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mercoledì 2 aprile 2025

Il Pozzo di San Patrizio di Orvieto


 Il Pozzo di San Patrizio di Orvieto è ciò che il suo nome racconta: un pozzo, un banalissimo pozzo per raccogliere l’ acqua. E perché quindi dovrebbe essere uno luogo cosi speciale e misterioso? Beh, perché non è un pozzo qualunque. Non è il buco profondo in cui si getta il secchio agganciato alla corda, e non è nemmeno dotato di vecchi rubinetti a pompa per far salire l’ acqua.

 Nel Pozzo di San Patrizio ci si scende dentro, per ben 53 metri verso le viscere della Terra


Il Pozzo di San Patrizio di Orvieto è stato fatto costruire da Papa Clemente VII, giunto ad Orvieto in fuga da Roma durante il sacco della città del 1527. Il Papa cercava un posto in cui nascondersi e trovò in Orvieto un luogo adeguato: non troppo lontana da Roma, piccolina e costruita su una rupe di tufo, in posizione dominante sulla valle orvietana e difficile da attaccare. Orvieto aveva solo un difetto: per prendere l’acqua bisognava scendere ai fiumi che scorrevano a valle della rupe. Troppo rischioso …Quindi Papa Clemente VII fa costruire un pozzo in modo da rendere Orvieto totalmente indipendente.

A questo scopo chiama l’ architetto fiorentino Antonio da Sangallo il Giovane, che crea un progetto di ingegneria davvero avveniristica per i tempi: quello da cui nasce il Pozzo di San Patrizio.

Il pozzo viene scavato prima nel tufo e poi nell’ argilla, fino a raggiungere la falda acquifera sottostante. Si tratta di un gigantesco cilindro, profondo 53 metri e largo 13. La particolarità del Pozzo di San Patrizio di Orvieto sta nel possedere due scale elicoidali che non si incontrano mai, servite da due porte diverse in superficie, in modo che chi scende non incontra mai chi sale. Ciò era indispensabile quando era utilizzato come pozzo, e per il trasporto dell’ acqua si utilizzavano gli animali da soma. In questo modo non ci si intralciava.

 Arrivati sul fondo del pozzo, le due scale sono messe in comunicazione da un piccolo ponte, che attraversa la cavità.


Anche l’ illuminazione è spettacolare: completamente naturale, la luce attraversa tutto il pozzo e illumina le scale grazie a 70 finestroni. Per la sicurezza dei turisti sono state aggiunte delle luci guida lungo le scale, ma dalle foto vi renderete conto che quella che illumina il cammino è proprio la luce che filtra dall’alto. 


Ma diamo ancora i numeri, e aggiungiamo il più importante da conoscere se si vuole visitare il Pozzo di San Patrizio: i gradini di ogni scala elicoidale sono ben 248, per un totale di 496 scalini da percorrere calcolando la discesa e la risalita.

Come tutti i luoghi misteriosi, anche intorno al Pozzo di San Patrizio di Orvieto ruotano miti e leggende.

Come abbiamo detto, il pozzo fu voluto da Papa Clemente VII, che pensò di dedicarlo a San Patrizio. San Patrizio era un vescovo cristiano in Irlanda, fondamentale nel processo di evangelizzazione Irlandese 

La leggenda narra che fu Gesù Cristo in persona ad indicare a San Patrizio, demoralizzato per le difficoltà che incontrava nel diffondere la fede cristiana, una grotta sulla piccola Station Island (Contea di Donegal), dove i pagani avrebbero avuto potuto vedere con i propri occhi il Purgatorio. Così doveva immaginarselo Papa Clemente VII, che non vide mai il pozzo terminato, ma volle dedicarlo al santo.


domenica 21 novembre 2021

Il Castello di Bran in Transilvania e la leggenda del Conte Dracula


 Questo castello, dai tipici tratti dell’architettura gotica, si presenta come una roccaforte invalicabile in cima al monte sul quale venne costruito. Da qui svetta sulla vallata che si stende tutt’attorno con la sua mole in pietra, massiccia e severa, le sue torri ed i tetti tronco-conici con tegole rossastre.

 Quelli che oggi sono gli ambienti del Museo d’Arte Medievale, raggiungibili tramite strette scalinate, lunghi corridoi e passaggi segreti, era in realtà un avamposto che permetteva di avere un’ottima visuale sul confine tra i diversi territori ed il luogo in cui venivano pagati i dazi per poter attraversare le due giurisdizioni.


Le sue fattezze sono state spesso rimaneggiate nel corso dei secoli, infatti, durante la visita, è possibile notare negli ambienti la commistione dei diversi stili che nel tempo lo hanno interessato. La struttura è suddivisa in quattro piani: il più basso, quello rimasto pressoché simile a come doveva apparire nel Medioevo, adibito a sotterraneo; il primo piano destinato alla servitù, con ampie camere dagli arredi spartani;  il secondo occupato dalla Regina Maria di Sassonia e da sua figlia Ileana, dal mobilio massiccio e più ricercato, con drappi e corredi preziosi ed infine il terzo piano destinato al consorte, il Re Ferdinando I di Romania, molto più lussuoso e da cui si gode di una strepitosa vista panoramica.



Il legame con Vlad III di Valacchia, o Vlad Tepes (“L’impalatore”), lo si deve alla sua permanenza in questa roccaforte per un breve periodo, al fine di sorvegliare i propri possedimenti. 

In realtà la residenza storicamente accreditata del Principe (“voivoda” in rumeno) si trova ad Arefu, ad un centinaio di chilometri ad Ovest di Bran, sulla vallata del fiume Arges, conosciuta come Fortezza di Poenari di cui oggi restano alcuni ruderi molto scenografici.

La fama del crudele Vlad, storicamente esistito e vissuto a cavallo tra il 1431 ed il 1477, è dovuta alla cruenta morte che destinava ai suoi nemici, ovvero per impalamento e per questo conosciuto come il sanguinario conte di Valacchia. Difatti, quando egli si ritrovò a dover riconquistare i territori della Transilvania, adottò misure alquanto severe per gli oppositori: sterminandoli tutti a seguito di indicibili torture ed impalando dapprima i nobili e poi i cittadini sostenitori della casata nemica.

Il “soprannome” Dracula, significa letteralmente “figlio di Dracul”. In effetti, suo padre Vlad II era un “Dracul”, ovvero appartenente alla casata nobiliare dei “Del Drago”, dal quale proveniva l’appellativo “Dragonul”, storpiato poi in “Dracul” nella lingua locale, che invece significa “Il Diavolo”. Pertanto vi fu un sostanziale errore linguistico tra “Dragonul”, “Il Drago”, e “Dracul”, “Il Diavolo”, avvalorato dalla fantasia locale che vedeva nell’emblema presente sullo stemma familiare un grosso mostro minaccioso scambiato per  il demonio.

 Da qui si diffuse la tradizione secondo cui “Dracula”, ovvero Vlad III “figlio di Dracul”, fosse in realtà la personificazione di un diavolo, crudele, sanguinario e capace di cattiverie inenarrabili.


La storia moderna, poi, ha cavalcato l’onda del folklore e, a seguito dell’uscita del celebre romanzo “Dracula” (1897) dello scrittore irlandese Bram Stoker, si è alimentata la leggenda secondo cui il conte Vlad III di Valacchia fosse un mostro assetato di sangue. Contrariamente alla visione popolare di questo personaggio, per il popolo rumeno fu invece un valoroso condottiero nel periodo buio del Medioevo, capace di difendere i territori e le ricchezze di uno Stato anche a costo di sterminare ogni singolo nemico.

Questo luogo, come altri numerosi castelli che caratterizzano la Romania, è avvolto da un’atmosfera particolare, carica di fascino e mistero allo stesso tempo, ricco di storia e cultura che va oltre le celebri leggende qui ambientate.

Fonte: viaggiandonellabellezza


martedì 2 novembre 2021

Perché il Muro Torto si chiama così e perché è considerato un luogo infausto


 È da secoli che il nome di questo angolo di Roma si chiama più o meno così, e il motivo è sotto gli occhi di tutti, anche se in pochi se ne accorgono. Salendo da piazzale Flaminio, poco prima di transitare sotto il ponte che collega due lati di villa Borghese, ci troviamo davanti uno sperone di muro romano fortemente inclinato in avanti come se stesse per cadere da un momento all’altro. 

In realtà quell’apparente equilibrio precario dura da circa venti secoli, già in epoca romana il muro esisteva ed era già inclinato. Si tratta probabilmente di ciò che sopravvive di una villa esistente ben prima la costruzione delle mura Aureliane che oggi costeggiano l’intero tracciato della via. 


Da tempo immemore il Muro Torto è considerato un luogo infausto, infestato da spiriti e maledetto. Le leggende si susseguono e si sovrappongono, si crede che il muro si inclinò per causa di un fulmine che lo colpì il giorno esatto della crocifissione di Pietro che la tradizione vuole sia avvenuta al Gianicolo. Questa era terra sconsacrata, dimenticata da Dio, e qui erano seppelliti i condannati a morte, le prostitute e le donne di malaffare, e le loro anime, non potendo andare in paradiso, rimanevano ad aleggiare nella zona terrorizzando i passanti. Non a caso, nel medioevo le terre a ridosso del Muro Torto facevano parte della cosiddetta “Contrada del Muro Malo”. 

Come detto, tra gli spiriti in pena troviamo anche quelli dei carbonari Targhini e Montanari decapitati nel 1825 dal boia di Roma, Mastro Titta, con l’accusa di omicidio. Quell’episodio è stato raccontato nel film del 1969 di Luigi Magni Nell’anno del Signore. Una targa affissa nel 1909 sul lato di porta del Popolo ricorda l’episodio con parole durissime nei confronti del papa che li avrebbe fatti giustiziare "senza prove e senza difesa".

Tra maledizioni e atmosfere infauste, non poteva mancare lo zampino dell’imperatore romano più odiato di sempre. La credenza popolare romana ha immaginato nientemeno che Nerone tra gli spiriti che frequentano il Muro Torto, le sue spoglie giacerebbero proprio nelle viscere della terra di questo luogo oscuro, che tutt’oggi mantiene un’aria in qualche modo sinistra. 

Fonte: https://www.romatoday.it/

venerdì 11 giugno 2021

La bellissima leggenda della grotta Zinzulusa del Salento


 La grotta Zinzulusa è tra le dieci più importanti al mondo, al suo interno si spalanca un meraviglioso paradiso fatto di laghetti, formazioni calcaree, stalattiti e stalagmiti. 

Un nome curioso che deriva dal dialetto popolare salentino dove gli zinzuli sono gli stracci. 

La leggenda vede nelle numerose stalattiti e stalagmiti proprio le sembianze di stracci di un abito logoro.

La grotta Zinzulusa è stata scoperta nel 1793 dal vescovo locale Antonio Francesco del Duca, ma è stata esplorata dopo gli anni Cinquanta per studiarne le origini e la conformazione.

Nata da un fenomeno carsico risalente al periodo preistorico, la grotta è caratteristica per via delle sue curiose forme create dall’erosione. Un esempio? I visitatori potranno ammirare sentinelle, cascate, un’aquila, un presepe.

 Bellissimi anche i dintorni, con coste dirupate, acque limpidissime e incantevoli insenature che sembrano scolpite a mano.


Un fenomeno che troviamo in molte sorgenti di acqua dolce che si mescolano con il mare e rendono l’acqua particolarmente fredda all’interno della grotta.

 Il colore è di un azzurro-verde intenso.

La grotta è lunga 160 metri ed è costituita da tre parti.

 La prima è la Conca, una caverna con base ellittica che si apre verso il tratto più lungo della Zinzulusa, detto Corridoio delle Meraviglie. Qui ci sono le formazioni stalattitiche e stalagmitiche che impreziosiscono le pareti e alcune, per la loro straordinaria somiglianza con alcuni oggetti, hanno dei nomi curiosi, come ad esempio, Prosciutto, Pulpito, Spada di Damocle.


Lungo il corridoio si trova un altro laghetto, chiamato Trabocchetto che porta al secondo tratto: la Cripta (conosciuta anche come Duomo), una caverna di dimensioni ridotte e ricca di colonne calcaree. 

Questa caverna è alta ben 25 metri ed è stata un tempo rifugio di centinaia di pipistrelli che l’hanno abitata per molti secoli. Infine si raggiunge il Cocito, un piccolo bacino chiuso che si è così trasformato in un sistema ipogeo subacqueo.



La tradizione popolare narra che un tempo, vicino al luogo, vivesse il Barone di Castro, signore delle terre attorno al paese, un personaggio crudele e malvagio, nonché ricchissimo, il quale per la sua cattiveria lasciò morire la moglie di dolore e faceva vestire la povera figlioletta solo di stracci. 

La sua avarizia e cupidigia erano tali che, nonostante la grande quantità di denaro della quale era fornito, egli preferiva accumulare beni piuttosto che spendere qualche soldo per vestire la figlia.

La bambina, mancando delle cure e dell’amore paterno e materno, cresceva cupa e triste. 

Un giorno però una fata buona si presentò al cospetto della bimba, e le donò un vestito stupendo, stracciando quello vecchio e logoro che indossava.

 Gli stracci (in dialetto zinzuli) volarono insieme al vento fino ad adagiarsi sulle pareti della grotta, dove si pietrificarono. Da quel momento, la grotta, appunto perché le sue estremità erano ornate da quegli stracci di vestiti, venne chiamata Zinzulusa.

Il Barone invece venne scagliato dalla fata nel profondo delle acqua sottostanti alla grotta, e laddove egli si adagiò, scaturirono dal fondo marino delle acque infernali, creando il laghetto chiamato Cocito; secondo la leggenda, i crostacei che assistettero a tale avvenimento rimasero accecati per sempre. Invece la bambina si sposò con un principe ricco e buono, e la sua vita cambiò per sempre.



giovedì 3 giugno 2021

L’origine delle Teste di Moro: una storia tra gelosia e passione


 Qualsiasi siciliano, passeggiando per le vie della propria città o del proprio paese, si sarà imbattuto almeno una volta nella vita nelle Teste di Moro, cioè quei vasi ornamentali di ceramica dipinti a mano che raffigurano il volto di un uomo e di una donna.

Questi vasi, emblema della cultura e dell’arte siciliana, non nascono da un sorprendente estro creativo da parte degli artigiani siculi, ma sono il frutto di una leggenda propagata nel corso dei secoli.

 Dietro alle Teste di Moro, in siciliano note anche come Graste, si nasconde una storia d’amore fatta di passione, tradimenti, gelosia e sfociata nella vendetta.


Si narra che intorno all’anno 1000, durante la dominazione dei Mori in Sicilia, nel quartiere arabo Kalsa (nel cuore di Palermo) viveva una bellissima fanciulla che passava le sue giornate dedicandosi alla cura delle sue piante.

 Un giorno, dall’alto della sua rigogliosa balconata, venne notata da un Moro che stava passando da quelle parti.

Questo, non appena la vide, se ne invaghì immediatamente e non esitò un attimo a dichiarargli il suo amore. La ragazza, colpita da tale dichiarazione, ricambiò con passione il sentimento del Moro, ma la loro storia iniziata con tanto ardore era destinata ad una vita breve. Ben presto la giovane scoprì che il suo amato doveva fare ritorno in Oriente dove ad attenderlo c’erano moglie e figli.

Nel cuore della notte, sentitasi tradita ed umiliata, la ragazza si abbandonò ad un momento di gelosia e ira funesta uccidendo il suo Moro mentre stava dormendo.

 Successivamente ne tagliò la testa e vi creò una sorta di vaso in cui piantò all’interno un germoglio di basilico di cui si prese cura giorno per giorno.

 Grazie al suo inebriante profumo, la pianta di basilico, considerata l’erba dei re (dal greco Basilikos),  raccolse l’invidia dei vicini della fanciulla che non persero tempo a realizzare vasi in terracotta con le stesse fattezze della Testa di Moro.

Oggi le Teste di Moro sono riprodotte quasi sempre in coppia. Entrambi i vasi, che sul capo tengono una corona e un turbante che richiama all’Oriente, sono riccamente ornati con gioielli, fiori e agrumi. 

Fonte: liveuniversity.it

lunedì 31 maggio 2021

Il Villaggio degli Gnomi a San Candido


 Casette in miniatura, rigorosamente in legno grezzo, con porticine che permettono ai bambini di entrare a curiosare, di giocare nelle diverse ambientazioni. 

La cucina per preparare i pasti, il laboratorio dove costruire, l’angolo pittura per disegnare, una chiesetta con banchi e campanile per suonare le campane.

E poi ancora staccionate, casette sugli alberi raggiungibili con ponticelli di corde e scalette, un castello sospeso fra i rami d’ un albero a guardia del villaggio, un castello in miniatura simile ai tanti castelli che un tempo presidiavano la valle e che ancora oggi si ergono a testimonianza di antiche glorie.

Questo è il Villaggio degli Gnomi di San Candido, inaugurato nell’estate 2018 ai piedi del Monte Baranci, un luogo per giocare nella natura, di fronte a vette dolomitiche, nato dal desiderio  di riprodurre l’ ambiente di vita degli gnomi, protagonisti, insieme al Gigante Baranci, di un’ antica leggenda.


Baranci, da bambino, bevve da una fonte magica ed acquisì una forza sovrumana, diventando un gigante buono.

Aiutò, con la sua smisurata forza, gli abitanti di San Candido a trasportare a valle i massi tolti alla montagna per costruire la Collegiata del paese.

Gli gnomi della montagna lo aiutarono in questa impresa ed oggi proprio a loro è dedicato il delizioso villaggio, ulteriore piacevole testimonianza  di come sia possibile coniugare tradizioni, artigianato, eco sostenibilità, per creare piccoli mondi dedicati al gioco dei più piccoli, in contesti naturali di una bellezza unica.

Il Villaggio degli Gnomi a San Candido è raggiungibile con la seggiovia che sale sul Monte Baranci.


Appena scesi dalla seggiovia c’è tutto ciò che occorre per trascorrere una giornata nel verde, tra giochi e panorama:

rifugio, parco giochi, laghetti a forma di impronte giganti dove rinfrescarsi con percorso kneipp, sdraio e prati dove correre e giocare e questo splendido villaggio dedicato ai piccoli aiutanti del Gigante buono.

Fonte: playgroundaroundthecorner.com

mercoledì 19 maggio 2021

La leggenda del cimitero degli elefanti


 Già nell’800 e nel ‘900, quando l’esplorazione del continente africano si andò intensificando, schiere di avventurieri ed esploratori europei si spingevano nel folto della savana o della giungla africana, in cerca di questo luogo mitologico dove si narrava che, fra gli scheletri dei giganteschi pachidermi, si potessero trovare montagne di avorio e quindi ingenti ricchezze per chi ne entrava in possesso.

Fra le altre cose, è stata soprattutto Hollywood a rendere famoso il mito: non solo grazie al ‘Il re leone’, ma anche grazie a due film precedenti usciti negli anni ’30: ‘Tarzan, l’uomo scimmia’ e ‘Trader Horn’. In entrambe le pellicole degli esploratori si recavano alla ricerca di questo luogo leggendario.


Il mito si fonda sul fatto che gli elefanti riescano a capire istintivamente quando sta per sopraggiungere l’ora della loro morte e, per questo motivo, decidano di separarsi dal gruppo per raggiungere questo luogo di riposo eterno da cui, secondo la leggenda, si sentono attratti.

Ed è per questo motivo che nel corso dei secoli gli esploratori si sono avventurati nei recessi profondi dell’Africa, sperando di trovare questo cimitero che diventava una specie di El Dorado africana.

La verità, però, è che molti di questi non solo tornavano a mani vuote, ma a volte non tornavano affatto. Inoltre, alcuni di loro, raccontavano anche di aver provato a seguire gli elefanti più anziani nella speranza di giungere al cimitero.

Stando ai loro racconti avevano provato per giorni o addirittura settimane a seguire i pachidermi che però, astutamente, secondo loro, li facevano girare in cerchio appositamente e senza mai portarli nel luogo sperato. 

Questo ovviamente, ha fatto aumentare l’alone di mistero sulla leggenda.

Altre leggende parlano di misteriosi guardiani messi a protezione di questo luogo.

Il cimitero degli elefanti, infatti, secondo alcune storie e tradizioni africane tramandate dalle popolazioni indigene, viene visto come un luogo sacro in cui solo pochi eletti possono entrare.

Ed è proprio per evitare che chiunque si avvicini e profani la sacralità del luogo, considerato quasi mistico, che pare ci siano dei guardiani. 

Costoro, in alcune versioni della storia, sono umani (siano essi sciamani, stregoni o semplici guerrieri), in altre elefanti o, altre ancora, terribili creature.

Ed è da qui che si sono originate altre speculazioni: secondo alcuni, infatti, gli esploratori che si sono perduti e non sono più tornati indietro sono stati catturati o uccisi proprio da queste misteriose guardie.

Un’altra versione ancora più straordinaria e bizzarra della storia dice che, all’interno del cimitero, pare sia nascosto un libro magico contenente la soluzione che potrà porre fine a tutte le guerre.


Ogni leggenda che si rispetti ha un minimo di fondo di verità. È infatti, senza dubbio vero, che, molto spesso, nel corso dei secoli, durante alcuni scavi, gruppi di studiosi ed archeologi si sono imbattuti in gruppi di scheletri di elefanti tutti ritrovati nel medesimo luogo. Proprio questo non ha fatto altro che aumentare le ipotesi sulla possibile esistenza di un sacro cimitero degli elefanti.

Volendo fare un esempio, uno dei ritrovamenti di gruppi di scheletri, che ha intensificato il mito, è quello di un gruppo di 27 scheletri di Elefante dalle zanne dritte ( una specie di pachiderma estinto e risalente al Pleistocene) in uno scavo nella Sassonia.

Tuttavia, per quanto sia effettivamente vero che ci sono stati ritrovamenti simili, è altrettanto vero che di spiegazioni razionali a riguardo gli scienziati sono riusciti a darne molteplici.

Innanzitutto gli elefanti più vecchi, solitamente, hanno i denti molto più consumati rispetto a quelli dei pachidermi più giovani. Proprio per tale motivo preferiscono fermarsi dove l’acqua e il cibo sono più facili da trovare.

 Questo spiegherebbe perché, molto spesso, ci sono stati ritrovamenti di scheletri in gruppo nello stesso posto.

Secondo altri studiosi, un’altra ipotesi molto probabile è che si potrebbe trattare di gruppi di elefanti massacrati dall’uomo stesso per impadronirsi dell’avorio delle zanne.

Altra spiegazione ulteriore, che giustificherebbe l’alimentarsi del mito, è dovuta al comportamento degli elefanti stessi di fronte alla morte.

Secondo alcuni studi, infatti, è stato dimostrato che gli elefanti “piangono” la morte dei loro simili. Sembra, infatti, che dopo la morte di un elefante, tutti gli altri continuino ad interagire con la carcassa del defunto, anche per lungo tempo, toccandola con la proboscide.

Gli scienziati hanno inoltre osservato che, quando un elefante muore e si accascia a terra, subito tutti gli altri accorrono attorno e provano a sollevarlo e a smuoverlo emettendo anche piccoli barriti. Altre volte è stato persino osservato alcuni pachidermi tentare di “seppellire” le carcasse cospargendole di terra.


Questo tipo di abitudini potrebbero ulteriormente aver aumentato  speculazioni e racconti immaginari sulla leggenda di un fantomatico e sacro cimitero degli elefanti.

 La cosa certa è che, come tutte le leggende e gli enigmi antichi, continuerà ad affascinare generazioni di persone per molto tempo ancora.

Fonte: vanillamagazine.it

giovedì 2 luglio 2020

La “leggenda” del bacio sotto il Ponte dei Sospiri a Venezia ispirò un film americano degli anni ’70


Il Ponte dei Sospiri a Venezia: bellissima e un po’ triste opera di architettura barocca, evoca la grandezza della Serenissima, ma anche il suo inflessibile sistema giudiziario.

 Progettato da Antonio Contin all’inizio del 1600, fu costruito per collegare, con un doppio passaggio, il Palazzo Ducale con le Prigioni Nuove, passando sopra il Rio di Palazzo.

 Leggenda vuole che i sospiri fossero quelli dei detenuti che attraversavano il ponte, andando verso la prigione: l’incantevole vista della laguna di Venezia era l’ultima immagine della libertà perduta, probabilmente per sempre.

 In realtà, dall’interno del ponte non si vede quasi nulla, e quindi probabilmente il nome si riferisce agli ultimi respiri dei prigionieri come uomini liberi, perché chi era condannato, nella Serenissima Repubblica, non aveva altro destino che morire in prigione.
 Ancora più probabilmente, i sospiri erano in realtà i lamenti dei prigionieri, che riecheggiavano nel canale attraverso le strette finestre delle carceri.


La triste storia del ponte non lo rende meno bello: la sua bianca pietra d’Istria, e le decorazioni scultoree, lo rendono una delle principali attrazioni turistiche di Venezia. 

Ad un’attenta osservazione, si nota che tutti i visi scolpiti nell’arcata hanno un’espressione di rabbia o tristezza; l’unico che sembra avere una faccia felice è probabilmente il guardiano del ponte.


Il Ponte dei Sospiri può essere visto dal Ponte di Canonica e dal Ponte della Paglia, oppure navigando in gondola lungo il Rio di Castello. 


Un’altra leggenda, forse inventata ad uso e consumo dei milioni di turisti che ogni anno visitano Venezia, convince molte coppie a passare sotto il Ponte dei Sospiri in Gondola, perché un bacio scambiato al tramonto sotto la sua bianca volta, nel momento in cui le campane di San Marco iniziano a suonare, assicura amore eterno e felicità.


Da questa “leggenda” è stato tratto anche un film con Laurence Olivier e Diane Lane, dal titolo “A Little Romance”, “Una piccola Storia d’Amore” nella versione italiana che vinse l’Oscar per la Colonna Sonora.
 La pellicola fu ispirata al libro “E=mc2 Mon Amour” di Patrick Cauvin, tradotto in Italia come “Piccolo Grande Amore”.

 Fonte: vanillamagazine.it

lunedì 29 giugno 2020

La leggenda della "barca di San Pietro"


Il culto di San Pietro risale al Medioevo quando i monaci Benedettini lo diffusero in territorio lombardo; nell’ottocento era popolare la leggenda secondo cui «nel giorno di San Pietro debba seguire temporale, perché il diavolo promette alla di lui madre di uscire dall’ inferno per quell’ anniversario», per questo motivo molti pescatori durante questa notte non escono in barca per timore di burrasche e temporali. 

In altri luoghi invece si pensa che questa notte sia proficua per la pesca, in altri ancora si narra ai ragazzi che le acque del lago siano infide perché la madre di San Pietro pretenderebbe un sacrificio umano, sempre la madre del santo è protagonista di altre leggende che la vedono invece benevola nei confronti dei raccolti perché nei periodi di siccità provvederebbe il 29 giugno a far cadere la pioggia per salvarli. 

 Oltre a queste leggende e storie che si tramandano oralmente ce n’è una che affascina particolarmente grandi e piccini e si tratta della barca di San Pietro che appare per “magia” la notte tra il 28 e 29 giugno, un’usanza figlia del Nord d’Italia ma che che si sta espandendo un po’ ovunque.


Il 28 giugno prendete un vaso o una damigiana senza paglia, o una bottiglia l’importante è che sia di vetro e leggermente panciuta, versatevi dentro acqua fredda, meglio se di fonte e riempitela per metà, ora con molta delicatezza dovrete far scivolare nell’acqua l’albume di un uovo. 
 Senza sbattere il contenitore portatelo all’aperto, meglio sotto un albero o in mezzo ad un prato, ma va bene anche il davanzale di casa; lasciatelo aperto tutta la notte in modo che la rugiada faccia la sua magia. 

 La mattina controllate il vostro contenitore, noterete che l’albume ha assunto una forma molto particolare, i filamenti bianchi che si saranno formati durante la notte avranno l’aspetto di alberi maestri, e di vele spiegate e la forma che assume sembra proprio quella di una barca. 


 A seconda della forma delle vele i contadini prevedevano le condizioni del tempo: le vele aperte indicavano la venuta del sole mentre le vele chiuse e sottili, l’arrivo della pioggia.

 Si narra che quando nell’acqua si forma un bel veliero sia un buon auspicio per ottimi raccolti nell’arco dell’annata. 

L’effetto del veliero si vedrà fino a mezzogiorno, poi lentamente si dissolverà.


Secondo tradizione questa forma assunta dalla chiara dell’uovo è la barca di San Pietro, che alla vigilia della festa ha voluto mostrare la sua vicinanza ai suoi fedeli, in altri paesi si narra invece che sia la barca dell’apostolo Pietro, pescatore e traghettatore di anime, usata per diffondere nel mondo la fede di Cristo; in altri ancora si tramanda la storia che questa barca sia quella che Pietro ha usato per scendere all’ inferno e liberare la madre e accompagnarla in cielo.

 Nel bergamasco si legge in maniera un po’ diversa l’oracolo dell’albume, se esso forma una barca con vela la sposa avrà un figlio e la zitella troverà marito.


 Ma perché si forma questa barca di San Pietro la notte del 29 giugno?
 In realtà si formerebbe anche il giorno prima o il giorno dopo, perché le condizioni per cui questo fenomeno accada sono simili nei giorni intorno a quella data, sole caldo di giorno e temperature ancora fresche e umide di notte.
 Siccome la densità della chiara dell’uovo è di poco superiore a quella dell’acqua, essa tende ad affondare e rimanere sul fondo; l’acqua fredda raffredda il contenitore che a contatto con la superficie calda dal sole della terra o del davanzale della finestra subirà un trasferimento di calore formando dei moti convettivi, cioè l’acqua riscaldata dalla terra tenderà ad andare verso l’alto, il problema avviene quando incontra la resistenza della chiara dell’uovo che tenderà a trascinare con se e quindi a formare la famosa barchetta.
 Quindi è facile intuire come più la giornata abbia scaldato la terra più la barchetta assumerà una forma più complessa.


Ora che sapete la sua storia, le sue leggende e la sua spiegazione scientifica, non vi resta che provare a realizzare la vostra Barca Di San Pietro ma perché abbia un significato magico è meglio rispettare le tradizioni e porre in giardino il vaso con l’albume la notte di San Pietro e Paolo, e poi molte persone affermano che “leggendo” le figure che si formano si ha una lettura del futuro, c’è chi ha intravisto l’argomento della sua tesi di laurea, chi ha intuito la sua sorte futura e chi spera sempre di vedere quello che vorrebbe realizzare… e questo è un buon inizio per qualcosa che sta a cuore.

 Fonte: eticamente.net

domenica 21 giugno 2020

Il Ponte del Diavolo


Il Ponte della Maddalena, conosciuto come Ponte del Diavolo, è una delle costruzioni più originali di tutta la Toscana e si trova a Borgo a Mozzano, tra Lucca e la Garfagnana. 

 Il suo profilo singolare, con la grande arcata a tutto sesto affiancata agli altri tre archi minori, ha ispirato numerosi artisti e fatto fiorire leggende sulla sua costruzione. 
Il suo aspetto slanciato, che tuttora colpisce chi lo ammira, doveva essere ancora più suggestivo in passato, quando non era stata ancora costruita la diga che dal secondo dopoguerra ha innalzato il livello dell'acqua nei pressi del ponte.


Secondo la leggenda il ponte fu costruito da San Giuliano che, non riuscendo a completarlo per l'eccessiva difficoltà, chiese aiuto al diavolo in persona, promettendogli in cambio l'anima del primo essere vivente che vi fosse passato sopra.

 Una volta terminato il ponte, San Giuliano vi tirò sopra un pezzo di focaccia, attirandovi un cane e beffando così Satana.


 Le notizie storiche certe sulla costruzione del ponte sono scarse. Nicolao Tegrimi, nella sua biografia di Castruccio Castracani, ne attribuisce la costruzione a Matilde di Canossa (1046-1125) e riferisce di un restauro da parte di Castruccio Castracani (1281-1328).
 Secondo le ipotesi di Massimo Betti, durante il governo di Castruccio sono stati realizzati in muratura gli archi minori del ponte, sostituendo precedenti strutture in legno. 
Ciò spiegherebbe la differenza tra l'arco maggiore e quelli minori, e anche la diversa pendenza della via sul lato sinistro del ponte, costruito a partire dall'arco preesistente.



Fonte: visittuscany

domenica 15 dicembre 2019

La leggenda di Montepertuso


 Secondo la leggenda, Positano fu fondata da Poseidone – dio dei mari – per amore della ninfa Pasitea ma, forse, non tutti conoscono la frazione di Montepertuso e il suo mito. 

 Montepertuso domina Positano e, oltre alla sua bellezza che rende la località campana ancora più affascinante, un racconto leggendario narra che la nascita del “pertuso” all’interno della montagna fu opera della Madonna: si dice, infatti, che a bucare la montagna sia stato proprio il dito indice della Vergine Maria.


Tanti anni fa, nella frazione attuale di Montepertuso a Positano, in grotte naturali scavate all’interno della montagna, vivevano alcuni abitanti giunti dall’Oriente.

 La leggenda narra che qui il Demonio, per dimostrare la propria forza alla Madonna, tentò di bucare la montagna con le proprie mani, ma non ci riuscì. 
La Madonna alzò la mano sfiorando la montagna, che si sgretolò all’istante, e il Diavolo precipitò giù dal monte cadendo sulle rocce sottostanti.
 Qui, secondo i fedeli, è visibile la sua orma impressa nella pietra.


Durante la notte gli abitanti furono svegliati da un forte temporale e, dopo essere usciti dal rifugio, videro una luce bianca con al centro una figura che si stagliava dal monte.
 Una giovane ragazza fu avvolta da quella luce e una voce con tono materno le disse: 
«Non aver più paura, il Demonio è stato maledetto ed i suoi sforzi contro questo monte sono finiti, perché distrutto è lo spirito maligno.
 Resti del suo corpo a forma di serpente si trovano all’altro versante della roccia viva. 
Vieni dunque con me e accompagnami sulla collina della selva Santa, ove ci fermeremo per sempre».

 Era la voce della Vergine Maria che, dopo aver sconfitto il Diavolo, volle rassicurare tutti gli abitanti di Montepertuso. 
Oggi, su quella collina sorge il tempio dedicato alla Vergine delle Grazie, proprio di fronte al monte con il foro che dà il nome alla frazione. 

 Fonte: siviaggia.it

giovedì 14 novembre 2019

Il lago Gerundo e il drago Tarantasio


Provate solo un istante a concentrarvi su Google Maps o su una vecchia carta geografica e focalizzatevi sulla grande città metropolitana di Milano. 
Ora scendete un poco verso sud-est e fermatevi in corrispondenza del grande bacino idrografico formato dagli affluenti alpini di destra del Po: Adda, Lambro, Serio e Oglio. 
Molto bene. Quello che potete vedere è un fitto reticolato di corsi d’acqua naturali come i sopracitati e una serie di canali, di cui alcuni artificiali, creati nel corso dei secoli dalla mano dell’uomo al fine di poter irrigare al meglio le infinite campagne padane.
 In poche parole una sovrabbondanza di oro azzurro: l’acqua.


 E proprio dall’acqua parte la nostra storia. In questa vasta area infatti si hanno notizie di un grande bacino lacustre chiamato in tempi antichi Lago Gerundo e attualmente scomparso.
 Un grande specchio d’acqua di oltre 200 km, 2 di superficie e di una profondità massima di 10 metri. 
Andando più nel dettaglio locale, il lago era il cuore blu pulsante delle odierne Province di Lodi, Cremona e Bergamo.
 Curiosamente la sua forma può somigliare al grande cranio di un essere preistorico o di un alligatore che pare tuffarsi a capofitto sul placido Po che scorre ai suoi piedi.
 E fra poco vedremo come la scelta dell’alligatore come paragone sia tutt’altro che casuale. 

Ma per il momento torniamo al nostro lago arcaico.

 I primi accenni al lago (o mare) Gerundo risalgono all’epoca romana (se ne fa riferimento, ad esempio, nelle opere di Plinio il Vecchio) ma le descrizioni più dettagliate si hanno nel periodo medievale, negli scritti dello storico del VII secolo d.C. Paolo Diacono e di altri cronisti dell’epoca. 
Originatosi con tutta probabilità in seguito al ritiro dei ghiacciai durante il Pleistocene, il Gerundo si formò al di sopra di un’ampia zona ghiaiosa grazie alle esondazioni dei fiumi Adda, Serio e Oglio.


Il lago, che già a partire dal XI secolo d.C. andò riducendosi di estensione, si prosciugò definitivamente nel corso del XII secolo d.C. 

Tra le cause più accreditate di questa “misteriosa” scomparsa vi sono le ingenti opere di bonifica intraprese dai monaci cistercensi, benedettini e cluniacensi prima e dal comune di Lodi poi.

 Più che un vero e proprio lago, è probabile che il Gerundo fosse un insieme di paludi e acquitrini collegati dalle frequenti esondazioni dei fiumi circostanti. 
Ma come detto, questo bacino compensava la scarsa profondità con un’estensione ragguardevole. 

Pur essendo difficile tracciare dei confini precisi, nel momento della sua massima ampiezza arrivò a spingersi a Nord fino a Brembate, in Provincia di Bergamo, e a Sud fino a Pizzighettone, vicino a Cremona, lambendo con le sue acque la città di Lodi a Ovest e Grumello Cremonese a Est. 

Al suo interno, il lago conteneva una lunga striscia di terreno, detta isola della Mosa o Fulcheria, sulla quale in un periodo compreso tra il IV e il VI secolo d.C. fu edificata Crema. 

Testimonianze storiche del lago Gerundo, un nome che forse deriva dal termine ghiaia, di cui la zona era particolarmente ricca, sono rintracciabili nella toponomastica di molti paesi della zona dell’Adda e del pavese o, in maniera ancora più esplicita, nei nomi di vie o piazze, come ad esempio a Zelo Buon Persico, dove si trova tutt’oggi una piazza Lago Gerundo.

 Sul nome, fra l’altro, negli anni si sono accavallate diverse teorie. Secondo alcuni storici locali il termine potrebbe derivare dal greco “gyrus” (spira, curva), con riferimento ai meandri fluviali che abbondano nell’area. 
Mentre un’ipotesi più fantasiosa farebbe derivare il termine Gerundo dal greco Ăchĕrōn, ossia Acheronte, un fiume infernale nella mitologia greca, poiché il lago sarebbe dovuto essere paludoso, e quindi inospitale e malsano.

 Ed è in questo contesto fatto di acquitrini nebbiosi e inquietanti che è nata la leggenda del drago Tarantasio, una specie di mostro antidiluviano dal corpo di serpente, la grande testa cornuta di sauro, la lunga coda e le zampe palmate, con le sue varianti e i suoi particolari, tali da far impallidire i miti di Nessie e Larry, il mostro di Loch Ness e il mostro di Colico .

Recandosi nei luoghi sopracitati si riesce ancora a capire da dove derivi il nome “Tarantasio” e trovare traccia dei suoi misfatti nella tradizione orale e scritta.
 Esiste infatti una località chiamata Taranta, una piccola frazione tra Fara D’Adda e Cassano D’Adda che reclama insistentemente i natali della creatura. 
Ma non solo. Andando a investigare nella toponomastica di frazioni e piccoli comuni di questa area geografica troviamo innumerevoli vie “della bissa”, vale a dire della biscia o del serpente. 

Pare infatti che Tarantasio fosse una “viverna” ovvero, nella classificazione operata dal naturalista cinquecentesco Ulisse Aldrovandi, un particolare tipo di drago a forma di serpente con due zampe e due piccole ali, ed è sicuro che, come tutti i draghi, egli considerava gli esseri umani ed in particolare i bambini, le proprie prede preferite, aspettando ogni occasione propizia per uscire dall’acqua e compiere le sue temute scorrerie catturandone qualcuno. 


 Narra la leggenda che dopo la morte di Ambrogio, vescovo di Milano, un drago avrebbe insidiato la città meneghina, divorando gli incauti cittadini che osavano mettere il naso fuori dalle mura. Fu il nobile Uberto Visconti, armato di coraggio, il solo uomo ad affrontare il mostro e ad ucciderlo presso Calvenzano, dalle parti di Bergamo, con un colpo netto di sciabola.


 Da allora il biscione con un giovinetto in bocca compare nello stemma della città e della potente famiglia Visconti che vi regnò per lungo tempo. 


Vi sono poi diverse leggende, fra cui quella che ci narra le gesta di San Cristoforo, coinvolto su invocazione del vescovo di Lodi, nel prosciugamento del lago Gerundo per far sì che il drago fosse rinvenuto cadavere, come pure vi è quella che vede San Giorgio, spesso rappresentato come cacciatore di draghi nell’iconografia giudaico-cristiana, nel ruolo di colui che pose fine alle scorribande di Tarantasio. 
Ma la storia che più ci fa sentire vicini a quanto successe in quell’epoca remota sulle sponde del Gerundo è quella che ci narra del predicatore San Colombano, anch’egli famoso cacciatore di draghi, che arrivò in Italia proveniente dal Nord Europa.


Colombano, divenuto monaco quando ancora era un ragazzo, partì dall’Irlanda all’età di cinquant’anni. Insieme a dodici compagni iniziò a percorrere l’Europa diffondendo con la parola ed il proprio comportamento l’idea di una rinnovata ricerca di vera spiritualità. Giunto finalmente in Italia entrò in contatto con il re longobardo Agilulfo, dal quale ricevette l’incarico di occuparsi della “questione“ di Tarantasio.

 Una volta arrivato sulle sponde del lago il predicatore utilizzò le sue arti per attirare il mostro fuori dalle acque, che costituivano il suo naturale elemento, per affrontarlo ad armi pari. Trovatosi così all’asciutto il drago cercò subito di ghermire Colombano, ma non fu abbastanza veloce, tanto che il cacciatore ebbe modo di scansarsi per tempo e di colpirlo con il suo lungo bastone. 
Ferito gravemente, Tarantasio ricadde nel lago ed in breve scomparve tra i flutti facendo perdere le proprie tracce per un lungo periodo.


 Dopo parecchi mesi, in una località molto più a valle rispetto a quella dove si svolse il combattimento, fu rinvenuta un’enorme carcassa che venne subito attribuita al mostro scomparso.
 Oggi, nella zona, le città fanno a gara per accreditarsi come i custodi dei “veri” resti del drago. 
Alcuni sostengono che la tomba dell’essere mostruoso sia situata sull’isolotto Achilli, visibile attraversando il ponte sull’Adda a Lodi.
 Altri resti dello scheletro sarebbero stati conservati nella chiesa di Sant’Andrea a Lodi fino al 1700. 
Esistono numerose testimonianze scritte della presenza dello scheletro all’epoca. 

Inoltre, una costola faceva bella mostra di sé nella chiesa di San Cristoforo, sempre a Lodi, appesa alla volta fino all’inizio delle campagne napoleoniche in Italia nell’Ottocento.




Un medico di Lodi, tale Gemello Villa, riuscì ad esaminare la cosiddetta costola e nel suo referto scrisse che aveva “la lucidità delle ossa fresche”, sollevando così qualche dubbio sul fatto che fosse anche un semplice reperto fossile.

 Questa è l’ultima testimonianza dei resti del Tarantasio di Lodi perduti ormai per sempre assieme alle due lapidi marmoree che ricordavano gli eventi.
 Anche perché al tempo della campagna napoleonica il convento di San Cristoforo venne invece destinato a scopi militari e utilizzato come infermeria di fortuna: il campo di battaglia al Ponte di Lodi era vicinissimo al convento.
 Alla fine dell’Ottocento i locali del San Cristoforo vennero poi utilizzati come caserma militare e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, adattati ad abitazioni civili.
 Altre “costole di Tarantasio” sono contenute in chiese e abbazie dei territori gerundi, anche se in realtà si tratta di reperti fossili di ossa di cetacei preistorici. 
La costola del drago lunga poco più di un metro e mezzo conservata nella sagrestia della Chiesa di San Bassiano a Pizzighettone in provincia di Cremona.
 Altra “costola” lunga più due metri e mezzo conservata nella Chiesa romanica di San Giorgio in Lemine nel comune di Almenno San Salvatore in provincia di Bergamo. 
Oppure una costola lunga quasi due metri conservata nel Santuario de “La Natività della Beata Vergine” a Sombreno nel comune di Paladina in provincia di Bergamo. 

Quest’ultima costola in particolare attirò l’attenzione del naturalista Enrico Caffi, che la identificò come appartenente ad un grosso esemplare di mammuth. 


Ma l’eredità del drago Tarantasio non si limita a suggestioni o leggende noir da raccontare ai bambini davanti al camino. 
Il suo lascito è molto più tangibile di quello che si possa credere.




Immergendoci tra le vie della metropoli milanese con occhio attento possiamo scorgere ovunque la presenza ancestrale del drago. Tarantasio infatti nel corso dei secoli è stato rappresentato anche come un serpente, mostro alato, drago, leone di mare o un enorme cane. 

Lo stesso stemma dell’Inter è un biscione, ripreso da questa leggenda tutta milanese, e anche nel logo dell’Alfa Romeo e di Mediaset troviamo la stessa iconografia.

 Perfino tra le guglie del Duomo è possibile scorgere un drago, molto simile a quello descritto e rappresentato da Aldrovandi nelle sue tavole bestiarie. 

Il drago è visibile praticamente ovunque a Milano, basta fare un po’ di attenzione e lo si potrà trovare sulle insegne comunali, sulle fontanelle pubbliche, le cosiddette “vedovelle” nella pavimentazione ed è perfino il nome di una città vicino Milano. 

Ma non è finita qui, Tarantasio è noto a livello internazionale, anche se pochi lo sanno, perché ha ispirato Luigi Broggini, uno dei principali scultori italiani a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, che prese a modello Tarantasio per ideare l’immagine del cane a sei zampe, marchio simbolo di Eni. La società petrolifera fondata da Enrico Mattei avrebbe preso spunto dal mostro lacustre per tratteggiare quello sarebbe diventato il suo simbolo famoso a livello internazionale perché il primo giacimento di metano venne scoperto nel 1944 a Caviaga, frazione di Cavenago d’Adda, nel Lodigiano, in piena zona Gerundo.


L’odore pestilenziale che usciva dal terreno che per secoli le leggende dicevano fosse l’alito del drago, erano in realtà le esalazioni di gas naturale dovute ai depositi alluvionali stratificati, costituiti da sedimento paludoso molle con residui fossili.

 E qui, nel 1952, Agip trovò dei grossissimi giacimenti di metano che vennero commercializzati nel mondo sotto il marchio del cane a sei zampe, ovvero del drago Tarantasio. 

 Fonte: storiedimenticate.it
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