William Shakespeare. Le cronache dicono che fu seppellito nel Convento dei Trinitari Scalzi di Madrid, ma non si sa di preciso dove riposi il suo corpo.

  Con un ronzino, un’obsoleta armatura e un fedele scudiero si può cambiare il mondo. Ma solo se si è davvero convinti. E fin troppo convinto era Don Chisciotte – protagonista del celebre romanzo di Cervantes – che, nato con il nome di Alonso Quijano, aveva letto così tanti romanzi cavallereschi da uscire di senno e decidere, a 50 anni, di partire per un’improbabile avventura. L’impresa naturalmente non riuscì ma un merito lo ebbe: dare lustro al suo autore. Non si sa bene dove e quando Cervantes ideò Don Chisciotte della Mancia e come ebbe l’idea di un cavaliere tanto strampalato da combattere contro i mulini a vento, scambiandoli per temibili giganti dalle lunghe braccia. Di certo si sa che fu un trionfo , grazie anche al suo linguaggio semplice e colloquiale. Quando lo pubblicò, Cervantes era considerato un poeta scarso che si doveva accontentare di quello che aveva già composto. Forse all’inizio la pensava così anche colui che, visto il successo del cavaliere svampito, poco dopo con lo pseudonimo di Avellaneda pubblicò un Don Chisciotte apocrifo. Avvelenando, in parte, gli ultimi anni di Cervantes. 

 Federica Ceccherini

sabato 9 febbraio 2013

l'Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam

Erasmo da Rotterdam (Rotterdam, 1466/1469 – Basilea, 12 luglio 1536) è stato un teologo, umanista e filosofo olandese.
Firmò i suoi scritti con lo pseudonimo di Desiderius Erasmus.
La sua opera più conosciuta è l'Elogio della follia, ed è considerato il maggiore esponente del movimento dell'Umanesimo cristiano.
Alcuni passi di questo trattato "l'Elogio della Follia"
Sono molto aderenti ai giorni nostri.
La follia produce le guerre, che sono «origine e campo delle imprese più lodate», affidate non a caso a «parassiti, ruffiani, briganti, sicari, contadini, imbecilli, indebitati e simile feccia umana», certamente non ai filosofi e ai cosiddetti sapienti, che se mettono mano agli affari di Stato combinano solo danni, e sono inabili anche alle più modeste funzioni della vita quotidiana.
Per governare occorre invece ingannare il popolo,lusingarlo per acquisirne il favore,essere spinto da quella follia che è l'amore di sé, della fama e della gloria che ci fa abbandonare ogni timidezza e ci induce all'azione.
A guardar bene, la vita è una commedia dove ciascuno recita una sua parte, e non è bene strappare la maschera agli attori che stanno recitando: «tutta la vita non ha alcuna consistenza ma, tant'è, questa commedia non può essere rappresentata altrimenti», e il saggio che volesse mostrare l'autentica realtà delle cose farebbe la figura dell'insensato.
L'uomo veramente prudente non deve «aspirare a una saggezza superiore alla propria sorte, ma fare buon viso all'andazzo generale e partecipare alle debolezze umane.
Si dirà che questa è follia.
Non lo negherò, purché si conceda che tale è la vita, la commedia della vita che stiamo recitando».
Erasmo accenna poi alle follie di diverse categorie di persone: i cacciatori, gli alchimisti, che sprecano tempo e denaro, e come loro i giocatori d'azzardo,mentre al contrario, coloro che propalano «miracoli e favolette di prodigi» hanno per scopo di «cavar quattrini, come usano principalmente preti e predicatori popolari».
Ci sono poi i superstiziosi, quelli che recitano ogni giorno i salmi penitenziali, e quelli che attribuiscono a ciascun santo una particolare virtù protettrice.
Del resto, questi vaneggiamenti sono autorizzati e alimentati dai sacerdoti, i quali «sanno che questa è una piccola fonte di guadagno che non finisce mai». C'è poi la follia dei nobili, che si vantano dei loro antenati ma che non differiscono «dall'ultimo mozzo di stalla».
Ci sono poi gli scrittori, i più seri dei quali, mai soddisfatti dell'opera loro, perdono la salute e la vista senza compenso, mentre gli altri sanno che più scriveranno sciocchezze maggior successo avranno, come i plagiari, che si gloriano di una fama usurpata.
Facendo la satira degli studiosi e degli scrittori, Erasmo giunge di fatto a burlarsi di se stesso, rivelando però in tal modo come sia difficile prendere completamente sul serio la sua Follia.
Tra gli eruditi, i giuristi formano migliaia di leggi «poco importa se a proposito o a sproposito» e poi ammucchiano chiose su chiose per rendere più difficili gli studi legali.
I retori e i sofisti battagliano su «questioni di lana caprina» e si azzuffano su qualsiasi argomento «armati di tre sillogismi».
I filosofi poi, benché non sappiano nulla, fanno professione di sapere tutto e «van gridando dovunque che essi vedono le idee, gli universali, le forme separate, la materia prima, le quiddità e le ecceità».
Largo spazio viene dedicato da Erasmo anche alla follia di teologi ed ecclesiastici.
Oggetto della sua satira non sono ovviamente i teologi in quanto tali, ai quali lui stesso si onorava di appartenere, bensì i theologiae histriones («istrioni della teologia») come li definisce nella lettera apologetica a Martin Dorp del maggio 1515.
Costoro, «razza straordinariamente boriosa e irritabile», si occupano delle questioni più assurde, quali «Iddio Padre odia il Figlio?
Avrebbe potuto Dio prender forma di donna, o del diavolo, d'un asino, d'una zucca, d'una pietra?
E in tal caso, come avrebbe una zucca parlato al popolo e fatto miracoli?», e formulano sentenze morali paradossali.
Questi teologi della scolastica decadente - di indirizzo realista, nominalista, tomista, albertista, occamista, o scotista - metterebbero in difficoltà san Paolo e tutti gli apostoli, se disputassero con loro.
E guai a non essere d'accordo con loro.
Ne verrebbe subito la sentenza: «questa proposizione è scandalosa, quest'altra poco reverente, questa puzza d'eresia, quest'altra suona male». Buffo poi è il fatto che essi credono di esser grandi teologi, quanto più barbaramente parlano: «sostengono infatti che non è conforme alla maestà delle sacre lettere esser costretti a ubbidire alle leggi dei grammatici».
A costoro Erasmo contrappone i teologi che ritiene autenticamente autorevoli: «Tanta è la sottigliezza del loro giudizio che, senza il voto di questi baccellieri, a formare un vero cristiano non basterebbero il battesimo, né il Vangelo, né San Paolo o San Pietro, né San Gerolamo o Sant'Agostino, né lo stesso San Tommaso, il più aristotelico di tutti i teologi».
Quanto a quei religiosi che sono detti monaci - parola che significa letteralmente solitari - c'è da dire che buona parte di essi non hanno niente a che fare con la religione e non sono solitari, visto che «non c'è luogo dove non te li trovi tra i piedi».
Quando in chiesa non «ragliano, da asini che sono, i loro salmi», disturbano per le strade, elemosinando con grande fracasso, e credono di guadagnarsi la vita eterna osservando certe «cerimonie e tradizioncelle umane», senza sapere che Cristo chiederà conto dell'osservanza del comandamento della carità.
Da come predicano, poi, «c'è da giurare che siano stati a scuola da ciarlatani di piazza, senza per altro riuscire a raggiungerli».
Vescovi e cardinali, gli eredi degli apostoli, si danno alla bella vita, e i papi, i vicari di Cristo, vivono «mollemente e senza pensieri».
Mentre i primi cristiani abbandonavano tutti i loro beni per seguire Gesù, per il cosiddetto patrimonio di san Pietro, cioè «borgate, tributi, dazi, signorie», i papi «si battono con il ferro e il fuoco, non senza effusione di molto sangue cristiano», e sono essi «a lasciare sparire nel silenzio Cristo, a incatenarlo trafficando con le loro leggi, a corromperlo con interpretazioni sforzate, a sgozzarlo con la loro vita pestifera».
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