lunedì 7 aprile 2014

Tallin, l'antica capitale dell'Estonia


Tallinn è la capitale dell’Estonia, è situata sulla costa del golfo di Finlandia, nel Mar Baltico.
 Fu fondata come fortezza nel 1219 da Valdemaro II re di Danimarca, aderì alla Lega anseatica nel 1285, divenendo un importante centro commerciale. 
 Ceduta nel 1346 ai cavalieri teutonici, fu acquisita nel 1561 dalla Svezia e conquistata nel 1710 dalla Russia, che ne fece la base navale della flotta del Baltico.
 Nel 1919 fu eretta a capitale dello stato indipendente dell'Estonia e dal 1940, quando il paese fu annesso dall'URSS continuò a ricoprire il ruolo di capitale della Repubblica socialista sovietica Estone fino al 1991, quando l'Estonia riacquistò l'indipendenza.
 La città si divide in parti distinte: quella alta, sul colle di Toompea, dominata da un'antica fortezza del XIII-XIV secolo; la parte bassa, medievale, circondata da mura; e infine i recenti quartieri residenziali della zona periferica. 
Nella parte bassa si trova il Municipio in stile gotico del XIV secolo. Nei dintorni del Municipio si i può anche ammirare una farmacia datata del XV secolo. Questa farmacia è la più antica d’Europa che sia ancora in attività.


Tallinn conta di numerose chiese di influenza gotica come la chiesa dello Santo Spirito, la chiesa di san Nicola e la Chiesa di Sant’ Olav. Chiesa di Sant'Olav.
 Questa chiesa per quasi un secolo, dal 1549 al 1625 è stato l'edificio più alto del mondo.
 La Chiesa del Duomo si differenzia per lo stile barocco, mentre la cattedrale ortodossa Alexander Nevsky ha uno stile moscovita.


Il Castello e la Torre di Hermann sono tra le più importanti opere di fortificazione dell’intera Estonia. Il Castello venne costruito tra il XIII ed il XIV secolo e domina la città a 50 metri di altezza ed è oggi è la sede principale del Parlamento estone.


La suggestiva Città Vecchia medioevale, antico porto anseatico è divenuta patrimonio dell'umanità dell'UNESCO nel 1997.

Riflessioni su delle realtà scomode

Come creare dei simpatici delfini-banana da mangiare


Per prima cosa occorre lavare bene le banane, dopodiché va tagliata la parte inferiore. Con un coltello ben affilato tagliate a metà la parte superiore, facendola diventare così la bocca del delfino.
Apritela e inserite al suo interno un acino d'uva (in questa stagione anche una ciliegia).
 Mettete la banana in un contenitore e riempitelo con dei chicchi d'uva in modo che resti in piedi. Con un pennello intriso di succo di limone potete spennellare la parte bianca di banana scoperta, in modo da evitare che si scurisca.
L'ultimo passo è creare gli occhi del delfino, potete farlo in diversi modi: con un pennarello ad inchiostro commestibile, oppure inserendo dei chiodi di garofano, dell'uvetta oppure delle scaglie di cioccolato.
Il risultato sarà divertente e di sicuro molto apprezzato dai vostri bambini.

Breve storia della Via Francigena


Nell’Alto Medioevo, attorno al VII secolo, i Longobardi contendevano il territorio italiano ai Bizantini.
 L’esigenza strategica di collegare il Regno di Pavia e i ducati meridionali tramite una via sufficientemente sicura portò alla scelta di un itinerario sino ad allora considerato minore, che valicava l’Appennino in corrispondenza dell’attuale Passo della Cisa, e dopo la Valle del Magra si allontanava dalla costa in direzione di Lucca. Da qui, per non avvicinarsi troppo alle zone in mano bizantina, il percorso proseguiva per la Valle dell’Elsa per arrivare a Siena, e quindi attraverso le valli d 'Arbia e d’Orcia, raggiungere la Val di Paglia e il territorio laziale, dove il tracciato si immetteva nell’antica Via Cassia che conduceva a Roma.
Il percorso, che prese il nome di “Via di Monte Bardone”, dall’antico nome del Passo della Cisa, Mons Langobardorum, non era una vera e propria strada nel senso romano né tanto meno nel senso moderno del termine.
 Infatti, dopo la caduta dell' impero, le antiche tratte consolari caddero in disuso, e tranne pochi fortunati casi finirono in rovina, “rupte”, tant’è che risale a quell’epoca l’uso della parola "rotta"per definire la direzione da prendere.


I selciati romani lasciarono gradualmente il posto a fasci di sentieri, tracce, piste battute dal passaggio dei viandanti, che in genere si allargavano sul territorio per convergere in corrispondenza delle mansioni (centri abitati od ospitali dove si trovava alloggio per la notte), o presso alcuni passaggi obbligati come valichi o guadi. 
Più che di strade si trattava, quindi, di “aree di strada”, il cui percorso variava per cause naturali (straripamenti, frane), per modifiche dei confini dei territori attraversati e la conseguente richiesta di gabelle, per la presenza di briganti.
 Il fondo veniva lastricato solo in corrispondenza degli attraversamenti dei centri abitati, mentre nei tratti di collegamento prevaleva la terra battuta. 
Appare, quindi, chiaro che la ricostruzione del “vero” tracciato della Via Francigena sarebbe oggi un’impresa impossibile, poiché questo non è mai esistito: ha invece senso ritrovare le principali mansioni e i principali luoghi toccati dai viandanti lungo la Via.


Quando la dominazione Longobarda lasciò il posto a quella dei Franchi, anche la Via di Monte Bardone cambiò il nome in Via Francigena, ovvero “strada originata dalla Francia”, nome quest’ultimo che oltre all’attuale territorio francese comprendeva la Valle del Reno e i Paesi Bassi. 
In quel periodo crebbe anche il traffico lungo la Via che si affermò come il principale asse di collegamento tra nord e sud dell’Europa, lungo il quale transitavano mercanti, eserciti, pellegrini.


Tra la fine del primo millennio e l’inizio del secondo, la pratica del pellegrinaggio assunse un’importanza crescente.
I luoghi santi della Cristianità erano Gerusalemme, Santiago de Compostella e Roma, e la Via Francigena rappresentò lo snodo centrale delle grandi vie della fede. 
Infatti, i pellegrini provenienti dal nord percorrevano la Via per dirigersi a Roma, ed eventualmente proseguire lungo la Via Appia verso i porti pugliesi, dove s’imbarcavano verso la Terrasanta. Viceversa i pellegrini italiani diretti a Santiago la percorrevano verso nord, per arrivare a Luni, dove s’imbarcavano verso i porti francesi, o per proseguire verso il Moncenisio e quindi immettersi sulla Via Tolosana, che conduceva verso la Spagna.
 Il pellegrinaggio divenne presto un fenomeno di massa, e ciò esaltò il ruolo della Via Francigena che divenne un canale di comunicazione determinante per la realizzazione dell’unità culturale che caratterizzò l’Europa nel Medioevo.


È soprattutto grazie ai diari di viaggio, e in particolare agli appunti di un illustre pellegrino, Sigerico, che possiamo ricostruire l’antico percorso della Francigena.
 Nel 990, dopo essere stato ordinato Arcivescovo di Canterbury da Papa Giovanni XV, l’Abate tornò a casa annotando su due pagine manoscritte le 80 mansioni in cui si fermò a pernottare.
 Il diario di Sigerico viene tuttora considerato la fonte itineraria più autorevole, tanto che spesso si parla di “Via Francigena secondo l’itinerario di Sigerico” per definire la versione più “filologica” del percorso.


L’uso crescente della Francigena come via di commercio portò a un eccezionale sviluppo di molti centri lungo il percorso.
 La Via divenne strategica per trasportare verso i mercati del nord Europa le merci provenienti dall’oriente (seta, spezie) e scambiarli, in genere nelle fiere della Champagne, con i panni di Fiandra e di Brabante.
 Nel XIII secolo i traffici commerciali crebbero a tal punto che si svilupparono numerosi tracciati alternativi alla Via Francigena che, quindi, perse la sua caratteristica di unicità e si frazionò in numerosi itinerari di collegamento tra il nord e Roma. Tanto che il nome cambiò in Romea, non essendo più unica l’origine, ma la destinazione. 
Inoltre la crescente importanza di Firenze e dei centri della Valle dell’Arno spostò a Oriente i percorsi, fino a quando la direttrice Bologna-Firenze relegò il Passo della Cisa a una funzione puramente locale, decretando la fine dell’antico percorso. 

 Fonte : http://www.viefrancigene.org/

Zebre perchè hanno le strisce? Tutta colpa delle mosche!

Il disegno del manto le protegge dai morsi degli insetti



Le strisce delle zebre sono un'anomalia evoluzionistica che ha turbato il sonno degli scienziati per secoli.
Secondo l'ultimo studio, la causa è da ricercare nella protezione dalle malattie dovute al morso delle mosche.
La conferma a una delle ipotesi più accreditate arriva da una ricerca condotta presso la University of California di Davis descritta in un documento scientifico pubblicato su Nature Communications. Un'enigma durato secoli - Le ipotesi hanno incluso rituali di accoppiamento, la protezione dai predatori, il mimetismo e la protezione dal calore, sebbene nessuna prova abbia supportato queste supposizioni.
Tim Caro, autore principale dello studio, ha detto: "Nessuno sapeva perché le zebre avessero questo tipo di manto.
Ma risolvere i dilemmi evoluzionistici aumenta la nostra conoscenza del mondo naturale e può innescare un impegno maggiore nella sua conservazione".
La conferma una volta per tutte - Questa spiegazione è stata a lungo sospettata, poiché le mosche tendono a evitare le superfici a strisce bianche e nere.
Per accertare questa congettura una volta per tutte, io ricercatori hanno segnato la distribuzione geografica delle zebre, dei cavalli e degli asini e hanno osservato le differenze negli schemi delle strisce delle zebre.
In seguito, gli esperti hanno sovrapposto i dati con variabili come la temperatura, il terreno, tipo di predatori e distribuzione delle mosche.
Dallo studio è risultato che l'unico fattore a incidere sul disegno formato dalle strisce erano le mosche. I ricercatori hanno aggiunto che il mantello a pelo corto delle zebre le rende particolarmente suscettibili alle mosche e ciò spiegherebbe perché non compaiono su altri animali.
Comunque, ogni mistero risolto ne porta un altro.
Resta da scoprire, infatti, perché le mosche evitano le superfici a strisce bianche e nere.

Riscopriamo le giuggiole


Nel 1612 venne pubblicato in prima edizione il Vocabolario dell’Accademia della Crusca, nata a Firenze alcuni decenni prima con lo scopo di dare dignità, stabilità e identità alla lingua italiana. Già al suo primo apparire, la grande opera lessicografica riportava l’espressione metaforica “andare in brodo di giuggiole”, e la definiva come una situazione in cui è possibile “godere di molto di chicchessia”.
 Si tratta dunque di un modo di dire molto antico.
 Ma qual è la sua origine? 
E a quale strano significato letterale è legata? 

L’origine va ricercata nel giuggiolo, un piccolo albero di provenienza asiatica che nel corso dei secoli si è diffuso largamente anche in tutti i paesi mediterranei.
 I suoi frutti, naturalmente, si chiamano giuggiole: una volta giunte a maturazione, sono delle drupe ovoidali, lisce e lucenti, di color marrone tendente al rosso, con polpa dalla consistenza farinosa e dal sapore dolce – acidulo. 
Le giuggiole possono essere consumate fresche o, trascorso qualche giorno dalla raccolta, avvizzite; sono inoltre molto indicate per preparare confetture e sciroppi, per essere messe sotto spirito o anche per entrare nella ricetta di alcuni liquori. 

 I liquori a base di giuggiole erano già noti presso molte civiltà del bacino del Mediterraneo.
 Egizi e Fenici crearono i preparati più antichi di cui siamo a conoscenza. 
Nelle sue Storie, Erodoto ebbe a paragonare la dolcezza della giuggiola a quella del dattero, sottolineando come dalla polpa fermentata della prima si ottenesse un liquido molto inebriante.
 Si ipotizza inoltre da parte di alcuni che il loto di cui parlò Omero nel nono libro dell’Odissea fosse una specie di giuggiolo selvatico, e che quindi l’incantesimo dei Lotofagi non fosse provocato da narcotici, ma dalla bevanda alcolica preparata con i frutti del nostro piccolo albero.
 Presso i romani il giuggiolo divenne il simbolo arboreo del silenzio, e come tale fu usato per adornare i templi della dea Prudenza; ciò non impedì comunque alle popolazioni latine di farne anche un uso profano, e in particolare di ottenerne preparati liquidi fermentati. Nel corso del Medioevo la sapienza artigianale delle popolazioni antiche riuscì a conservarsi nella tranquillità delle campagne e all’ombra dei conventi.
 Ed ecco finalmente che col Rinascimento il giuggiolo e i suoi frutti conobbero una specie di seconda giovinezza, anzi un autentico momento di nobiltà.
 In quell’epoca infatti in prossimità del lago di Garda, la potente famiglia dei Gonzaga aveva la propria residenza estiva, “Il Serraglio”: qui veniva prodotto, e offerto agli ospiti, un delizioso elisir a base di giuggiole – il “brodo di giuggiole”, appunto – ideale per accompagnare le torte e i biscotti secchi che venivano inzuppati nel liquido, oppure per essere centellinato come liquore in eleganti bicchierini.

 Il successo e la fama del brodo di giuggiole furono tali che in breve l’espressione assunse un carattere addirittura proverbiale, a indicare qualcosa di talmente buono da far sdilinquire, da far uscire quasi di sé per la contentezza. 
I tempi dei Gonzaga sono ormai passati, ma la coltivazione del giuggiolo è ancora diffusa nel Basso Garda (Desenzano, Maderno), nel padovano (Arquà Petrarca) e nel vicentino.
 La ragione è semplice: pur essendo in grado di adattarsi a terreni di varia natura, il giuggiolo predilige climi piuttosto temperati, con inverni abbastanza miti e con estati lunghe e calde; la sua coltivazione richiede in particolare le condizioni atmosferiche che si creano in prossimità di laghi o di colline con buona esposizione.


Ecco perché, in queste zone, la produzione casalinga di brodo di giuggiole è proseguita nel corso dei secoli fino ad arrivare a noi.
 Ed ecco perché, negli ultimi tempi, dello storico liquore è nata una produzione dalle ambizioni più alte, vale a dire farsi conoscere e apprezzare anche al di fuori del territorio classico.

La ricetta si basa sull’infusione idroalcolica di giuggiole mature, mele cotogne, scorze di limone, uva bianca e altra frutta, intera o in succo, con l’aggiunta di zucchero.
 Si lascia macerare per un paio di mesi e poi si filtra e si imbottiglia. Il risultato è un liquore dal colore rosso, dal profumo tipico di giuggiole e dal gusto pieno, dolce, vellutato e avvolgente. Può essere servito ghiacciato, in piccoli calici, oppure a temperatura ambiente a fine pasto, come digestivo.
 Grazie alla sua composizione si abbina egregiamente al gusto del cioccolato; può infine essere usato come ingrediente in pasticceria, nell’elaborazione di dolci particolari, o al bar, per preparare insoliti cocktail.
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