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martedì 23 settembre 2025

Scoperta una bara gigante nell’esercito di terracotta che confermerebbe una leggenda vecchia di 2000 anni


 È una storia iniziata per caso, quasi cinquant’anni fa, quando alcuni contadini della provincia cinese di Shaanxi stavano scavando un pozzo. Invece dell’acqua, trovarono qualcosa che nessuno si aspettava: una statua di argilla a grandezza naturale. Era il primo dei guerrieri di terracotta, parte di un esercito sotterraneo costruito più di 2.000 anni fa per accompagnare l’imperatore Qin Shi Huang nell’aldilà.

Oggi, quel sito torna al centro dell’attenzione grazie a una scoperta ancora più enigmatica: una bara in legno da 16 tonnellate, nascosta a 16 metri di profondità, circondata da tesori mai toccati dai ladri di tombe. Gli archeologi parlano di migliaia di monete antiche, armi, armature, oggetti in giada, utensili da cucina e persino due cammelli realizzati in oro e argento.

Secondo le prime ipotesi, potrebbe trattarsi della tomba del Principe Gao, uno dei figli dell’imperatore. Una figura quasi mitica, citata negli antichi testi cinesi ma mai confermata finora da prove archeologiche.

Nel 2011, i ricercatori hanno individuato nove grandi camere funerarie vicino al mausoleo dell’imperatore. Una di queste, lunga oltre 100 metri e ancora sigillata, si è rivelata diversa dalle altre. Quando le forti piogge hanno minacciato di allagarla, gli archeologi sono stati costretti a intervenire.

Jiang Wenxiao, il capo del team, ha raccontato:

La tomba è incredibile. Costruita con una precisione fuori dal comune, profonda, immensa. Pensavamo fosse stata già saccheggiata, come quasi tutte quelle antiche. E invece era intatta. Nessuno l’aveva mai toccata.

All’interno, i reperti parlano chiaro. Ogni oggetto ha un significato preciso nella cultura cinese: la giada è purezza, le armi sono protezione, le monete rappresentano la ricchezza, gli animali esotici il potere e la forza. Tutto fa pensare a un personaggio di altissimo rango. Ma chi?

Nel testo storico Shiji, scritto da Sima Qian, si racconta che dopo la morte dell’imperatore, il figlio più giovane, Hu Hai, prese il potere eliminando gli altri fratelli. Tra questi, Gao, uno dei figli maggiori, avrebbe chiesto di essere ucciso per poter riposare accanto al padre, fedele fino alla fine. Nessuno sapeva se fosse una leggenda o un fatto storico. Fino ad ora.

Anche se gli indizi sembrano portare al Principe Gao, non è ancora possibile dire con certezza chi sia il defunto. Il legno della bara è molto danneggiato, e il DNA potrebbe essere deteriorato dopo 2.000 anni. Gli archeologi stanno valutando diverse tecniche: analisi chimiche, confronto dei reperti con altri oggetti simili, e persino tentativi di ricostruzione del profilo genetico. Ma servirà tempo, e molta cautela.

Anche se non fosse il Principe Gao, la scoperta resta fondamentale. Dimostra quanto poco ancora conosciamo del mausoleo dell’imperatore Qin Shi Huang, e quanto sofisticata fosse la costruzione delle tombe nella Cina antica. Sono passati più di due millenni, eppure i segreti di quel periodo stanno ancora emergendo, centimetro dopo centimetro.

Fonte:.greenme.it

venerdì 25 luglio 2025

Scoperto il segreto del garum, la salsa preferita dagli Antichi Romani


 Un vascone in pietra, sepolto da secoli sotto il terreno della Galizia, nel nord-ovest della Spagna. Un odore che un tempo doveva essere pungente, salmastro, quasi fastidioso. E un contenuto, oggi solo schegge di ossa, che racconta una storia antica, profumata di mare e di fermentazione. È lì che un gruppo di scienziati ha scoperto l’ingrediente principale del garum, la salsa più amata dell’Impero romano: la sardina.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Antiquity, è opera del biologo portoghese Gonçalo Themudo, che ha recuperato e analizzato il DNA di minuscole ossa di pesce trovate sul fondo di una vasca usata per produrre garum. Il risultato? Dopo 1.800 anni, è ancora possibile leggere nel codice genetico di quelle spine un segreto gustoso che i romani portavano ovunque: una salsa fermentata di sardine.


Quello che per secoli era stato solo un sospetto – basato su frammenti ossei difficili da identificare – oggi è diventato una certezza scientifica. Le vertebre ritrovate nel sito archeologico di Adro Vello, in Galizia, appartenevano con ogni probabilità a sardine locali. Il loro DNA, sorprendentemente ancora leggibile nonostante secoli di decomposizione, lo ha confermato.

Il garum, quindi, non era solo una salsa di pesce generica, ma un concentrato fermentato di sardine, ricchissimo di glutammati naturali, le stesse sostanze responsabili del sapore “umami” che oggi troviamo nella salsa di soia, nei brodi di pesce, nei funghi e nei formaggi stagionati. Un gusto deciso, intenso, forse anche un po’ aggressivo – ma evidentemente irresistibile per i palati di allora.

Il garum non era solo un condimento. Era una merce pregiata, trasportata lungo le rotte commerciali dell’Impero e consumata in tutte le province romane, dal Mediterraneo fino al Nord Europa. Secondo gli studiosi, veniva usato per insaporire carni e pesci, o anche diluito come brodo di pesce. E nonostante l’odore – sicuramente forte – era considerato un ingrediente di lusso, tanto da valere parecchio.

Una sorta di “salsa di pesce alla romana”, fermentata in grandi vasche con pesce, sale e tempo. Il risultato? Un liquido ambrato, ricco di sapore e proteine, capace di trasformare qualsiasi piatto in una pietanza ricca e gustosa.

Il ritrovamento in Galizia non solo conferma l’importanza delle sardine nella dieta romana, ma dimostra che il DNA può sopravvivere anche in condizioni estreme

Una scoperta affascinante che unisce archeologia, genetica e cultura del cibo. E che ci fa vedere quanto, in fondo, il nostro gusto per i sapori forti e fermentati non sia cambiato poi tanto.

Fonte: greenme.it

lunedì 5 maggio 2025

Ritrovati in Perù i resti ben conservati di una nobildonna vissuta 5000 anni fa


 Durante gli scavi nel sito archeologico di Áspero, situato lungo la costa settentrionale del Perù, gli studiosi hanno riportato alla luce i resti di una donna vissuta circa 5000 anni fa. Questo ritrovamento fornisce nuove informazioni sulla civiltà di Caral, la più antica delle Americhe, fiorita tra il 3000 e il 1800 a.C.

La donna, di età compresa tra i 20 e i 35 anni e alta circa 1,5 metri, è stata trovata avvolta in un sudario di tessuti sovrapposti e adornata con un mantello di piume di ara, simbolo di alto rango. Accanto a lei, un corredo funerario composto da un becco di tucano, una ciotola di pietra e un cesto di paglia. La presenza di questi oggetti indica il suo status elevato all'interno della società di Caral .

Secondo l'archeologo David Palomino, questa scoperta suggerisce che le donne ricoprivano ruoli significativi nella civiltà di Caral, sfidando l'idea che solo gli uomini detenessero il potere. Il ritrovamento evidenzia l'importanza delle donne nelle strutture sociali di una delle più antiche civiltà conosciute

 Áspero, parte del complesso di Caral, si trova a circa 180 chilometri a nord di Lima e a 20 chilometri dall'Oceano Pacifico. In passato utilizzato come discarica, è stato riconvertito in sito archeologico negli anni '90. La scoperta della nobildonna sottolinea l'importanza di Áspero nella comprensione delle prime società urbane delle Americhe .

Fonte: ottopagine 

giovedì 5 ottobre 2023

Gobekli Tepe, uno dei luoghi più misteriosi e antichi del mondo


 Nel sud-est della Turchia, sulla cima di un altopiano calcareo chiamato Gobekli Tepe, negli anni Novanta l’archeologo tedesco Klaus Schmidt scoprì più di 20 recinti di pietra circolari, il più grande dei quali era di ben 20 metri di diametro, un cerchio di pietra con al centro due pilastri riccamente intagliati alti 5,5 metri.

I pilastri di pietra scolpita, figure umane stilizzate con le mani giunte e cinture di pelle di volpe, pesavano fino a 10 tonnellate.

Le strutture, risalenti a circa 11.500 anni, rappresentano le più antiche costruzioni monumentali conosciute dell’umanità.

Gli strumenti di pietra e altri manufatti che Schmidt e il suo team trovarono nel sito hanno mostrato che i recinti circolari erano stati edificati da cacciatori-raccoglitori che si sarebbero uniti 11.500 anni fa per scolpire i pilastri a forma di T di Gobekli Tepe con strumenti di pietra, usando come cava la roccia calcarea della collina sotto i loro piedi, abbastanza morbida da lavorare con la selce e altri strumenti di legno disponibili all’epoca.

Il sito, sosteneva Schmidt, era un centro rituale, forse una sorta di complesso di sepoltura o di culto, piuttosto che un insediamento.

Gli archeologi avevano a lungo pensato che i rituali complessi e la religione organizzata fossero “lussi” sviluppati dalla società dopo aver iniziato ad addomesticare animali e a coltivare, una transizione nota come Neolitico.

Gobekli Tepe, invece, ha capovolto quella linea temporale.

Gli strumenti in pietra del sito, supportati da datazioni al radiocarbonio, lo collocano infatti saldamente nell’era pre-neolitica


Più di 25 anni dopo i primi scavi, non esistevano ancora prove della presenza di piante o animali domestici: Schmidt riteneva che nessuno abitasse nel sito a tempo pieno e lo chiamò “cattedrale su una collina”.

Sotto la direzione del successore di Schmidt, Lee Clare, un team dell’Istituto Archeologico Tedesco ha poi scavato diverse trincee “a buco di serratura” fino al substrato roccioso del sito, molti metri sotto i pavimenti dei grandi edifici.

Ciò che Clare e i suoi colleghi hanno scoperto potrebbe riscrivere ancora una volta la preistoria.

Gli scavi hanno “a sorpresa” rivelato prove di case e insediamenti durante tutto l’anno, suggerendo che Gobekli Tepe non fosse un tempio isolato visitato in occasioni speciali bensì un fiorente villaggio con imponenti edifici al centro.

Il team ha anche identificato una grande cisterna e canali per la raccolta dell’acqua piovana, fondamentali in un insediamento sulla cima di una montagna arida, e migliaia di strumenti di macinazione per la lavorazione del grano, la cottura del porridge e la produzione della birra: un insediamento a tutti gli effetti con un’occupazione permanente.


Clare e i colleghi pensano così che Gobekli Tepe sia stato un tentativo di cacciatori-raccoglitori di aggrapparsi al loro stile di vita in via di estinzione mentre il mondo intorno a loro stava cambiando.
Prove dalla regione circostante mostrano infatti che le persone in altri siti stavano sperimentando la coltivazione e l’allevamento, una tendenza alla quale la gente di “Belly Hill” avrebbe cercato di resistere.

Clare sostiene inoltre che le incisioni rupestri del sito siano un indizio importante.
Sculture elaborate di volpi, leopardi, serpenti e avvoltoi che coprono i pilastri e le pareti di Gobekli Tepe “non sono animali che vedi tutti i giorni“, ha dichiarato. “Sono più che semplici immagini, sono narrazioni, che sono molto importanti per tenere insieme i gruppi e creare un’identità condivisa“.

Negli ultimi cinque anni, la cima della montagna alla periferia di Urfa è stata nuovamente ridisegnata.

Oggi strade, parcheggi e un centro visitatori accolgono viaggiatori da tutto il mondo.

Il Museo archeologico e del mosaico di Şanlıurfa, costruito nel 2015 nel centro di Urfa, è uno dei più notevoli musei della Turchia: conserva una replica in scala reale del recinto più grande del sito e dei suoi imponenti pilastri a T, permettendo ai visitatori di avere un’idea dei pilastri monumentali ed esaminare da vicino le loro sculture.

Nel 2018, Gobekli Tepe è stato dichiarato Patrimonio UNESCO e i funzionari del turismo turco hanno nominato il 2019 “Anno di Gobekli Tepe”, rendendo l’antico sito il volto della campagna nazionale di promozione turistica.

Gobekli Tepe, costruito 6.000 anni prima di Stonehengecustodisce ancora nel mistero il significato esatto delle sue incisioni e il mondo in cui un tempo abitavano le persone.

Ogni nuova scoperta promette di cambiare ciò che ora sappiamo sul sito e sulla storia della civiltà umana.

E il suo fascino si fa sempre più ammaliante.

Fonte: siviaggia.

martedì 7 marzo 2023

Scoperto un cunicolo segreto nella Piramide di Cheope



La necropoli di Giza è uno dei siti archeologici più famosi di sempre: qui sorge la Piramide di Cheope, la più antica mai rinvenuta in quest’area e la sola tra le sette meraviglie del mondo antico ad essere giunta a noi in ottimo stato di conservazione.

 È stata costruita ben 4.500 anni fa, un’opera monumentale che ha richiesto un lavoro inimmaginabile (basti pensare che è formata da quasi 2 milioni e mezzo di blocchi di pietra, ciascuno del peso di circa 2,5 tonnellate). Nonostante sia tra le architetture più studiate al mondo, ci sono ancora molti segreti da svelare.

Uno dei più curiosi riguarda il tunnel misterioso che è stato ritrovato all’interno della piramide.

 Nel 2016, alcuni archeologi avevano individuato una cavità esattamente dietro l’entrata principale, ma il rischio di danneggiare l’antichissima struttura ha richiesto loro un grande sforzo per poter proseguire le indagini.

 Grazie al progetto Scanpyramids, volto ad utilizzare tecniche non invasive per studiare le piramidi d’Egitto, gli esperti hanno potuto finalmente scoprire cosa fosse quello spazio vuoto. Ebbene, si tratta di un cunicolo segreto lungo ben 9 metri e largo 2, con un’altezza di circa 2,3 metri.


Per poter osservare il tunnel da vicino, è stato necessario introdurre un piccolissimo endoscopio attraverso una fessura minuscola. La scoperta, che è stata descritta in un articolo pubblicato su Nature, è stata annunciata alla stampa proprio davanti alla Piramide di Cheope, da alcuni degli esperti che vi hanno lavorato. A che cosa serviva questo lungo cunicolo? È possibile che il suo scopo fosse quello di bilanciare il peso dell’enorme struttura spostandolo su un’area più grande, anziché far sì che gravasse unicamente sull’ingresso principale. Tuttavia, c’è un’altra teoria molto più affascinante.

Secondo gli archeologi, il cunicolo potrebbe sovrastare alcune camere ancora inesplorate, nascoste all’interno della Piramide di Cheope. 

Durante la conferenza stampa, Mostafa Waziri (direttore del Consiglio Supremo delle Antichità d’Egitto) ha annunciato che verranno effettuate ulteriori indagini: "Continueremo la nostra scansione, per capire cosa possiamo scoprire al di sotto del tunnel o alla fine di esso". C’è ancora qualche segreto da svelare, oltre questo passaggio misterioso che per anni ha ossessionato gli scienziati?

"Crediamo che qualcosa sia nascosto sotto di esso" – ha rivelato l’archeologo Zahi Hawass.

 Di che cosa potrebbe trattarsi? Forse, una camera segreta cela nientemeno che la tomba del faraone Cheope, inutilmente cercata per tantissimi anni e mai rinvenuta. E, con il sepolcro, magari anche tanti altri tesori preziosissimi che aspettano da millenni di tornare alla luce. Se così fosse, questa sarebbe senza dubbio la scoperta del secolo. Ma dovremo attendere ancora un po’, affinché le indagini proseguano in tutta sicurezza per preservare la maestosa piramide.

sabato 29 ottobre 2022

A Stabiae riemerge l’antico sistema idrico


 Anche l’antica Stabiae rivela eccezionali reperti che raccontano la vita quotidiana di epoca romana.

 Elementi del sistema idrico sono riemersi nel corso dei lavori per la fruizione ampliata e l’abbattimento delle barriere architettoniche in corso a Villa Arianna.

Tra gli elementi tornati alla luce vi è un serbatoio in piombo decorato.

 La pulizia archeologica condotta nel peristilio piccolo (giardino colonnato) della villa ha permesso di riportare nuovamente alla luce questo elemento. Era già stato individuato circa un decennio fa. Faceva parte dell’antico sistema di distribuzione dell’acqua all’interno dell’edificio.

Il serbatoio, in particolare, rappresenta uno straordinario rinvenimento per l’area vesuviana, per lo stato di conservazione e perché rinvenuto nella sua posizione originaria.

 Consente, insieme agli altri tratti rinvenuti, di apprezzarne il funzionamento, ovvero quello sia di regolare il flusso dell’acqua sia di smistarlo nei vari ambienti della villa.

Collegate al pezzo centrale sono emerse due tubazioni che alimentavano rispettivamente l’impianto termale della villa e il gioco d’acqua. Quest’ultimo abbelliva l’impluvio (vasca centrale di raccolta delle acque) presente nell’atrio. Le decorazioni ornavano la struttura che doveva essere parzialmente a vista, per permettere l’accesso alle due chiavi di arresto. Queste consentivano di regolare il flusso dell’acqua o di chiuderlo completamente per permettere le operazioni di manutenzione degli impianti.


“Un serbatoio come questo – spiega il direttore del Parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel –, con le sue chiavi di arresto, rientra in quella tipologia di impianti e apprestamenti che possono sembrare quasi moderni per come sono fatti e che hanno sempre destato stupore sin dalle prime scoperte tra Stabia, Pompei e Oplontis.

 Gli antichi anche in questo caso non hanno rinunciato a un elemento ornamentale, un astragalo in rilievo, che forse caratterizzava la bottega che l’ha prodotto, a mo’ di un marchio moderno, e che in ogni caso doveva essere visibile, poiché il serbatoio fu collocato al di sopra del livello di calpestio. Un ulteriore esempio di come accessibilità, conoscenza e tutela si integrano, che andremo a raccontare al pubblico in corso d’opera nell’ambito dei cantieri aperti del Parco“.

Fonte: meteoweb

venerdì 12 agosto 2022

Affascinante sorpresa a Roma! Dagli scavi lungo la Tiburtina spunta un ponte di età imperiale


 A Roma le sorprese non finiscono mai. 

L’ultima emozionante scoperta è avvenuta nel corso dei lavori per l’allargamento della Tiburtina, effettuati dalla Soprintendenza Speciale della capitale. Durante gli scavi, all’altezza dell’undicesimo chilometro della via moderna e al VII miglio di quella antica, è venuta alla luce un antico ponte, che – secondo le prime ricostruzioni – sembrerebbe risalire all’epoca imperiale.

In queste ore le spettacolari immagini del ritrovamento archeologico stanno facendo il giro dei social, destando stupore e curiosità tra gli appassionati.




In base a quanto riferito dagli esperti, la struttura romana – che si trova a circa 4 metri sotto il livello della strada attuale – era impiegata per attraversare il Fosso di Pratolungo, poco prima della confluenza nel fiume Aniene.

Come chiarito dalla Soprintendenza della capitale, gli scavi hanno messo in luce la porzione centrale dell’arcata a tutto sesto del ponte realizzata con possenti blocchi di travertino, fissati tra di loro mediante incavi rettangolari e rinforzati esternamente da uno spesso strato di cementizio. L’arcata è stata ritrovata senza la parte centrale, una peculiarità da attribuire alla risistemazione dell’area in età medioevale e rinascimentale, quando la struttura venne demolita parzialmente.

Fonte: Soprintendenza Speciale Roma 

sabato 6 agosto 2022

Venezia, trovato un allevamento di ostriche di epoca romana in laguna


 Che gli antichi Romani si trattassero bene è cosa risaputa, certo; ma che addirittura nel periodo tra il primo e secondo secolo d.C. avessero veri e propri allevamenti di ostriche, questo è sensazionale. Oltretutto se si pensa che il sito in questione è una villa romana dotata di confort e bellezze tali da fare impallidire quelle attuali.

 La “Villa romana di Lio Piccolo” era dotata di bacini per l’acquacoltura, in particolare per l’allevamento di ostriche. Questa ipotesi è al centro delle ricerche che stanno impegnando il team interdisciplinare nella seconda campagna di scavo archeologico subacqueo.

 Gli studi si stanno svolgendo sul sito lagunare di Lio Piccolo, nel comune di Cavallino Treporti, in provincia di Venezia. 

Scoperto due decenni fa dall’archeologo Ernesto Canal, oggi le indagini su questo sito degli antichi Romani sono dirette dal professore di archeologia marittima del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Carlo Beltrame.

 Il professore e il suo staff lavorano in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna. E, a quanto pare, gli sforzi compiuti dagli archeologi stanno dando frutti (di mare) davvero molto interessanti. 

Il progetto pluriennale archeo-subacqueo coinvolge anche studenti con idoneo brevetto di immersione. Gli aspiranti archeologi hanno avuto dunque l’opportunità di formarsi in sicurezza, con corsi subacquei appositi. 

All’impresa hanno preso parte anche Paolo Mozzi, geomorfologo e geoarcheologo del Dipartimento di Geoscienze dell’Università degli Studi di Padova ed Elisabetta Boaretto, specialista in analisi al radiocarbonio del Weizmann Institute di Rehovot.


I primi scavi risalgono esattamente ad un anno fa, quando i ricercatori scoprirono alcune palafitte e strutture murarie segnalate vent’anni fa da Ernesto Canal.

 Queste si trovano a poche decine di metri dall’argine di Lio Piccolo, lungo Canale Rigà. Con questa nuova campagna archeologica gli studiosi sono riusciti finalmente ad interpretare e datare quanto visto negli scavi antecedenti di un anno fa.

 Numerosi resti di affreschi di pregio e mosaici bianchi e neri, degli antichi Romani, inoltre, sono attualmente soggetto di analisi ad opera di Alessandra De Lorenzi, chimico-fisica dell’ateneo veneziano.

 Sul fondale di questo tratto di laguna, gli archeologi hanno dunque trovato una vasca in mattoni sesquipedali di forma rettangolare. Tramite le analisi al radiocarbonio, l’antico bacino è databile al 1° e 2° secolo d.C.. La particolare struttura romana era sommersa nelle acque e serviva per la coltivazione e conservazione dei pregiati molluschi

Un vero allevamento di ostriche della prima età imperiale. Questi molluschi bivalvi sono rimasti conservati fino a noi sul fondo della vasca, resistendo a duemila anni di mareggiate ed eventi naturali o umani.


Vi è però nel sito qualcosa che ha contribuito maggiormente alla curiosità degli studiosi.

 Il ritrovamento di un gargame in legno, infatti, forse suddivideva lo spazio della vasca come una saracinesca. Questo elemento suggerirebbe quindi l’ipotesi che, nelle acque della villa romana, non vi fosse unicamente l’allevamento di ostriche, ma bensì i nostri antenati potrebbero aver coltivato anche altre succulenti specie

Come spiega Carlo Beltrame, “nel mondo romano le ostriche erano molto apprezzate e allevate, anche se forse già adulte, in Gallia e nella penisola italiana. Come ricorda Cicerone, famose erano quelle allevate nel Lago Lucrino da Sergio Orata. Gli autori degli antichi Romani ci parlano anche delle ostriche dell’Istria ma non menzionano Altino, dove però ostriche sono emerse da vari scavi della città romana. 

Non stupisce quindi trovarle a Lio Piccolo, ossia in una località che in età romana doveva essere in prossimità del litorale, in condizioni ideali per la loro crescita”.

Fonte: ilprimatonazionale.it

martedì 24 maggio 2022

Il 17 maggio 1902 veniva scoperto uno degli oggetti più misteriosi di sempre: la Macchina di Anticitera


 La Macchina di Anticitera, o Meccanismo di Anticitera, prende il nome dall’isola greca omonima che noi conosciamo anche come Cerigotto e presso la quale fu rinvenuto il relitto di Anticitera, una nave che nel I secolo a.C. naufragò nei pressi delle coste dell’isola. Tra i resti del relitto erano presenti numerosi reperti, ma è questo il più meritevole di attenzione che oggi viene custodito dal Museo archeologico di Atene e che fu a lungo considerato un mistero da risolvere.

Il ritrovamento della nave avvenne nella primavera del 1900 a seguito della segnalazione da parte di pescatori di spugne dell’isola di Symi che avevano perso la rotta a causa di una tempesta. 

Costretti a trovare riparo presso l’isoletta rocciosa di Cerigotto scoprirono a largo dell’isola il relitto di una nave a circa 43 metri di profondità. La nave era databile agli inizi del I secolo a.C. e trasportava numerosi oggetti di valore, tra cui statue di marmo e bronzo, oggetti di vetro dalle fattezze uniche, gioielli, monete e ceramiche, ma anche le componenti di un oggetto che appariva del tutto incomprensibile.


La prima spedizione per il recupero dei beni al largo di Point Glyphadia fu effettuata da parte della marina ellenica tra il 1900 e il 1901, e per esaminare i reperti salvati dal Relitto di Anticitera fu chiamato l’archeologo Valerios Stais, il quale notò subito che in un blocco di pietra era inserito un ingranaggio interno, era il 17 maggio 1902 ed era stata riconosciuta la Macchina di Anticitera.

Non si sa bene come il meccanismo sia giunto sulla nave da carico ma tra le ipotesi plausibili c’è la possibilità che venne portato da Rodi a Roma con altri oggetti saccheggiati da parte dei romani.


Le prime ipotesi di Stais propesero subito per un oggetto di tipo astronomico, probabilmente un qualche tipo di orologio, tuttavia, la maggior parte degli studiosi era convinta che si trattasse di un dispositivo procronistico da considerare quindi in anticipo rispetto agli altri oggetti che erano stati scoperti come appartenenti a quel determinato periodo e perciò anche troppo complesso da decifrare.

Le indagini sulla Macchina di Anticitera, in effetti, furono abbandonate sino agli anni ’50, quando lo storico della scienza Derek J. De Solla Price, professore dell’Università di Yale, si interessò nuovamente a quell’oggetto misterioso. 

Lo stesso Price nel 1971 insieme a Charalampos Karakalos, un fisico nucleare, sottopose a un’indagine a raggi X gli 82 frammenti del reperto e finalmente nel 1974 pubblicò un ampio articolo di ben 70 pagine sulla macchina.

Il Meccanismo di Anticitera è considerato il primo calcolatore meccanico, la cui complessità si deve spiegare con la presenza di altre macchine che lo precedettero e non sono mai state ritrovate seppure certamente realizzate durante il periodo ellenistico. 

Le teorie alla base della macchina sono da rintracciarsi nelle materie astronomiche e matematiche su cui a lungo si concentrarono gli scienziati greci in particolare durante il II-I secolo a.C..

Nonostante al tempo della Grecia ellenistica esistesse una tradizione tecnologica avanzata e durante quest’epoca molti studiosi si dedicarono ad aspetti meccanici e automi come la celebre macchina a vapore di Erone o la macchina circolare di Archimede (anch’essa riproducente il moto dei pianeti, del sole e della luna, nonché le eclissi dell’ultima), la singolarità della Macchina di Anticitera fa si che il complesso progetto che ne è alla base lo faccia considerare un manufatto fuori dal tempo.

Si tratterebbe secondo alcuni di un caso di OOOPArt (Out of Place Artifacts) caldeggiata dai sostenitori dell’archeologia misteriosa che non vi riconoscono fantasiosamente un manufatto ascrivibile all’età ellenistica ma ad una civiltà tecnologicamente più avanzata.

Dell’originaria Macchina di Anticitera sopravvivevano 3 parti principali e numerosi frammenti minori per un numero pari a 82 frammenti totali. 

Si trattava di una serie di ruote dentate, ricoperte da iscrizioni (circa 2000 caratteri di cui si è decifrato il 95%) che erano parte di un meccanismo ad orologeria.

 Le dimensioni della macchina erano di 30 cm per 15 cm e il materiale di costruzione era il rame inserito in una cornice di legno, il sistema funzionava probabilmente grazie all’uso di una manovella.

Si trattava di un meccanismo per calcolare il calendario solare e lunare grazie a una ventina di ruote dentate che potevano riprodurre il ciclo metonico cioè il rapporto di 254:19 che riproduce il moto della Luna in rapporto al Sole, poiché il nostro satellite compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari.

A un secolo e oltre da quel 17 maggio 1902 il Meccanismo di Anticitera continua a riservare sorprese, infatti, nel 2008 Alexander Jones, dell’Istituto per gli studi sul Mondo Antico di New York, riuscì a tradurre alcune iscrizioni scoprendo che i nomi dei mesi sullo strumento erano quelli utilizzati nelle colonie corinzie, in particolare il macchinario fu probabilmente realizzato a Siracusa.

 Le più recenti indagini, invece, propendono per Pergamo come sito di costruzione.

Nel 2010 gli studiosi sono riusciti a scoprire che la macchina era in grado di calcolare anche le eclissi, il moto dei 5 pianeti osservabili a occhio nudo al tempo della sua realizzazione e si è addirittura compreso che indicava le date delle Olimpiadi e dei giochi panellenici associati alle stesse. Tutti elementi fondamentali per un popolo che calibrava la propria vita e le proprie decisioni politiche su quello che avveniva nel cielo.


Gli archeologi sono convinti che recuperando altri possibili frammenti sia possibile trarre altre informazioni su questo magnifico oggetto e proprio per questo una nuova campagna di scavi quinquennale è in svolgimento dal 2020, non ci resta che attendere per scoprire cosa questa potrà riservarci.

Fonte: meteoweb

domenica 15 maggio 2022

Scoperto tra i ghiacci della Norvegia un antico sandalo in stile romano


 Non è la prima volta che lo scioglimento dei ghiacci riporta alla luce oggetti e animali del passato: era già successo con il corpo di un orso vissuto durante il Pleistocene e con la testa di un lupo di oltre 40.000 anni fa. 

Ora i ghiacci discioltisi in una zona chiamata Horse Ice Patch, nei pressi di Oppland, in Norvegia, hanno rivelato un sandalo indossato da un uomo vissuto 1700 anni fa e abbandonato - i ricercatori ipotizzano volontariamente - prima di proseguire il cammino.

La scarpa, tipica della moda romana dell'epoca, ha permesso agli archeologi di Secrets of the Ice (un gruppo di scienziati specializzati nei ritrovamenti tra i ghiacci) di svelare nuovi dettagli sulla cosiddetta età del ferro romana (1-400 d.C.), epoca in cui le regioni dell'Europa settentrionale vennero influenzate dagli usi e i costumi dell'Impero Romano.


Secondo quanto rilevato dalla datazione al radiocarbonio, il sandalo in pelle sarebbe stato abbandonato dal suo proprietario perché ormai consumato: si trattava di una variante della famosa carbatina romana  una scarpa senza suola costituita da un unico pezzo di pelle grezza.
 «È piuttosto sorprendente trovare un sandalo in stile romano a quasi 2000 metri di altezza», commenta a Science Norway Espen Finstad, l'archeologo che con il suo team ha rinvenuto il calzare.

Il passo di Lendbreen, nei pressi del quale è stato rinvenuto il sandalo, era una zona trafficata durante l'epoca vichinga, attorno al 1000 d.C.: «Era un periodo di grande mobilità: iniziavano i primi scambi commerciali tra la Scandinavia e l'Europa», spiega James Barrett, archeologo all'Università di Cambridge. 

Il luogo preciso del ritrovamento, l'Horse Ice Patch, a 2000 metri di altezza era un luogo di collegamento tra l'entroterra norvegese e la costa: «Le persone che arrivavano qui dovevano avere degli interessi, forse commerciali», spiega Finstad, «si spostavano verso la costa per vendere corna, pelli di animali e cuoio, e tornavano nell'entroterra con sale e altra merce».

Secondo gli esperti di Secrets of the Ice le scoperte sono solo all'inizio.

Fonte: www.focus.it


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